mercoledì 4 marzo 2009

Hai un animale nel marchio aziendale? Offri contributi per salvarlo in natura

Non è la prima volta che Lacoste si impegna per la tutela del proprio marchio. Solo che l'obiettivo, ora, non è difendere il coccodrillino di stoffa più modaiolo e imitato del mondo dai falsari di griffe cinesi, ma proteggere l'animale, quello vero, dalla minaccia dell'estinzione. Una trovata un po' furbetta oppure un generoso modo per «sdebitarsi» del fortunatissimo sfruttamento dei diritti di immagine? Forse entrambe le cose, e comunque per i coccodrilli è senz'altro preferibile finire in un manifesto pubblicitario che dentro una vetrina in formato borsetta o cintura.

LA CAMPAGNA - Lacoste è il primo marchio internazionale ad aderire alla campagna «Save your Logo» lanciata nell'ottobre scorso dalla Global Enviroment Facility. La proposta suona più o meno così: care multinazionali, è arrivato il vostro turno di aiutare l'animale che avete scelto come icona dei vostri prodotti. Basta far mente locale un istante per capire che l'accordo tra il gruppo francese e alligatori, caimani o gaviali può essere soltanto l'inizio di una lunga serie: attesi al varco ci sono altri colossi dai loghi animalisti come Jaguar, Puma o Peugeot (il leone). Chi accetta di aderire all'operazione, appoggiata dalla World Bank e dall'International Union for Conservation of Nature, si impegna a versare in tre anni il contributo di un milione e mezzo di euro. Ne vale la pena, assicurano i promotori, perché la perdita della biodiversità sta raggiungendo livelli davvero allarmanti, e nella «lista rossa» degli animali a rischio ci sono almeno un volatile su otto, un mammifero su quattro e un anfibio ogni tre: «Si stima che, in assenza di sostanziosi investimenti per la tutela dell'ambiente, tra il 15 e il 37 per cento delle specie oggi esistenti entro il 2050 potrebbero scomparire».

LACRIME DI COCCODRILLO - Le lacrime dei coccodrilli sono insomma da prendere molto sul serio. Perché anche se da tempo sono animali protetti, la loro pelle resta uno status symbol intramontabile. Da un esemplare di 20-30 anni se ne ricavano non più di 120 centimetri, e una borsetta di cocco può costare tra i 15 e i 30 mila euro (ne servono fino a 100 mila per il modello Kelly di Hermès, chiusura di diamanti compresa). Vero, gli esemplari «donatori» vengono soprattutto dagli allevamenti, ma in ogni caso non è il modo migliore per preservare la specie. Molto più apprezzabile, dunque, quello finanziato dall'azienda francese. Il cui matrimonio commerciale con il coccodrillo era scritto nel destino del fondatore, il campione del tennis anni Trenta René Lacoste (membro della mitica squadra dei «Quattro Moschettieri» e vincitore, in solitaria, di ben sette titoli Grand Slam). Un giorno, in trasferta a Boston per la Coppa Davis, René passò di fronte a un negozio in cui faceva bella mostra un'elegantissima borsa in pelle di coccodrillo, perfetta per le sue racchette. I compagni gli proposero un patto: «Se vinci i tuoi due incontri, te la regaliamo noi». Quel giorno Lacoste si guadagnò la borsa, un soprannome e l'idea del simbolo con cui avrebbe continuato i suoi successi anche al di fuori dei campi da gioco. Così, nel 1933, Monsieur «Crocodile» fondò insieme a André Gillier la casa d'abbigliamento che, incrociando magliette e camicie, inventò la polo. Settantasei anni dopo il coccodrillino di stoffa è ancora lì, sempre appiccicato all'altezza del cuore, adesso anche come testimonial dei suoi simili in carne ossa.

fonte: corriere.it

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