Il braccio di ferro sul gas fra Russia e Ucraina ha preso in ostaggio molti ex satelliti di Mosca. Ora pensano di riaprire i reattori che erano stati costretti a chiudere come condizione per aderire all'Ue
Il braccio di ferro fra Russia e Ucraina sul gas ha preso in ostaggio molti degli ex satelliti di Mosca e lasciato, da una settimana, mezza Europa al gelo in uno degli inverni più freddi degli ultimi anni. Energia razionata e produzione ridotta, danni economici e un pesante bilancio di morti assiderati: a 20 anni dal crollo della cortina di ferro, l'Europa dell'est si sente ancora minacciata e dipendente da Mosca, e per questo ha trovato nuovo impulso, nelle giovani democrazie dell'est, l'idea di accelerare i piani nucleari come strumento per garantirsi maggiore autonomia, almeno energetica. Bulgaria e Slovacchia, fra i paesi più colpiti dalla crisi del gas, stanno considerando di rimettere in funzione reattori nucleari che erano stati costretti a chiudere come condizione per l'adesione all'Ue nel gennaio 2004.
La Slovacchia lo sta facendo molto concretamente e solo ieri, dopo intense trattative con Bruxelles, il premier Robert Fico ha annunciato che farà slittare la preannunciata rimessa in funzione di un reattore della centrale di fabbricazione sovietica di Jaslovske Bohunice. Reattore che era stato chiuso solo il 31 dicembre scorso come parte degli accordi con Bruxelles sull'adesione. In caso di rimessa in funzione, l'Ue, vendendovi una violazione degli accordi, minaccia l'avvio di una procedura di infrazione contro Bratislava. Minaccia questa che potrebbe avere indotto il premier Fico a ritardare la riattivazione della centrale. Il rilancio di un vecchio reattore è una opzione subito ventilata anche da Sofia. Ma anche le altre capitali esteurope, strette fra gelo e dipendenza energetica, parlano apertamente di accelerazione e potenziamento dei programmi nucleari.
In Polonia, che fra tutti è invece fra i paesi che sente meno la crisi perché il gas russo le arriva in parte attraverso un altro gasdotto in Bielorussia, il premier Donald Tusk ha annunciato oggi di voler far costruire "una o due" nuove centrali entro il 2020, e di voler diversificare le fonti di gas e petrolio. I morti per assideramento contati nel Paese da novembre sono comunque più di 80. In Ungheria, che dipende al 100% dal gas russo e dove pure l'apertura di nuove centrali è all'ordine del giorno, è emergenza da otto giorni: si va avanti con le riserve e le forniture sono razionate. Almeno 40 persone sono morte per il freddo questi giorni. In Bulgaria, il premier Serghei Stanishev ha quantificato oggi anche i danni economici per l'industria dal black out del gas: circa 50 milioni di euro in sette giorni (6-13 gennaio). Sia Fico che Stanishev saranno oggi a Mosca per discutere l'emergenza gas.
Meno grave invece il quadro in Romania, che dipende solo al 30% dal gas russo e il cui governo non fa che assicurare di avere la situazione sotto controllo. Tuttavia, con temperature scese a meno 20, il gelo ha fatto finora oltre 40 morti. La Repubblica ceca, presidente di turno dell'Ue, si barcamena in una difficile mediazione ma per ora non sembra avere una emergenza energetica nazionale come la Slovacchia: va avanti con le riserve, la centrale nucleare di Temelin e fonti diversificate di gas (i morti per il freddo sono tre). Niente allarme anche in Austria (il gas russo copre circa il 50% e ha ampie riserve) che si dice invece molto preoccupata da una possibile riapertura della centrale di Bohunice.
fonte: lanuovaecologia.it
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