venerdì 9 gennaio 2009

A fine secolo 3 miliardi di affamati

Se il sistema agricolo globale non si adatterà ai mutamenti del clima, tra il 2080 e il 2100 tre miliardi di persone potrebbero dover fronteggiare la crisi alimentare. Una ricerca pubblicata su Science

Tre miliardi di persone, distribuite su un'area che non include solo i Paesi più poveri del mondo ma anche il Sud degli Stati Uniti e l'Australia, alla fine di questo secolo potrebbero dover fronteggiare la crisi alimentare indotta dal clima. È quanto prevede uno studio americano pubblicato su Science se "il sistema agricolo globale non si adatterà ai cambiamenti climatici in atto". La ricerca coordinata da David Battisti dell'università di Washington a Seattle e da Rosamond Naylor dell'università di Stanford ha considerato 23 modelli climatici sui quali si è basato l'Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) nel 2007 per le previsioni delle temperature climatiche del pianeta fra il 2050 e il 2090. Combinando questi dati con osservazioni dirette, la ricerca ha calcolato che vi è oltre il 90% delle probabilità che fra il 2080 e il 2100 gli eccessi di circa 3,7 gradi centigradi, registrati sporadicamente nel secolo scorso, rappresenteranno la media stagionale nelle fasce tropicali e subtropicali del pianeta.

La zona rossa, che secondo i due ricercatori si potrebbe trovare faccia a faccia con la fame, è oggi popolata dalla metà della popolazione globale, tre miliardi di persone (destinate secondo le stime a raddoppiare per la fine del secolo) molte delle quali già soffrono gli stenti delle crisi alimentari, vivono con meno di due dollari al giorno e dipendono per il sostentamento in primo luogo dall'agricoltura. L'area si estende dal sud degli Stati Uniti, fino al Nord dell'Argentina e al sud del Brasile; e dall'India settentrionale fino alla Cina meridionale e al sud dell'Australia, prendendo tutta l'Africa. Per prevedere l'impatto dei cambiamenti climatici sulla popolazione che abita queste regioni la ricerca ha anche tenuto conto di tre recenti esempi di temperature estreme stagionali che hanno danneggiato il sistema dell'agricoltura.

Come l'estate del 2003 nell'Europa Occidentale (compresa l'Italia) quando l'anomalia fu di circa 3,5 gradi rispetto alla media con gravi effetti sulla produzione alimentare, l'estate del 1972 nell'Unione Sovietica che fu la grande responsabile dell'impennata del prezzo del grano e la siccità nel Sahel (a sud del Sahara) che negli anni Settanta e Ottanta fu causa di una terribile carestia nella fascia di terra africana che separa il deserto dalla zona più umida. Nel futuro, è l'allarme dei due scienziati, "quando l'innalzamento delle temperature sopra le medie stagionali non sarà un fenomeno sporadico ma più frequente e diffuso a causa soprattutto dei gas serra, la crisi della produttività dei raccolti e del bestiame diventeranno un fenomeno globale". La salvezza secondo i ricercatori potrebbe venire dalla ricerca e dalla tecnologia. È chiara la direzione in cui sta andando il termometro del pianeta, sottolinea Naylor, e per questo "dovremmo investire nell'adattamento per sviluppare nuove varietà di piante resistenti al calore e alla siccità e sistemi di irrigazione innovativi"

fonte: lanuovaecologia.it

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