Parte da Taranto, la città assediata dall'Ilva, la campagna di Legambiente sull'inquinamento industriale. Il dossier: «Innovare gli impianti per la salute e l'economia»
Non solo traffico e smog, l'aria che si respira in diverse aree italiane è “malata” dai veleni prodotti dalle industrie. Da queste arriva il 95% del totale dell'arsenico scaricato in atmosfera, il 90% del cromo, l'87% dei Policlorobifenili (Pcb), l'83% del piombo, il 75% del mercurio, il 72% di diossine e furani, il 61% di cadmio. Ma oltre agli inquinanti “tipici” c'è anche il 78% delle 388mila tonnellate di ossidi di zolfo (SOx), il 28% delle 173mila tonnellate di polveri sottili, il 25% di oltre 1 milione di tonnellate di ossidi di azoto (NOx). La maglia nera a livello nazionale la detiene l'acciaieria Ilva di Taranto, che da sola ha prodotto in un anno il 92% delle emissioni di diossina e il 95% degli idrocarburi policiclici aromatici (Pcb). È di questo inquinamento che si occupa il dossier “Mal'aria industriale”, presentato da Legambiente oggi a Taranto, dando il via alla consueta campagna sulla qualità dell'aria: migliaia di persone al quartiere Tamburi hanno esposto le lenzuola bianche dell’associazione che verranno consegnate, presumibilmente annerite, fra trenta giorni al ministro Prestigiacomo.
IL CORAGGIO DI INNOVARE .Il quadro del dossier si basa sull'inventario nazionale delle emissioni curato dall'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) relativi al 2006. «All'industria italiana – spiega Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente - chiediamo il coraggio e la lungimiranza necessari a fronteggiare la crisi economica e finanziaria mondiale, investendo in prodotti innovativi, attraverso l'ammodernamento e la messa in sicurezza degli impianti e la riconversione dei cicli produttivi più obsoleti». L'Ilva ha presentato la richiesta di Autorizzazione integrata ambientale (Aia) che dovrà essere rilasciata entro il 31 marzo 2009. E l'auspicio di Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente è che il governo indirizzi «gli investimenti dell'Ilva, in tempi certi e brevi, verso quelle tecnologie che adeguerebbero lo stabilimento ai migliori standard europei».
DIOSSINA DA PRIMATO. Secondo il dossier di Legambiente, il più importante complesso siderurgico nazionale detiene il primato per inquinanti pericolosi come la diossina, idrocarburi policiclici aromatici, benzene, piombo, mercurio, cromo e cadmio. Scaricando tra gli altri 540mila tonnellate di monossido di carbonio (pari all'80% del totale nazionale delle emissioni industriali censite dall'Ines). Dai rilevamenti dell'Arpa Puglia poi, tra maggio e agosto 2008, risulta che più del 90% delle emissioni di diossine e furani, rilevate in una centralina a circa 6 km dallo stabilimento, sono attribuibili all'area industriale. Lo stesso vale per gli idrocarburi policiclici aromatici, dove il contributo dell'Ilva varia dall'80% all'85%. Dai dati relativi al 2005 dell'Ispra emerge poi che Taranto è la città (con oltre 150mila abitanti) con le maggiori emissioni di polveri sottili, segnando più del doppio di quelle di Roma.
DA MARGHERA A PRIOLO. Tra gli altri complessi industriali inquinanti, nel dossier, anche le aree di Porto Marghera e Augusta-Priolo-Melilli (Siracusa), rispettivamente con 4 e 6 impianti. Compaiono la raffineria Eni, la Simar Spa, gli stabilimenti Syndial e la Ineos Vinyls a Marghera. A Priolo invece si parla delle centrali Erg, la raffineria Esso, gli stabilimenti Syndial, la centrale Isab Energy, la raffineria Erg e il petrolchimico Polimeri Europa. Di qui le richieste di Legambiente: al governo di rivedere il limite di legge per diossina e furani, al ministro del'Ambiente di farsi garante della salute della popolazione e dei lavoratori tarantini, fornendo all'Ilva un'autorizzazione integrata ambientale (Aia) con prescrizioni in tempi certi e serrati. Infine a Regioni e allo stesso ministro di pianificare misure economiche e normative per adeguare agli standard Ue e Usa i controlli ambientali
fonte: lanuovaecologia.it
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