giovedì 27 maggio 2010

Rapporto annuale Istat: stavolta si è conteggiata anche la sostenibilità

Un lavoro meritorio e atteso, almeno da chi ha a cuore la sostenibilità, da molto tempo. L'Istat per la prima volta, infatti, ha pubblicato nel suo "Rapporto annuale. La situazione del Paese nel 2009" un intero capitolo, il 4°, sulla sostenibilità ambientale. Ma il punto vero è che tutto il lavoro è impostato finalmente incrociando l'economia con l'ecologia e su base scientifico/matematica. Nel merito i dati confermano quello che ci si aspettava, ovvero che le emissioni (gassose e non) calano causa crisi, ma che ancora di disaccoppiamento non c'è traccia.

La criticità più evidente del rapporto, però, è che nonostante si parli esplicitamente di come «L'industria, in particolare, è invitata a farsi carico dello sviluppo di tecnologie che rispettino l'ambiente nell'energia e nei trasporti e che possano produrre il "disaccoppiamento" (decoupling) tra crescita economica e sfruttamento delle risorse naturali», sulla coda di questo sfruttamento, ovvero gli scarti, ovvero i rifiuti speciali, non si dice praticamente niente, riservando le analisi solo a quelli urbani che sappiamo essere un quarto dei totali. Forse è il problema della mancanza di dati precisi ad aver causato questo vuoto, ma almeno andava detto: cosa che invece è stata omessa. Vista la dimensione della novità non solo del rapporto in quanto tale, ma anche di come è stato scritto (quasi un documento da associazione ambientalista) abbiamo deciso di pubblicarlo integralmente.

4.4 La sostenibilità ambientale: risorse naturali e spesa per la protezione

Il Consiglio di Gotheborg del giugno 2001 ha approvato la strategia europea per lo sviluppo sostenibile, aggiungendo la dimensione ambientale a quelle già previste dalla strategia di Lisbona. Il Consiglio ha fornito indicazioni di priorità in tema di cambiamenti climatici, trasporti, minacce alla salute pubblica, gestione responsabile delle risorse naturali e ha avviato un processo istituzionale affinché gli Stati membri adottino strategie nazionali per lo sviluppo sostenibile, a partire da processi di consultazione di tutti i soggetti interessati. L'industria, in particolare, è invitata a farsi carico dello sviluppo di tecnologie che rispettino l'ambiente nell'energia e nei trasporti e che possano produrre il "disaccoppiamento" (decoupling) tra crescita economica e sfruttamento delle risorse naturali.

La dimensione ambientale della sostenibilità va naturalmente analizzata considerando le strette interconnessioni con la dimensione economica, anche alla luce della crisi. Per assicurare adeguati livelli di benessere alle future generazioni, infatti, è fondamentale il mantenimento degli stock di capitale naturale, che dovrebbero essere garantiti da politiche ambientali, alle quali possono essere associati costi economici. Risulta particolarmente rilevante, quindi, l'analisi delle risorse naturali utilizzate per la produzione e il consumo di beni e servizi, in quanto i prelievi diretti di risorse naturali dall'ambiente nazionale e dall'estero sono responsabili di pressioni effettive e potenziali di vario tipo sull'ambiente (danni al paesaggio, emissioni nelle acque e in atmosfera, generazione di rifiuti). Benché il confronto tra la produzione dei rifiuti urbani con i principali indicatori socio-economici mostri come l'obiettivo del disaccoppiamento fra crescita economica e produzione dei rifiuti non sia stato ancora conseguito, in termini di sostenibilità complessiva alcuni traguardi sono stati raggiunti, sia per la riduzione complessiva del volume di rifiuti urbani prodotti in Italia, sia per gli obiettivi stabiliti dalla legge sulla quota di raccolta differenziata.

D'altra parte, i consumi energetici e le fonti utilizzate per soddisfare la domanda di energia determinano ripercussioni sull'ambiente, particolarmente evidenti quando si tratta di combustibili fossili, che nel processo di combustione rilasciano anidride carbonica; per questo, il maggior uso di risorse rinnovabili appare necessario.

Anche se in Italia continuano a diminuire le emissioni di gas serra (-2 per cento nel 2008 e -9 per cento nel 2009), il conseguimento dell'obiettivo del Protocollo di Kyoto di una riduzione del 6,5 per cento rispetto ai valori del 1990 - che il nostro Paese deve perseguire entro il 2012 - è lontano. Lo stesso vale per quelli enunciati dall'Unione europea, con la strategia integrata in materia di energia e cambiamenti climatici, che prevedono un abbattimento delle emissioni del 30 per cento al 2020 (se altri paesi sviluppati accetteranno di assumersi impegni analoghi) e dell'85 per cento al 2050. L'andamento delle emissioni di gas serra imputabili alle attività produttive mette in luce, comunque, importanti evoluzioni strutturali dell'economia e, nelle singole attività, dell'efficienza energetica e di quella dal punto di vista ambientale (misurata dalle emissioni per unità di input energetico).

Infine, alcuni cambiamenti nella mobilità individuale hanno determinato effetti positivi in termini di sostenibilità ambientale, grazie alla tendenza a preferire mezzi più nuovi e meno inquinanti e alla crescita degli utenti del trasporto pubblico locale. La diffusione di mezzi che garantiscono emissioni inquinanti dei gas di scarico più basse e consumi di carburante ridotti è stata favorita dagli incentivi all'acquisto di vetture nuove.

La portata dello sforzo economico messo in atto sia per soddisfare la domanda corrente di servizi ambientali, sia per affrontare quella futura, attraverso appropriati investimenti, emerge dall'analisi della spesa sostenuta dalle amministrazioni pubbliche per la gestione dei rifiuti, delle acque reflue e delle risorse idriche. La gestione dei servizi idrici urbani (prelievo, trasporto e distribuzione di acqua potabile, raccolta e depurazione delle acque reflue), interessata da significativi cambiamenti normativi, si è evoluta anche nella direzione della tutela ambientale integrale del ciclo delle acque, in termini sia qualitativi sia quantitativi, a vantaggio delle generazioni presenti e future.

4.4.1 Il metabolismo socioeconomico e i flussi materiali

Il fabbisogno di risorse naturali generato dalla produzione e dal consumo degli italiani è soddisfatto solo parzialmente da prelievi diretti dalle risorse naturali italiane. Per il terzo anno consecutivo, nel 2008 questi prelievi di materiali utilizzati sono diminuiti, avvicinandosi ai valori minimi raggiunti negli anni 1985, 1994, 1997 e 2003.

Per quanto riguarda le biomasse, la riduzione conferma una tendenza di lungo periodo al progressivo abbandono delle attività dalle quali esse provengono, in particolare quelle agricole. Più legata al ciclo economico è, invece, la riduzione dell'estrazione interna di minerali non energetici, provenienti per la stragrande maggioranza da cave e scavi, utilizzati prevalentemente nelle costruzioni. Il prelievo di questi materiali comporta danni al paesaggio e pressioni potenziali di vario tipo sull'ecosistema; la loro ricollocazione, in particolare, va a interferire con la biodiversità e i cicli naturali delle acque, contribuendo tra l'altro a disastrose alluvioni.

Sul territorio nazionale vengono effettuati anche prelievi diretti di risorse naturali non valorizzate economicamente, ma strumentali all'accesso ai materiali utili o all'utilizzo dello spazio. I materiali prelevati (residui di piante, scarti di cava e miniera; terra e rocce da scavi per costruzioni) non sono incorporati in prodotti di alcun tipo e solo di recente i loro flussi sono stati valutati statisticamente, pur trattandosi di flussi "nascosti". Anch'essi comportano pressioni sull'ambiente - effettive e potenziali - poiché divengono rifiuti, talvolta pericolosi, nel momento stesso in cui sono sottratti alla natura. Gli andamenti di lungo periodo possono essere ricondotti, per le biomasse, all'affermarsi di colture con maggiori scarti; per i residui minerali, alla progressiva scomparsa delle miniere; per le terre e rocce da scavo alla riduzione delle volumetrie dei nuovi edifici costruiti, al punto che gli ultimi anni mostrano un andamento coerente di questo indicatore con quello dei corrispettivi materiali utilizzati.

Data la scarsa dotazione nazionale di risorse naturali pregiate, quali minerali metalliferi e combustibili fossili, per l'Italia è necessario approvvigionarsi all'estero. Per tali input, l'effetto della crisi economica è stato particolarmente evidente: dopo una crescita ininterrotta dal 1996 (nel 2007 era stato raggiunto il massimo storico di oltre 383 milioni di tonnellate), nel 2008 si registra una secca battuta d'arresto e, per la prima volta dal 1993, un calo contemporaneo delle principali componenti. Particolarmente importante è il caso dei combustibili fossili e dei prodotti derivati, per l'ampiezza dei flussi e per le conseguenze ambientali del loro utilizzo: su questi flussi, che nel complesso superano i 200 milioni di tonnellate annue già dal 2003 e rappresentano oltre il 50 per cento di tutte le importazioni in termini di peso, si fonda, infatti, il "metabolismo della società italiana".

Sulla loro evidente tendenza alla crescita, si innestano fluttuazioni cicliche, che tuttavia, prima della attuale crisi, solo in due occasioni hanno avuto segno negativo: il calo nel 2008 è stato dell'1,9 per cento rispetto all'anno precedente e del 2,1 per cento rispetto al massimo storico raggiunto nel 2006. Una diminuzione ben più pronunciata si era registrata nel 1993 (-4,6 per cento), mentre nel 2001 la riduzione era stata dello 0,5 per cento.

La tendenza alla crescita nell'ultimo decennio delle importazioni in termini fisici è ancor più evidente per i minerali non energetici e i prodotti derivati, che però nel 2008 diminuiscono del 6,8 per cento. Non si tratta tuttavia di un episodio unico: nel 1993 e nel 1996 si erano già registrate flessioni più ampie (rispettivamente del 7,3 e del 9,7 per cento), mentre nel 2002 queste importazioni erano scese del 2,4 per cento. Per quanto riguarda le biomasse, all'effetto della crescita economica sulla domanda di importazioni si aggiunge una tendenza di lungo periodo a rimpiazzare la produzione interna con il ricorso al mercato internazionale. Per quanto riguarda il breve periodo, il calo del 2008 è stato uguale a quello dei minerali non energetici (-6,8 per cento); un calo maggiore si era osservato soltanto nel 1992 (-9,3 per cento). Si nota infine una tendenza di lungo periodo alla crescita anche per la piccola componente dei prodotti altamente elaborati, da associare al generale spostamento verso la fine della filiera produttiva di tutte le importazioni italiane. In questo contesto, la caduta del 13,8 per cento del 2008 è particolarmente vistosa.

Lo spostamento delle importazioni verso la fine della filiera produttiva ha come conseguenza l'aumento dei flussi materiali necessari per la produzione all'estero dei prodotti importati. Tali flussi, anch'essi "nascosti" al pari dei materiali inutilizzati, solo di recente sono diventati oggetto di attenzione da parte della statistica ufficiale. Utilizzati "a monte" per produrre i beni importati, essi costituiscono una sorta di "impronta ecologica" delle importazioni, sia in termini di utilizzo di risorse aggiuntivo rispetto alla materia in queste ultime incorporata, sia in termini di rifiuti ed emissioni generati "a monte". L'analisi del fabbisogno complessivo di flussi materiali, sia visibili sia "nascosti", del sistema socioeconomico italiano mette in luce come nell'ultimo decennio la componente ciclica prevalga sulla tendenza strutturale alla crescita dell'indicatore. Questo, per effetto soprattutto delle componenti interne, sembra aver anticipato la crisi attuale, essendo la flessione del 2008 più pronunciata di quanto non sia avvenuto in concomitanza dei precedenti periodi di rallentamento o caduta dell'attività economica. Andrà verificato su più lunghi periodi di osservazione se all'effetto della crisi si sia sommato in Italia quello, auspicabile, di un tendenziale disaccoppiamento tra il livello dei flussi materiali riconducibili alle attività antropiche e quello di tali attività. L'indicatore relativo al consumo di materiale interno, 38 che comprende tutti i materiali dissipati nell'ambiente naturale del territorio nazionale o accumulati alla fine di ciascun anno in stock antropici, mette in risalto alcuni aspetti fondamentali della movimentazione dei flussi materiali legata al metabolismo del sistema socioeconomico italiano, cioè dei materiali emessi nelle acque o dell'atmosfera, oppure che si trovano alla fine dell'anno incorporati in rifiuti deposti nelle discariche o in infrastrutture ed edifici che modificano il territorio o in altri beni durevoli destinati a diventare rifiuti nell'arco di anni o decenni.

fonte: greenreport.it

Super-bio, multi-bio, ciao ciao bio

Attenti alle multinazionali, stanno imparando la lezione. La Coca Cola si mette a fare i frullati di frutta "naturali" proprio come ha cominciato a fare la Barilla con i frullati del "Mulino Bianco". Se il biologico come noi lo intendiamo, non si dà la famosa mossa che auspichiamo da un paio d'anni ormai, il suo spazio sarà occupato dai colossi dell'alimentazione. Che c'è di sorprendente? Non è forse vero che le grandi catene dei supermercati marchiano con i loro nomi una gamma sempre più grande di prodotti bio? Ed avviene da qualche anno. Dunque, siamo ad un passo da un'ulteriore svolta. E per qualche fornitore in grado di certificare biologico a grandi numeri sarà un affare: niente comunque rispetto all'affare che si presenterà davanti alle multinazionali. Hanno i soldi per promuoversi con marchi appropriati, per trovare spazi sugli scaffali di supermercati e negozi, per convincere ancora di più il consumatore che il biologico fa bene e il loro biologico fa ancora meglio. A quel punto, in questo scenario, per chi resta fuori dal "grande gioco" delle multinazionali e della grandi catene resterà la nicchia dei prodotti del commercio equo e solidale - perché dietro hanno una cultura, un sentimento politico - e al biologico che conosciamo noi in Italia, che si conosce in Grecia, in Spagna, in Tunisia, rimarranno briciole, nicchie piccole per produzioni particolari, per specializzazioni rare.

Per avere prospettive più ampie qual è questa mossa che il settore dovrebbe darsi? Non è una novità. Anche alla recente assemblea in provincia di Modena del CCPB e del Consorzio Il Biologico è stato ricordato quel che c'è da fare: una migliore politica di marca, maggior concentrazione dell'offerta, una politica di filiera vera, un'effettiva disponibilità dei fondi pubblici a favore del sistema produttivo.

Circa quest'ultimo punto c'è attesa per le prossime mosse del neo-ministro Galan che in settimana è tornato a ribadire di essere favorevole alla ricerca scientifica nel settore degli OGM affermando però il giorno dopo che "la biodiversità è uno dei valori cui dobbiamo tenere di più, da promuovere tra le giovani generazioni".

fonte: greenplanet.net

Meno imballaggi e più recupero, l'Italia dona nuova vita al legno

Diminuisce il numero degli imballaggi in legno e aumenta la quantità recuperata, che arriva a quota 60% superando il 55,8% registrato nel 2008. I dati, in riferimento al 2009, sono stati resi noti durante il quarto appuntamento Convegno Nazionale del settore alla Fiera di Milano-Rho, promosso da Rilegno (consorzio nazionale per il coordinamento e la promozione, raccolta, recupero e riciclaggio degli imballaggi in legno) e da Conlegno (Consorzio Servizi Legno-Sughero), a cui hanno preso circa 130 esperti del settore.
Nel particolare Rilegno si occupa, attraverso la stipula di convenzioni con enti pubblici e privati presenti sul territorio, di organizzare il recupero del legno per poi procedere al riuso o al riciclo. Gli accordi ormai ammontano a 325 e coprono il territorio con 4713 comuni affiliati per un totale di 41 milioni di abitanti.
Accanto ai derivati del legno scende anche l’impiego degli altri materiali solitamente utilizzati per la realizzazione di imballaggi come acciaio, alluminio, carta, plastica, vetro con percentuali in continua crescita: le stime del Conai rivelano, per l’anno 2009, la gestione di 1 milione e 531.800 tonnellate di rifiuti legnosi in tutta Italia divisi tra imballaggi il cui 52% (ossia 789.000 tonnellate) avviato al recupero, e mobilio. Al prodotto recuperato si deve poi aggiungere un milione e 267.800 tonnellate di rifiuti recuperati da altri consorzi che, se sommate, rappresentano il 60,6% sul totale dei prodotti immessi sul mercato.
Parte degli imballaggi recuperati vengono avviati al recupero meccanico (un milione di tonnellate nel 2009) nelle industrie del riciclo, dove diventano pannelli truciolati, mentre 206mila tonnellate derivano dalla rigenerazione del pellet, 9000 tonnellate vanno al compostaggio e 55.800 sono destinate al recupero energetico.
I dati presentati hanno quindi rilevato un crescente interesse vero il recupero e il riuso dei materiali rispetto al 2008 segnato anche grazie all’aumento della partecipazione di ben 74 comuni solo nello scorso anno e con un aumento della raccolte che segna un +10% al sud, +5% al nord e +1% al centro.

fonte: rinnovabili.it

Via al terzo condono Berlusconi «Un nuovo regalo alle ecomafie»

Nell'ultima versione della manovra c'è ancora quello che viene definito "condono mascherato": la sanatoria per l'emersione delle case-fantasma si estenderà anche a quegli immobili su cui sono state effettuate variazioni e ampliamenti non denunciati al fisco. I titolari degli immobili "oggetto di interventi edilizi che abbiano determinato una variazione di consistenza ovvero di destinazione non dichiarata in Catasto, sono tenuti a procedere alla presentazione, ai fini fiscali, della relativa dichiarazione di aggiornamento catastale", recita il comma 9 dell'articolo dedicata all'aggiornamento del catasto. Anche in questo caso c'è tempo fino al 31 dicembre di quest'anno per mettersi in regola, altrimenti l'Agenzia del Territorio avvierà gli appositi accertamenti di concerto con i Comuni.
Dopo un lungo tira è molla, dunque, la conferma che il pacchetto del governo contiene anche la sanatoria edilizia. Immediata la protesta delle opposizioni e delle associazioni ambientaliste. “Le ecomafie commosse ringraziano – commentano in una nota Roberto Della Seta e Francesco Ferrante, senatori del Pd – con il condono delle case fantasma potranno essere sanati centinaia di migliaia di abusi edilizi, anche quelli compiuti in aree vincolate e anche quelle che nascono da poderosi interessi speculativi, compreso il business dell’ecomafie”.
Contesta il provvedimento anche Legambiente, che sotolinea come gli ultimi due condoni edilizi abbiano portato nelle casse dello Stato il 50% in meno di quanto previsto, a fronte di un danno enorme e di rischi pesanti per la sicurezza dei cittadini in un paese geologicamente fragile come l’Italia. “A ogni annuncio di sanatoria è seguito un boom di case abusive – spiega il presidente Vittorio Cogliati Dezza – Nel 2003 le nuove abitazioni fuorilegge sono state 40mila, con un incremento della produzione abusiva superiore al 41% tra 2003 e 2001, e nel 1994 furono costruite addirittura 83mila abitazioni. Un prezzo altissimo per il paese. Meglio sarebbe ripristinare l’Ici, il cui importo annuale equivaleva a quanto si prevede di ottenere con questo condono”.

fonte: lanuovaecologia.it

Il salasso del nucleare e la devastazione del petrolio

Il costo delle nuove centrali nucleari è troppo alto. Se si definiscono correttamente i rischi … i numeri semplicemente non tornano”. Un’affermazione che non viene da un analista finanziario. A parlare è J. Wayne Leonard, amministratore delegato di Entergy, il secondo operatore di impianti atomici negli Usa, intervenuto lunedì al Reuters Global Energy Summit. La sua società aveva proposto nel 2008 di realizzare due nuove centrali, ma ha abbandonato il progetto a causa del prezzo esorbitante. E questo malgrado gli incentivi voluti prima da Bush e poi da Obama …
E qualcuno, in malafede, continua a parlare della necessità di costruire nuove centrali nucleari per “abbassare” la bolletta elettrica.

Dal nucleare al petrolio. La BP ha perso in poche settimane l’immagine che il precedente Amministratore Delegato John Browne aveva cercato di accreditare, cambiando il logo della società in “Beyond Petroleum”, lanciando BP Solar, definendo obbiettivi di riduzione delle emissioni di anidride carbonica.
Naturalmente l’incidente alla piattaforma Deepwater Horizon sta comportando e comporterà enormi costi, che solo in parte verranno coperti dalla società. Ma il danno di immagine, anche per il modo in cui si sta gestendo l’incidente, è gravissimo.

I dirigenti se ne stanno rendendo conto in ritardo. È dei giorni scorsi la notizia della decisione della multinazionale di destinare mezzo miliardo di dollari per finanziare una ricerca indipendente per valutare gli impatti ambientali della fuoriuscita di petrolio. Sarà interessante vedere in quali altre forme si cercherà di recuperare credibilità. Non sarà per niente semplice, anche perché negli Usa c’erano già stati gravi incidenti nelle raffinerie.

Sarà necessaria una rivisitazione completa delle attività e della strategia della compagnia. Seguiremo, tra l’altro, i prossimi passi sul versante delle fonti rinnovabili. Negli ultimi due anni BP aveva chiuso o ridimensionato impianti negli Stati Uniti, in Spagna e in Australia, perdendo il ruolo che aveva conquistato di una delle società leader del fotovoltaico.

Ci aspettiamo una forte ripresa di investimenti in questo settore. Ma il futuro delle compagnie petrolifere si presenta sempre più difficile. Con l’avvicinarsi del peak oil aumenta la quota del petrolio non convenzionale prodotto con elevatissimi impatti ambientali e il greggio convenzionale si deve già cercare in aree sempre più problematiche.

fonte: qualenergia.it

SOPPRESSI INAIL,ISPESL E IPSEMA, ARRIVA "POLO SICUREZZA"

Nasce il "Polo della salute e della sicurezza". Lo prevede la manovra economica varata questa sera dal Consiglio dei ministri. Secondo quanto spiegato da fonti ministeriali, si prevede la nascita di un Polo integrato per la salute e la sicurezza nel lavoro, derivante dall'accorpamento di tre enti: Inail (10.848 unità di personale), Ispesl (circa 1200 unità di personale di cui circa 750 ricercatori) e Ipsema (230 unità di personale).

Da un punto di vista organizzativo, l'istituzione di un Ente unico per la salute e la sicurezza nel lavoro, con natura di ente pubblico non economico, con conseguente soppressione degli istituti che in essa confluiscono, si giustifica con l'esigenza di concentrare presso un unico soggetto tutti i compiti relativi alla sicurezza nel lavoro, o per certi versi intimamente connessi, anche in considerazione del fatto che Inail, Ispesl e Ipsema, oltre ad erogare le prestazioni di propria competenza, già esercitano le proprie attività, anche di consulenza, in materia di salute e sicurezza sul lavoro in una logica di sistema con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, il Ministero della Salute, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano.

fonte: ambiente.it

2010, un'annata da record i primi 4 mesi mai così caldi

A NOI italiani sembrerà strano e quasi impossibile, ma a livello planetario il primo quadrimestre del 2010 risulta essere il più caldo da quando si raccolgono dati della temperatura terrestre in modo scientifico, ossia dal 1880 a questa parte. Lo affermano le rilevazione del National Climatic Data Center del Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration). I dati tengono conto delle temperature degli oceani e della terraferma raccolti su tutto il pianeta.

Durante il solo mese di aprile, a livello globale, la temperatura terrestre ha segnato una media di 14,5°C che risulta essere di 0,76°C superiore al periodo considerato. Per l'intero quadrimestre (gennaio-aprile 2010), invece, la temperatura è risultata di 0,69°C superiore al valore medio.

Le aree del pianeta che sono risultate essere particolarmente calde sono quelle del Canada, dell'Alaska, degli Stati Uniti orientali, dell'Australia, dell'Asia meridionale, del nord Africa e del nord della Russia. E' vero comunque che ci sono state anche delle aree che hanno segnato un andamento opposto, come l'Argentina, la Russia orientale la Cina e la Mongolia, dove la temperatura è risultata inferiore alle medie, anche se di poco.

Secondo il Noaa, ad avere un quadrimestre così caldo ha contribuito notevolmente El Nino (la corrente calda che ad intervalli non regolari di anni riscalda una gran parte dell'Oceano Pacifico), che solo ad aprile ha iniziato ad affievolirsi. El Nino aveva contribuito notevolmente a riscaldare l'atmosfera del pianeta anche nel 1997-98, quando poi si registrò l'anno più caldo di sempre, il 1998 appunto.

Ma non è solo l'atmosfera a mostrare record assoluti. Anche dal pianeta dei ghiacci polari la situazione conferma il riscaldamento globale. Se verso gennaio e febbraio infatti, i ghiacci si erano avvicinati per estensione a quelli della media del ventennio che va dal 1970 al 1990, durante il mese di aprile il loro sviluppo è ripiombato ben al di sotto del valore medio. E questo è l'undicesimo anno consecutivo di una simile situazione, anche se l'estensione è ancora notevole essendo seconda solo al 2001.

Mark Serreze del NSIDC (National Snow and Ice Data Center) degli Stati Uniti ha così commentato questa situazione: "L'estensione dei ghiacci al Polo Nord ha raggiunto valori notevoli durante l'inverno solo perché vi sono stati venti molto forti ed estremamente freddi. Ma se si misura lo spessore di tali ghiacci si scopre che essi sono molto sottili, meno di 2 m, e dunque, se l'estate sarà calda, scompariranno molto velocemente".

Cosa aspettarsi per i prossimi mesi? Secondo la Nasa il 2010 potrebbe essere l'anno più caldo di sempre e dunque l'estate prossima potrebbe ricordare molto da vicino quelle del 1998, del 2003 e del 2005.

fonte: repubblica.it

Trote e tinche a rischio così muoiono i nostri fiumi

Una festa triste quella che si celebra in onore della biodiversità, cioè di quella grande ricchezza di forme di vita che la specie umana sta massacrando, spesso senza accorgersene. A livello globale due ecosistemi su tre sono in declino. In Italia non va meglio. È a rischio estinzione il 66 per cento degli uccelli, il 64 per cento dei mammiferi e per i pesci di acqua dolce si arriva a un picco dell'88 per cento. Perché un calo così rapido? Per capirlo il Wwf ha preparato un rapporto che analizza lo stato di salute di 29 fiumi.

Due le risposte che emergono dallo studio. La prima è che la grande riforma del 1989, la creazione delle autorità di bacino invocata per anni da Antonio Cederna, è stata sacrificata in nome del federalismo: la burocrazia delle Regioni ha riacciuffato quello che era stato strappato alla burocrazia dello Stato. La gestione a misura di territorio è stata in buona parte soppiantata dalla gestione in nome di confini formali. La seconda risposta è una diretta conseguenza della prima. Indebolito il controllore, si indeboliscono i controllati.

Qualche esempio. Sul Loreto, in Sicilia, le briglie in cemento continuano a crescere moltiplicando la velocità di scorrimento delle acque, diminuendo la depurazione, indebolendo l'alimentazione delle falde idriche. Sull'Agri, in Basilicata, sono stati contati 74 sbarramenti e 26 depositi di rifiuti. Sull'Adda 15 cave. Sul Piave 12 cantieri di lavorazione della ghiaia in 33 ettari. Sul Volturno sono stati trovati cumuli di eternit, cioè di materiali che contengono amianto (noto cancerogeno).

Nel delta del Po i pesci siluri e gli altri oriundi spinti verso Nord dal cambiamento climatico hanno fatto fuori il 95 per cento dei pesci autoctoni. Nella lista rossa delle specie minacciate sono finiti quasi tutti i pesci di acqua dolce. Su 48 specie solo il cavedano è fuori pericolo. Storione, trota macrostigma, trota marmorata e ghiozzo di ruscello sono quasi spariti; anguilla e tinca sono a rischio in molti fiumi.

«Ma ci sono anche aree che vanno in controtendenza», aggiunge Andrea Agapito, responsabile acque del Wwf. «Sul Tagliamento è stato bloccato un progetto che prevedeva l'aumento delle casse artificiali di contenimento delle acque. Sul Po, in provincia di Alessandria e di Mantova, si cominciano a fare i primi passi in direzione della rinaturalizzazione, cioè di un ripristino delle difese naturali del fiume costituite dagli alberi e dalle zone di espansione naturale durante le piene».

«La situazione italiana è difficile, anche se partiamo da un patrimonio eccezionale, il più ricco d'Europa», osserva il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo. «Ora dobbiamo cambiare passo. Per la difesa della biodiversità serve una regia unica, bisogna coinvolgere tutte le competenze e porre il tema come elemento centrale nelle strategie del Paese».

fonte: repubblica.it

Obama, mai più rischi "Trivellazioni solo sicure"

Nuove trivellazioni per la ricerca di petrolio in mare in futuro dovranno essere permesse solo se sarà garantito che non potranno provocare disastri ambientali. Lo ha affermato il presidente americano Barack Obama nel suo discorso settimanale via radio e internet. Parole che risuonano nella nazione mentre il greggio continua a fuoriuscire dalle falle sottomarine apertesi a fine aprile per l'affondamento di una piattaforma 1 della British Petroleum nel golfo del Messico.

"Se le leggi che abbiamo non sono adeguate, o se non le abbiamo attuate, io lo voglio sapere - ha detto Obama -. Voglio sapere cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato nella nostra risposta al disastro", ha aggiunto il presidente, sottolineando la necessità di fare "molto di più per proteggere la salute e l'incolumità della nostra gente, salvaguardare la qualità della nostra aria e dell'acqua" e verificare "come operano le industrie petrolifera e del gas e come ne regoliamo" le attività.

Obama ha quindi ufficializzato la nascita della commissione che dovrà far luce sul disastro ambientale nel Golfo del Messico. Lo scopo dell'organismo bipartisan è "di analizzare le cause all'origine del disastro e di offrire opzioni sul tipo di misure a tutela della sicurezza e dell'ambiente che dobbiamo adottare per evitare il ripetersi di un simile disastro".

Come anticipato da Cnn, la commissione è presieduta dal senatore democratico Bob Graham, ex governatore della Florida, e dal repubblicano William Reilly (nella foto), ex numero uno dell'Environmental Protection Agency (Epa, l'equivalente del nostro ministero dell'ambiente). Scelti a Obama per la loro "grande esperienza" e "capacità di giudizio". "Nei giorni a venire nominerò per la commissione altri cinque americani, tra scienziati, ingegneri e attivisti del settore dell'ambiente - ha aggiunto Obama -. E li incaricherò di riferire tra sei mesi fornendo raccomandazioni su come prevenire e mitigare l'impatto di eventuali perdite di petrolio causate da prospezioni in mare". La commissione - è una delle ipotesi fatte da Cnn - potebbe arrivare alla messa al bando della Bp, col conseguente allontanamento della compagnia da tutti i giacimenti petroliferi federali Usa.

Dopo il fallimento delle cupole in acciaio 2, la multinazionale inglese del petrolio tenterà di tappare le falle con un tappo di cemento la prossima settimana, in ulteriore ritardo rispetto alle previsioni. Nella migliore delle ipotesi, l'operazione comincerà martedi. E saranno giorni in cui la Bp dovrà continuare a rispondere 3 alle tante accuse che le vengono mosse, dalla mancata trasparenza nelle operazioni di recupero al conflitto di interesse generato dal fatto che alcuni laboratori di analisi sono legati alle compagnie petrolifere.

fonte: repubblica.it

Marea nera, la Bp avvia l'operazione "Top kill" per tappare la falla

Via libera dalla Guardia costiera americana alla British Petroleum per avviare il cosiddetto 'top kill' (l'immissione di liquido denso e di cemento) per bloccare la fuoriuscita di greggio dal pozzo petrolifero danneggiato nel Golfo del Messico. Il contrammiraglio Mary Landry, comandante di tutte le operazioni nel Golfo del Messico, ha dato «l'autorizzazione finale necessaria per iniziare la procedura». Il segretario all'Interno Ken Salazar ha annunciato che le operazioni sono iniziate: non è chiaro quanto dureranno, se diverse ore o più giorni. Secondo gli esperti della Bp, il tentativo ha il 60-70% di speranze di farcela. In caso contrario, se la valvola fosse danneggiata (un fatto che non si può escludere vista la pressione), la marea nera potrebbe essere peggiore di prima. Lo stesso presidente americano, Barack Obama, ha affermato che non ci sono garanzie che il tentativo funzioni.

MAREA NERA - La situazione continua insomma a impensierire la Casa Bianca. Tanto che lo stesso Obama si sarebbe espresso in privato con un duro «tappate quel maledetto buco». Il leader Usa venerdì effettuerà la sua seconda visita in Louisiana per valutare nuovamente i danni del disastro.

PIATTAFORMA - Nel frattempo la Bp ha fatto trapelare alla commissione di indagine del Congresso americano la notizia che, a partire da 51 minuti prima dell'incidente che ha provocato anche undici morti, c'erano state tre segnalazioni di allarme. I tre segnali riguardavano una pressione abnorme (98 kg per centimetro quadro) a fondo pozzo. Ma anche nelle ore precedenti all'esplosione si erano verificati alcuni problemi (perdite di liquido) in una valvola che doveva impedire l'eruzione del greggio fuori dal pozzo.

TRIVELLAZIONI - Secondo alcuni documenti di cui è venuto in possesso il Washington Post, l'agenzia federale che regola e controlla le trivellazioni off-shore negli Stati Uniti ignorò a più riprese gli avvertimenti sui rischi ambientali nel Golfo del Messico lanciati dai consulenti scientifici del governo Usa. Funzionari del Minerals Management Service (Mms) avrebbero aggirato alcune procedure e falsificato documentazioni pur di rispettare le scadenze federali per la concessione delle licenze e riscuotere gli incentivi, sia sotto l'amministrazione Bush che quella Obama. Furono allentati i criteri per la concessione delle licenze previsti dalla legislazione americana a tutela dell'ambiente marino. Per le trivellazioni nel Golfo del Messico e in Alaska, l'Mms chiese di non essere troppo scrupolosi nelle ispezioni per non far slittare il via libera e a nulla valsero le obiezioni sollevate da altre agenzie federali.

ALASKA - Ma per la British Petroleum i guai non finiscono qui. Dopo l'affondamento della piattaforma Deepwater Horizon e la conseguente marea nera di petrolio nel Golfo del Messico, un oleodotto in Alaska è stato chiuso in seguito a una perdita di greggio dovuta ad alcuni inconvenienti tecnici. La decisione è stata presa dopo che migliaia di barili di petrolio si sono riversati in un contenitore di emergenza durante un test dei comandi anti-incendio alla stazione di pompaggio numero 9, situata a circa 160 chilometri a sud di Fairbanks.

fonte: corriere.it

sabato 22 maggio 2010

Come ti 'socializzo' i danni da petrolio e da nucleare

Il petrolio come il nucleare: se le rispettive industrie dovessero essere tenute a rispondere degli eventuali danni provocati non potrebbero esistere in un mercato liberalizzato. Ecco che, come capita nel nostro sistema economico di stampo liberista, ma solo a metà, si socializzano costi ambientali e perdite economiche, mentre i profitti restano privati. Nasce dal disastro della piattaforma BP nel Golfo del Messico una riflessione sull’economia delle fonti sporche che questa settimana vediamo sviluppata da diversi editorialisti di matrice ambientalista.

Al momento, come sappiamo, per i danni enormi provocati dal greggio che continua a fuoriuscire e che ha raggiunto le coste della Louisiana, BP sarà tenuta a pagare solo 75 milioni di dollari, il tetto massimo di risarcimento per le compagnie petrolifere per la legge Usa. “Una cifra che secondo ogni calcolo coprirebbe a stento i danni causati nella sola prima ora dalla perdita”, commenta Harvey Wasserman su The Huffington Post.
I tentativi in questi giorni di innalzare il risarcimento massimo a carico dei petrolieri, portandolo a 10 miliardi di dollari, d’altra parte, sono stati bloccati da senatori repubblicani al soldo delle compagnie (Lisa Murkowski (R-Alaska) finanziata dall’industria del petrolio e del gas per 225 ila dollari negli ultimi 5 anni e James Inhofe (R-Oklahoma), pagato 564mila dollari.

L’argomento principale contro l’innalzamento dei risarcimenti è che questo avrebbe spinto le compagnie più piccole fuori dal mercato delle trivellazioni off-shore. “Ma se non possono permettersi di assicurarsi contro un danno che possono provocare, perché dovrebbe essere permesso loro di trivellare?”, si chiede David Roberts su Grist.org. L’opposizione all’innalzamento a 10 miliardi del tetto, anch'essa una cifra insufficiente a risarcire dei danni che si stanno verificando in Louisiana – continua - fa capire che neanche i grandi come BP sarebbero in grado di pagare per i disastri che possono provocare.

Il rischio potenziale nelle trivellazioni off-shore è infatti così grande che nessuna compagnia privata potrebbe assumerselo. Allora ecco che arrivano in soccorso i soldi dei contribuenti, come si verificherà per quelli americani a causa della marea nera del Golfo del Messico.
Altra industria che non potrebbe sopravvivere senza socializzare i possibili rischi è quella nucleare. In India per far costruire nuove centrali si sta spingendo per una legge che deresponsabilizza i costruttori e fissa un risarcimento massimo di 450 milioni di dollari (Qualenergia.it, Il nucleare? Una catastrofe economica); negli Usa la cifra massima che le aziende devono pagare in caso incidente è di 11 miliardi di dollari. Non occorre dilungarsi per capire che si parla di somme irrisorie rispetto ai possibili danni di un incidente nucleare: Chernobyl, secondo lo studio pubblicato a dicembre scorso dalla New York Academy of Sciences, ha fatto 985mila morti (ma da qui al 2056 dovremmo attendercene altri centinaia di migliaia, per la sola Italia la stima è di circa tremila) e solo in Bielorussia e in Ucraina si sono avuti danni per 500 miliardi di dollari.

Un’industria con rischi tali evidentemente non può farsene carico da sola come dovrebbe avvenire in una situazione di libero mercato, e così governi e industria si accordano per scaricare i rischi sul pubblico. “C’è un nome per i sistemi politici in cui governo e industria si accordano per far guadagnare i detentori del capitale a spese del pubblico: corporativismo”, denuncia Roberts su Grist.org. E continua citando Amory Lovins e la sua visione di un sistema basato su fonti rinnovabili e generazione distribuita come opposto ad uno, quello che ha per protagonisti fossili e nucleare, costruito su di una visione gigantistica e centralistica della produzione di energia.

“Il rischio di perdite (di petrolio, ndr) catastrofiche non può essere eliminato, e non può essere sostenuto tramite polizze assicurative dell’industria privata. È parte integrante del modello che sia il pubblico a farsi carico dei rischi. Un sistema basato sulle rinnovabili, al contrario, è esente da tali rischi. È più garantito a fronte di imprevisti mentre rischi e ricompense sono interamente a carico degli attori privati in un mercato competitivo. In ultima analisi è più democratico: non distribuisce solo la produzione di energia, distribuisce anche il potere socio-economico.”
Ma, conclude “anche se (il modello basato su rinnovabili e generazione distribuita, ndr) porta più benefici alla società, il gigantismo è più prezioso per le élites politiche ed economiche. Concentra il potere energetico nelle loro mani”. Niente di nuovo sotto il sole, ma è sempre bene ricordarlo.

fonte: qualenergia.it

STRESS DA LAVOPRO; UN TEST PER TUTTI

In piena estate (il 1° agosto per l'esattezza) diverrà operativo l'obbligo di valutare i rischi da stress lavoro-correlato. I datori di lavoro devono prepararsi, per tempo, alla scadenza. La novità, dimenticata da molti, presenta una complessità che sta "sfuggendo" alla maggior parte dei soggetti interessati. Lo stress lavorativo s'inserisce nel quadro del decreto sulla sicurezza, testo che, ponendo una nozione di salute lavorativa comprensiva del benessere sociale sul lavoro evidenzia, implicitamente, l'importanza giuridica di una particolare attenzione datoriale rispetto a quel tipo di stress. L'articolo 28 comma 2 del Testo unico (Dlgs n. 81/2008) cita, espressamente, lo "stress lavoro-correlato", imponendo una specifica valutazione di rischi. Un primo problema in materia è che la disposizione non dà, però, ulteriori informazioni. La norma, piuttosto, rinvia, per i "contenuti»" a uno specifico accordo europeo del 2004, firmato da varie associazioni europee di datori e di organizzazioni sindacali di lavoratori, testo, che data la sua natura, individua un quadro d'intenti, ma non dà, ai singoli datori, esaustive indicazioni di ordine tecnico.

Il documento, comunque, segnala che lo stress lavoro-correlato è "una condizione che può essere accompagnata da disturbi o disfunzioni di natura fisica, psicologica o sociale" e che esso è "conseguenza del fatto che taluni individui non si sentono in grado di corrispondere alle richieste o alle aspettative riposte in loro". Non si tratta, però, di una vera e propria nozione, che sarebbe stata, invece, utile per costruire l'"impalcatura" valutativa. Su questa tipologia di stress, tuttavia, la "Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro", prevista all'articolo 6 del Dlgs n. 81 dovrebbe fornire, secondo quanto previsto dal comma 1- bis dell'articolo 28, delle indicazioni. Ulteriore problema in materia è che esse, al momento, mancano. Per avere elementi utili, nel frattempo, datori e loro staff, pertanto, devono fare affidamento solo su guide e su altri documenti elaborati da vari soggetti pubblici e privati.

In questa situazione d'incertezza qualche punto fermo giuridico è, comunque, individuabile. Innanzitutto, l'obbligo in esame fa parte del più generale obbligo di valutazione di "tutti i rischi" di cui all'articolo 28 del Dlgs n. 81/2008 e, perciò, richiede di procedere all'elaborazione di un documento secondo i canoni di contenuto individuati dal comma 2 di quell'articolo. Così, per realizzare, compiutamente, il proprio «dover fare» il datore dovrà provvedere a integrare il documento valutativo (di cui agli articoli 17 e 28, comma 1, del Dlgs n. 81/2008), già predisposto o a produrre un ulteriore documento aggiuntivo sullo stress lavoro correlato, ma avente le stesse caratteristiche dell'altro più generale.

In ogni caso, il documento relativo allo stress lavorativo dovrà contenere, sulla base del comma 2 dell'articolo 28:
- il programma delle misure di miglioramento della condizione individuale rispetto allo stress;
- i ruoli dell'organizzazione aziendale che debbono provvedere;
- l'individuazione delle procedure organizzative per l'attuazione delle misure da realizzare.
È da ritenere, peraltro, che i datori che impiegano fino a 10 lavoratori potranno utilizzare, (dal 1° agosto 2010) fino al 30 giugno 2012, l'autocertificazione sulla valutazione, fruendo, anche in ordine alla valutazione qui in esame e con opportuna integrazione, della modalità generale prevista dall'articolo 29 comma 5 del Dlgs n. 81/2008, In una fase in cui in cui molte aziende sono in crisi, l'obbligo di valutare lo stress può apparire, a taluni, fuori luogo. È da ritenere, ragionevolmente, che non sia così. La valutazione, infatti, non presenta un costo significativo, ma richiede piuttosto di mobilitare competenze spesso presenti in azienda e, al massimo, di integrarle con un esborso molto limitato. Inoltre, migliorare i "fondamentali" della propria azienda, cioè, in questo caso, la condizione individuale e sociale degli uomini e delle donne che lavorano in essa, rappresenta a ben vedere, per ogni datore lungimirante, un valido investimento.

fonte: ambiente.it

Trote e tinche a rischio così muionono i nostri fiumi

Una festa triste quella che si celebra oggi in onore della biodiversità, cioè di quella grande ricchezza di forme di vita che la specie umana sta massacrando, spesso senza accorgersene. A livello globale due ecosistemi su tre sono in declino. In Italia non va meglio. È a rischio estinzione il 66 per cento degli uccelli, il 64 per cento dei mammiferi e per i pesci di acqua dolce si arriva a un picco dell'88 per cento. Perché un calo così rapido? Per capirlo il Wwf ha preparato un rapporto che analizza lo stato di salute di 29 fiumi.

Due le risposte che emergono dallo studio. La prima è che la grande riforma del 1989, la creazione delle autorità di bacino invocata per anni da Antonio Cederna, è stata sacrificata in nome del federalismo: la burocrazia delle Regioni ha riacciuffato quello che era stato strappato alla burocrazia dello Stato. La gestione a misura di territorio è stata in buona parte soppiantata dalla gestione in nome di confini formali. La seconda risposta è una diretta conseguenza della prima. Indebolito il controllore, si indeboliscono i controllati.

Qualche esempio. Sul Loreto, in Sicilia, le briglie in cemento continuano a crescere moltiplicando la velocità di scorrimento delle acque, diminuendo la depurazione, indebolendo l'alimentazione delle falde idriche. Sull'Agri, in Basilicata, sono stati contati 74 sbarramenti e 26 depositi di rifiuti. Sull'Adda 15 cave. Sul Piave 12 cantieri di lavorazione della ghiaia in 33 ettari. Sul Volturno sono stati trovati cumuli di eternit, cioè di materiali che contengono amianto (noto cancerogeno).

Nel delta del Po i pesci siluri e gli altri oriundi spinti verso Nord dal cambiamento climatico hanno fatto fuori il 95 per cento dei pesci autoctoni. Nella lista rossa delle specie minacciate sono finiti quasi tutti i pesci di acqua dolce. Su 48 specie solo il cavedano è fuori pericolo. Storione, trota macrostigma, trota marmorata e ghiozzo di ruscello sono quasi spariti; anguilla e tinca sono a rischio in molti fiumi.

«Ma ci sono anche aree che vanno in controtendenza», aggiunge Andrea Agapito, responsabile acque del Wwf. «Sul Tagliamento è stato bloccato un progetto che prevedeva l'aumento delle casse artificiali di contenimento delle acque. Sul Po, in provincia di Alessandria e di Mantova, si cominciano a fare i primi passi in direzione della rinaturalizzazione, cioè di un ripristino delle difese naturali del fiume costituite dagli alberi e dalle zone di espansione naturale durante le piene».

«La situazione italiana è difficile, anche se partiamo da un patrimonio eccezionale, il più ricco d'Europa», osserva il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo. «Ora dobbiamo cambiare passo. Per la difesa della biodiversità serve una regia unica, bisogna coinvolgere tutte le competenze e porre il tema come elemento centrale nelle strategie del Paese»

fonte: repubblica.it

Rifiuti elettronici: le nuove regole

Il telefonino si è rotto. Dove si butta? E qual è il sacco giusto per le macchinine radiocomandate, per l'Ipod e per la lampadina ad alta efficienza? Forse il sacco «resto», quello dei rifiuti non riciclabili? Risposta sbagliata. Il posto giusto per la spazzatura elettronica, cioè i rifiuti da apparecchiature elettriche e elettroniche, a oggi è solo l'ecocentro comunale. Il 18 giugno, però, un decreto legge cambierà tutto.

«UNO CONTRO UNO» – Gli addetti ai lavori hanno soprannominato così il decreto ministeriale numero 65 del 2010, che stabilisce le novità sia per i clienti che per i venditori dei negozi di elettronica. Dal 18 giugno, chi dovrà cambiare il televisore (oppure il frigorifero, la lavastoviglie, il cellulare, il ferro da stiro, il dvd, e decine di altri prodotti elencati a questo link) non dovrà più portarli a proprie spese all'isola ecologica. La vecchia tv sarà ritirata gratuitamente dal negozio dove si acquisterà quella nuova. Quello che fino a oggi era un servizio offerto a pagamento diventa per legge un obbligo per i negozianti, perfino per chi vende online. La spazzatura elettronica sarà poi consegnata ai consorzi di riciclo, che l'anno scorso hanno raccolto 193milioni di rifiuti elettrici. L'entrata in vigore del decreto «Uno contro uno» permetterà di recuperare anche i materiali degli apparecchi della «piccola elettronica», che finora sfuggivano alla raccolta differenziata, finendo quasi sempre per essere buttati nel sacco resto. Dei 193 milioni di rifiuti ritirati, infatti, solo 30 milioni 662 mila sono piccoli apparecchi. La parte del leone la fanno lavatrici, frigoriferi e tv, che insieme raggiungono i 160 milioni di pezzi. Fanalino di coda le lampadine a alto rendimento: l'anno scorso ne sono state raccolte solo 652 mila, eppure, essendo apparecchi che utilizzano il mercurio, metallo molto pericoloso sia per l'ambiente che per la salute umana, è fondamentale che siano portate agli ecocentri, oppure consegnate ai negozi, come appunto prevede il decreto.

LA TV DIVENTA UNA PIASTRELLA – Quello del televisore è forse il caso più virtuoso nell'ambito del riciclo della spazzatura elettronica in Italia. Nel 2009 sono stati venduti circa 7 milioni di televisori, per un totale di circa 80 mila tonnellate di apparecchi. I consorzi di riciclo ne hanno ritirato il 78 per cento, vale a dire che su 100 chili venduti, 78 sono stati recuperati. Un ottimo risultato, che addirittura anticipa il target europeo da raggiungere entro il 2016, che fissa la percentuale al 65 per cento. «Nel 2009 un'azienda di Bologna, il Gruppo Concorde ha realizzato una linea di piastrelle utilizzando il vetro estratto dai vecchi televisori e riuscendo così anche a ottenere un finanziamento dall'Unione Europea» spiega Danilo Bonato, direttore del sistema collettivo «Re.media». Il vetro in questo caso ha sostituito in parte l'impasto del «feld spato», argilla ottenuta tramite escavazioni.

ORO NEL TELEFONINO – Dall'eccellenza alla nicchia: su 100 chili di piccoli rifiuti meno del 10 per cento viene recuperato. Eppure, i cellulari, i notebook e mille altri piccoli prodotti offrono nuovi scenari nella potenzialità del riciclo. Questi apparecchi contengono metalli preziosi, come oro, argento, platino, palladio. Uno studio dell'Istituto per le tecnologie ambientali di Berlino, presentato giovedì all'Ecoforum Raee organizzato dal Consorzio Ecoqual’It, da Tecnoimprese e dalla rivista Ecofocus, rivela che con la tecnologia odierna i tre quarti della quantità di oro e palladio potenzialmente recuperabili finiscono per essere buttati via, persi nei filtri, oppure mischiati ad altri metalli perché i magneti che li estraggono non distinguono, ad esempio, tra oro e ferro. Riuscire a estrarre oro e platino permetterebbe un guadagno di 770 euro a tonnellata di rifiuti. Per farlo occorre affinare le tecnologie di riciclo, usando non dei robot ma operai super specializzati. «Per un “sorting” così preciso forse l'automazione estremizzata non è la risposta giusta» spiega Bonato.

LAMPADINE, EFFICIENTI MA PERICOLOSE– Il mondo dell'illuminazione sta cambiando. La lampadina inventata da Edison, quella col filamento, entro il 2016 sarà fuori commercio. Oggi si va verso il massiccio utilizzo delle lampadine a alta efficienza, l'80 per cento delle quali viene prodotto in Cina. Efficienti lo sono senza dubbio, dato che consumano un quinto rispetto a quelle tradizionali. Tuttavia, contengono mercurio, metallo pericoloso per la salute. Per questo, in caso di rottura dell'involucro, gli esperti consigliano di allontanarsi, di non toccare i pezzi a mani nude e di aerare il locale per circa mezz'ora, dato che il mercurio è un elemento volatile e si diffonde nell'aria. Queste lampadine sono assimilate ai rifiuti elettronici. Quando sono esauste, vanno portate all'ecocentro della propria città, che dovrebbe possedere contenitori adeguati. Oppure, dopo il 18 giugno, potranno essere consegnate ai negozi, acquistandone delle nuove come prevede il decreto «Uno contro uno». «Oggi il riciclo di queste lampadine coinvolge soprattutto il vetro – spiega Giancarlo Dezio, direttore generale di Ecolight - Il mercurio estratto viene poi riutilizzato per altri fini, ma non per produrre altre lampadine: servirebbero quantitativi più elevati e concentrazioni adeguate». Il primo obiettivo, tuttavia, sia dell'Unione Europea che dei consorzi di smaltimento, è di evitare la dispersione di mercurio nell'ambiente, in attesa della nuova generazione di lampade, quelle a led, un diodo che produce energia senza bisogno di un metallo pericoloso come il mercurio.

fonte: corriere.it

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Passatempo Preistorico

Moonstone Madness

Pronti a partire, pronti per distruggere tutto? Bene, allora fate un salto indietro nell'era preistorica e immergetevi in questa nuova avventura dal gusto tribale. A bordo del vostro cinghiale dovrete raccogliere le gemme preziose necessarie per passare alle missioni successive, saltando gli ostacoli se non volete perdere il vostro bottino e distruggendo i totem a testate per conquistare altre gemme utili. Inoltre, una magica piuma vi catapulterà verso il cielo dove punti e gemme preziose sono presenti in gran quantità, per cui approfittatene! cercate di completare la missione entro il tempo limite, utilizzando le FRECCE direzionali per muovervi, abbassarvi e saltare, e la SPACEBAR per prendere a testate i totem.

Change.org|Start Petition

Blog Action Day 2009

24 October 2009 INTERNATIONAL DAY OF CLIMATE ACTION

Parco Sempione - Ecopass 2008