martedì 31 marzo 2009

Effetto serra? Non esiste Pdl all'attacco di Kyoto e Ue

I cambiamenti climatici non esistono. E se esistessero farebbero un gran bene. Parola di Pdl. Non è una barzelletta. E' una mozione che porta, tra le varie firme di esponenti della maggioranza, anche quelle di Dell'Utri, Nania e Poli Bortone. In polemica con la Commissione europea che dà "per scontata l'attribuzione della responsabilità del riscaldamento globale in atto da circa un secolo nell'atmosfera terrestre all'emissione dei gas serra antropogenici", i parlamentari del centrodestra professano senza esitazione la loro fede scettica. Sostengono che "una parte consistente e sempre più crescente di scienziati studiosi del clima non crede che la causa principale del peraltro modesto riscaldamento dell'atmosfera terrestre al suolo finora osservato (compreso fra 0,7 e 0,8 gradi centigradi) sia da attribuire prioritariamente ed esclusivamente all'anidride carbonica di emissione antropica".

E se invece il mutamento climatico fosse veramente in atto? Niente paura - si legge nella mozione che verrà discussa giovedì in Senato - sarebbe una gran bella cosa: "Se pure vi fosse a seguito dell'aumento della concentrazione dell'anidride carbonica nell'atmosfera un aumento della temperatura terrestre al suolo, i conseguenti danni all'ambiente, all'economia e all'incolumità degli abitanti del pianeta sarebbero molto inferiori a quelli previsti nel citato Rapporto Stern e addirittura al contrario maggiori potrebbero essere i benefici".

Non è puro amore del paradosso. Nel mirino ci sono, ancora una volta, gli accordi di Kyoto e l'impegno dell'Unione europea ad arrivare agli obiettivi del 20 - 20 -20, cioè a far correre la macchina dell'industria europea per renderla in tempi rapidi più competitiva sul mercato internazionale aumentando l'efficienza e diminuendo la dipendenza dai combustibili fossili: "Gli obiettivi intermedi e le relative sanzioni introdotte dal cosiddetto Protocollo di Kyoto e dal cosiddetto Accordo 20-20-20 si muovono in antitesi alla dinamica degli investimenti in ricerca".

Al testo presentato dalla maggioranza verrà contrapposta una mozione dell'opposizione. "Quelle della maggioranza sono affermazioni che fanno a pugni con il consenso scientifico e politico maturato in tutta Europa sui mutamenti climatici e danno la misura della marginalità del governo italiano rispetto al modo in cui i principali paesi industrializzati stanno organizzandosi per rispondere alle due crisi che si intrecciano: la crisi economica e la crisi climatica", commenta Roberto Della Seta, capogruppo pd in commissione Ambiente.

fonte: repubblica.it

Ocse: la recessione spingerà il Pil a -4,3%

La recessione nel 2009 in Italia porterà il Pil ad una flessione del 4,3% a causa del calo degli investimenti, della contrazione del mercato delle esportazioni e dell'incertezza che frena la spesa dei consumatori. È quanto scrive l'Ocse nel suo rapporto di marzo, secondo il quale la struttura dell'economia italiana e la sua specializzazione nell'export di beni di lusso, la «espongono alla piena forza della recessione in altri Paesi». La previsione è comunque in linea con il -4,3% stimato per l'area Ocse, contro un calo medio del 4,1% dell'area Euro.

ECCEZIONALE GRADO DI DEBOLEZZA - Nel rapporto di marzo, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico spiega che l'eccezionale grado di debolezza emerso nelle economie, con tassi di disoccupazione sopra il 10% negli Usa e l'area Euro «porterà a livelli di inflazione vicini a zero in alcuni Paesi e alcuni vedranno dei livelli di prezzi in calo». Le previsioni, spiega l'Ocse, sono condizionate alla fine degli stress nel mercato finanziario. Il rischio maggiore è che l'indebolimento dell'economia reale possa ulteriormente colpire le istituzioni finanziarie e che le misure prese dai governi si rilevino insufficienti per ristabilire la stabilità e la fiducia mentre un'altra area di rischio è quella della tenuta dei paesi del Centro ed Est Europa.

«SOSTEGNO AI DISOCCUPATI» - Quanto all'Italia, poi, l'Ocse, sottolinea la necessità di rifocalizzare la spesa «per allargare il supporto ai disoccupati e le loro famiglie» che «sarà più efficace degli aiuti ai settori industriali o degli sforzi per dirigere il prestito bancario». Per l'Organizzazione il tasso di disoccupazione nel 2009 passerà dal 6,8 al 9,2% per arrivare al 10,7% nel 2010. Secondo l'Ocse, inoltre, «ci sono limiti alle misure fiscali» dell'Italia, e «con un alto debito pubblico e un mercato» dei titoli di stato nervoso «non molto di più può essere fatto». A giudizio dell'Organizzazione, quindi, il governo avrà bisogno di focalizzarsi sulle misure volte al consolidamento del bilancio nel lungo termine, «come ad esempio accelerare o estendere la riforma delle pensioni o migliorare l'efficienza della pubblica amministrazione».

fonte: corriere.it

E´ l´ecologia, stupido!

Il concetto più ovvio dell’economia ecologica è che… l´ecologia viene prima dell’economia. «Ad esempio - spiega Joshua Farley, economista dell’Università del Vermont - senza ecosistemi sani che regolano il clima e la pioggia e forniscono l’habitat per gli impollinatori, l´agricoltura collasserebbe». Cosa che renderebbe difficile vendere le macchine.

In altre parole lui dice che «abbiamo bisogno di produzione economica per sopravvivere, ma abbiamo bisogno anche di ecosistemi sani e del servizio che ci forniscono». No api, no cibo, no trasporto al negozio.

Questa logica potrebbe sembrare ovvia, ma secondo gli economisti ecologici - come Farley e la dottoressa Rachael Beddoe e i loro colleghi della Uvm institute for ecological gund economia – la corrente principale del pensiero economico ha una formula opposta. Lascia che l´economia cresca di continuo, è l´argomento che va per la maggiore, e avremo il tempo e le risorse per prenderci cura dell´ambiente; lasciate che il mercato dia un prezzo alla conservazione degli ecosistemi e si prenderà cura di essi.

Farley e Beddoe sono autori di due nuovi documenti - uno pubblicato nel Proceedings of the national academy of sciences, l´altro sulla rivista Conservation biology – che prendono di mira queste ortodossia economica.

Un mondo pieno

Vi sono abbondanti prove del fatto che «una ulteriore crescita materiale non contribuisca in maniera significativa al miglioramento della qualità della vita», scrivono Beddoe e il suo co-autore nell’edizione del 24 febbraio del Pnas4.

Tuttavia, le nostre istituzioni e industrie corrono «come un treno» afferma Beddoe, spingendo per una maggiore e maggiore produzione di materiale e di consumo. Sono guidati da un presupposto di base di visione del mondo che assume la crescita come sinonimo di progresso.

Ma un pianeta finito non può sostenere la crescita senza fine – se avete dubbi, rileggetevi la prima legge della termodinamica - e il risultato degli sforzi per inseguire la crescita – sostiene il documento - non è una maggiore felicità, ma l´accelerazione dei cambiamenti climatici, l´esaurimento del suolo, la diminuzione delle risorse energetiche, e la perdita di specie, cose che minacciano la base della civiltà.

Anche se i titoli (dei giornali) sono pieni di preoccupazione per un contratto di credit crunch, scrivono i due autori, «l´attuale crisi finanziaria impallidisce in confronto alla crisi della biofisica».

Quindi, cosa c´è da fare?

Ricordate i poveri Accadici. Studiate le foreste della Nuova Guinea. Immaginate una nuova cultura fondata sulla qualità della vita e non sulla crescita economica.

Questo è ovviamente una giusta sintesi di questo articolo, scritto a più mani da Beddoe, Farley, Gund istitut diretto da Robert Costanza, studenti in vista della Norman Myers, e altri otto membri di una corso della Uvm della primavera del 2008, intitolato «Il superamento degli ostacoli istituzionali verso la Sostenibilità».

«Ci troviamo di fronte a una crisi globale che richiede che noi cambiamo le prospettive del mondo, delle istituzioni e delle tecnologie – il nostro sociologico "regime" - in uno strada integrata», dice Beddoe. In altre parole, la minaccia più profonda non è il fallimento delle banche, ma il fallimento delle credenze - e le modalità che tali credenze formano nelle nostre istituzioni.

Nei primi anni della rivoluzione industriale il mondo era ancora in gran parte disabitato. In questo "vuoto" aveva un senso espandere il nostro consumo di risorse naturali e ignorare gli abbondanti servizi - come l´aria pulita e l’acqua - forniti da ecosistemi. Ma ora, sostiene il documento, il mondo è "pieno", e gli sforzi per aumentare la crescita materiale non sono più una strada per la felicità, ma sono diventati un blocco stradale per la qualità della vita nella maggior parte dei luoghi nel mondo. La continua crescita materiale diminuisce la capacità degli ecosistemi di fornire il supporto alla vita che produce una significativa ricchezza monetaria.

«E´ un pazzo, inadatto sistema», dice Beddoe, «ma siamo così abituati ad esso che ci sembra ragionevole».

Vecchia Akkad o Nuova Guinea come soluzione, gli autori propongono una sorta di evoluzione programmata - per scongiurare il crollo della civiltà caotica che Jared Diamond e altri storici hanno descritto essere avvenuta in passato alle società che hanno raggiunto i limiti ambientali. Come appunto gli accadici.

Nel terzo millennio a.c., gli accadici hanno costruito un potente impero da una sponda dell’Eufrate fino al Golfo Persico. Poi, circa 4180 anni fa, il clima è improvvisamente cambiato e diventato siccitoso. Gli accadici - come gli abitanti dell’isola di Pasqua, i maya, i groenlandesi e gli anasai, molte civiltà ormai scomparse - apparentemente non hanno potuto adeguarsi alle nuove condizioni e sono crollati.

«Quello che possiamo imparare dalla storia è che i declini della civiltà non sono semplicemente il risultato di un ambiente fragile», dice Beddoe «piuttosto, il declino è legato a un fragile ´regime socio-ecologico,´ o dalla risposta che una società è in grado di dare alla crisi ecologica».

E che dire oggi, dell´economia globale? «Una transizione avverrà in ogni caso e sarà quasi certamente guidata dalla crisi», concludono gli autori, ma se «queste crisi porteranno al declino», scrivono, «o ad una relativamente agevole transizione dipende dalla nostra capacità di anticipare le modifiche necessarie e sviluppare nuove istituzioni che sono più adatte».

Se i leader lungimiranti delle nazioni sviluppate risponderanno con intelligenza, gli autori sostengono che saremo in grado di "stimolare e seminare" una "riprogettazione evolutiva" della nostra attuale cultura e del suo rapporto con la natura.

«In una certa misura – scrivono gli autori del documento - siamo in grado di progettare il futuro che vogliamo con la creazione di nuove varianti dell’evoluzione culturale dell’agire».

Ciò potrebbe produrre un’economia dello "stato stazionario" che riduce il consumo, mentre aumenta l´efficienza; che si concentra su misure dirette di benessere invece che sulla ricchezza monetaria come una procuratrice di benessere; e sviluppa nuove istituzioni che proteggono i beni comuni, come l´atmosfera e gli oceani, invece di trattarli come una discarica globale.

Determinazione dei prezzi, non prezzo determinato

Purtroppo, «fino agli ultimi decenni, i responsabili delle decisioni economiche hanno ampiamente ignorato i non-market benefit dalla natura», scriveva Farley nel dicembre 2008 nell´edizione del Conservation biology, «con il risultato di aver ridotto in un modo che non ha precedenti il supporto vitale delle funzioni ecologiche», come le risorse del suolo e la pulizia dell’aria.

Tutti piccoli passi verso quel cambiamento di paradigma che Beddoe e Farley cercano di attuare con un crescente numero di economisti e scienziati, i quali stanno lavorando per applicare queste funzioni di sostegno della vita a modelli economici e al processo decisionale.

Ma l’idea che il meccanismo del prezzo nel mercato ci porterà ad una buona conservazione, probabilmente non funzionerà, sostiene Farley nel suo articolo "Il ruolo dei prezzi nella conservazione del capitale naturale critico".

La legge della domanda e dell´offerta fanno un buon lavoro stabilendo quale sia il giusto valore di un paio di scarpe. Ma non funziona così per quello che Farley chiama il "capitale naturale critico", - quelle cose della natura di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Qui, ecosistemi complessi e poco capiti - che non hanno alcun sostituto e sono soggetti a cambiamenti irreversibili – dovrebbero essere, scrive Farley, «quelli che determinano i prezzi e non, invece, avere un prezzo determinato».

«Invece di lasciare che i prezzi determinino quanto sia necessaria la conservazione, dobbiamo capire quanta conservazione è necessaria per scongiurare la catastrofe ecologica», dice Farley, «e lasciare che i prezzi si adeguino».

fonte: greenreport.it

Adattarsi ai cambiamenti climatici, una questione di soldi e volontà politica

Su “Countdown to Copenhagen”, un bollettino edito dal World resources institute (Wri), Heather McGray, spiega quali siano i costi dell’adattamento ai cambiamenti climatici che l’Unfccc sta discutendo a Bonn e che il mondo si troverà a dicembre sul tavolo della Conferenza mondiale di Copenhagen.

Secondo la McGray, una delle ricercatrici di punta del Wri, «Purtroppo, affrontare il cambiamento climatico non è più solo questione di ridurre le emissioni di gas serra. Stiamo già assistendo a cambiamenti del clima, come le estati più lunghe, tempeste più forti, lo scioglimento dei ghiacciai in tutto il mondo. Adattamento significa imparare a convivere con questi cambiamenti e preparsi ad altre modifiche che sono inevitabili. Gli individui, le organizzazioni e tutti i governi dovranno fare fare alcune cose in maniera diversa se si vuole che ci sia un successo nel quadro di un cambiamento climatico».

Secondo la scienziata la Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici sta svolgendo positivamente più ruoli «Il primo, e forse più importante, è quello di sostenere le politiche e le misure da paesi in via di sviluppo ad adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici».

Ma qualcosa non funziona negli impegni presi nel 1997 dai 153 Paesi che aderiscono all’Unfccc che prevedevano ulteriori nuovi fondi per soddisfare i costi di adattamento agli effetti negativi del global warming nei Paesi in via di sviluppo particolarmente vulnerabili «Dodici anni dopo – dice la McGray – pochissimi di questi fondi si sono materializzati».

Il problema dei costi dell’adattamento è una delle questioni chiave, insieme a quello di favorire la condivisione delle conoscenze tra le nazioni con l´acquisizione e la diffusione di esempi di buone pratiche in materia di politiche di adattamento. Secondo Stern Review 2006, per l’adattamento dei Paesi poveri ci vorrebbero subito tra i 4 e i 37 miliardi di dollari all’anno, per Oxfarm ne sarebbero necessari 50, per la Banca mondiale tra i 9 e i 41. L’Unfccc nel 2007 prevedeva tra i 28 e i 67 miliardi di diollari all’anno fino al 2030 e il Programma per lo sviluppo dell’Onu 86 miliardi entro il 2015.

Il pericolo è che i ricchi, di fronte a una crisi economica che li colpisce, facciano finta di scordarsi che l´impatto del cambiamento climatico sarà durissimo per i poveri del mondo, che hanno fatto pochissimo per creare il problema.

«questo è un fatto moralmente e politicamente forte per adeguare i finanziamento internazionali. Una parte notevole dei nuovi finanziamenti per l´adattamento deve essere messa sul tavolo dalle nazioni sviluppate. Mentre le stime sul futuro sostegno ai bisogni di adattamento variano, tutte superano di gran lunga l´importo attualmente messo a disposizione. A Copenaghen ci troveremo di fronte alle richieste che questi fondi vengano aumentati notevolmente».

Uno dei principali strumenti per l’adattamento è il “Kyoto protocol adaptation fund” per il sostegno ai Paesi in via di sviluppo che utilizza un prelievo del 2% per cento dai progetti di compensazioni di CO2 attraverso il Clean development mechanism, soldi che dovrebbero quindi arrivare direttamente ai Paesi poveri.

Un meccanismo che potrebbe ulteriormente crescere dopo il 2012 se a Copenhagen verrà approvato l’avvio di un processo che impegnerà i governi partecipanti ad attuare un maggiore adattamento e un processo di pianificazione nazionale, adeguando gli attuali e spesso insufficienti Programmi nazionali d´azione.

La McGray spiega che «Uno dei tanti motivi per cui i cambiamenti climatici colpiscono i Paesi poveri è perché per i loro cittadini è più difficile avere accesso alle assicurazioni. Quando le comunità povere sono colpite da una grave siccità, da inondazioni o da una serie di eventi (come sarà sempre più comune con il cambiamento climatico), l´assicurazione può essere uno strumento molto utile nella prevenzione dal naufragio nella povertà più profonda che è un potenziale pericolo per la vita.

Nei negoziati all’interno dell’Unfccc, si pone molta enfasi sulla creazione di un’internationally funded insurance facility che assicuri i paesi vulnerabili dai rischi climatici catastrofici. Ma i programmi di assicurazione devono essere incorporati nel piano nazionale di adattamento e nelle politiche dei Paesi e riguardare i poveri se si vuole davvero aiutare le persone ad adattarsi ai cambiamenti climatici. Le parti dell’Unfccc devono quindi essere molto attente nella progettazione di un regime globale di assicurazione, e fare in modo che l´assicurazione raggiunga i più bisognosi».

Una buona politica di adattamento ai cambiamenti climatici dovrebbe basarsi su alcuni elementi chiave: un approccio integrato che tenga insieme le politiche ed i programmi per attività necessarie allo sviluppo economico, come l´acqua e la gestione forestale e la politica agricola. Una pianificazione ed azioni su più livelli: nazionale, statale, locale e di progetto.
Politiche locali, regionali e nazionali che consentano un cambiamento del comportamento delle famiglie e delle comunità.

Ad esempio, l’incremento del personale necessario ad informare sugli effetti dei cambiamenti climatici, al fine di aiutare gli agricoltori ad adeguare le loro pratiche agricole. Innovazione come priorità nelle decisioni nazionali. Coinvolgimento delle comunità locali, specialmente quelle che saranno più colpite dagli impatti climatici, nella pianificazione dell’adattamento e nel processo decisionale a tutti i livelli, rispetto dei loro diritti da parte della comunità globale e dei governi nazionali. Le misure di adattamento al cambiamento climatico devono essere flessibili ed adattative.

«Non sappiamo esattamente come il cambiamento climatico ci influenzerà – conclude la McGray – Disporre di politiche e sistemi che possono regolarlo è molto importante. Così come avere sistemi di controllo per monitorare gli impatti del clima si servizi eco sistemici, come ad esempio l´acqua potabile e del suolo, dai quali le persone dipendono».

fonte: greenreport.it

SICUREZZA: SANZIONI PIU' LEGGERE NEL PROSSIMO T.U.?

Infortuni sul lavoro: ancora una dolorosa piaga, nonostante la regolamentazione, le norme per la conformità in azienda e le numerose campagne di sensibilizzazione INAIL, che ha diramato dati 2008 meno drammatici. La flessione 2008 non dovrebbe portare ad abbassare la guardia nell'attuazione di "misure di prevenzione degli infortuni e delle malattie professionali". Dal Governo, invece, segnali contrastanti: e non solo perchè il Milleproroghe ha portato al rinvio di molti obblighi di conformità. Nella bozza del nuovo Testo unico in materia di sicurezza e salute nei luoghi di lavoro (legge 123/08) - anticipata dall'Apcom - spiccherebbero, secondo quanto riportato, correttivi sostanziali: in sintesi, meno sanzioni per le imprese e ridimensionamento delle conseguenze (rischio arresto e chiusura attività). Ma il testo è ancora in discussione e approderà in CdM solo questa settimana. Intanto, la Relazione di accompagnamento della bozza, anticipata dal Ministro del Lavoro Maurizio Sacconi, punta sui dati "incoraggianti". infortuni mortali in calo del 5,2%, mentre e media degli incidenti sul lavoro a -4,2%. Oltre il 50% dei decessi sul lavoro derivano da incidenti stradali, molti dei quali nel tragitto casa-lavoro e viceversa, che rientrano nella categoria delle responsabilità da lavoro. Un quadro in chiaroscuro: quel che è certo, è che non vanno dimenticate le direttive europee, che vuole ridurre, entro il 2012, del 25% il totale degli infortuni all'interno dei paesi UE.

fonte: ambiente.it

RIFIUTI: NASCE CENTRO COORDINAMENTO PER PILE E ACCUMULATORI

Nasce il Centro di coordinamento nazionale di pile e accumulatori (Ccnpa). Formato dai produttori organizzati in sistemi individuali o collettivi per la gestione dei relativi rifiuti (in adempimento all'obbligo previsto dal Decreto Legislativo 20/11/2008 n.188), coordinera' la raccolta e il riciclaggio dei rifiuti di pile e accumulatori, stimati in oltre 250 mila tonnellate all'anno i rifiuti da trattare. Alla presidenza e' stato nominato Guidalberto Guidi, presidente di Confindustria Anie. Il Centro di coordinamento, costituito nell'ambito del Forum pile e accumulatori su iniziativa di Confindustria Anie, rappresenta a livello nazionale le aziende produttrici di pile e accumulatori (espressione di oltre il 90% dei relativi mercati). La regolamentazione circa la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti di pile e batterie, ha trovato una pronta risposta nelle imprese raggruppate in Confindustria Anie, consapevoli del ruolo che sono chiamate a svolgere nel piu' ampio interesse della collettivita', per una gestione ecosostenibile dei prodotti. Il consorzio non ha fini di lucro e agisce secondo criteri di efficienza, efficacia, economicita', nel rispetto della libera concorrenza sul mercato. Risponde a precisi obiettivi (previsti dal decreto), tra cui: l'ottimizzazione delle attivita' di competenza dei sistemi, collettivi o individuali, dei produttori, al fine di incrementare le percentuali di raccolta e di riciclaggio dei rifiuti di pile e accumulatori, l'organizzazione per i consorziati di un sistema capillare di raccolta dei rifiuti a copertura omogenea dell'intero territorio nazionale, il sostegno all'attivita' dei sistemi di raccolta separata, che garantisca all'utilizzatore la possibilita' di disfarsi gratuitamente e agevolmente dei rifiuti, la raccolta, a decorrere dal 2012, di informazioni relative ai quantitativi di rifiuti trattati. All'atto della costituzione hanno aderito al consorzio le seguenti aziende: Exide Italia, Faam spa, Ibf spa, Saft srl, Fiamm spa, Erp Italia srl, Enersys spa, Midac spa. E i consorzi: Ecoped, Ecorit, Ecolight, Remedia. L'adesione al Centro di coordinamento e' prevista per legge ed e' aperta a tutti i produttori di pile e accumulatori.

fonte: ansa.it

lunedì 30 marzo 2009

Egitto, nuovo polo per gli investimenti nelle rinnovabili

Luogo ideale per la produzione di energia solare, eolica e da biocarburanti, l’Egitto sta sviluppando uno schema di incentivi ad hoc per attrarre nuovi investitori dall’estero

Le condizioni geo-climatiche la favoriscono e perché allora non rendere la terra egiziana mercato competitivo per le rinnovabili? Su questa consapevolezza prende il via un vasto programma di riforme promosse dal Governo de Il Cairo e destinato ad incentivare gli investimenti del settore, in particolare quelli rivolti al biodiesel e all’eolico. La grande abbondanza di terreni che ben si prestano alla coltivazione di biocarburanti e i forti venti di molte regioni, che ad oggi rendono lo Stato primo produttore di energia del vento della regione africana, sono un punto di forza ancora da sfruttare. Lo schema predisposto, congiuntamente all’introduzione di una Tariffa Unica per gli impianti eolici, prevede un aiuto su tutto l’iter che procedurale: dal lato amministrativo con lo snellimento delle pratiche burocratiche tramite la creazione di un unico soggetto a gestione delle richieste di autorizzazione, il GAFI (Autorità Generale per gli Investimenti) a cui spetta il compito di localizzare il sito su aree territoriali dedicate e collegate alla rete nazionale, di identificare partner ed acquisire le licenze necessarie.

fonte: rinnovabili.it

Ecco quelli che non ci credono

Conformismo catastrofista, ambientalista come comunismo, ma anche confutazione dei modelli matematici… alcune delle motivazione di chi non crede al riscaldamento globale e a chi cerca di porvi rimedio

“Global warming? Una fesseria”. “Climate change? Una pagliacciata catastrofista”. C‘è chi al mondo la pensa davvero così e proprio in questi ultimi giorni si sono levate un certo numero di voci contro l’idea che l’inquinamento umano possa causare un innalzamento delle temperature e cambiamenti climatici che, superata una certa soglia, diverrebbero irreversibili trascinando la terra in una catastrofe globale. Che queste conclusioni vengano da laboratori, università, istituti e centri di ricerca non collegati tra loro, che partono da presupposti diversi, che utilizzano metodologie e che lavorino con obiettivi diversi, ma che alla fine concordino con le previsioni succitate, per qualcuno non conta, anzi non conta nulla.
Ad esempio per Vaclav Klaus, presidente della Repubblica Ceca e presidente di turno dell’Ue, che è uno di quelli che non ci credono e ultimamente lo sta dicendo da New York a Milano. Non crede che lo zampino dell’uomo c’entri nel riscaldamento globale. Addirittura ha definito questa come un’ideologia catastrofista e illiberale. Secondo la sua opinione metterebbe addirittura “in serio pericolo la libertà delle persone”. Non solo, costringe anche i governi a sottoscrivere protocolli soprannazionali, a suo avviso, chiaramente ispirati a principi limitativi della crescita e dei consumi. Ha spiegato poi che l’ideologia ambientalista è molto simile a quella “comunista” perché mira a dominare il mondo stravolgendo la libertà economica.
Sulla stessa lunghezza d’onda Nigel Lawson, ex politico britannico dell’era-Thatcher, membro della Camera dei Lord, secondo cui non avverrà nessuna delle catastrofi annunciate dai sostenitori del riscaldamento climatico.
Per Lawson il protocollo di Kyoto e il fondamentalismo ecologista di Al Gore sono costruiti su menzogne coperte dalla propaganda. Non crede ai dati raccolti nel rapporto Stern (prodotto sotto il governo Blair e che valuta in chiave catastrofica l´impatto economico del global warming) e per lui è “scientificamente valido quanto può esserlo il Codice Da Vinci”. In più come Vaclav è convinto che “l´ecofondamentalismo abbia sostituito il marxismo”.

Nel fronte degli “increduli” c‘è anche Richard S. Lindzen, niente meno che professore di Scienze Atmosferiche al celebrato “Massachusset Institute of Technology”. Anche lui ce l’ha con quei catostrifisti del “climate change” e del “global warming”. Lui parla sicuramente un linquaggio più scientifico degli altri due, ma la musica non cambia granchè. Ad esempio Lindzen critica i vari modelli matematici usati per fare proiezioni sul futuro andamento della temperatura terrestre. Infatti a suo avviso i modelli matematici sviluppati introducono il cosiddetto “positive feedback”, un fattore che aumenta artificiosamente la risposta del sistema climatico rispetto all’aumento della CO2. E per confutare questi errori, ricorre al confronto con le rilevazioni fatte dai satelliti.
Insomma la pluralità di opinioni è un bene per la democrazia e, crediamo, anche per la scienza. Certo alcune motivazioni sono un po’ debolucce, come quella che taccia di “comunista” chi crede nel dover combattere i cambiamenti climatici. Ma il dissenso è il sale della vita e la storia si incaricherà di distribuire torti e ragioni.

fonte: rinnovabili.it

Fotovoltaico: il “conto energia” cinese e il boom italiano

Il ministro delle finanze Xie Xuren annuncia l’introduzione di incentivi dedicati ai progetti fotovoltaici da 50 kW di potenza e oltre, mentre l’Italia conquista il terzo posto nel mercato mondiale, grazie al boom di impianti in conto energia per il 2008

La Cina è ormai primo produttore al mondo di fotovoltaico con una quota sul mercato internazionale del 27,2%, grazie alla sua capacità in soli pochi anni e partendo praticamente da zero di creare un’industria di alto profilo; eppure per un’industria così prolifica oltre il 90% della produzione sono destinati all’estero, Europa, Usa e Giappone, lasciando dunque alla Repubblica polare ancora una volta solo il lato meno pulito dei processi di fabbricazione ed una capacità fv totale installata di appena 100 MW. Ma nella nuova svolta che Pechino vuol dare alla propria economia il solare è uno dei focal point indiscussi e per questo il Ministero delle finanze cinese ha dichiarato che concederà nuovi incentivi ai progetti fotovoltaici al fine di un’ulteriore apertura nei confronti della crescita del mercato dell’energia solare. Pechino fornirà 2,93 dollari per watt di picco agli impianti da 50 kW e superiori, nella speranza di poter concretizzare la svolta attesa. E per un sistema di incentivi ancora agli esordi ce ne è un altro che sta dando ottimi risultati. E’ il “Conto Energia” italiano che procede a vele spedite, secondo quanto ha riferito i Gestore dei Servizi Elettrici (GSE) nel corso del convegno organizzato nell’ambito di EnergyMed ‘09. Grazie alla potenza allacciata nel solo mese di dicembre, infatti, l’Italia ha raggiunto nel 2008 circa 239 MW di potenza, raggiungendo in totale i 417 MW e collocandosi così al terzo posto nel mercato mondiale per l’anno passato, subito dopo Spagna e Germania. Il GSE ha portato all’evidenza due aspetti innanzitutto che il boom di allacci di dicembre sia da imputare principalmente al passaggio ad una tariffa inferiore del 2% a partire dal 1° gennaio del 2009 ed in secondo luogo come la scelta privilegi il fotovoltaico totalmente o parzialmente integrato (92%) che quello a terra (8%). Le previsioni di crescita sono però caute e valutano ulteriori 430 MW nel 2009 e 650 MW per l’anno successivo; se davvero si raggiungesse quota di 1.200 MW il passo successivo sarebbe l’inevitabile rielaborazione di un nuovo conto energia.

fonte: rinnovabili.it

Allarme degli esperti: «Viviamo una vita troppo medicalizzata»

«La vita è una malattia sessualmente trasmessa ad esito fatale». L’adagio scherzoso che circola fra alcuni medici potrebbe essere tacciato di cinismo. E in effetti, prendendolo alla lettera lo sarebbe. Ma va detto che anche «l’accanimento diagnostico» se non è mortale può produrre discreti effetti collaterali. A riaccendere la miccia sulle polemiche dell’eccesso di «malattie», è un articolo apparso in apertura del sito della BBC online nel quale Tim Kendall, Joint Director del National Collaboration Centre for Mental Health e uomo chiave per le decisioni sanitarie del governo britannico, esprime in un'intervista la sua preoccupazione circa la «esondante» medicalizzazione della società.

SIAMO TUTTI MALATI - Nel Regno Unito, notoriamente, si è molto attenti alle spese, comprese quelle che lo Stato deve sostenere per la sanità pubblica, ma - fa notare Kendall - che al 10 per cento dei bambini britannici sia stato diagnosticata una malattia mentale, che, sempre per i sudditi di Elisabetta II, siano state fatte 34 milioni di prescrizioni di antidepressivi nel 2007 e che il 10 per cento dei ragazzini americani prenda una medicina contro la sindrome da iperattività , alimenta il sospetto che qualche esagerazione ci sia. «Se si consulta il manuale di riferimento degli psichiatri americani» fa notare Kendall nell’intervista alla Bbc, «si ha l’impressione che qualunque tipo di comportamento umano sia virtualmente patologico». L'esperto inglese vuole quindi denunciare una tendenza a «cercare di creare nuove categorie di malattia, non di rado laddove c’è, o ci sarà, un farmaco che potrebbe essere utilizzato al bisogno». Esempi? L’articolo della Bbc ne cita alcuni, come la «sindrome delle gambe senza riposo», piuttosto che la «fobia sociale», o alcuni disturbi della sfera sessuale femminile.

DISTINGUERE CASO PER CASO - Su queste, ma anche su diverse altre condizioni, il dibattito sull’opportunità di cure è acceso da tempo, e sono disponibili montagne di studi pronti a dimostrare l’esistenza, la gravità e la diffusione di ciascuna di esse. Nondimeno, però, esistono spesso dubbi sul fatto che tali studi siano sempre uno specchio fedele della realtà e non invece una forzatura interpretativa per medicalizzare condizioni che invece, se non proprio del tutto fisiologiche, nemmeno sono sempre acclaratamente patologiche. Ovviamente bisogna sempre distinguere caso per caso, perché quando un farmaco ci vuole è sacrosanto prescriverlo(per il medico) e necessario prenderlo (per il paziente), ma quando non ci vuole è inutile. E questo sta alla sensibilità e alla capacità dei medici valutarl. Se qualcuno davvero non riesce a dormire la notte perché le sue gambe sono «senza riposo», cioè non riescono stare ferme, può trarre sicuro giovamento da un farmaco ad hoc, ma se è solo un po’ nervoso quel farmaco potrebbe, non servirgli , e produrre magari qualche effetto collaterale inutile, se non altro al suo portafoglio o a quello del sistema sanitario che lo rimborsa. E il problema non esiste solo per le medicine, ma anche per alcuni esami.

A TEATRO - Se può consolare, questo fenomeno, noto fra gli addetti ai lavori come «disease mongering», non è certo nuovo, e non c'è bisogno della Bbc per ricordarlo. Basti pensare che già nel 1923 a Parigi andava in scena a teatro «Il Trionfo della Medicina», commedia di Jules Romains in cui il dottor Knoch, giovane dottore appena nominato medico condotto in un paesino di campagna recitava: «La popolazione è sana soltanto perché non sa di essere malata».
Stabilire dove stiano i confini tra salute e malattia non è facile. A volte quei confini sono chiari e netti, le malattie sono reali e dolorose, e la cura con farmaci, terapie, procedimenti medici, sono quanto di più auspicabile ci possa essere. In altre circostanze, però, i limiti che delineano la patologia tendono sempre di più ad ampliarsi. Oppure problemi di salute sono talmente lievi o passeggeri che non giustificano una loro medicalizzazione.

IL MECCANISMO - Il meccanismo che sta alla base del «disease mongering» di solito è ricorrente: si parte da una patologia esistente e curabile farmacologicamente e poi, con operazioni ad hoc la si promuove e descrive in termini abbastanza generici da coinvolgere quanti più soggetti possibili. In altre occasioni addirittura il punto di partenza non è una malattia quanto piuttosto un problema, o semplicemente un fenomeno, che viene ridefinito opportunamente in chiave patologica. Non è che le patologie siano il risultato della creatività dell’industria: le malattie esistono, come pure sono normate e regolamentate le indicazioni per usare i farmaci, ma c’è un potente sforzo collaterale per spingere verso la medicina situazioni in cui un suo intervento è superfluo. Un sistema simile, così per come è strutturato, inevitabilmente genera e produce tendenze crescenti di medicalizzazione non sempre giustificate. Queste, se portate all’eccesso, non fanno bene né allo Stato né al cittadino: il contenimento della spesa sanitaria e la riduzione degli sprechi sono un problema importantissimo oggi per i responsabili della cosa pubblica di tutti i Paesi occidentali.

FRA DUE POLI - Pensare di essere malati perchè si perdono i capelli, oppure perchè si ha un po' di mal di testa prima del ciclo mestruale, oppure perchè....si invecchia, può essere fuorviante. La paura di rischi irrilevanti o inesistenti per la salute è profondamente malsana. Il richiamo di Kendall è in realtà motivato soprattutto dalla sua preoccupazione che anche in Europa possa essere ammessa la pubblicità diretta di farmaci soggetti a prescrizione al pubblico, come già avviene negli Usa. Pensiamo di poter però sintetizzare che il suo invito è che si sappia mantenere un ragionevole equilibrio tra i rischi sopportabili e quelli che non lo sono. Senza cadere nell'eccesso opposto: per un vero malato di depressione una terapia adeguata può fare la differenza fra la vita a la morte (non solo in senso fisco), così come per un malato di tumore o di una malattia del cuore. E allo stesso modo la prevenzione, quando attuata secondo criteri opportuni non solo può risparmiare una malattia o la vita stessa, ma fa anche risparmiare soldi alle casse dello Stato.

fonte: corriere.it

WWF: ICT e biotecnologie per salvare il Pianeta

Nella messa a punto di soluzioni globali per il clima un ruolo importante può essere giocato anche e dalle applicazioni tecnologiche della biologia e della telecomunicazione. E il World Wildlife Fund spiega come

L’Earth Hour 2009, organizzato dal WWF ha riconfermato il successo di un’iniziativa capace di attirare di anno in anno un numero sempre maggiore di partecipazioni e incoraggianti risultati. Oltre centinaia di milioni di persone in più di 3929 città di 88 paesi hanno aderito alla maratona energetica e soltanto in Francia, durante l’ora a luci spente, il consumo di elettricità è diminuito di poco più dell’1%, pari a circa 800 MW. “Earth Hour ha dimostrato una reale volontà nelle persone di tutto il mondo per un’azione urgente contro il cambiamento climatico, e un mandato per i leader del pianeta per garantire un nuovo accordo sul clima a Copenhagen che definisca un’efficace risposta globale – ha dichiarato James Leape, direttore generale del WWF Internazionale – Il nostro lavoro continua, perché nei prossimi otto mesi i leader del pianeta dovranno decidere come intenderanno affrontare questa sfida e dobbiamo, insieme, fare in modo che prendano le decisioni giuste”.

Sul fronte della lotta al surriscaldamento globale il World Wildlife Fund ha avuto una settimana particolarmente attiva. E’ dello scorso giovedì, infatti, la presentazione di due nuovi studi Virtual Meetings and Climate Innovation in the 21st Century e From Workplace to Anyplace, rapporti redatto con l’aiuto di HP e Microsoft e dedicati al tema dell’ICT (Information and Communication Technology) come importante arma di riduzione della CO2. I documenti mettono in luce come l’implementazione su scala mondiale di tecnologie esistenti quali telecomunicazione o riunioni virtuali, riducendo l’impatto degli spostamenti, potrebbe contribuire a dimezzare le attuali emissioni climalteranti entro il 2050, con ulteriori benefici sotto il profilo economico e dell’efficienza lavorativa.
“L’ITC può essere un importante motore di riduzioni dei gas a effetto serra, ma abbiamo bisogno di una forte politica per il clima che garantisca che queste soluzioni siano alla velocità necessaria a fare la differenza” ha affermato Dennis Pamlin, consulente WWF e co-autore delle relazioni.

La settimana appena conclusasi ha visto prendere consistenza anche un’importante iniziativa lanciata dall’associazione ambientalista e dalla danese Novozymes, società leader della biotecnologia enzimatica, con l’obiettivo di mappare le aree prioritarie e modalità in cui le biosoluzioni a basse emissioni di carbonio possano eliminare il primo strategico miliardo di tonnellate di CO2. Il progetto mira per l’appunto ad esplorare le possibilità, il più delle volte nascoste, del settore biotecnologico in una serie di processi produttivi, dalla carta, al sapone in polvere fino al bioetanolo, come strumento per risparmiare elevati quantitativi di energia e di conseguenza emissioni di CO2 nell’atmosfera. La partnership inoltre sarà impegnata anche nel dialogo con i responsabili della politica centrale e nella creazione di collaborazioni commerciali per accertarsi che le soluzioni biotecnologiche a bassa emissione di carbonio diventino una parte integrante di tutti i più importanti progetti ed iniziative climatiche.

fonte: rinnovabili.it

CO2, a breve visibili i dati ETS del 2008

La Commissione europea prevede di pubblicare i numeri sulle emissioni di anidride carbonica equivalente degli impianti partecipanti il primo aprile Nell’ambito del sistema europeo di scambio di emissioni (ETS), per gli impianti partecipanti scadrà domani il termine per la comunicazione ai registri nazionali dei dati relativi all’anno 2008. Le banche elettroniche dei singoli Stati sono interconnesse tra loro attraverso un Registro centrale a livello europeo, denominato catalogo indipendente comunitario delle operazioni, il CITL (Community Independent Transaction Log), che ha il compito di eseguire controlli automatici su ogni trasferimento di quote per evitare che si verifichino irregolarità e garantire in questo modo la compatibilità delle operazioni con gli obblighi derivanti dal Protocollo di Kyoto. Non appena l’importo totale delle emissioni verificate del 2008 supera l’80% del totale di quelle accertate del 2007, il Catalogo ne dà pubblico accesso in tempo reale sul suo sito web climat / emissione / citl_en.htm. Al più tardi, il termine ultimo per la pubblicazione è previsto per il 15 maggio, la Commissione UE tiene però a specificare che si non assume alcuna responsabilità per quanto riguarda l’uso, l’accuratezza o la completezza dei dati.

fonte: rinnovabili.it

Gran Bretagna, arriva la gomma da masticare biodegradabile

Un passo avanti, soprattutto un passo non appiccicoso. Da lunedì, infatti, in Gran Bretagna è in vendita la prima gomma da masticare biodegradabile. Chicza Rainforest Gum è un prodotto fabbricato in Messico dal Consorcio Chiclero, un'associazione di 56 cooperative che occupano 2 mila coltivatori di gomma naturale, estratta dalla linfa dell'albero del chicle.

POLVERE - A differenza dalle gomme tradizionali, la gomma da masticare biologica - in vendita a 1,39 sterline (circa 1,50 euro) al pacchetto - non si attacca ad abiti o marciapiedi; e una volta utilizzata diventa polvere nel giro di sei settimane, dissolvendosi nell'acqua o nel terreno. Rimuovere le gomme tradizionali dal terreno costa caro: è stato calcolato in Gran Bretagna che occorrono 17 settimane per ripulire tutta Oxford Street nel centro di Londra, ma bastano solo dieci giorni perché la strada torni imbrattata come prima.

fonte: corriere.it

Tonfo delle Borse, Piazza Affari -4% Scende ai minimi la fiducia in Europa

A marzo la fiducia nell'economia continua a deteriorarsi nell'Eurozona, con l'Italia che registra il calo più accentuato trai grandi Paesi. L'Economic Sentiment Indicator (Eic) è calato di 0,7 punti a quota 64,6, mentre nella Ue a 27 è sceso di 0,6 punti a 60,3. Si tratta dei livelli più bassi mai raggiunti dall'indice, ma il decremento è comunque minore rispetto a quelli registrati nei mesi scorsi. Nei dettagli, a pesare sul dato è il calo di due punti, sia nell'Eurozona (ovvero nei Paesi che adottano la moneta unica) che nella Ue, della fiducia dei settori dell'industria e dei servizi. La fiducia dei consumatori resta invece stabile a nella Ue mentre cala di un punto, scendendo a -34, nell'eurozona. Tra i paesi europei, l'Eic manifesta il calo maggiore in Italia (-4,5 punti), mentre si registrano declini più contenuti in Francia (-1), Polonia (-1), Germania (-0,8) e Gran Bretagna (-0,4). Fiducia in ripresa in Spagna (+0,8 punti) e Olanda (+1,3).

TOKYO - La giornata delle Borse mondiali ha avuto un avvio negativo con la Borsa di Tokyo che chiude gli scambi in territorio fortemente negativo: ribasso del 4,53% maturato nell'ultima parte delle contrattazioni. L'indice Nikkei scende a 8.236,08 punti, 390,89 in meno della chiusura di venerdì, scontando lo stop dell'amministrazione Obama ai piani presentati da General Motors e Chrysler, che alimenta i timori di bancarotta.

IN EUROPA - E l'avvio di settimana è in rosso anche per le principali borse europee, sulla scia del calo registrato in Asia e con la prospettiva di un avvio deludente anche per Wall Street, i cui contratti future indicano un ribasso del 2% per l'indice S&P500. Sotto pressione i bancari e gli assicurativi, ma anche le materie prime e l'auto dopo le condizioni poste dall'amministrazione Usa ai costruttori per ottenere ulteriori aiuti di stato. In particolare scivolano Barclays (-12,43%), che secondo indiscrezioni di stampa si prepara a rifiutare la polizza sugli investimenti offerta dal governo di Londra, Commerzbank (-11,58%), Lloyds (-8,02%), Credit Agricole (-8,65%), Ubs (-8,44%) e Bnp Paribas (7,89%). Difficoltà per gli assicurativi Ing (-11,98%), Aegon (-8,44%) e Allianz (-7,12%), mentre in campo automobilistico scivolano Renault (-5,91%) e Peugeot (-5,64%), dopo il licenziamento dell'l'amministratore delegato Christian Streiff, insieme a Daimler (-5,14%). In calo le materie prime con Xstrata (-7,32%), Anglo American (-6,69%) e Bhp Billiton (-5%), che, secondo indiscrezioni di stampa, si preparerebbe a lanciare una nuova offerta sulla rivale Rio Tinto (-3,15%). Di seguito, gli indici dei titoli guida delle principali borse europee: - Londra -2,11%; - Parigi -2,85%; - Francoforte -3,25%; - Madrid -2,86%; - Milano -4,02%; - Amsterdam -3,44%; - Stoccolma -2,45% e - Zurigo -2,86%.

AUTO - Le borse europee scivolano per i timori suscitati dalle indicazioni dell'amministrazione Usa sulla necessità di maggiori aiuti statali per alcune banche (lo ha detto del segretario al Tesoro Timothy Geithner al canale televisivo Abc) e sulla richiesta di ristrutturazioni più incisive per i colossi dell'auto Gm e Chrysler in cambio dell'intervento governativo. Riguardo alla prima il presidente Barack Obama ha chiesto, e ottenuto, la testa del numero uno Richard Wagoner, alla seconda di completare l'alleanza con Fiat entro 30 giorni. Licenziato intanto a Parigi anche l'amministratore delegato di Peugeot Christian Streiff con il titolo ora in calo del 6,7% sul listino francese e Renault in ribasso del 6,8%, mentre a Milano Fiat cede il 6,1% e, a Francoforte, Daimler il 7,4%. Se l'indice del settore auto settoriale Dj Stoxx cede il 6,19 non fa molto meglio quello bancario (-5,63%) dove Commerzbank lascia sul terreno il 12,6%, Deutsche Bank il 9,4%, Credit Agricole il 9,1%, Bnp il 6,4%, Unicredit il 7,1%, Barclays il 6,4%. A Madrid, Santander (-5,2%) guida il calo del comparto dopo il primo salvataggio statale in 16 anni di una banca, Caja Castilla-La Mancha.

TISCALI - Intanto il titolo Tiscali, a un’ora dall’avvio delle contrattazioni, è sospeso facendo segnare un calo del 6,8% a 0,403 euro. Il gruppo sardo ha comunicato nel weekend di aver chiuso il 2008 con una perdita netta di 242,7 milioni, in peggioramento rispetto alla perdita netta di 65,3 milioni del 2007. Al 31 dicembre 2008, Tiscali conta su disponibilità liquide complessive per 24,2 milioni, a fronte di una posizione finanziaria netta alla stessa data negativa per 601,1 milioni.

PETROLIO - Anche il prezzo del petrolio in calo negli scambi sui circuiti elettronici asiatici. Il barile, secondo gli operatori, segue la flessione accusata venerdì dai listini azionari mondiali. Il future maggio sul Wti cede il 2,2% a 51,23 dollari al barile, mentre l'analoga consegna sul Brent scivola dell'1,6% a 51,15 dollari.

fonte: corriere.it

Ancore vietate

Divieto di gettare l'ancora per le imbarcazioni al di sopra dei cinque metri in alcune zone della costa ligure per salvaguardare le praterie di posidonia. È l'ipotesi sulla quale sta lavorando la Regione Liguria nell'ambito di un nuovo piano di tutela ambientale della costa ligure che si affiancherà al piano territoriale della costa, già in corso di attivazione. "L'obiettivo - spiega l'assessore all'ambiente della Regione, Franco Zunino - è quello di tutelare alcune aree particolarmente delicate del nostro mare. Le praterie di posidonia sono, oltre che molto belle, importantissime per l'ambiente marino perché rappresentano un habitat ideale per pesci e microorganismi e perché contribuiscono a rallentare l'erosione della costa. Credo che sia dovere della Regione tutelare questi ambienti marini".

Nel disegno di legge allo studio della Regione Liguria, che potrebbe essere discusso in giunta prima dell'estate, sono stati individuati 26 siti marini nei quali sarà vietato gettare l'ancora, dal confine con la Francia fino alle Cinque Terre, dove sono già attivi sistemi di controllo attraverso boe cosiddette 'intelligenti', un sistema telematico di ormeggio eco-compatibile. E proprio le 'boe intelligenti' (magari a pagamento) potrebbero essere adottate anche negli altri siti da salvaguardare, garantendo così utilizzazioni improprie delle aree marine e nel contempo trasformarsi in dissuasori per le reti a strascico.

L'ipotesi sulla quale sta lavorando la Regione Liguria ha già prodotto reazioni contrastanti da parte degli amanti del mare che lamentano, tra l'altro, una diversità di trattamento nei confronti degli utenti marini nelle varie regioni costiere italiane. "Certamente - commenta l'assessore Zunino - sarebbe meglio se ci fosse un piano nazionale, ma credo che sia compito delle Regioni tutelare l'ambiente marino proprio per dare la possibilità a chi ama il mare di godere appieno delle bellezze naturali"

fonte: lanuovaecologia.it

Foresta murata

Il governo dello stato di Rio de Janeiro ha dato inizio alla costruzione di un muro per proteggere la macchia atlantica dall'espansione delle "favelas" nella zona sud della città. Il muro di cemento armato sarà alto tre metri e si estenderà per un totale di 11 km attorno alle colline su cui sono state costruite varie delle principali baraccopoli di Rio.

Secondo la stampa locale, un'impresa privata incaricata dal governo regionale sarebbe al lavoro da circa un mese e avrebbe già eretto 55 dei 634 metri previsti per la prima fase del progetto. La seconda fase incomincerà dopo la gara d'appalto che le autorità apriranno il prossimo 7 aprile e si svilupperà attorno alla favela di La Rocinha, che con i suoi 190.000 abitanti è la più grande dell'America Latina.

La macchia atlantica è la vegetazione tipica delle foreste subtropicali che un tempo si estendevano sulla costa di tutto il Brasile e che ora si sono ridotte a meno del 5% della superficie originale. Una pianta tipica di questa flora è il Pau Brasil, che con il suo legno dal colore tendente al rosso ha dato il nome al paese.

fonte: lanuovaecologia.it

La metropoli che verrà

Alla Fiera di Roma, dall’1 al 3 aprile, arriva Ecopolis: il summit internazionale dedicato al tema della città, dell’ambiente urbano e della sostenibilità. La manifestazione, sotto l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica, nasce per promuovere una riflessione a tutto tondo sulle tematiche ambientali di maggiore attualità attraverso il filo rosso della gestione ambientale delle città che, se da un lato rappresentano la maggiore fonte di impatto per l’ambiente, dall’altro possono contenere la soluzione a questi problemi.

SETTORI STRATEGICI. Ispirandosi alla Dichiarazione delle Città Verdi (Giornata Mondiale dell’Ambiente – San Francisco 2005), il salone farà il punto sullo stato dell’arte in sette settori strategici: energia, rifiuti, mobilità, acqua, natura urbana, urban design, salubrità ambientale. Trasversale sarà poi il tema della governance, imprescindibile se si pensa al ruolo della Pianificazione Strategica delle grandi Aree Metropolitane. La tre giorni romana sarà dunque un momento di incontro e di confronto destinato a diventare un punto di riferimento per coloro che quotidianamente si occupano di progettare il futuro delle nostre città, a vari livelli e ognuno con le proprie competenze specifiche.
I CONVEGNI IN DIRETTA. Ricco calendario di convegni, main conference e appuntamenti paralleli che Lanuovaecologia.it trasmetterà in diretta video, ai quali prenderanno parte opinion leader mondiali. Si partirà l’1 aprile con la presentazione del quinto Rapporto annuale sull’ambiente urbano, promosso dal Sistema delle Agenzie per l’Ambiente ISPRA/ARPA/APPA, a cui seguirà nel pomeriggio della prima giornata il convegno “Città del futuro”. Con alcune tra le voci più autorevoli e “visionarie” del nostro tempo (tra cui Alejandro Gutierrez, progettista della prima città sostenibile al mondo) si affronterà la sfida della costruzione di comunità a zero emissioni.
ENERGIA E DINTORNI. Altrettanto intenso il dibattito della seconda giornata, che prenderà il via con il convegno “L’energia delle città” - promosso con il contributo della Regione Lazio - per fare il punto sul risparmio energico e l’utilizzo di energie rinnovabili (solare diretta, energia idrica, eolica ed energia derivante dalle biomasse), che oggi coprono solo il 10% del fabbisogno energetico mondiale. Al pomeriggio, invece, il ricercatore di fama mondiale Richard Pluntz, presenterà lo studio condotto per la Columbia University sul tema dei cambiamenti climatici e avvierà il dibattito sulle nuove emergenze, dal punto di vista sociale, architettonico, sanitario, che devono guidare la pianificazione urbana.
GREEN ECONOMY. Il 3 aprile, infine, l’attenzione si sposterà verso tematiche più strettamente economiche per analizzare quali opportunità e sfide si presentano alle imprese in una fase di transizione verso un’economia più sostenibile e come proprio la green economy possa diventare un motore di ripresa per il sistema industriale. Le grandi trasformazioni a cui saranno chiamate le aree urbane nei prossimi anni per far fronte ai cambiamenti climatici vedranno, infatti, un sempre più diretto coinvolgimento di tutti quei soggetti economici e industriali che saranno in grado di assicurare alle amministrazioni metodi, processi e tecnologie innovativi e tra loro integrati.
DOVE ANDARE. Tutti gli incontri si svolgeranno presso il Centro Convegni al padiglione 10; parallelamente nell’area espositiva del padiglione 9 saranno visionabili gli stand di enti e aziende che esporranno i propri progetti di sviluppo e i prodotti che miglioreranno la qualità della vita nelle città del futuro.

fonte: lanuovaecologia.it

"Italia tra i paesi più a rischio" Clima, l'Europa corre ai ripari

Italia, Spagna e Grecia saranno le nazioni europee più colpite dai cambiamenti climatici. Soffriranno agricoltura, industria alimentare e turismo, tre pilastri economici dei paesi mediterranei. Ma ci saranno anche problemi di approvigionamento idrico ed energetico, di salute pubblica, di erosione delle coste e di tenuta delle infrastrutture. E' questo, in sintesi, il quadro da disaster movie che la Commissione Ue renderà pubblico mercoledì prossimo, a pochi giorni dalla convocazione di un vertice straordinario sul clima da parte del presidente Usa Barack Obama.

Appuntamento per preparare al meglio il summit di Copenaghen del prossimo autunno, quando il mondo intero sarà chiamato a mettere nero su bianco una strategia per bloccare l'innalzamento delle temperature (l'Europa lo ha già fatto).

Ma, bisogna rassegnarsi: per quanto riusciremo a mitigare l'effetto serra, i disagi arriveranno lo stesso (e meno faremo, più saranno). Ecco perché mercoledì l'Ue lancerà la strategia sull'"adattamento": da un lato bloccare gli sconvolgimenti climatici (Kyoto 2) e dall'altro prepararsi a convivere con quelli che inevitabilmente arriveranno.

Un piano che l'Italia, come i vicini del Mediterraneo, dovrà prendere molto sul serio, visto che da qui alla fine del secolo il nostro sarà uno dei Paesi più colpiti dalla rivoluzione del clima. Colpa di ondate di caldo, incendi, flessione del turismo, calo della produzione agro-alimentare e scarsità di acqua potabile. Anche la vita nell'Europa del Nord cambierà, ma con un mix di novità positive e negative. Il tutto costerà all'Ue oltre sei miliardi di euro all'anno fino al 2020, cifra che entro il 2060 potrebbe arrivare a 63.

"La portata dell'impatto varia da regione a regione. In Europa - scrive la Commissione Ue - quelle più colpite saranno la parte meridionale del continente e il bacino del Mediterraneo. A rischio anche Alpi, isole, aree costiere, urbane e pianure densamente popolate". Un identikit dell'Italia che, pur senza essere citata nel rapporto, viene indicata come a rischio nelle varie cartine che lo accompagnano, come quelle sulla flessione delle colture e delle riserve di acqua potabile.

E ad essere duramente colpito sarà anche il turismo, con la diminuzione di neve nelle zone alpine (non bisogna farsi ingannare da un singolo inverno nevoso) e l'aumento delle temperature nel bacino mediterraneo, con tanto di erosione delle coste, diminuzione del pesce, deterioramento della qualità dell'acqua, aumento esponenziale di meduse e alghe.

Soffrirà anche l'agricoltura, con perdita di fertilità e carestie. Rischiano le foreste, la pesca, l'acquacoltura e gli ecosistemi marini. In pericolo le coste e le infrastrutture, sempre più colpite da fenomeni meteo estremi e da inondazioni (la loro capacità di adattarsi al climate change potrebbe diventare un requisito nell'assegnazione degli appalti). Gli sconvolgimenti delle temperature avranno effetti anche sulla salute animale, vegetale e umana, con un aumento di malattie e infezioni specialmente per anziani, bambini e malati cronici. Andrà in crisi il sistema dell'energia (ci sarà una maggiore richiesta e, nel Sud Europa, una diminuzione di produzione idroelettrica). Per non parlare dell'immigrazione, che gli sconvolgimenti climatici faranno aumentare.

E' per tutti questi motivi che mercoledì Bruxelles lancerà un appello alla classe politica continentale: "E' fondamentale sviluppare politiche che permettano il massimo livello di adattamento visto che il mercato da solo non sarà in grado di farlo". E per farcela da oggi al 2012 si dovranno studiare al meglio gli effetti del cambiamento climatico, per poi passare all'azione dal 2013 integrando ogni aspetto delle politiche europee all'adattamento.

fonte: repubblica.it

Obama, vertice sul clima fra le 17 maggiori economie

Barack Obama ha invitato i leader dei 16 Paesi più ricchi a un forum-vertice su energia e clima in programma a Washington il 27 e il 28 aprile, che trarrà le conclusioni al G8 della Maddalena in Italia dall'8 al 10 luglio. L'obiettivo finale è giungere a un nuovo accordo sui cambiamenti climatici in sede Onu.

Per riattivare il "Major economies Forum sull'energia ed i cambiamenti climatici", Obama ha scritto una lettera a Silvio Berlusconi, in cui si chiede l'aiuto dell'Italia. Il premier, si apprende da fonti governative, ha dato il suo via libera affinchè la riunione si tenga a margine del G8 della Maddalena.

I Paesi invitati a Washington il mese prossimo sono Australia, Brasile, Canada, Cina, Corea del Sud, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, India, Indonesia, Italia, Messico, Russia, Sud Africa. La Danimarca parteciperà come presidente della Conferenza del dicembre 2009 in vista di una convenzione Onu sul clima. Al dialogo sono state invitate anche le Nazioni Unite.

Il presidente sta lanciando il forum su energia e clima per facilitare il raggiungimento di un accordo sul riscaldamento globale alle Nazioni Unite, ha spiegato la Casa Bianca. Al summit di Washington i leader delle principali potenze economiche "contribuiranno a generare la necessaria leadership politica" per raggiungere, più avanti durante l'anno, un patto internazionale per tagliare le emissioni di gas serra, si legge in una nota diffusa dalla Casa Bianca.

Le riunioni riservate alla maggiori economie dedicate ai mutamenti climatici e all'energia sono state istituite nel 2007, alla vigilia del G8 di Heiligendamm in Germania, quando il presidente degli Stati Uniti era George W. Bush. Il primo incontro si tenne a Washington il 27 ed il 28 settembre 2007, seguito da altre due riunioni l'anno successivo: il 30 e 31 gennaio 2008 a Honolulu, Hawaii, e il 16-18 aprile 2008 a Parigi. L'incontro del prossimo 27 e 28 aprile sarà quindi il quarto nell'ambito dell'iniziativa.

fonte: repubblica.it

sabato 28 marzo 2009

I negazionisti e la libertà di distruggere il pianeta

Ciò che ha avuto luogo recentemente a Milano con la presentazione del volume del presidente ceco Vaclav Klaus (“Pianeta blu, non verde”) ha costituito l’ennesimo triste episodio che mira a rivitalizzare l’industria professionale del negazionismo del nostro paese, proprio nell’anno cruciale dei negoziati per il clima e della presidenza italiana del G8. Fatto ancor più triste che tutta la presentazione sia avvenuta, di fatto, sotto lo slogan “Il clima sta bene: in pericolo è la libertà”. Ma quale libertà ? Forse quella di distruggere la natura non avendo costoro la benché minima cognizione delle scienze ecologiche.

Il mondo di coloro che si dedicano all’industria professionale del negazionismo è un mondo composito, basato su impostazioni ideologiche estreme (iper-liberisti, cattolici fondamentalisti, paladini della crescita economica a tutti i costi ecc.) che, paradossalmente, attaccano la scienza ambientale come ideologica e fondamentalista, quando sono loro i massimi rappresentanti di questi approcci.

Purtroppo queste persone non hanno neanche lontanamente idea (e forse non gli interessa averla) della straordinaria massa di conoscenze scientifiche sin qui acquisite da tutti i più grandi programmi di ricerca internazionali sui cambiamenti globali indotti dall’intervento umano sul Pianeta e sperano che, facendo un pò di chiasso mediatico attraverso articoli sui giornali o presenze radio-televisive con impostazioni assiomatiche ed assertive, si possa seminare il “germe” della confusione nell’opinione pubblica e degli ambienti politico-economici, inducendo tutti a procedere come se nulla fosse (il ben collaudato meccanismo del Business As Usual).

Ora la scienza, da tempo, ha pubblicato un’ingente massa di dati, molto chiari che documentano l’evidentissimo e drammatico impatto del nostro intervento sui sistemi naturali che, purtroppo si rivolge, nei suoi nefasti effetti, contro noi stessi.
Non posso in un solo articolo menzionare le conclusioni di tutte queste affascinanti ricerche internazionali che vedono coinvolti i più grandi esperti del mondo delle cosiddette Earth System Sciences (Scienze del Sistema Terra, dalla climatologia all’oceanografia, dalla geologia all’ecologia ecc.) e che cercando di analizzare le interrelazioni esistenti nelle grandi sfere presenti sul nostro Pianeta: la sfera dell’aria (atmosfera), la sfera del suolo (pedosfera), la sfera dell’acqua (idrosfera), la sfera della vita (biosfera), la sfera dei sistemi umani (antroposfera).

Provo a riassumere in una serie di punti quanto costituisce ormai base comune della ricerca scientifica su questi temi in tutto il mondo (e suggerisco vivamente, consapevole che non tutti possono seguire la letteratura scientifica specializzata, di visitare almeno i seguenti siti dei più autorevoli e prestigiosi programmi di ricerca internazionali su questi temi (Earth System Science Partnership www.essp.org, International Geosphere-Biosphere Programme www.igbp.net, World Climate Research Programme www.wcrp.wmo.int/, Millennium Ecosystem Assessment www.maweb.org ):

1. ogni individuo sulla Terra dipende dalla natura e dai servizi che gli ecosistemi forniscono per una vita dignitosa e sicura. L’attività umana pone però una tale pressione sulle funzioni naturali della Terra che la capacità degli ecosistemi del pianeta di sostenere le generazioni future non può più essere data per scontata.

2. la specie umana, negli ultimi decenni, ha modificato l’ecosistema in dimensioni che non hanno precedenti nella storia della nostra presenza sul Pianeta, allo scopo di soddisfare la crescente richiesta di alimenti, acqua potabile, fibre ed energia. L’approvvigionamento di cibo, acqua dolce, energia e materiali per una popolazione in continua crescita è stato sinora raggiunto ad un pesante costo per il complesso sistema di piante, animali e processi biologici che rendono il pianeta abitabile.

3.le attività umane stanno influenzando l’ambiente planetario in molti modi che vanno ben oltre l’immissione in atmosfera di gas a effetto serra e i conseguenti cambiamenti climatici che ne derivano. I cambiamenti indotti dalle attività antropiche nel suolo, negli oceani, nell’atmosfera, nel ciclo idrologico e nei cicli biogeochimici dei principali elementi, oltre ai cambiamenti della biodiversità, sono oggi chiaramente identificabili rispetto alla variabilità naturale. Le attività antropiche sono perciò a tutti gli effetti comparabili, per intensità e scala spaziale di azione, alle grandi forze della natura. Molti di questi processi stanno aumentando di importanza ed i cambiamenti globali sono già una realtà oggi.

4. con il crescere del fabbisogno umano nei decenni a venire i sistemi naturali dovranno affrontare pressioni anche maggiori, insieme al rischio di un ulteriore indebolimento delle infrastrutture naturali da cui tutte le società dipendono. La pressione a cui sottoponiamo gli ecosistemi, crescerà a livello mondiale nel corso dei decenni a venire a meno che non si modifichino i nostri modelli di produzione e consumo.

5.i cambiamenti globali non possono essere compresi nei termini della semplice relazione causa-effetto. I cambiamenti indotti dalle attività antropiche sono causa di molteplici effetti che si manifestano nel Sistema Terra in modo molto complesso. Questi effetti interagiscono fra di loro e con altri cambiamenti a scala locale e regionale con andamenti multidimensionali difficili da interpretare e ancor più da predire. Per questo gli eventi inattesi abbondano.

6. proteggere e migliorare il nostro benessere futuro richiede un utilizzo più saggio e meno distruttivo delle risorse naturali. Ciò comporta a sua volta cambiamenti radicali nel modo in cui prendiamo ed attuiamo le decisioni.

7. dobbiamo imparare a riconoscere il reale valore della natura, sia in termini economici sia per la ricchezza che offre alle nostre vite, in modi che sono molto più difficili da quantificare. Le tecnologie e le conoscenze odierne possono ridurre considerevolmente l’impatto umano nei confronti degli ecosistemi. È comunque improbabile che questi strumenti siano utilizzati pienamente sino a quando i servizi degli ecosistemi saranno percepiti come gratuiti e senza limitazioni e non sarà considerato il loro valore reale.

8. la protezione dei sistemi naturali non può più essere considerata come un accessorio extra, da affrontare solo dopo che interessi più pressanti, come la creazione della ricchezza economica o la sicurezza nazionale, siano stati risolti.

Il sistema climatico ed i sistemi naturali purtroppo non stanno affatto bene con buonapace dei negazionisti ed è pura follia andare avanti come se nulla fosse.
Chi propone questi approcci è responsabile delle politiche dell’inazione che hanno un costo elevatissimo per l’intera umanità.

fonte: greenreport.it

RIFIUTI: NEL 2008 +5% RECUPERO PLASTICA

Nel 2008 sono state recuperate e riciclate in Italia un milione e 340 mila tonnellate di plastica, il 5% in più rispetto al 2007. I dati, ancora provvisori, sono stati resi noti dal consorzio della filiera degli imballaggi in plastica Corepla, presente a Plast, rassegna del settore in corso a Fieramilano fino a domani. La plastica recuperata nel 2008, sottolinea il Corepla, rappresenta circa il 60% degli imballaggi immessi sul mercato nello stesso anno. A giocare la parte del leone è stata la raccolta differenziata urbana, che ha riguardato circa 530 mila tonnellate di materiale (+20%), provenienti da quasi 7.300 comuni. Tra le regioni piu' virtuose c'è la Lombardia, dove sono state recuperate circa 130 mila tonnellate, di cui quasi la metà solo nella provincia di Milano. Il materiale selezionato con la raccolta differenziata si è trasformato per 300 mila tonnellate in materiale riciclato, mentre il resto è stato recuperato sotto forma di energia e calore. Una bottiglia di plastica del peso di 50 grammi, spiegano al Corepla, può produrre l'energia necessaria per tenere accesa una lampadina da 60 Watt per un'ora

fonte: ambiente.it

G8 AMBIENTE: E' ON-LINE SITO UFFICIALE MINISTERO SU VERTICE

E' online il sito ufficiale del ministero dell'Ambiente realizzato in occasione del vertice del G8Ambiente che si terra' dal 22 al 24 aprile nel castello Maniace, a Siracusa, e che sara' presieduto dal ministro Stefania Prestigiacomo.

Il sito e' raggiungibile da un banner presente sul sito del ministero (minambiente.it) o direttamente connettendosi all'indirizzo g8ambiente.it. All'interno, informazioni per addetti ai lavori e internauti interessati alla materia. Due gli argomenti principali: i cambiamenti climatici e la biodiversita', punti centrali della tre giorni che costituisce una tappa fondamentale sulla strada della Conferenza di Copenaghen prevista per dicembre.

Argomenti che saranno alla base dell'incontro tra i ministri dell'Ambiente degli otto grandi, allargato a altre 11 nazioni: Australia, Brasile, Cina, Danimarca, Egitto, India, Indonesia, Messico, Repubblica di Corea, Repubblica Ceca e Sudafrica. All'interno del sito anche molta documentazione sui temi all'ordine del giorno dell'incontro di Siracusa.

fonte: ansa.it

CO2: la fertilizzazione dell’oceano non dà i risultati sperati

Il gruppo di ricerca indo-tedesco rende noto che le possibilità delle acque antartiche di assorbire una maggiore quantità di biossido di carbonio tramite fertilizzazione a base di ferro sono più limitate di quanto si ipotizzasse

Le speranze riversate nel progetto erano tante, eppure dai risultati preliminari sembrerebbe che lo studio Lohafex non avrebbe confermato le ipotesi sperate. La nave da ricerca Polarstern aveva preso il largo i primi di gennaio con a bordo di 70 scienziati di 7 paesi diversi con il compito di spargere sulla superficie oceanica dell’Artico 6 tonnellate di ferro polverizzato per favorire la crescita di fitoplancton capace, a sua volta, di assorbire l’anidride carbonica. Nonostante esperimenti precedenti avevano dimostrato che il processo di fertilizzazione tramite ferro riuscisse a spostare significative quantità di carbonio nelle profondità marine, nella realtà di Lohafex, questo è accaduto solo in parte. All’iniziale stimolazione del fitoplancton, raddoppiato nel corso delle prime due settimane dello studio, si era poi sovrapposta la crescita di minuscoli animali denominati zooplancton, impedendo l’ulteriore fioritura di microalghe. Il risultato ottenuto dai ricercatori dunque sembrerebbe essere una possibilità di stimolazione limitata nel tempo; il team ora di ritorno in Germania analizzerà i numerosi campioni raccolti, con l’obiettivo di presentare i risultati completi dell’esperimento in workshop entro la fine dell’anno.

fonte: rinnovabili.it

GSE e Confagricoltura: sulle rinnovabili c’è l’Intesa

Siglato oggi dal Forum di Confagricoltura un accordo per sviluppare una serie di attività comuni che mirino alla promozione e sensibilizzazione di interventi per la produzione di energia pulita e per il risparmio energetico

Il “Futuro Fertile 2009”, terza edizione del Forum di Taormina di Confagricoltura, è un’importante occasione di confronto, a partire dalla crisi alimentare mondiale, su quelli che saranno in agricoltura gli scenari e le strategie per affrontare il domani. In questo contesto un ruolo determinante è giocato anche in ambito energetico, dove si sente ancora la necessità di risolvere alcune questioni cruciali come le modalità d’incentivazione alla produzione di energia elettrica fonti di energia alternativa o le tipologie di filiere da privilegiare.
Con l’entrata in vigore del nuovo sistema di incentivi sono cresciuto in maniera esponenziale le esigenze conoscitive da parte degli imprenditori agricoli sia perciò che concerne i profili tecnologici degli impianti di produzione che i meccanismi incentivanti. A renderlo noto è il Gestore dei Servizi Elettrici (GSE) che nella giornata odierna, attraverso il suo Presidente Carlo Andrea Bollino ha siglato un protocollo d’Intesa con Confagricoltura per sviluppare una serie di attività comuni in materia di eco-energie.

Obiettivo dell’accordo, promuovere l’informazione e la formazione degli imprenditori agricoli sulla produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili, con particolare riferimento alle biomasse e biogas, proprio in questo contesto normativo in forte evoluzione. Per il GSE, la convenzione siglata è una sorta di ‘mossa obbligata’, nata da una volontà comune da parte di entrambi i firmatari nel sostenere l’aumento di energia pulita nel quadro degli obiettivi UE, e che ben si colloca sulla strada dei precedenti accordi presi con le associazioni dei consumatori, oltre che con l’ANCI e il CNEL.
Secondo il presidente di Confagricoltura Federico Vecchioni: “La diversificazione produttiva, attraverso l’occasione offerta dalle filiere energetiche rappresenta un modo per affrontare il futuro con maggiore serenità: un’opportunità che le nostre aziende non possono perdere in un momento delicato, di difficile congiuntura economica. In questa direzione l’auspicio e’ che possa essere concluso rapidamente il percorso attuativo del nuovo sistema di incentivazione che riserva particolare attenzione alle biomasse di origine agricola”

fonte: rinnovabili.it

Città e territori protagonisti, nasce la Carta per il Clima

Un documento che candida Comuni, Province e Regioni d’Italia ad avere un ruolo attivo nel raggiungimento degli impegni inerenti al Pacchetto UE e nell’ambito dei negoziati per il nuovo accordo post-Kyoto

Grazie al lavoro di Coordinamento di Agenda 21, in collaborazione con l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani e l’Unione delle Province Italiane, prende vita oggi la Carta delle Città e dei Territori d’Italia per il Clima, un documento raccoglie una serie di proposte per far sì che nelle politiche a favore della tutela del clima vegano sfruttate le potenzialità delle amministrazioni locali, già attive a livello territoriale con diverse tipologie di intervento capillare che stanno dando un contributo importante. Realizzato con la finalità di rendere Comuni, Province e Regioni d’Italia protagoniste attive sia nel raggiungimento degli impegni italiani rispetto al Pacchetto “20-20-20” che all’interno dei negoziati per il nuovo accordo post-Kyoto, la Carta sarà consegnata ufficialmente al Governo il 3 aprile a Roma. Il testo mira a mettere in luce il contributo delle amministrazioni locali, in base alle potenzialità già espresse, all’interno delle politiche a favore della tutela del clima; basti pensare che secondo quanto riportano i dati raccolti con il nuovo sistema di calcolo formulato dal Coordinamento di Agenda 21 molte città hanno già ottenuto una riduzione di CO2 del 20%, come prospettato nella direttiva UE. Sia Agenda 21, Anci che Upi concordano sulla necessità per gli enti locali di accedere ai meccanismi dell’Emission Trading e al mercato dei Titoli di Efficienza Energetica. Da qui al 3 aprile, data della conferenza di presentazione ufficiale del documento che si terrà a Roma nella sede dell’ISPRA, gli enti locali potranno segnalare la propria adesione anche inviando una mail a adesionecarta@a21italy.eu

fonte: rinnovabili.it

venerdì 27 marzo 2009

Fatturato dell'industria giù del 19,9% È record negativo dal 1991

Crollano fatturato e ordini dell'industria a gennaio. L'indice del fatturato corretto per gli effetti del calendario, segnala l'Istat, ha registrato una diminuzione tendenziale del 19,9% (i giorni lavorativi sono stati 20 contro i 22 di gennaio 2008), mentre l'indice grezzo degli ordinativi ha segnato una riduzione tendenziale del 31,3%. Entrambi gli indicatori sono scesi del 2,1% rispetto a dicembre. Nel confronto su base trimestrale, il fatturato scende dell'8,8% e gli ordinativi del 14,2%.

RECORD NEGATIVO - Entrambi gli indici tendenziali rappresentano il peggior dato dal 1991. Nel dettaglio, gli indici destagionalizzati del fatturato per raggruppamenti principali di industrie hanno segnato variazioni congiunturali positive del 5,9% per l'energia e dello 0,1% per i beni di consumo (-3,1% per quelli durevoli e +0,8% per quelli non durevoli). Si sono registrate variazioni negative del 5,9% per i beni strumentali e del 2,5% per i beni intermedi. L'indice del fatturato, corretto per gli effetti di calendario, ha registrato a gennaio diminuzioni tendenziali del 28,4% per i beni intermedi, del 28,1% per l'energia, del 19,7% per i beni strumentali e del 4,8% per i beni di consumo (-21,2% per quelli durevoli e -2% per quelli non durevoli).

AUTO - E continua la discesa per l’industria degli autoveicoli. A gennaio il fatturato ha segnato un crollo del 47,4% (26,3% a dicembre). L’Istat chiarisce che il calo è stato sul mercato interno del 42,8%, e su quello estero del 52,3% (a dicembre erano stati rispettivamente del 29,3% e del 21,3%. Si tratta di dati grezzi. Male anche gli ordinativi che hanno segnato un calo del 26,3%, dovuti ad un calo sul mercato interno del 30,5% e su quello estero del 26,3%.

GLI ALTRI SETTORI - A gennaio l'indice del fatturato corretto per gli effetti di calendario ha segnato le diminuzioni tendenziali più significative nel settore della fabbricazione di mezzi di trasporto (-37,1%), della metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-33,3%) e della fabbricazione di prodotti chimici (meno 29,2 per cento). Le variazioni negative più marcate dell'indice grezzo degli ordinativi hanno riguardato invece la fabbricazione di macchinari ed attrezzature n.c.a. (-41%), la metallurgia e fabbricazione di prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-40%) e la fabbricazione di mezzi di trasporto (-39%).

fonte: corriere.it

A Torino il sole fa la sua rivoluzione

Giovedì 2 aprile il convegno sull’energia solare promosso da Legambiente e Eni, nella convinzione che la ricerca sia un elemento essenziale per lo sviluppo del sistema energetico globale futuro basato su fonti pulite, economiche, non esauribili

Università italiana come spazio privilegiato per sviluppare i grandi temi legati all’energia: la visione condivisa di Eni e Legambiente prende forma con il progetto “Il Futuro del Pianeta, gli scenari dell’Energia”, con cui entrambe intendono porre le basi per un confronto propositivo sul terreno delle energie rinnovabili. Il punto di partenza del progetto è l’energia solare tema centrale della conferenza internazionale organizzato il 2 aprile 2009 presso Aula Magna del Politecnico di Torino.
Argomento dell’incontro: “Anche il sole fa la sua rivoluzione”, proprio nella convinzione che dalla quantità e dalla qualità delle ricerche e dello sforzo tecnologico dipenda il futuro su larga scala di questo settore. E saranno nomi importanti della comunità scientifica internazionale quelli che giovedì della prossima settimana si troveranno a parlare agli studenti universitari come i professori James Barber Professore di biochimica dell’Imperial College di Londra, esperto di fotosistemi, Stefan Glunz Capo del Dipartimento Silicon Solar Cells del Fraunhofer Institut fur Energiesysteme di Friburgo, Martin Green Executive Research Director ARC Photovoltaics Centre of Excellence, University of New South Wales Sidney e Mauro Vignolini Responsabile del progetto Solare Termodinamico a Concentrazione di ENEA. L’obiettivo comune del convegno così come in senso più ampio dell’intero progetto è di riuscire a stimolare una discussione scientifica di alto respiro facendo emergere le nuove opportunità, indicando le strade possibili e le sfide ancora da affrontare.

fonte: rinnovabili.it

I 35 ettari fotovoltaici della Francia

Nel piccolo villaggio francese Daumazan-sur-Arize che gode della presenza di sole 722 abitanti sorgerà la più grande centrale fotovoltaica della Francia. Trentacinque ettari di superficie, ovvero l’equivalente di 70 campi di calcio, per una produzione di energia elettrica di 10 MW, l’equivalente del fabbisogno energetico di una città di 5.500 abitanti: questi i dati della mega centrale che si prevede entrerà in funzione nell’estate del 2010. L’accordo fra il Comune e EDF Energies Nouvelles è stato siglato martedì con la firma del contratto di affitto del terreno valido per 22 anni e l’accettazione delle condizioni sulla scelta degli spazi da parte della EDF. La nuova centrale, la cui realizzazione sta richiedendo un investimento di 40 milioni di euro, supererà quindi per estensione quella della Narbonne che invece si sviluppa su 20 ettari. Il progetto della centrale di Daumazan è in perfetta sintonia con la politica di sviluppo sostenibile promossa dalla stessa amministrazione comunale.

fonte: rinnovabili.it

I pericoli del biofuel

Alcune specie agroforestali per la produzione di biocombustibile costituiscono una potenziale invasività e un danno alla biodiversità nell’ambito degli agroecosistemi

Al fine di ridurre le emissioni di CO2 e favorire l’indipendenza energetica ed un nuovo mercato economico, molti Paesi Europei stanno promuovendo l’utilizzo di biomasse di origine vegetale per la produzione di energia (di seguito citate anche come biofuel).

Com’è infatti noto, la Commissione Europea promuove l’utilizzo di energie rinnovabili, proponendo per il 2020 un utilizzo del 20% di energia proveniente da energia rinnovabile. In questo ambito, diverse Direttive e Strategie promuovono l’utilizzo di energia biofuels sia per trazione che per l’elettricità, indicandone l’uso al fine di ridurre le emissioni di gas serra. Anche la stessa PAC, sia nel primo che nel secondo pilastro, favorisce le coltivazioni per il biofuel.
Le biomasse vengono promosse come energie sostenibili in quanto bilanciano la produzione di CO2 riemettendo nell’atmosfera l’anidride carbonica fissata dalla pianta nelle stagioni immediatamente precedenti, utilizzando così CO2 fresca invece che fossile.
Agli innegabili vantaggi dell’utilizzo di questa fonte energetica sono però collegati diversi svantaggi, sia sociali (principalmente di sovranità alimentare) che ambientali. Questi ultimi riguardano in particolare il cambiamento dell’uso del suolo e l’impatto di pesticidi e di fertilizzanti.
L’Agenzia Europea per l’Ambiente ha prodotto diversi documenti a riguardo [1] e recentemente ha proposto una sospensiva al target del 2020 in attesa di uno studio ecosistemico sull’impatto delle coltivazioni per biofuel sull’ambiente.
Vorrei mettere in luce un aspetto meno immediato del danno che alcune colture energetiche potrebbero arrecare agli habitat ed alla biodiversità naturale: molte specie proposte per le coltivazioni biofuel hanno, infatti, caratteristiche tali da essere considerate potenzialmente invasive [2, 3, 4] ed andrebbero quindi attentamente considerate tutte le ripercussioni che la loro introduzione implica per gli ecosistemi in cui potrebbero espandersi.

L’invasività della specie Affinché una specie vegetale possa essere efficiente per la produzione di biomassa è necessario che abbia caratteristiche eco-fisiologiche tali da renderla un’ottima specie competitrice, tali caratteristiche sono: elevata riproduzione (sia da seme che vegetativa), rapida crescita, resistenza a patogeni ed ampie capacità di adattamento ecologico. Molte di queste caratteristiche sono state accresciute grazie a miglioramenti “agronomici”.
Le specie invasive diventano un danno per l’ambiente in particolare quando tendono a competere ed a sostituire la vegetazione spontanea, alterando gli ecosistemi naturali e arrecando danno alla biodiversità, nelle aree semi-naturali e nei residui di vegetazione all’interno degli agroecosistemi.

L’invasibilità dell’ambiente I sistemi agricoli sono particolarmente suscettibili alle invasioni biologiche: degrado, frammentazione, alterazione del ciclo idrogeologico e dei nutrienti, presenza di habitat disturbati e di terreni di riporto favoriscono, infatti, l’invasività delle specie. Inoltre, molti vettori presenti nelle aree agricole, dal trasporto merci ai coltivi abbandonati, favoriscono la dispersione dei propaguli delle specie invasive.

Il regime colturale La previsione, sul territorio Italiano, di estese coltivazioni di specie da biomassa e di un loro reimpianto annuale, favorito anche dalla presenza di sussidi economici potenzialmente non collegati alla raccolta e/o produzione di energia, sono elementi che vanno a favore di un adattamento e naturalizzazione delle specie utilizzate. In aggiunta, molte delle coltivazioni ad uso annuale come ad esempio il panico, il sorgo, il cardo, che vengono utilizzate per la termovalorizzazione, per praticità di raccolta e stoccaggio vengono lasciate nel campo fino alla fine del loro ciclo vegetativo. Questo favorisce la raccolta di fitomassa secca ma anche la dispersione dei semi e la consequente fuga “da coltivo”. Anche l’utilizzo di specie con wild relatives, come ad esempio il cardo evolutosi dal pool genetico del carciofo selvatico, possono arrecare danno alla biodiversità in quanto se da una parte la cultivar ha il vantaggio di essere adattata all’ambiente, dall’altra questi sono genotipi appositamente selezionati per riprodursi e sono quindi interfertili con la specie originaria. Molte specie proposte per biomassa, non hanno in Italia un produzioni colturali già esistenti.

La valutazione Le coltivazioni per biomassa non si sono ancora ben sviluppate sul territorio italiano e va considerato che l’invasività di una specie può emergere anche a decenni dalla sua prima introduzione a scopi agricoli. D’altra parte però, non tutte le specie proposte sono potenzialmente invasive. Per questo motivo l’ex APAT (ora ISPRA) ha realizzato un adattamento per l’Italia centrale, a clima mediterraneo, della valutazione del rischio di invasività delle specie vegetali (WRA-Weed Risk Assessment) già in uso in altri paesi. Il metodo si basa su un’analisi della biogeografia, dei dati storici, della biologia ed ecologia delle specie. Lo schema di valutazione prevede 49 domande alle quali viene restituito di un punteggio dove a valori alti corrisponde elevata invasività. L’adattamento è stato successivamente applicato alle specie utilizzate per il biofuel [5]: i risultati hanno valutato come potenzialmente invasive alcune specie attualmente già coltivate ed altre per le quali al momento non esiste un regime colturale in Italia Valori di WRA, Fonte ISPRA

La mitigazione Scopo principale della valutazione è stata l’individuazione di quelle specie potenzialmente invasive, per le quali sono fornite indicazioni colturali al fine di ridurne il rischio di “fuga da coltivo” o scoraggiarne la coltivazione. Dallo studio è emerso ad esempio che la coltivazione di specie arboree per la SRF quali Acacia spp (Foto 1), ailanto e robinia andrebbe scoraggiata. In alternativa andrebbe realizzato, in fase di raccolta, il taglio delle infiorescenze.
Tecniche colturali che riducono la produzione di semi, come ad esempio il taglio dei capolini fiorali per il cardo, sono suggerite per le piante che si riproducono sessualmente. Un altro modo per mitigare il rischio di invasività è la scelta di regioni con condizioni climatiche tali da non permettere lo sviluppo del seme: la Kochia scoparia, ad esempio, non fiorisce a temperature medie sotto i 15 °C, mentre il Kenaf necessita di almeno 60 giorni senza gelo per permettere la maturazione dei semi.
Al fine di monitorare l’eventuale dispersione delle piante al di fuori delle coltivazioni sono necessarie stazioni di monitoraggio nelle aree circostanti le coltivazioni a rischio, ed è necessaria una appropriata gestione dei vettori di trasmissione, sia naturali che antropici. Lo studio del paesaggio, l’analisi dei vettori di trasmissione e l’utilizzo di tecniche colturali che riducono la produttività del raccolto, pur rendendo meno efficiente la resa energetica ed economica della specie, sono azioni di mitigazione necessarie al fine di ridurre e controllare l’impatto di specie potenzialmente invasive, dannose per gli habitat dei residui di vegetazione spontanea e semi-naturale (Foto 2).
Tutte queste forme di valutazione e mitigazione, per essere concretamente efficaci necessitano ovviamente di una strategia comune adottata a livello ecoregionale al fine di poter utilizzare in maniera sostenibile questa fonte energetica.

Note

[1] EEA Report No 7/2006

[2] Adding Biofuels to the Invasive Species Fire?)

[3] Scienziati avvertono: biocarburanti, attenzione alle specie invasive

[4] The biofuel wedy menace

[5] Atti Convegno APAT

fonte: rinnovabili.it

Sos passeri

Città inquinate e pesticidi e cala il numero dei passeri, in città e in campagna. Nuovo allarme rilanciato dalla Lipu nel corso di un convegno a Pisa per fare il punto in Italia e in Europa. Rispetto a 10 anni fa, la passera d'Italia e la passera mattugia, due delle specie più diffuse nel nostro Paese, sono calate nel comune di Firenze rispettivamente del 20% e del 45%. Le cause del declino, rileva la Lipu, sono "numerose e da imputare non solo all'espansione urbanistica e all'inquinamento atmosferico ma anche all'accumulo di metalli pesanti e di sostanza chimiche nei nidiacei".

Il trend dei passeri in Italia: a Livorno, nel 2006, la riduzione della passera d'Italia è stata del 53,6%, mentre quella della passera mattugia del 42,2%. Nell'Italia del nord la riduzione dei passeri si attesta intorno al 50%. Il progetto Mito 2000, sull'andamento delle specie di uccelli più diffuse nelle aree rurali, ha evidenziato un calo per la passera d'Italia del 27%, per la passera mattugia del 38% e la passera sarda meno 38%. Altre conferme di cali a Roma tra il 60 e l'80%, ma anche all'estero in città come Varsavia, Amsterdam, Londra e Parigi.

La Lipu ha avviato dal 2006 la campagna "Sos passeri" per il monitoraggio e la sensibilizzazione, cui collabora il Ciso (Centro italiano studi ornitologici). La situazione dei passeri, dichiara Claudio Celada, direttore Conservazione natura Lipu, è "un indicatore importante" della pressione antropica. E, conclude, "non possiamo certo escludere che le cause del declino dei passeri non stiano producendo effetti negativi anche sulla nostra salute".

fonte: lanuovaecologia.it

Nucleare, la Germania chiude due centrali

Le centrali nucleari tedesche di Biblis (centro nord) e Brunsbuettel (nord) dovranno chiudere, come previsto dal piano nazionale per il graduale abbandono di questo tipo di energia. Lo ha stabilito ieri il tribunale amministrativo federale della Germania, respingendo così la domanda delle società proprietarie degli impianti - la Rwe e la Vattenfall - che avevano chiesto un prolungamento dell'attività.

Si tratta del reattore A dell'impianto di Biblis, il più vecchio del Paese, costruito nel 1974, che si trova in Assia. In questo modo, la regione - come annunciato la settimana scorsa - non produrrà più energia nucleare, visto che anche il reattore B (1976) di Biblis era stato chiuso il mese scorso. L'altra centrale, quella di Brunsbuettel, si trova nel Land dello Schleswig-Holstein, che ospita anche uno dei più grandi impianti di energia eolica al mondo.

Durante il governo del cancelliere Gerhard Schroeder (Spd) si decise che la Germania - che ha ancora 17 impianti attivi - sarebbe uscita completamente dal nucleare entro il 2021. L'Esecutivo della cancelliera Angela Merkel (Cdu) ha mantenuto il piano, ma le cose potrebbero cambiare radicalmente dopo le politiche del prossimo settembre se il nuovo governo vedrà in minoranza i socialdemocratici (Spd) - contrari a questa forma di energia.

fonte: lanuovaecologia.it

Poco pesce nel mare, è sorpasso Ora il re della tavola è allevato in vasca

L'allevamento ittico sorpassa la pesca. Nel mondo oggi un pesce su due cresce fra le pareti di una vasca prima di finire nel piatto. E mentre i branchi in natura si impoveriscono, l'itticoltura si rivela l'industria alimentare a più rapido tasso di crescita del pianeta.

Gli ultimi dati della Fao pubblicati nel rapporto "The state of world fisheries and aquaculture 2008" non lasciano dubbi: "Nel 2006 il mondo ha consumato 110 milioni di tonnellate di pesce, 51 dei quali provenienti dall'acquacoltura. Se la produzione deve tenere il passo con l'aumento della popolazione, vista la stagnazione della pesca, la crescita futura non potrà che arrivare dall'allevamento". Medici e nutrizionisti non fanno che invitarci a mangiare specie ittiche e ridurre il consumo di carne. Ma la stessa Organizzazione per il cibo e l'alimentazione conferma che una specie marina su tre è soggetta a "sfruttamento eccessivo da parte della pesca".

Per uscire dalla strettoia, in un settore che concentra oltre tre quarti della sua produzione nei paesi in via di sviluppo, non c'è altra soluzione che ricorrere a quelli che Nature in una sua inchiesta di ieri ha definito "polli d'acqua". Ovvero pesci facili da allevare, che si accontentano di mangimi di bassa qualità ma ripagano lo scarso impegno con una carne povera di proteine e di grassi utili alla salute umana. "Tra le 7 specie maggiormente allevate - scrive la rivista - cinque appartengono al genere delle carpe, che hanno bisogno di un'alimentazione meno ricca rispetto ad altri pesci". E che hanno il loro maggior centro di produzione mondiale in Cina. "A questo scopo, anche i pesci carnivori negli allevamenti sono stati costretti ad adottare uno stile più vegetariano. I salmoni ad esempio sono nutriti con una dieta composta per un quarto da soia".

Secondo i dati dell'Inran, Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione, non è vero che questo tipo di mangimi riducano il livello di omega 3 nelle carni dei pesci. In un'orata d'allevamento per esempio questi acidi grassi continuano a pesare per il 20-24% del totale. Ad aumentare però, rispetto agli esemplari catturati in mare, sono i livelli di omega 6, in particolare dell'acido linoleico: dal 6-7 per cento al 14-22 per cento. Il rapporto fra i due acidi grassi (che è un indicatore importante per la qualità nutrizionale del pesce) cala dunque da 3-4 a 1,6-0,8.

A pagare questo prezzo dovremmo però rassegnarci, se è vero come indica la Fao che nel 2030 la popolazione mondiale avrà raggiunto gli 8 miliardi e per nutrire tutti serviranno 29 milioni di tonnellate di pesce in più, oltre ai 110 attuali. Le leggi su etichette e standard di produzione cercano di venire incontro ai consumatori, come spiega Stefano Cataudella, che insegna Biologia della pesca e acquacoltura all'università di Tor Vergata: "Dal 2009 è entrato in vigore un regolamento dell'Unione europea sull'acquacoltura biologica, che si caratterizza per la qualità dei mangimi e la spaziosità delle vasche".

Negli Usa invece, informa Nature, la Food and drug administration ha pronto il decreto di approvazione di un tipo di salmone modificato geneticamente per produrre dosi maggiori di ormone della crescita e ridurre di un terzo il tempo necessario a raggiungere la taglia adatta a pescheria o ristorante.

fonte: repubblica.it
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Passatempo Preistorico

Moonstone Madness

Pronti a partire, pronti per distruggere tutto? Bene, allora fate un salto indietro nell'era preistorica e immergetevi in questa nuova avventura dal gusto tribale. A bordo del vostro cinghiale dovrete raccogliere le gemme preziose necessarie per passare alle missioni successive, saltando gli ostacoli se non volete perdere il vostro bottino e distruggendo i totem a testate per conquistare altre gemme utili. Inoltre, una magica piuma vi catapulterà verso il cielo dove punti e gemme preziose sono presenti in gran quantità, per cui approfittatene! cercate di completare la missione entro il tempo limite, utilizzando le FRECCE direzionali per muovervi, abbassarvi e saltare, e la SPACEBAR per prendere a testate i totem.

Change.org|Start Petition

Blog Action Day 2009

24 October 2009 INTERNATIONAL DAY OF CLIMATE ACTION

Parco Sempione - Ecopass 2008