martedì 30 marzo 2010

La «nube» di Internet inquina troppo

Dalla nube virtuale a quella reale. E inquinante. Greenpeace lancia l’allarme: la cloud computing (la nube di informazioni digitali) crea troppe emissioni, che potrebbero triplicarsi da qui al 2020. Tutta colpa dei server dei colossi delle IT , ma sotto accusa sarebbero anche gli smartphones e i tablets come l’Ipad, rei di generare ancora più traffico e quindi informazioni.

TUTTO ONLINE – I tempi dell’hard disk sono tramontati. Ormai tutto è immagazzinato su Internet, dove si possono trovare servizi e applicazioni gratuiti per contenerli. Ma fisicamente tutte queste informazioni sono collocate in giganteschi dispositivi alimentati – secondo Greenpeace – principalmente a carbone.

FACEBOOK&CO. - «Make IT green», l’ultimo report della ONG, punta il dito soprattutto contro Facebook. Il colosso dei social-network è accusato di aver costruito un gigantesco data center a Prineville, nell’Oregon, per il quale l'azienda di Mark Zuckerberg ha optato per l’economico, abbondante, ma altamente inquinante carbone. Una decisione che non è piaciuta agli utenti della rete sociale che nelle ultime settimane si sono «ribellati» aderendo al gruppo: «Vogliamo che Facebook utilizzi il 100 per cento di energia rinnovabile». Meglio si è comportato Yahoo, che - sempre secondo il report di Greenpeace - per il suo nuovo server costruito a Buffalo, nello stato di New York, ha scelto di impiegare anche energia idroelettrica.

CONSUMI - Insomma, le Internet technologies non aiutano la lotta al cambiamento climatico. Anzi, peggiorano le cose. Secondo le previsioni degli ecologisti, che hanno sommato i dati di diverse ricerche tra cui, ultima, quelli dell’Agenzia di protezione ambientale degli USA, il consumo energetico della «nube» di Internet, tra server e telecomunicazioni, sarà di 1.963.00 milioni di Kilowatt all’ora, contro i i 622mila milioni del 2007 e di 1034 tonnellate di CO2 prodotta. «Più del consumo di Francia, Germania, Canada e Brasile messi assieme».

fonte: corriere.it

Impronta acquatica

Non solo il 'carbon footprint', la quantità di CO2 prodotta: nell'etichetta degli alimenti dovrebbe comparire il 'water footprint', cioè la quantità di acqua necessaria per la loro preparazione. Lo afferma un esperto australiano, che in uno studio sulla rivista Global Environmental Change ha calcolato che ad esempio per produrre un sacchetto di M&M's servono più di mille litri di 'oro blu'.

"La maggior parte delle persone non ha idea di quanta acqua sia necessaria a produrre le cose che consuma - spiega l'autore dello studio Brad Ridoutt, dell'Australiàs Commonwealth Scientific and Industrial Research Organization, al sito di Scientific American - la produzione di cibo ed energia ad esempio sono responsabili di quasi il 90% del consumo d'acqua nel mondo".

Secondo Ridoutt, è importante anche il modo con cui si calcola il consumo di acqua: nel suo studio il ricercatore ha preso in esame una confezione di un sugo pronto popolare in Usa e un sacchetto piccolo di M&M's, calcolando per ogni ingrediente il 'water footprint'. Il risultato è stato che per coltivare pomodoro, aglio, cipolla e zucchero contenuti in 50 centilitri di sugo servono 200 litri d'acqua, mentre per il popolare snack ne occorrono ben 1135.

"I pomodori però sono coltivati in climi caldi e secchi, e l'acqua impiegata per annaffiarli è la stessa che si usa per bere - precisa l'esperto - d'altra parte invece cacao e noccioline crescono in climi temperati dove le piante assorbono l'acqua direttamente dal terreno. Con queste considerazioni, il sugo pronto in realtà consuma 10 volte l'acqua degli M&M's".

Il metodo studiato da Ridoutt sta destando interesse, tanto che anche l'Iso, l'organizzazione che prepara gli standard di misura mondiali, ha avviato un progetto per calcolare il fabbisogno d'acqua proprio in questo modo

fonte: lanuovaecologia.it

Il fotovoltaico italiano vola sempre più in alto

700, forse 800, persone, con la presenza di molti dei player più qualificati nel settore, ad ascoltare il 25 marzo la presentazione del rapporto del Politecnico di Milano sullo stato dell’energia solare in Italia nel 2008, con la parte del leone fatta dal fotovoltaico. Una conferma non solo dell’interesse suscitato dal tema, ma anche – direi soprattutto – di una incontrovertibile realtà: ormai ci troviamo di fronte a un settore produttivo consolidato.
Il fatturato della vendita di impianti FV in Italia nel corso dl 2009 è stato di 2,34 miliardi di euro, +28% rispetto al 2008, a conferma della valenza anticiclica del settore., dato che riflette solo parzialmente la crescita della potenza installata, in quanto l’effetto congiunto di una potenza media più elevata degli impianti e di un calo in media del 30% del prezzo dei moduli ha ridotto in misura significativa il costo degli investimenti.
Il numero degli operatori attivi sul mercato italiano, superiore a 700, a cui si aggiungono alcune migliaia di operatori locali, coinvolti principalmente nell’installazione degli impianti, e 430 fra banche e istituti di credito. Nel 2009 si è verificato un aumento del 12% nel numero degli opeatori rispetto all’anno precedente, aumentando ulteriormente il livello di competizione, con effetti particolarmente visibili sulla parte upstream della filiera, meno su quella..downstream, dove attività quali la progettazione e installazione rappresentano segmenti che impediscono il pieno dispiegarsi dell’effetto della riduzione dei prezzi nella parte più a monte. Non siamo quindi ancora entrati in una fase di relativa stabilizzazione del settore, anche se il rapporto dell’Energy & Strategy Group ritiene che sia in fase di decollo quello che definiscono “un processo darwiniano di selezione delle imprese italiane del fotovoltaico”, con presumibili ricadute in termini di riduzione dei costi, in quanto a sopravvivere saranno le aziende più efficienti.
Se la modulazione degli incentivi accompagnerà in modo funzionale la riduzione dei costi, destinata a continuare anche nei prossimi anni, le potenzialità del fotovoltaico italiano vanno ben al di là dell’obiettivo di 8.000 MW al 2020, confermato dal sottosegretario Saglia nell’intervento di chiusura del convegno. Il potenziale teorico di crescita del fotovoltaico in Italia al 2020 stimato dal rapporto .è pari a 39.300 MW, suddiviso per settori di applicazione come illustrato nella Tabella seguente.

Si tratta evidentemente di obiettivi irrealistici, perché sia le reti, sia il sistema industriale e dei servizi non sarebbero in grado di adeguarsi a uno strappo verso l’alto di queste dimensioni. Inoltre l’onere delle incentivazioni richieste almeno per un certo numero di anni sarebbe intollerabile. Essi mettono tuttavia in luce i margini realistici di crescita al di là degli 8.000 MW ufficialmente previsti per il 2020. D’altronde secondo le previsioni esposte al convegno dall’ing. Montanino del GSE a fine 2010 l’Italia potrebbe avere già 2.500 MW installati, per cui un risultato di 10.000 – 12.000 MW al 2020 sembra più congruente.
D’altra parte secondo il rapporto un impianto da 200 kW con scambio sul posto dovrebbe raggiungere la grid parity nel Sud per il 2016 e mediamente nel 2018 per l’Italia, mentre per gli impianti più piccoli e quelli a terra dell’ordine del MW la scadenza si collocherebbe fra il 2020 e gli anni immediatamente successivi, richiedendo peraltro incentivi molto modesti nell’ultimo periodo. Incentivi che, sempre secondo il rapporto, per due terzi creerebbero un corrispondente introito per lo stato sotto forma di fiscalità di varia natura.

fonte: rinnovabili.it

lunedì 29 marzo 2010

Un'etichetta energetica da rifare?

C’è qualcosa che non va negli standard per l’efficienza energetica dei prodotti adottati finora dai vari governi. Non c’è dubbio che sul mercato ora si possano scegliere elettrodomestici - piuttosto che automobili o case - meno energivori, questo però non sta evitando l’aumento dei consumi energetici: ne abbiamo solo rallentato la crescita, ma non abbiamo affatto invertito il trend ascendente. Il problema starebbe nella definizione di efficienza, data in primis con l’etichetta energetica: una definizione slegata dai consumi in termini assoluti che si rivelerebbe inefficace in una visone ampia. Ad esempio perché i consumi energetici aumentano assieme alla taglia alle funzionalità dei modelli, anche se questi sono “efficienti”. Con il sistema attuale , cioè, un televisore che consumi più di un altro perché con schermo più grande potrebbe comunque ricadere in una classe di efficienza più virtuosa.

A sollevare il problema è un documento (vedi allegato) pubblicato questa settimana dall’ European Council for an Energy Efficient Economy, ong-think tank con sede a Stoccolma impegnato sul tema dell’efficienza energetica. L’etichetta energetica come è concepita ora – vi si spiega – aiuta il consumatore ad individuare il meno energivoro in un range di prodotti simili, ma non evita che il consumo di energia in termini assoluti cresca nel tempo, dato che i modelli evolvono naturalmente verso maggiori funzionalità, prestazioni e taglie più grandi che comportano naturalmente consumi più alti.

La soluzione a questo proiblema? Secondo Eceee occorrerebbe introdurre standard per l’efficienza energetica progressivi. Ossia: i requisiti in termini di consumi per le varie classi di efficienza dovrebbero essere più severi all’aumentare della taglia, delle funzioni e delle prestazioni del prodotto. Per tornare all’esempio del televisore: uno da 54 pollici dovrebbe avere un consumo per pollice più basso rispetto ad uno da 28. “Se non si fa così – sottolineano gli autori del report – i prodotti saranno sì più efficienti, ma continueranno comunque a consumare più energia”.

Per massimizzare la riduzione dei consumi possibile, si legge nello studio, i nuovi standard andrebbero pensati secondo un approccio “olistico”, tenendo cioè conto di molti più fattori. Eceee propone un modello molto più complesso dell'attuale, una formula (battezzata IPALUCEMED) che considera diversi elementi: popolazione; capacità d’acquisto; propensione all’acquisto di beni di lusso; utilizzo del prodotto, carbon intensity ( ntensità in termini di emissioni della fonte energetica che fa funzionare il prodotto – si pensi alla differenza tra un auto a metano o a gasolio), efficienza energetica, impatti dell’intero processo produttivo e durata di vita del bene.

Questo approccio permetterebbe di definire valori minimi per il consumo totale di energia in un anno (detti sufficiency limit) per ogni categoria di prodotto. In relazione a questi andrebbero definiti i vari standard per l’efficienza. Cosa che, si capisce, penalizzerebbe relativamente i prodotti con maggiori prestazioni o taglie più grandi. Con l’approccio proposto dal report, insomma, si baderebbe all’effettivo impatto energetico-ambientale di ogni prodotto tenendo conto, come abbiamo detto, oltre che dei consumi, dell’intensità emissiva di questi e dell’intero ciclo di vita del prodotto. Un modo perché gli standard per l’efficienza energetica si traducano veramente in una riduzione delle emissioni.

fonte: qualenergia.it

NASCE IL GRUPPO SOFTWARE SISTRI (GSS)

Il 25 marzo mattina, all'Hotel Rivoli di Firenze, si sono riunite 18 Software House italiane che producono software gestionale per il settore dei rifiuti ed offrono consulenza organizzativa e di processo ai diversi attori della filiera, alcune di queste tra le più importanti e con esperienza ultraventennale nel settore, per formare il Gruppo Software SISTRI (GSS). Obiettivi principali del Gruppo Software Sistri sono quelli di unificare la visione dell'interoperabilità del nuovo sistema con i software gestionali esistenti nelle aziende all'interno dei processi delle diverse realtà operative e dimensionali presenti in Italia. Le 18 Società, appartenenti singolarmente a varie Associazioni di categoria, vogliono offrire tutta la loro conoscenza e adoperarsi in modo unitario per razionalizzare ed accelerare il processo dei tavoli tecnici. Il Gruppo è aperto alla partecipazione e alla collaborazione delle Associazioni, delle grandi imprese del settore, dei Consorzi Obbligatori e di tutti i soggetti che vogliano contribuire all'obiettivo. Nella settimana prossima il Gruppo Software Sistri emetterà il documento ufficiale.

fonte: ambiente.it

Una diga lascia a secco 200mila etiopi

Su oltre 200mila persone che in Etiopia già non se la passano bene incombe un'ombra gigantesca, che parte dall'Italia. Si chiama Gibe III: è una diga alta 240 metri il cui bacino si allungherà per 150 km. Posizionata nella bassa Valle dell'Omo (vedi mappa), e realizzata dall'italiana Salini Costruttori, questa struttura mastodontica, destinata a diventare la più grande dell' Africa, muterà drasticamente la portata del fiume Omo, principale affluente del Lago Turkana del Kenya, eliminando il naturale ciclo delle piene e mettendo a repentaglio coltivazioni e pascoli dell'intera area. Il Gibe III è il nuovo passo che seguirà il Gibe II, impianto con un tunnel lungo 26 chilometri che genera elettricità, sfruttando la differenza di altitudine tra il bacino della diga Gibe I e la sottostante valle dell'Omo.Anche questo impianto è stato realizzato dalla Salini, che ha messo a frutto il più grande contributo versato dalle casse italiane per un progetto all'estero: 220 milioni di euro. Almeno in parte spesi male, visto che un pezzo di questo tunnel, inaugurato il 13 gennaio scorso alla presenza del ministro degli Esteri Franco Frattini, dopo 12 giorni è crollato (vedi video) interrompendo subito il flusso di elettricità che, nelle parole del ministro «avrebbe dovuto cambiare la vita all'Etiopia». E invece Meheret Debebe, capo dell'Ethiopian Electric and PowerCorporation (EEPCo), l'ente elettrico etiope, ha invitato la gente a «comprendere il problema e risparmiare energia finchè il guasto non sarò risolto».

I DANNI - Ma quella è storia passata. Ora all'orizzonte c'è quella della diga Gibe III che rilancia rischi enormi sulla testa delle popolazioni indigene della valle dell’Omo legati alla scomparsa del naturale ciclo delle piene. Danni esclusi però dalla Salini già nello scorso gennaio, in una dichiarazione pubblicata su Panorama: «Abbiamo previsto rilasci d’acqua controllati a beneficio dell’agricoltura e progettato l’invaso in modo che si riempia a una velocità compatibile con la quantità delle piogge. Questa è un’occasione per trasformare l’Etiopia in un esportatore di energia, se l’Italia non farà la sua parte la faranno i cinesi, che si sono già aggiudicati la costruzione della diga Gilgel Gibe IV». Prendere o lasciare quindi. Ma i rischi a cui vanno incontro le popolazioni indigene sono invece confermati in un dossier realizzato da International River, che studia e tutela i diritti delle popolazioni che vivono sugli argini dei fiumi: «Gli agricoltori locali piantano le colture lungo le rive del fiume dopo ogni piena annuale. Queste ridanno anche vita ai pascoli per il bestiame e segnano l’inizio della migrazione dei pesci. Se non si fermeranno i lavori e non si interverrà con adeguate misure di mitigazione, la diga provocherà carestie croniche, problemi di salute, dipendenza dagli aiuti umanitari, e un generale disfacimento dell’economia della regione e della stabilità del suo tessuto sociale, in un ambiente ecologicamente già di per sè molto fragile».

APPALTO E COSTRUZIONE - I lavori di costruzione sono iniziati nel 2006: la Salini ha aperto il cantiere in accordo con il governo etiope che ha approvato l'appalto a trattativa diretta, senza alcuna gara e quindi senza comparazione delle offerte. «Nella fretta di procedere - si legge ancora nel dossier di International River - il governo ha omesso di valutare tutti i rischi economici, tecnici e d’impatto

(dal sito della Bbc, clicca per ingrandire)
(dal sito della Bbc, clicca per ingrandire)
ambientale e sociale, violando leggi interne e standard internazionali. Inoltre non ha preso in considerazione gli effetti legati ai cambiamenti climatici, che sul lungo termine potrebbero incidere drammaticamente sulla capacità produttiva della diga. Oggi sono stati effettuati studi postumi alla costruzione per confermare una decisione presa anni fa». L'unica valutazione di impatto ambientale è stata fatta a posteriori, a cantiere già aperto. «Al di là di questa anomalia, che non è di poco conto - commenta Marco Bassi, antropologo italiano dell'università di Oxford appena rientrato dalla Valle dell'Omo, dove studia le culture indigene - non si tratta di uno studio degno di questo nome. L'ho verificato di persona quando mi sono trovato nelle aree indicate dalle mappe della relazione: non sono segnati i villaggi, non si traccia in modo preciso la distinzione tra zone agricole e selvatiche mentre quelle a pascolo non sono nemmeno indicate. Come si può pensare che ci siano certezze che una diga di quelle dimensioni funzioni in modo da salvaguardare le economie di sussistenza della popolazione? La verità è che le tribù dei Kara e dei Kwegu che vivono lungo il corso del fiume sono condannate all'estinzione e anche tutte le altre che abitano sul delta vedranno compromesse le loro fonti di sostentamento».

AFFITTO DELLE TERRE - Oltre ad accarezzare l'idea di vendere energia elettrica al Kenya, nella Valle dell'Omo il governo etiope progetta di affittare vaste aree di terra indigena a compagnie e governi stranieri per coltivazioni agricole su larga scala, biocarburanti inclusi. Si tratta di circa 120mila ettari, un business colossale. E da qui arriva la spinta alla costruzione di Gibe III: per l'irrigazione verrà attinta acqua dalla diga. La maggior parte dei popoli colpiti non sa nulla del progetto e il governo sta lavorando contro le organizzazioni tribali a loro insaputa. L'anno scorso, nella parte meridionale del paese le autorità hanno sciolto almeno 41 associazioni locali rendendo impossibile il dialogo e lo scambio di informazioni sulla diga tra le varie comunità. «Per le tribù della valle dell'Omo - ha detto Stephen Corry, direttore generale di Survival International, associazioni che tutela le popolazioni indigene - la diga Gibe III sarà un cataclisma di ciclopiche proporzioni. Perderanno le loro terre e tutti i loro mezzi di sussistenza. Nessun ente degno di rispetto dovrebbe finanziare questo atroce progetto».

LA CAMPAGNA DI SURVIVAL E LA REPLICA DELLA SALINI - Per prevenire le conseguenze catastrofiche del progetto, Survival ha lanciato una campagna internazionale in cui chiede al Governo etiope di sospendere i lavori di costruzione e raccomanda ai possibili finanziatori - tra cui la Banca Africana di Sviluppo (AfDB), la Banca Europea per gli Investimenti (BEI), la Banca Mondiale e anche il Governo italiano attraverso la Cooperazione allo Sviluppo - di non sostenere il progetto. A questa iniziativa si sono associate la Campagna per la Riforma della Banca Mondiale, Counter Balance coalition, Friends of Lake Turkana e International Rivers. La Salini replica in modo netto: «Siamo di fronte all’ennesima azione irresponsabile e priva di fondamento tecnico e scientifico contro il progetto Gibe. Tutte le affermazioni critiche contenute nell’appello di Survival, infatti, per quanto possano apparire suggestive ai non addetti ai lavori, o sono false o sono frutto di elementari errori aritmetici e tecnici se non addirittura di macroscopici errori di fatto» (leggi il comunicato di Salini costruttori in versione integrale). Un fatto, che non rassicura, resta certo: le popolazione che vivono nella Valle dell'Omo, fino a quando hanno visto comparire le ruspe, sono rimaste all'oscuro della diga che incombe sulla loro testa.

fonte: corriere.it

sabato 27 marzo 2010

Investimenti nelle rinnovabili: la Cina batte gli Usa

La corsa allo sviluppo della Repubblica Popolare cinese ha dato i suoi frutti e per la prima volta nella storia degli investimenti nelle energie low carbon il gigante asiatico si trova in una posizione di vantaggio rispetto agli Stati Uniti. Il sorpasso è avvenuto nel 2009 secondo quanto riferisce il rapporto Chi ha vinto la corsa alla Clean Energy? pubblicato dal Pew Charitable Trusts, organizzazione no-profit.
Nell’anno passato Pechino ha investito 34,6 miliardi dollari nell’economia delle rinnovabili contro i 18,6 miliardi degli Usa che si aggiudicano così il secondo posto nella classifica globale dell’organizazzione.
Questo scavalcamento per Phyllis Cuttino, direttore della Campagna Global Warming dell’Ong, è da attribuire ad una mancanza di forti politiche statunitensi a sostegno alle energie verdi, carenti in sistemi di incentivazione ad hoc basati sui premi alla produzione e di una legislazione nazionale sul clima che fissi uno standard energetico nazionale.
Nel complesso, gli investimenti nel settore sono diminuiti di circa il 6,6 per cento nel 2009 in tutto il mondo a causa della recessione, segnando i 162 miliardi dollari, ma si tratterebbe di una tendenza provvisoria e già per il 2010 si dovrebbe parlare di una risalita a 200 miliardi di dollari.
A rendere particolarmente attraente la Cina la scelta del governo di adottare dei target nazionali per l’energia rinnovabile, compresi i mandati per 30 GW sia dall’eolico che dalle biomasse entro il 2020, e la realizzazione di un feed-in-tariff per i progetti di sfruttamento del vento e si appresta a lanciare misure simili nel campo del fotovoltaico. Per adesso, spiega il rapporto il Paese stelle e strisce, deve accontentarsi di mantenere un vantaggio marginale sul totale della capacità installata, con 53.4 GW ma, secondo gli analisti, se le tendenze attuali continuassero sarà questione di pochi mesi prima che venga sorpassata anche in questo campo dalla Repubblica Popolare, già a quota 52.5 GW.
Seguono i capofila, la Gran Bretagna con 11,2 miliardi di dollari e la Spagna con 10,4 miliardi, ossia tutti Paesi con forti quadri politici a livello nazionale e dentro al mercato del carbonio. Discorso diverso invece per il tasso di incremento che incorona prima la Turchia con un ottimo più 178%, seguita da Brasile (+148%), Cina (+148%), Gran Bretagna (+127%). “Anche nel bel mezzo di una recessione globale, il mercato dell’energia pulita ha registrato una crescita impressionante”, ha continuato Cuttino.
“I paesi stanno gareggiando per la leadership. Sanno che investire nell’energia pulita dà la possibilità di rinnovare le basi di produzione e creare opportunità di export, posti di lavoro e business”.
Per il Belpaese la situazione non riserva grandi sorprese: con i suoi 9,8 GW di capacità rinnovabile e i 2.6 miliardi di dollari investiti si aggiudica il nono posto nella classifica generale pur dimostrando negli ultimi cinque anni un tasso di crescita degli stessi investimenti del 110%.

fonte: rinnovabili.it

I Verdi: ecco la mappa delle future centrali nucleari sul territorio italiano

La prima centrale nucleare di Italia sarà con molta probabilità quella di Montalto di Castro in provincia di Viterbo. Poi, tra i possibili siti atomici, ci sono Caorso in provincia di Piacenza e Trino Vercellese (Vercelli) e per il deposito nazionale di scorie radioattive la località di Garigliano a cavallo tra le province di Latina e Caserta. È questa la mappa della distribuzione delle centrali nucleari fornita, a Roma davanti a Montecitorio, dai Verdi in chiusura di campagna elettorale.

LA MAPPA - «Il governo - osserva Angelo Bonelli, presidente dei Verdi - non ha avuto il coraggio di rivelare prima delle elezioni regionali i luoghi in cui verranno costruite le centrali» e in cui dovrebbero verranno «sprecati almeno 30 miliardi di euro dei contribuenti italiani». Ecco allora la cartina delle sedi che produrranno energia atomica, secondo le indicazioni dei Verdi: Caorso (Pc), Trino Vercellese (Vc), Monfalcone (Go), Chioggia (Ve), San Benedetto del Tronto (Ap), Scarlino (Gr), Montalto di Castro (Vt), Borgo Sabotino (Lt), Garigliano (Lt-Ce), Termoli (Cb), Mola di Bari (Ba), Scansano Jonico (Mt), Oristano, Palma di Montechiaro (Ag).

fonte: corriere.it

venerdì 26 marzo 2010

SONO 6993 I COMUNI RINNOVABILI

Sole, vento, acqua, geotermia, biomasse: sono 6.993 i Comuni rinnovabili italiani, al top della classifica verde Sluderno, in provincia di Bolzano, Tocco da Casauria, in provincia di Pescara, Maiolati Spontini, in provincia di Ancona, e Grosseto, che si fregiano del titolo di località simbolo del futuro energetico italiano: è il risultato della mappatura delle fonti rinnovabili in Italia, di Legambiente, che ha presentato il rapporto presenta 'Comuni Rinnovabili 2010'. Sono infatti ben 6.993 i Comuni italiani dove è installato almeno un impianto di produzione energetica da fonti rinnovabili. Erano 5.580 lo scorso anno, 3.190 nel 2008. Le fonti pulite che fino a dieci anni fa interessavano, con il grande idroelettrico e la geotermia le aree più interne e comunque una porzione limitata del territorio italiano, oggi sono presenti nell'86% dei Comuni. E per quanto riguarda la diffusione, sono 6.801 i Comuni del solare, 297 quelli dell'eolico, 799 quelli del mini idroeletttrico e 181 quelli della geotermia. Le biomasse si trovano invece in 788 municipi dei quali 286 utilizzano biomasse di origine organica animale o vegetale. Ecco, in sintesi, il quadro dell'Italia sostenibile, rilevato dal rapporto Comuni Rinnovabili 2010 di Legambiente, realizzato in collaborazione con Gse e Sorgenia, presentato oggi a Roma. Il rapporto racconta con numeri, tabelle, cartine il salto impressionante che si è verificato in Italia nel numero degli impianti installati. Attraverso nuovi impianti solari, eolici, geotermici, idroelettrici, da biomasse già oggi sono 825 i Comuni in Italia che producono più energia elettrica di quanta ne consumano le famiglie residenticentinaia i Comuni in Italia che producono più energia elettrica di quanta ne consumino

fonte: ambiente.it

Bici in città e pale eoliche così si vince la sfida verde

A Brema, a differenza che a Roma o Milano, sanno che se togli le auto e non vuoi che la città si fermi devi offrire qualcosa in cambio. Tipo più mezzi pubblici, più piste ciclabili, più car sharing. Una politica a tre punte che nel 2008 ha fatto registrare, per la prima volta, un'inversione di tendenza: il numero delle macchine ha cominciato a diminuire (-1,6%) nonostante un lieve aumento della popolazione (+0,2%). Ma il vero vincitore, in questa guerra di spostamenti decimali, è stato il trasporto pubblico che ha segnato una crescita del 3,6%. È uno dei casi di eccellenza raccontati in "La corsa della green economy. Come la rivoluzione verde sta cambiando il mondo" di Antonio Cianciullo e Gianni Silvestrini (Edizioni Ambiente, 201 pag., 14 euro). Il libro, scritto dall'inviato di Repubblica assieme a un ricercatore del Cnr, fa una vasta rassegna internazionale di come la corsa all'innovazione ecologica sta cambiando sia i connotati delle città più avvertite che quelli di molte aziende. C'è l'ennesima conferma della civiltà scandinava, con il primato di Stoccolma dove una fermata di trasporto pubblico non è mai più lontana di trecento passi. Come se non bastasse, se il tram non passa entro venti minuti, il passeggero mancato ha diritto a prendere il taxi gratis. Quando si dice trattare il cittadino come un cliente.

Oppure la scoperta del record di Friburgo, dove ci sono più biciclette che abitanti e sulle strade vige la regola dei terzi: un terzo alle bici, un terzo ai mezzi pubblici e un terzo alle auto. Qualità della vita a parte, la rassegna si occupa anche della qualità del capitalismo. L'americana Firstenergy, per dire, invece di investire 380 milioni di dollari in una centrale a carbone esistente ha preferito metterne 200 milioni su un impianto a biomassa. Tra il passato remoto e il futuro prossimo non ha avuto dubbi su dove puntare. Lo stesso non si può dire dell'Italia, con il suo discusso ritorno al nucleare.


"Una scommessa azzardata anche sul piano economico" la definisce Maurizio Ricci, giornalista di lungo corso a Repubblica, nel suo "Atlante ragionato delle fonti di energia rinnovabili e non" (Muzzio editore, 176 pag., 19 euro). Una serie di illuminanti reportage alle radici dell'energia. Da quello che rimane dei super-pozzi di petrolio, dall'Arabia Saudita allo Yucatan, a quello che sarà delle promesse più pubblicizzate, dall'idrogeno alle biomasse. "Da una parte ci sono gli alti costi" spiega Ricci, che ha visitato le centrali atomiche più moderne del mondo, "dall'altra resta il fattore sicurezza. Il rischio che qualcosa vada storto è basso ma in quel caso i danni sarebbero altissimi e, per definizione, mondiali, che non si fermano alle frontiere. Tantopiù che non esiste ancora un vero organismo di controllo internazionale: perché l'Aiea intervenga deve essere invitata da un governo". Alternative verosimili, non buone solo per il libro dei sogni del buon ecologista? "Intanto bisogna puntare sull'efficacia della rete. Perché è vero che né il sole né il vento, in un determinato luogo, ci sono sempre ma è anche vero che da qualche altra parte, in quel momento, splenderà e soffierà. Il trucco, quindi, è fare una rete abbastanza vasta e intelligente per prendere l'energia da dov'è e distribuirla dove serve, in un flusso il più possibile costante. È quello, ad esempio, che fa il progetto Desertec che vuole far arrivare l'energia prodotta in Africa in Europa". Se c'è una cosa che non lo convince, tra le applicazione rinnovabili più reclamizzate, è l'auto a idrogeno. "Perché prendere elettricità per creare idrogeno da cui estrarre elettricità?", si chiede uno degli esperti che ha intervistato. "Con 100 chilowattora di elettricità un'auto elettrica fa 120 chilometri, una a idrogeno 40". Insomma, meglio evitare giri inutili per costosissime fuel cells e attaccarsi direttamente alla corrente.

Nel frattempo i Paesi più orientati al futuro preparano ambiziosi cambi di guardia. Entro dieci anni, ora è il libro di Cianciullo la fonte, le fonti rinnovabili in Germania supereranno il settore automobilistico quanto a fatturato. E nel mondo gli impianti eolici creati nel 2009 hanno prodotto più energia delle centrali atomiche installate negli ultimi cinque anni. Risultati che non arrivano per caso. Nei pacchetti di stimolo per rivitalizzare l'economia c'è chi ha preso la quota verde sul serio e chi no. In Cina hanno investito il 37,8% in quel settore. In Germania il 13,2. In Italia l'1,3. Se ci impegniamo un decimo, poi non possiamo pretendere chissà che.

fonte: repubblica.it

giovedì 25 marzo 2010

Le foreste riprendono fiato ma metà pianeta è a rischio

LA buona notizia è che la deforestazione è diminuita. La cattiva notizia è che si mangia ancora ogni anno una superficie grande quanto la Grecia. Negli anni Novanta sparivano 16 milioni di ettari di alberi all'anno, nel primo decennio del nuovo secolo si è scesi a 13 milioni. Sono le cifre contenute nel rapporto che la Fao ha appena reso pubblico: uno studio condotto ogni cinque anni che ha utilizzato il contributo di 900 specialisti in 178 paesi.

Il mantello verde del pianeta, fino a qualche decennio fa ancora dominante, si è progressivamente ristretto fino ad arroccarsi sul 31 per cento delle terre emerse. Ma questo dato, come tutti quelle precedenti, è destinato a essere rapidamente superato da un'erosione che continua a viaggiare a ritmi alti. Le perdite maggiori si sono registrate in America del Sud (4 milioni di ettari) e in Africa (3,4 milioni di ettari). In rosso anche l'Oceania, dove si continua a pagare lo scotto di un terribile periodo di siccità che ha colpito l'intero decennio. L'Asia invece ha i bilanci in positivo grazie a alla politica di rimboschimento sostenuta da Cina, India e Vietnam, anche se l'attacco alle foreste primarie non si è fermato. Stabile l'America del Centro Nord e in crescita la quota verde dell'Europa.

Il giudizio di Eduardo Rojas, vicedirettore della Fao è complessivamente positivo: "Per la prima volta il tasso di deforestazione mondiale sta scendendo grazie a sforzi condotti sia a livello internazionale che locale. I paesi non hanno solo migliorato le loro politiche di utilizzo delle foreste ma ne hanno anche assegnato l'uso alle popolazioni locali. Il tasso di deforestazione resta comunque alto e gli sforzi vanno raddoppiati".

In particolare vanno salvaguardate le foreste primarie, quelle non ancora intaccate, che costituiscono la roccaforte della biodiversità terrestre: oggi rappresentano il 36 per cento delle foreste totali ma hanno perso 40 milioni di ettari in 10 anni a causa del degrado, del taglio e della riconversione a usi agricoli. L'altro caposaldo della conservazione sono i boschi della rete dei parchi che dal 1990 è cresciuta di 94 milioni di ettari raggiungendo il 13 per cento della superficie complessiva delle foreste.

Nonostante il leggero miglioramento, la situazione dunque resta preoccupante. Gli incendi e gli attacchi dei parassiti colpiscono ogni anno l'1 per cento delle foreste. E, in assenza di un valido piano di intervento, il dato è destinato ad aggravarsi a causa dei cambiamenti climatici che stanno alterando il ciclo idrico. La deforestazione a sua volta accelera il processo del cambiamento climatico: a livello globale si calcola che nel periodo 2000 - 2010 lo stock di carbonio contenuto nella biomassa delle foreste si sia ridotto di 500 milioni di tonnellate.

fonte: repubblica.it

REGIONI AL BIVIO

Mai come in questa occasione le questioni ambientali sono al centro del dibattito che anima la campagna elettorale per le prossime elezioni regionali. Le opportunità sul territorio del resto non mancano. Si pensi, solo per fare qualche esempio, all’allarme smog in Pianura Padana e nelle grandi città, alla nuova centrale a carbone di Saline Joniche (Rc) e per restare in Calabria al grave dissesto idrogeologico, al consumo di suolo in Lombardia, all’emergenza rifiuti in Campania e nelle altre regioni del Centro-Sud o all’odissea dei pendolari nelle aree metropolitane. Ma un tema su tutti attraversa le 13 regioni italiane dove si vota: il ritorno del nucleare. Nonostante il silenzio pre-elettorale imposto dal governo Berlusconi, lo spauracchio dell’arrivo degli otto reattori sul territorio nazionale è ovviamente diventato oggetto del contendere tra i diversi schieramenti in corsa. Legambiente ha fatto la sua parte ponendo a tutti i candidati governatori la domanda “disponibile o contrario a ospitare una centrale nucleare sul territorio regionale?”.
Il risultato è stato quasi plebiscitario, con tutti i candidati indisponibili e tre sole eccezioni, tutte nel centrodestra: Cota in Piemonte, Biasotti in Liguria e Caldoro in Campania. Una domanda sorge spontanea: se il governo non riesce a convincere i suoi candidati, come pensa di convincere i cittadini italiani? In realtà, in questo scenario assolutamente omogeneo, alcuni distinguo si possono fare. Non basta dire «sono favorevole al nucleare ma non nella mia regione » come hanno fatto Formigoni in Lombardia, Zaia in Veneto, Polverini nel Lazio, Palese in Puglia e Scopelliti in Calabria. Si deve contrastare con tutti i mezzi il ritorno di una tecnologia costosa, inquinante, rischiosa e inutile per l’Italia. A tal proposito vale la pena ricordare che “solo” 11 Regioni, tutte governate dal centrosinistra, hanno fatto ricorso alla Corte costituzionale contro la legge Sviluppo, che riapre la stagione atomica per il paese anche in assenza del via libera degli enti locali e utilizzando l’esercito. Ma non basta contrapporsi. Si deve anche favorire l’alternativa delle rinnovabili, dell’efficienza e dell’innovazione, come hanno fatto ad esempio Nichi Vendola in Puglia o la Bresso in Piemonte. E poi le Regioni dovranno “costringere” il governo a presentare all’Ue entro giugno la suddivisione regionale dell’obiettivo nazionale al 2020 del 17% di produzione da rinnovabili, anche per evitare le multe previste dal 20-20-20 europeo.
Quello di fine marzo sarà un voto davvero importante. Votiamo chi sostiene veramente la riconversione ecologica dell’economia italiana, non chi pensa (anche se non lo dice esplicitamente) all’atomo. Una tecnologia preistorica che garantirebbe affari a poche aziende energetiche, a discapito dell’economia diffusa delle rinnovabili e delle tasche della collettività.

fonte: lanuovaecologia.it

Palermo differenzia, il Ministero dell'Ambiente "dà i numeri": raccolta differenziata dal 4 al 79%

Dal 4 al 79%: questo l’incremento della raccolta differenziata registrato nella prima zona pilota in cui è stato avviato il progetto “Palermo differenzia”. In pratica ogni 100 kg di rifiuti prodotti in quel quartiere, fino a ieri se ne mandavano in discarica 96 oggi solo 21.

«E’ un grande successo, che conferma la possibilità di poter raggiungere anche in Sicilia gli standard europei di raccolta differenziata» – afferma il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo che, attraverso il ministero ha fornito il supporto tecnico per l’avvio della differenziata porta a porta.

«Questi dati – rileva il Ministro – sono la prova che esiste una grande disponibilità dei palermitani ad adottare comportamenti ambientalmente corretti quando viene fornito un servizio efficiente. Da siciliana sono orgogliosa di questa prova di senso civico che Palermo ha dato».

La prima fase ha interessato circa quindicimila abitanti del quartiere Libertà, la zona del centro di Palermo scelta per l’avvio del progetto: dai dati aggiornati al 20 marzo, nelle prime sei settimane il livello di raccolta differenziata raggiunto, relativo al materiale raccolto, è stato del 79%. Ogni settimana sono stati registrati significativi aumenti dei volumi di rifiuti raccolti: si è passati dai 61.710 kg raccolti nella prima settimana ai 106.050 della quinta, con risultati nelle altre settimane sempre superiori ai 90.000 kg. Il secondo step inizierà venerdì 26 marzo, e interesserà altri diciottomila abitanti del quartiere.

Delle 450 tonnellate complessive di rifiuti raccolti dall’avvio del servizio fino al 14 Marzo, sono state avviate in discarica a Bellolampo, solo 90 tonnellate, poco più del 20%. Le restanti 360 tonnellate di materiale differenziato sono state inviate a riciclaggio presso:

- l’impianto di compostaggio SIRT (Alcamo) sono state conferite 197 tonnellate di frazione organica;

- la piattaforma di selezione imballaggi LVS (Termini Imerese) sono state avviate 25 tonnellate di imballaggi in plastica, acciaio e alluminio e 21 tonnellate di vetro;

- la piattaforma di selezione carta e cartone SIRAM (Palermo) sono state avviate 114 tonnellate di carta e cartone.

fonte: ecodallecitta.it

Truffa atomica

In queste settimane il Governo continua la sua marcia verso la riapertura del nucleare in Italia – registrando un voto contrario della Conferenza Stato-Regioni - ed Enel prosegue la sua attività di agit-prop presentando con Confindustria le brillanti prospettive per le imprese italiane. Secondo Enel la parte “non nucleare” (non coperta da brevetti) vale il 70% dell’investimento, mentre per EDF la quota nucleare pesa per il 60%. Va ricordato che i colloqui dello scorso novembre tra Ansaldo e Areva per accedere al know-how dell’isola nucleare non hanno avuto alcun esito e che in Finlandia anche nelle opere civili il colosso francese Bouygues fa la parte del leone in termini di appalti, peraltro con risultati assai discutibili.

Lo scorso ottobre l’Agenzia di sicurezza nucleare finlandese STUK fermava i lavori di saldatura del circuito primario del reattore EPR in costruzione a Olkiluoto, per aver riscontrato nuovamente irregolarità nella realizzazione delle opere. Si tratta delle stesse tubature le cui saldature erano già state oggetto di indagine in passato. Questa volta il problema non è dei cordoni di saldatura, ma sui lavori di saldatura fatti per coprire difetti estetici sulla superficie delle tubature. E questo, contrariamente alla prassi, senza che sia stato documentato. Se mai si dovesse rifare tutto il lavoro ci vorrebbero 3 anni.

Il capo dell’agenzia STUK, Jukka Laaksonen commenta che «il calendario dei lavori era irrealistico sin dall’inizio. Quando la TVO ordinò il nuovo reattore non era stato più costruito un reattore nucleare nell’Europa occidentale o negli USA da oltre 10 anni, e nessuno aveva esperienza su un reattore di queste dimensioni. Areva non aveva alcuna esperienza nella gestione di un cantiere di questa portata, i francesi sono abituati ad andare avanti e a finire la documentazione in un secondo momento mentre i finlandesi vogliono progetti approvati su carta prima di iniziare o continuare i lavori» (Huvudstadsbladet, 11 novembre 2009). «Il cemento arrivava camion dopo camion. E noi lo pompavamo. Anche quando il sistema di rinforzo non era finito. Il cemento non poteva aspettare.Gli ispettori della Bouygues ci ordinarono di coprire gli evidenti difetti della struttura col cemento. Se ci fossero grossi errori, osservavano gli ispettori, ma questi più piccoli... venivano lasciati lì» (intervista a lavoratori polacchi impiegati in cantiere su Helsingin Sanomat, 31 gennaio 2010).

Se in Finlandia i francesi di Areva e i finlandesi della TVO si contestano a vicenda le colpe per i ritardi del cantiere, minacciandosi con richieste miliardarie, il conflitto all’interno dell’industria francese, tra Areva ed EDF, è scoppiato al punto che i capi delle due aziende – di proprietà largamente pubblica – sono stati chiamati a rapporto dal ministro Fillon che gli ha imposto il silenzio. Il casus belli è stato causato dalla gara d’appalto per quattro reattori nucleari persa negli Emirati Arabi Uniti lo scorso dicembre (vinta da un consorzio sudcoerano).

Interessante notare che a gennaio Enel presenta ancora un costo per reattore di 4-4,5 miliardi di euro, mentre ad Abu Dabi i francesi hanno presentato un’offerta che in euro è di circa 6,5 miliardi a reattore. Non è stata comunque solo una questione di prezzo – come emerge in un’analisi comparsa sul quotidiano The National di Abu Dabhi il 16 gennaio scorso – ma anche un effetto del fiasco finlandese. Sulla vicenda il Financial Times del 15 gennaio riporta come il top management di Areva stia considerando l’ipotesi di riproporre i reattori di seconda generazione CPR 1000 – che la Francia ha smesso di costruire 20 anni – per quei clienti che entrano nel nucleare.

La cifra offerta per la gara negli Emirati è persino superiore a quella stimata da Citigroup in un rapporto pubblicato a novembre per valutare i costi del nucleare nel mercato inglese. Secondo il rapporto, perché l’investimento nel nucleare sia remunerativo in quel Paese, il prezzo dell’elettricità deve essere di 65-70 euro a MWh. Ma il sottosegretario Saglia annuncia che col nucleare il costo in Italia sarà di 40 euro/MWh: sarebbe interessante chiedere a Saglia se crede di più ai costi che Enel presenta nelle conferenze stampa o a quelle che l’industria francese presentano alle gare d’appalto.

Il conflitto nell’industria nucleare francese è nel frattempo diventato eclatante. Mentre Areva stringe rapporti con Gas de France-Suez, il Presidente Sarkozy ha chiesto a François Roussely – già presidente di EDF e amico del nuovo capo dell’azienda elettrica Henri Proglio – di preparare un rapporto per l’aprile 2010 per stabilire se Areva ha le capacità per fare il “direttore d’orchestra” della filiera nucleare. Secondo le fonti di stampa francese, uno smantellamento di Areva è all’orizzonte, ma non è la prima volta che questa ipotesi viene palesata.

Questa sarebbe la certificazione del fallimento del progetto EPR che, nei termini in cui è stato proposto – 3 miliardi di costo, 48 mesi per la costruzione e sicurezza assoluta – è già fallito: anche per il cantiere di Flamanville si moltiplicano le voci di un ritardo di 2 anni già accumulato. La decisione improvvisa di Siemens nel gennaio 2009 di cedere la loro quota del 34% di Areva NP aveva provocato reazioni stizzite - «non è questo il modo di comportarsi negli affari, in genere si mandano segnali», The Economist, 29 gennaio 2009 - oggi quella mossa sembra meno incomprensibile. Vedremo se, dopo il rapporto dell’Agenzia di sicurezza inglese HSE di aggiornamento sul processo autorizzativo dell’EPR in UK, saranno stati superati i problemi emersi sul sistema di controllo d’emergenza e se saranno state date le informazioni per giudicare la tenuta del guscio di contenimento rispetto a un incidente aereo.


Di nuovo il Governo ha tenuto a precisare, attraverso il sottosegretario Saglia, che non sono previsti sussidi al nucleare. La stessa certezza però non la condivide il National Audit Office inglese, ente che controlla i conti pubblici. Nel rapporto pubblicato a gennaio riguardo la vendita di British Energy a EDF, si analizza anche l’effettiva possibilità che EDF costruisca nuovi reattori senza ricevere sussidi pubblici. Se ne conclude che «ci vorranno molti anni per determinare se la vendita di British Energy porterà alla costruzione di nuove centrali nucleari senza sussidi pubblici». Queste difficoltà a conciliare mercato e nucleare sono alla base dell’annuncio dato dal ministro David Millband di voler rivedere la struttura troppo liberalizzata del mercato che non favorisce l’eolico e il nucleare. Il Governo britannico tornerebbe al sistema precedente alla riforma del 1989, dove si remunerava anche la potenza disponibile non utilizzata, che allora fu abbandonato dalla riforma Thatcher a causa della sua scarsa flessibilità.

Negli USA il Presidente Obama – nel tentativo di trovare maggior consenso al Climate Bill - sta considerando l’ipotesi di triplicare i fondi per prestiti garantiti a tasso agevolato introdotti da Bush nel 2007, portandoli da 18,5 miliardi a 54. L’analisi finanziaria di Moody’s concludeva nel 2008 che con gli incentivi introdotti da Bush si potevano fare solo una o due centrali, ed evidentemente era una analisi corretta.

In conclusione, l’EPR è sempre più in difficoltà e sta generando un conflitto nell’industria nucleare francese, i costi sono chiaramente più alti del previsto ed è sempre più evidente che senza sussidi in varie forme nemmeno i Paesi che hanno l’industria nucleare riescono a ricostruire almeno una parte degli impianti che andranno chiusi. Perché in Italia sul nucleare Governo ed Enel ci raccontano ancora le favole? L’obiettivo, forse, è solo quello di firmare contratti che anche in caso di blocco del programma produrranno nuovi “oneri nucleari” (da scaricare in bolletta) da girare ai francesi come merce di scambio per qualche quota nei possibili futuri EPR. E, nel frattempo, si moltiplicano gli ostacoli alle fonti rinnovabili.

fonte: qualenergia.it

PRENDE IL VIA LA SETTIMANA VERDE

Anche quest anno la Commissione Europea rispetta il suo appuntamento con la sostenibilità, con la settimana dell'Energia Sostenibile dal 22 al 26 marzo. Così contemporaneamente in molti paesi prendono vita una serie di progetti in ambito di politica energetica, fonti rinnovabili, efficienza e mobilità sostenibile. L'Ue ha deciso di battere il record dell'anno scorso segnato con oltre 150 eventi a Bruxelles e dintorni, con più di 30.000 partecipanti. Anche l'Italia concorre: a Torino la settimana si festeggia con «Spostarsi senza inquinare», una grande kermesse all'onsegna delle due ruote. Per il Veneto la Settimana rappresenta un'occasione di confronto e approfondimento con convegni e iniziative nelle scuole, per allargate la cerchia degli appassionati dell'energia intelligente. A Ostia si sta svolgendo un esposizione all'aperto sulle varie declinazioni della sostenibilità energetica in casa in ufficio sulla strada. E, promosso dal Ministero dell'Ambiente, si sta sviluppando il progetto Lodi, la Casa del Futuro, che presenta la sperimentazione di una qualità abitativa al servizio della città, con le tecnologie e la applicazioni utili a incrementare risparmio ed efficienza. E in Abruzzo si stanno svolgendo iniziative e incontri sui temi della sostenibilità, con particolare accento alla ricostruzione de L'Abruzzo.

TRASPORTO MERCI VERDE La Commissione europea ha pubblicato il quarto bando per proposte finalizzate alla realizzare di progetti di razionalizzazione modernizzazione dei servizi di trasporto merci. Il bando lanciato nell'ambito del secondo progetto Marco Polo ha l'intento di selezionare azioni che permetteranno di lottare contro la congestione delle reti stradali europee e di migliorare le performance ambientali del sistema di trasporto merci, due dei maggiori obiettivi della politica dei trasporti dell'Ue. Il programma Marco Polo vuole aiutare le imprese a realizzare servizi che permettano di trasferire una parte del trasporto merci su gomma verso mezzi di trasporto più rispettosi dell'ambiente come i trasporti marittimi, le ferrovie e i fiumi. Il bando è aperto a 5 tipologie di progetti: azioni di trasferimento modale, per trasferire una parte del carico stradale verso il trasporto marittimo a breve distanza, al trasporto ferroviario, alla navigazione interna o ad una combinazione di diversi modi di trasporto. Verranno ammesse anche azioni ad effetto catalizzatore innovative per superare gli ostacoli strutturali sul mercato europeo del trasporto merci e azioni in favore delle autostrade del mare per trasferire una parte dei carichi stradali verso il trasporto marittimo a breve distanza o ad una combinazione di trasporti marittimi a breve distanza con altri modi di trasporto. Altre azioni ammissibili saranno quelle mirate a evitare traffico e suscettibili di integrare il trasporto nella logistica di produzione per ridurre la domanda di trasporto stradale di merci, avente un impatto diretto sulle emissioni. Infine verranno selezionate anche azioni di apprendimento comune per incoraggiare il miglioramento della cooperazione e la condivisione del know how tra le parti interessate del settore della logistica merci. Alle imprese che presenteranno i progetti migliori verranno offerti contratti di sostegno economico di una durata massima di 5 anni. I fondi previsti per il 2010 2010 sono di 64 milioni di euro.

fonte: ambiente.it

Tetti ‘smart’ che risparmiano energia con l’olio cotto

Dalla cucina al tetto, l’olio esausto potrebbe trasformare le coperture delle case in strutture camaleonte capaci di regolare l’isolamento a seconda della temperatura esterna riflettendo i raggi del sole nelle giornate calde e assorbendoli quando fa freddo. Risultato, si riduce il carico di riscaldamento e raffreddamento.
L’idea di impiegare materiali edili e rivestimenti speciali per ridurre l’importo sulla bolletta non è nuova, ma il passato ha visto per lo più soluzioni “stagionali”, basti pensare ai tetti bianchi. Nel percorso verso tecnologie che assicurino in tal senso il massimo risparmio energetico recentemente è iniziato a passare il concetto di coperture che agiscano, al pari del rettile sopracitato, come sistemi in grado di modulare le proprietà ottiche (vedi il prototipo realizzato dal MIT) e di conseguenza il passaggio del calore.
Per Ben Wen, vice presidente della società newyorkese United Environment & Energy, si è trattato di guardare ad un rifiuto particolarmente problematico a livello di smaltimento come l’olio di cottura esausto, trasformandolo in una risorsa edilzia. A partire da questo scarto alimentare infatti l’azienda ha realizzato un polimero liquido e inodore che indurisce dopo l’applicazione sul substrato. Nei test effettuati in condizioni sperimentali “estive”, applicato a specifiche assicelle, è riuscito a ridurre la temperatura dal 50 all’80%, innalzandola in condizioni “invernali” dell’80%. Il prodotto contiene quello che la società definisce l’ingrediente segreto capace di controllare i livelli dei raggi infrarossi e a seconda dei casi permettere, modificandone la composizione, di calibrare il passaggio dalla modalità “assorbente” a quella “riflettente” per temperature ambientali specifiche. “Questo è uno dei materiali di copertura più innovativo e pratico sviluppato fino ad oggi – ha affermato Wen. – Aiuterà a risparmiare energia e a ridurre le emissioni dei composti volatili dovute ai prodotti di rivestimento a base di petrolio. Inoltre fornirà una seconda vita a milioni di litri di olio esausti provenienti dalla frittura di patatine e bocconcini di pollo”. Finanziata dal Doe statunitense, la ricerca è stata presentata al 239° Congresso Nazionale dell’American Chemical Society (ACS), tenutasi recentemente a San Francisco e nel corso del quale il vice presidente ha annunciato che il rivestimento sarà disponibile sul mercato, a prezzi contenuti, nell’arco di tre anni.

fonte: rinnovabili.it

‘Edificio sostenibile’, la nuova certificazione per eco-immobili

Si terrà oggi la presentazione di ‘Edificio sostenibile’ la nuova certificazione dell’Icim che, applicata ad un immobile, ne specifica il grado di sostenibilità classificandolo sul mercato, anche dal punto di vista economico. L’annuncio verrà dato in occasione del convegno “La qualità ecosostenibile delle strutture turistiche ricettive: un corretto equilibrio tra esigenze degli utenti, tecnologie e sostenibilità del territorio” alla Fiera di Milano di Rho, con lo scopo di fornire un quadro chiaro e completo delle possibilità e delle metodologie atte alla realizzazione di un edificio che si integri perfettamente e senza danni nell’ambiente che lo ospita e lo circonda.
Analizzando la situazione ambientale ed energetica dello stabile valutando le dotazioni e facendo previsioni a lungo termine. Misurando illuminazione, climatizzazione, livelli di rumore si è arrivati ad un nuovo standard di certificazione rilasciato, per merito, ad un Hotel della provincia di Novara, un connubio di innovazione e sostenibilità che, riqualificando l’edificio gli ha concesso un nuovo volto ecosostenibile.

fonte: rinnovabili.it

mercoledì 24 marzo 2010

Comuni sostenibili, si può l'Italia sa essere più "verde"

NUMERI, cifre, tabelle, esempi. Tutto nel voluminoso rapporto "Comuni rinnovabili 2010" sembra confermare la validità dell'intera collezione di vecchi slogan ambientalisti: dal "pensa globale, agisci locale", al "piccolo è bello", passando per "un altro mondo (dell'energia) è possibile". Il rapporto, presentato oggi da Legambiente, fotografa la diffusione e lo sviluppo degli impianti energetici "verdi" in Italia, restituendo una volta tanto un'immagine del paese positiva e carica di aspettative.

"E se fosse proprio il territorio il laboratorio di una rivoluzione energetica incentrata sulle rinnovabili?" si chiede nella premessa il documento curato da Edoardo Zanchini incrociando i dati ottenuti dalle amministrazioni locali con le elaborazioni e gli studi del Gestore dei servizi elettrici, i rapporti dell'Enea e le statistiche elaborate da diverse associazioni di categoria e aziende. La domanda d'apertura è retorica, ma non del tutto. Il rapporto certifica infatti i tanti segnali di un eccezionale dinamismo locale nel raccogliere la sfida della sostenibilità energetica, ma il percorso per trasformare questi ottimi auspici in realtà è ancora lungo e pieno di insidie.

Vale la pena però assaporare fino in fondo queste promettenti primizie. "Il rapporto Comuni rinnovabili 2010 - si legge nel documento - racconta un salto impressionante nella crescita degli impianti installati nel territorio italiano". "Sono 6.993 i Comuni in Italia dove è installato almeno un impianto - precisa il dossier - erano 5.580 lo scorso anno, 3.190 nel 2008". Strutture che "stanno dando forma a un nuovo modello di generazione distribuita: impianti solari fotovoltaici, solari termici, mini idro-elettrici, geotermici ad alta e bassa entalpia, da biomasse e biogas, integrati con reti di teleriscaldamento e pompe di calore".
Il risultato, segnala ancora Legambiente, è che "già oggi sono centinaia i Comuni in Italia che producono più energia elettrica di quanta ne consumano", proprio come nei sogni dei più visionari tra gli ambientalisti, con il risultato che "si sono creati nuovi posti di lavoro, portati servizi e create nuove prospettive di ricerca applicata oltre, naturalmente, ad un maggiore benessere e qualità della vita". Entrando nel dettaglio, il rapporto rivela come 6.801 sono i Comuni che ospitano pannelli fotovoltaici.

Il caso più emblematico è quello di Craco, in provincia di Matera, dove è stato installato oltre mezzo kW per ogni abitante a fronte di un fabbisogno medio familiare di circa 3 kW. Con una potenza installata di 5.148 MW (+1.287 MW rispetto all'anno precedente) i Comuni dell'eolico sono 297, mentre 799 sono quelli dell'idroelettrico. In questo caso la potenza installata è di 715 MW, in grado di produrre ogni anno 2.860 GWh pari al fabbisogno di energia elettrica di oltre un milione e 100 mila famiglie. Più o meno lo stesso numero di Comuni (788) ospita invece impianti a biomassa per una potenza installata complessiva di 1.023 MW elettrici e 985 termici.

Il dossier cita quindi alcuni esempi particolarmente emblematici che l'associazione ha deciso di premiare. Primo fra tutti, Sluderno, in provincia di Bolzano, un Comune con poco più di 1.800 abitanti "che fonda la sua ricetta di successo su diversi impianti diffusi nel territorio, dai 960 metri quadri di pannelli solari termici e 512 kW di pannelli fotovoltaici diffusi sui tetti di case e aziende, ai 4 micro impianti idroelettrici che hanno una potenza complessiva di 232 kW". Un'amministrazione che una volta tanto non rappresenta un'eccezione in un panorama desolante, bensì la punta più avanzata di un movimento che inizia prepotentemente a prendere peso. Sono infatti ben quindici i Comuni certificati dal rapporto come "rinnovabili al 100%", paesi dove non solo la corrente elettrica, ma anche il riscaldamento è prodotto da fonti pulite.

Quello che emerge dal rapporto è dunque uno "scenario che cambia completamente rispetto al modo tradizionale di guardare all'energia e al rapporto con il territorio" e reclama attenzione e credibilità a un dibattito pubblico sull'energia dove "per un riflesso condizionato qualsiasi ragionamento sembra non poter prescindere da un approccio centralizzato e quantitativo, fatto di MW installati per impianto".

Un approccio che insieme alle tante deficienze e ai tanti limiti del nostro sistema burocratico e normativo rischia di spalancare la porta al nucleare, che Legambiente vede come la peggiore minaccia alla compiuta realizzazione di questa rivoluzione dal basso. L'ossessione dell'attuale governo per il ritorno all'atomo, prima ancora che per le note ragioni di sicurezza, sembra preoccupare l'associazione per la sua capacità di assorbire in maniera centralizzata quantità spropositate di investimenti a discapito delle altri fonti, senza peraltro portare le stesse ricadute positive in termini di occupazione e abbattimento dei costi in bolletta.

fonte: repubblica.it

martedì 23 marzo 2010

Amsderdam va già a idrogeno

Viaggiatore eco friendly. È il nuovo trend. Soprattutto nel 2010, dichiarato anno internazionale della biodiversità. Per sperimentare un eco-vacanza una buona scelta è Amsterdam, una delle città più verdi d'Europa, città più importante di un Paese dove ci sono più biciclette che persone, ben 18 milioni per 16,4 milioni di abitanti, e più di 22 mila chilometri di piste ciclabili.

Da aprile a maggio si può conoscerla nel suo aspetto più bello perché fioriscono le giunchiglie e i tulipani. E la vacanza ad impatto zero può cominciare proprio dall'offerta dei mezzi di trasporto. Perché se è vero che l'ideale, per Amsterdam, è scoprirla dall'acqua, in primavera entrerà in servizio Nemo H2, il primo battello europeo di linea a propulsione a idrogeno che può ospitare poco meno di 90 persone e farà 150 viaggi al giorno tra i canali, a un costo di appena 50 centesimi di euro superiore rispetto a quello dei battelli normali.

Per ora Boot Huren Amsterdam offre noleggi in barca a zero emissioni di CO2. Queste piccole imbarcazioni elettriche sono attraccate nel centro storico, e grazie alle loro dimensioni raggiungono anche i luoghi più nascosti, permettendo di scoprire angoli inesplorati. Si gira la città anche con Canal Bus che va dal Centraal Station al Rijksmuseum con fermate alla Casa di Anna Frank e Westerkerk, Leidseplein e Prinsengracht. Compagnie come la Blue Boat annoverano barconi elettrici a emissioni zero sia dal punto di vista dell'anidride carbonica che dei decibel. Semplicissime da usare sono poi barche a pedali e divertenti le crociere notturne con musica dal vivo. E per capire come si può vivere bene "a bordo" si deve visitare l'House Boat Museum un vecchio mercantile trasformato in casa-galleggiante e aperto al pubblico.

Via terra, la città si può girare su un taxi elettrico, sempre disponibili vicino a Prins Hendrikplantsoen di fronte all'Hotel Victoria, mentre le bici si possono noleggiare in tutti gli angoli, ma le originali Dutch Bike nere si trovano da Bike City. Molto esotici i moderni tuk tuk elettrici lentamente portano anche nei vicoli più stretti, ed infine gli scooter elettrici della compagnia Zero Bikes Amsterdam, noleggiabili all'Amstel business Park. I mezzi pubblici sono efficienti e abbastanza convenienti.

fonte: repubblica.it

Dio e la CO2, i cambiamenti climatici visti con gli occhi dell'Africa. Un problema di comunicazione

L'Irin, l'agenzia stampa umanitaria dell'Onu, presenta i dati di un'inchiesta condotta in 10 Paesi africani dalla quale emerge che secondo l'opinione pubblica africana è Dio, e non le emissioni di gas serra, il responsabile del cambiamento climatico. La risposta che viene dal continente più povero e arretrato del pianeta è singolarmente simile a quel di cui è convinto la destra religiosa del più potente Paese del mondo, gli Usa. Però un americano come seconda causa del global warming non indicherebbe probabilmente la deforestazione, come fanno gli africani che evidenziano così che oltre al fatalismo e alla superstizione religiosa esiste anche una nuova consapevolezza e informazioni disponibili, anche se non sufficienti a permettere ,soprattutto alla maggioranza più povera e scarsamente istruita, di capire le complicate cause dei fenomeni ambientali che in Africa stanno stravolgendo le vite di milioni di persone.

Il sondaggio è stato condotto nel 2009, con interviste ad oltre 1.000 cittadini africani e a 200 decisori politici, opinion leader, giornalisti ed uomini d'affari in Etiopia, Ghana, Kenya, Nigeria, Repubblica democratica del Congo, Senegal, Sudan, Sudafrica,Tanzania e Uganda.

Il Bbc world service trust, che in collaborazione con il British council, il 17 marzo ha lanciato a Nairobi, la capitale del Kenya, il progetto Africa talks climate, riporta quanto detto da una giovane donna senegalese: «Dio punisce la gente perché ci comportiamo male. Mostra la sua forza con gli uragani e le tempeste».

La direttrice del Bbc world service trust, Caroline Nursey, su Irin fa un parallelo tra questa mancanza di informazione sul cambiamento climatico e l'inadeguatezza della strategia dell'informazione sull'Aids: «All'inizio, le iniziative prese a livello mondiale per comunicare efficacemente sull'epidemia di Aids erano lente e spesso inadatte ai bisogni locali. I media hanno giocato un ruolo essenziale nella lotta contro l'Aids in Africa e dovrebbero essere sostenuti per poter fare lo stesso nel caso del cambiamento climatico»

Secondo il primo ministro del Kenya, Raila Odinga, l'Africa talks climate ed iniziative simili sono «utili per incoraggiare i governi e i media a trovare i modi per far comprendere agli africani perché soffrono degli effetti planetari del cambiamento climatico, che è il risultato delle emissioni di CO2 a scala mondiale, e non di una sorta di punizione divina. I cittadini comuni non lo sanno. Nono siamo riusciti ad informare i nostri cittadini sugli effetti e le cause del cambiamento climatico. Gli africani sono la maggiori vittime, e non colpevoli, e devono saperlo. Ma a questo stadio, importa poco sapere chi sia la vittima e chi il colpevole, perché tutti noi condividiamo la responsabilità di agire per attenuare gli effetti del cambiamento climatico».

«Il governo keniano ha a cuore di dare una risposta agli effetti del cambiamento climatico nel Paese e di aiutare i milioni di persone che sono in situazione di insicurezza alimentare a causa della siccità, della fame, delle inondazioni e di altre catastrofi naturali. Il governo kenyano ha, tra le altre iniziative, deciso di piantare 7,6 milioni di alberi entro il 2020, con il sostegno dei governi francesi e americani, al fine di far passare la copertura forestale dal 2 al 10%. Noi vogliamo che il Kenya accoglierà il prossimo summit della nazioni vulnerabili al cambiamento climatico prima dell'autunno 2010. Questo evento inciterà i leader degli altri Paesi ad aprire gli occhi e a comprendere che gli sforzi comuni e la collaborazione sono indispensabili alla riuscita, aprendo così la porta a dei negoziati più soddisfacenti durante il prossimo summit sul cambiamento climatico, che si terrà in Messico nell'ottobre 2010».

La premio Nobel per la pace Wangari Maathai ha chiesto ai leader politici di prendere iniziative immediate per ridurre la vulnerabilità ai cambiamenti climatici «mettendo in atto dei quadri giuridici ad hoc che favoriscano le politiche ambientali, che sono ancora inesistenti in numerosi Paesi, in particolare in Africa. Miliardi di dollari sono già stati investiti per far fronte agli effetti del cambiamento climatico sulle nostre popolazioni. Molti Paesi africani può darsi che non abbiano dei fondi da allocare, ma ci spetta di dimostrare dignità e fiducia, in modo che altri governi siano pronti a darci il loro sostegno. E io sono convinta che , lo faranno».

La Maathai ha ricordato che «I cambiamenti climatici colpiscono considerevolmente l'Africa» e che secondo la Banca mondiale 15 dei 20 Paesi più vulnerabili al cambiamento climatico sono in Africa. «Dobbiamo trovare un buon metodo per far capire le ragioni di questa situazione. Trovare i mezzi più appropriati per colpire le persone e indirizzarli a loro nella propria lingua sono degli elementi chiave».

Odinga è d'accordo: «Dobbiamo semplificare i messaggi e far comprendere alla gente che le nostre azioni hanno un impatto sull'ambiente».

Sam Otieno, un ricercatore del Bbc World Service Trust, spiega ancora meglio la questione: «I discorsi sui problemi ambientali hanno la reputazione di non essere "vendibili". Dobbiamo superare questa credenza e comprendere che è necessario parlarne di più. Il cambiamento climatico è del tutto "vendibile", ma deve essere fatto oggetto di una comunicazione più semplice e più pertinente, in modo che i messaggi siano più accessibili».

fonte: greenreport.it

VAPORE DECOMPONE RIFIUTI E ABBASSA EMISSIONI

Il vapore ad alta temperatura consente l'eco-decomposizione dei rifiuti, con l'abbattimento delle emissioni e la generazione di gas combustibile riciclabile. Nel primo esperimento al mondo del genere, un gruppo di ricercatori giapponesi è riuscito a tagliare in maniera significativa gli scarichi nocivi dello smaltimento dei rifiuti, riducibili a un 20/O delle procedure ordinarie grazie alla decomposizione 'indotta' con il vapore ad alta temperatura. I responsabili dell'istituto di ricerca per l'ambiente del Kansai Science City, nella prefettura di Kyoto, rivendicano la prima assoluta a livello internazionale dell'esperimento che si basa su un meccanismo eco-virtuoso in quanto il gas combustibile derivato dallo speciale smaltimento puo' essere utilizzato per generare elettricita' e far muovere altre macchine, come un camion per la raccolta dei rifiuti. Il particolare procedimento prevede di inondare la spazzatura con un getto di vapore a 800 gradi in stato di assenza di ossigeno, con la materia che finisce per decomporsi in carburi e gas combustibili. La prova sul campo è stata effettuata con la collaborazione di 45 famiglie residenti nella citta' di Seika, nei pressi di Kyoto, che hanno fornito 45 chilogrammi di rifiuti organici. Dopo la procedura di smaltimento sono rimasti 4,5 chilogrammi di carburi e 30 metri cubi di gas combustibile, da cui sono stati ricavati 9 kilowatt di energia elettrica, sufficienti per far muovere un camion della raccolta dei rifiuti con pannello solare (che ha fornito altri 1,5 kilowatt) coprendo la distanza di circa 30 chilometri.

fonte: ambiente.it

Fiat 500 ‘all-electric’ (quasi)pronta per il mercato Usa

Il gruppo Chrysler LLC ha annunciato oggi tramite una nota stampa la volontà di portare sul mercato statunitense la 500 Fiat in versione appositamente all-electric. La vettura è stata presentata al North American International Auto Show di quest’anno e nelle previsioni del gruppo dovrebbe essere pronta per il lancio nel 2012.
“Il prezzo – spiega il comunicato – verrà annunciato poco prima del lancio, ma sarà competitivo con quelli di altri veicoli simili presenti sul mercato”. “La nuova Fiat 500EV dimostra i benefici dell’alleanza tra Chrysler e Fiat” fa sapere il gruppo aggiungendo che “il pianale della Fiat 500 è piccolo, leggero, perfetto per l’integrazione della tecnologia per le vetture elettriche”. Batteria a ioni litio d’ultima generazione ed un’unità di controllo EV per gestire i flussi di energia è però tutto ciò che si sa delle caratteristiche tecniche finora.
E rimanendo in tema di mobilità sostenibile la Chrysler ha anche reso nota l’intenzione di realizzare una versione ibrida plug-in (PHEV) del truck americano Ram, forte del contributo di 48 milioni di dollari concesso dalla Department of Energy statunitense con cui produrrà una flotta dimostrativa di 140 veicoli da testare in varie località degli Stati Uniti.
L’annuncio segue di poco la decisione di chiudere il programma per un Ram HEV sul quale si legge nel comunicato “la società non ha potuto formulare un caso commerciale adeguato e ha deciso di annullare il programma di sviluppo per il 2011”.

fonte: rinnovabili.it

Ecoincentivi 2010 a case, elettrodomestici e due ruote

Case ecologiche, elettrodomestici “bianchi”, motorini elettrici o ibridi. A questi ed altri settori andranno gli incentivi previsti decreto-legge, su proposta dei Ministri Tremonti, Scajola e Calderoli approvato venerdì dal Consiglio dei Ministri.
“Il dato Istat sull’aumento del 2,7% del fatturato dell’industria in gennaio – ha affermato il Ministro Scajola – conferma che la ripresa è iniziata, ma il calo degli ordinativi del 2,8% sempre in gennaio ci dice anche che la ripresa è lenta e intermittente. E’ dunque necessario sostenere la ripresa per centrare l’obbiettivo della crescita del Pil dell’1-1,2% quest’anno. Per questo abbiamo varato in Consiglio dei Ministri il decreto che stanzia 420 milioni per sostenere il sistema produttivo”.
La disposizione, che riguarda anche macchine agricole, gru e motori per la nautica, prevede incentivi, operativi dal prossimo 6 aprile, fino a 300 milioni di euro e finanziati per 200 milioni con entrate fiscali, per 50 milioni con il Fondo finanza d’impresa e per ulteriori 50 milioni con credito d’imposta.
“Tutti gli interventi – ha continuato Scajola – hanno l’obbiettivo di migliorare l’ecosostenibilità ambientale, di premiare l’innovazione e la sicurezza sul lavoro. E a chi si ostina ad affermare che il Governo non fa abbastanza per l’innovazione ricordo che proprio nei giorni scorsi abbiamo concluso la selezione del bando di Innovazione industriale su “Nuove tecnologie per il Made in Italy” che distribuirà 280 milioni di incentivi a 104 progetti innovativi presentati da 745 imprese e 305 centri di ricerca”. Per poterne usufruire dei contributi i consumatori dovranno rivolgersi semplicemente al rivenditore che verificherà la capacità per via telematica o telefonica in un tempo fissato e comunicando la disponibilità o meno dell’incentivo che si tradurrà in uno sconto sul prezzo di acquisto. Il rivenditore recupererà poi l’incentivo presso gli sportelli delle Poste Italiane, responsabile fra l’altro di un call center che sarà attivato prossimamente per fornire tutte le informazioni pratiche necessarie. In tema di acquisto di immobili è prevista la certificazione di efficienza energetica da parte dell’ENEA.
Riportiamo di seguito alcuni prettamente indirizzati verso la promozione di un’alta efficienza energetica.

Consumi delle famiglie

Motocicli elettrici ed ibridi: come precedentemente spiegato al settore sono dedicati 2 milioni di euro per coprire il 20% del prezzo di acquisto con un contributo massimo 1500 Euro
Cucine componibili complete di elettrodomestici efficienti: 60 milioni in misura del 10% del prezzo di vendita su un contributo massimo di 1000 euro.
Singoli elettrodomestici ad alta efficienza energetica (Classe A e B): 50 milioni in tutto per coprire una riduzione del 20% con contributi da 80 euro come nel caso di forni elettrici e piani cottura ai 500 euro per scaldacqua a pompa di calore e stufe.
Nuovi immobili ad alta efficienza energetica (Classe A e B): 60 milioni con un contributo per un importo pari a 116 euro al mq (con massimo di 7.000 Euro) per la classe A e 83 euro al mq (con massimo di 5000 €) per la classe B.

Sicurezza sul lavoro, efficienza energetica ed innovazione

Inverter, motori ad alta efficienza, batterie per il rifasamento, UPS: 10 milioni in totale che copriranno il 20% del prezzo di acquisto per un contributo massimo da 40 a 200 euro a seconda del prodotto.

fonte: rinnovabili.it

lunedì 22 marzo 2010

Otto milioni di persone l'anno muiono a causa della siccità

Otto milioni di persone l'anno muoiono a causa della siccità e delle malattie legate alla mancanza di servizi igienico-sanitari e di acqua potabile e secondo le stime dell'Onu nel 2030 fino a tre miliardi di persone potrebbero rimanere senz'acqua. L'allarme viene lanciato in occasione della Giornata Mondiale dell'Acqua. Inquinamento, cambiamenti climatici, sprechi, renderanno infatti ancora più difficile il reperimento dell'acqua potabile. Nel mondo si passa da una disponibilità media di 425 litri al giorno per ogni abitante degli Stati Uniti ai 10 di un abitante del Madagscar, dai 237 litri a persona disponibili in Italia ai 150 in Francia. La stima del consumo medio di una famiglia occidentale è di oltre 300 litri al giorno, ma scende drasticamente sotto i 20 litri per una famiglia africana.

Secondo l'Onu 3.900 bambini muoiono ogni giorno per mancanza d'acqua. La zona più esposta rimane l'Africa: fino a 250 milioni di persone coinvolte e seri rischi per l'area sub-sahariana. Poi, il Medio Oriente dove sono presenti meno dell'1% delle risorse idriche a livello mondiale, mentre il 5% dei Paesi arabi - la regione più arida al mondo - già sono al limite delle risorse idriche. Stando alle previsioni, la popolazione mondiale, ora a 6,6 miliardi di persone, crescerà di 2,5 miliardi entro il 2050 comportando un aumento della domanda di acqua dolce di 64 miliardi di metri cubi all'anno.

La ricerca dei mezzi più efficaci per diffondere e interpretare le notizie sul clima e l'acqua nel continente sarà al centro di una conferenza panafricana a livello ministeriale, che si svolgerà a Nairobi dal 12 al 16 aprile. Promossa dall'Organizzazione meteorologica mondiale (Omm) in partenariato con l'Unione africana, la riunione sarà la prima del genere a svolgersi nel continente. Nella riunione, i ministri africani responsabili della meteorologia affronteranno temi relativi alle questioni legate al clima e alle risorse idriche in Africa, dove "numerosi Paesi", ha rilevato l'0mm, "sono molto vulnerabili davanti ai disastrosi effetti dei cambiamenti climatici".

L'Europa è naturalmente in condizioni migliori, eppure, secondo dati diffusi da Bruxelles, tra il 1976 e il 2006 almeno l'11% degli europei ha sofferto di carenza d'acqua, con un danno per l'economia di almeno 100 miliardi di euro. Storicamente, il problema è più serio nell'Europa meridionale. I Paesi del Mediterraneo ricorrono sempre di più alla desalinizzazione per la fornitura di acqua dolce. Si stima che la Spagna nei prossimi 50 anni raddoppierà il numero dei suoi impianti, che attualmente coprono il fabbisogno di otto milioni di persone al giorno. Anche l'Inghilterra comincia ad affrontare lo stesso problema.

L'indice di stress idrico, che mostra le risorse disponibili in un Paese o in una regione rispetto alla quantità d'acqua utilizzata, vede l'Italia tra i Paesi alle prese con carenze, oltre a Belgio, Bulgaria, Cipro, Germania, Malta, Spagna e Regno Unito. Il Mediterraneo poi vede un forte impatto dei turisti sul prelievo di acqua, nel periodo di picco, fra maggio e settembre.

Ma in Italia "si assiste a uno spreco assurdo: le reti sono un colabrodo. Disperdono in alcuni casi anche un terzo della risorsa, mentre sono 8,5 milioni gli italiani che vivono in zone ove l'acqua ha difficoltà ad essere erogata con continuità'', ricorda il presidente della Cia-Confederazione italiana agricoltori Giuseppe Politi. Infatti su 383 litri di acqua erogati mediamente per ogni cittadino, solo 278 litri arrivano realmente a destinazione. Secondo la Cia le zone dell'Europa soggette a forte stress idrico "dovrebbero passare dal 19 per cento odierno al 35 per cento nel decennio 2070''.

L'Italia è anche il Paese dell'acqua minerale: secondo una ricerca di Legambiente nel 2008 sono stati imbottigliati 12,5 miliardi di litri di acqua, per un consumo pro capite di 194 litri, più del doppio della media europea e americana. Acqua di sorgente prelevata da 189 fonti da cui attingono 321 aziende imbottigliatrici "che pagano spesso cifre irrisorie per realizzare poi enormi profitti, come dimostra il giro di affari di 2,3 miliardi di euro raggiunto nel 2008".

fonte: repubblica.it

“Klimaenergy Award”, innovazione rinnovabile da 1° premio

Canditati ammissibili alle selezioni, aperte fino al 31 luglio, tutti i Comuni e Provincie italiane che hanno attivato o finanziato progetti finalizzati al risparmio energetico e alla produzione di energia da fonti alternative a scopo pubblico e commerciale. Potranno partecipare, gratuitamente, gli enti che hanno terminato progetti energetici a partire da gennaio 2007 o che verranno realizzati entro dicembre 2010. Tre le categorie del concorso stabilite in base al numero di abitanti, che dovrà essere inferiore ai 20 mila, oppure compreso tra i 20 mila e i 150 mila, o rivolto a Comuni e Provincie con più di 150 mila cittadini. I lavori canditati verranno giudicati,da esperti super partes, secondo criteri di qualitativi e quantitativi, in termini di quantità di CO2 risparmiata per abitante, mentre, qualitativamente parlando, si premieranno quei progetti innovativi, da un punto di vista ecologico ed economico, applicabili anche in altre realtà. L’assegnazione degli “award” avverrà in occasione dell’omonima fiera internazionale sulle energie rinnovabili, per usi commerciali e pubblici: Klimaenergy 2010 , in programma alla FieradiBolzano dal 23 al 25 settembre prossimo. Rivolgendosi ad un pubblico specializzato, 170 le aziende partecipanti, l’iniziativa si propone di approfondire il tema delle rinnovabili, focalizzando l’attenzione su tecnologie e le innovazioni al riguardo; senza tralasciarne alcun aspetto si parlerà quindi di solare in tutte le sue sfaccettature, biomasse, biogas e biocarburanti, idroelettrico, geotermia, cogenerazione e quant’altro. A fare da sfondo all’iniziativa una location ottimale: l’Alto Adige, l’unica regione italiana che produce un buon 50% di energia da fonti rinnovabili necessario a soddisfare il suo fabbisogno, puntando al raggiungimento del 100% entro il 2020.

fonte: rinnovabili.it

Geo-ingegneria, regolamentare il settore farà bene al Clima

Una stretta cerchia di deputati ha annunciato la necessità di gettare le basi per la regolamentazione di eventuali progetti di geo-ingegneria volti alla ricerca di soluzioni che aiutino a ridurre l’impatto ambientale del cambiamento climatico prima che i danni siano irreversibili. Il comitato ha inoltre reso noti i risultati di una ricerca il Select Committee report effettuata in parallelo dalla commissione statunitense, che investe il loro stesso ruolo, proprio il giorno dopo la dichiarazione rilasciata dal presidente della Commissione Usa, Phil Willis: “Quale migliore argomento della geo-ingegneria – per cui la collaborazione internazionale è indispensabile se si vuole esplorare e comprendere pienamente il suo potenziale – per fornire lo sfondo di una collaborazione tra Regno Unito e i comitati di controllo degli Stati Uniti”.
La geo-ingegneria propone di utilizzare la tecnologia a favore della protezione dell’ambiente e dell’umanità dai danni del climate change di origine antropica come sottolineato da alcuni scienziati che hanno inoltre reso noto come le soluzioni proposte, tra cui il posizionamento di una serie di specchi nello spazio per aumentare la rifrazione della luce solare o l’aumento forzato della fioritura del fitoplancton per l’assorbimento dell’anidride carbonica in eccesso nell’aria possano in realtà essere considerati un valido ‘Piano B’ alla lotta all’innalzamento della temperatura globale e della riduzione delle percentuali di gas serra.
Al contrario c’è chi, in ambito accademico, sostiene l’eventualità di conseguenze pericolose qualora l’attenzione si andasse a concentrare sulla geo-ingegneria a discapito dei piani tradizionali per la riduzione degli inquinanti sottolineando che qualora non venisse istituito un quadro di regolamentazione ad hoc potrebbe verificarsi una soluzione diversa per ogni paese, andando così contro l’interesse dell’umanità

fonte: rinnovabili.it

Mobilità sostenibile e soluzioni: programmi nazionali, piani locali

A questo punto il concetto dovrebbe essere acquisito. Ormai muoversi nei centri urbani con un veicolo privato o pubblico è uno di quei problemi che le amministrazioni non possono risolvere se non affrontandolo da diversi punti di vista. Viabilità, parcheggio, tempi di percorrenza, costi per la manutenzione stradale, inquinamento atmosferico e acustico, prevenzione e cure per la salute pubblica.
Si tratta di una materia in gran parte di competenza locale, ma in una situazione di emergenza ambientale come quella che stiamo vivendo (vedi ad esempio il blocco del traffico qualche settimana fa) ci si aspetterebbe dal governo centrale un deciso intervento, con gli strumenti che gli sono propri, come ad esempio finanziamenti per migliorare l’efficienza del trasporto pubblico, oppure incentivi speciali per gli autoveicoli meno inquinanti, un controllo più severo sui monitoraggi delle centraline di rilevamento atmosferico, aiutando le amministrazioni locali ad ottemperare alle normative Ue in questo campo.

Governo: incentivi addio

Invece, almeno per questo inizio del 2010, il governo non prevede nemmeno la conferma degli incentivi per le auto in corso nel 2009. Proprio quelli che servivano se non altro a svecchiare il parco auto, mettendo in circolazione modelli più nuovi e meno inquinanti e togliendo dalle strade quelli più dannosi e pericolosi. Ma tant’è, oggi nel cosiddetto decreto Scajola sugli incentivi industriali c’è posto per eco-scooter, elettrodomestici, mobili da cucina, abitazioni ad alta efficienza energetica, gru per l’edilizia, trattori, motori nautici, rimorchi e motori ad alta efficienza energetica, ma non per gli autoveicoli. Il decreto approvato ieri, firmato oggi e attivo dal 6 aprile prevede nello specifico un 10% di sconto (fino ad un massimo di 750 euro) acquistando un motociclo Euro 3, fino a 400 cc. di cilindrata e 70 kW, rottamandone uno di categoria Euro 0 o Euro 1. Lo sconto sale al 20% (con un massimo di 1500 euro) se, contro la stessa rottamazione, si acquista uno scooter elettrico, o ibrido. Il tutto però fino ad esaurimento dello stanziamento che complessivamente è di 12 milioni di euro (su un budget complessivo di 300 milioni… nemmeno il 20%). In più va considerato anche l’aspetto economico dei mancati incentivi tanto che per l’Unrae (l’associazione degli importatori stranieri d’auto) sono a rischio 10.000 posti di lavoro, 800 milioni di IVA e lo 0,4% del PIL, pari a ben 4,6 miliardi di euro. Ed anche le associazioni delle concessionarie preannunciano per il 2010 un disastro.

Le iniziative delle amministrazioni locali

A fronte di questa inerzia del governo centrale ci sono le istituzioni locali, comuni in testa, che sono invece in prima linea per la mobilità sostenibile e cercano di fronteggiare il problema con varie misure come quella approvata in settimana dal consiglio comunale di Roma. Si tratta di un piano per la mobilità sostenibile che, come spiega l’assessore alle Politiche della mobilità, Sergio Marchi, permetterà finalmente alla Capitale di dotarsi di un piano integrato per la mobilità a impatto ambientale zero. Si punterà nel breve periodo sull’incremento del trasporto pubblico locale, soprattutto quello ferro-tramviario. Ma poi anche sulla programmazione di tipo infrastrutturale, per permettere a Roma di risolvere progressivamente, ma definitivamente, il problema del traffico che peggiora di anno in anno.
Al nord invece partirà da giugno per una coppia di comuni, Milano e Brescia, il progetto pilota “E-Moving” per la mobilità elettrica italiana, iniziando, ovviamente, dall’istallazione di una rete di ricarica destinata a questi veicoli a zero emissioni. Si tratterà di 270 impianti per il rifornimento energetico, istallati dalla A2A, con possibilità di una ricarica standard di 8 ore con prese da 220 Volt. In seguito sarà la volta delle prese a ricarica rapida, quelle da 400 Volt, che assicureranno un “pieno” in 20-30 minuti. Verrà utilizzata esclusivamente energia proveniente da fonti rinnovabili. Si partirà con l’acquisto e/o il noleggio di 60 veicoli elettrici commerciali e non, proponendo di tariffe flat o a consumo per il consumo d’energia.
Gli altri comuni fanno quello che possono, con utili (o inutili?) stop domenicali del traffico o, come Napoli, cercando di tamponare il problema traffico con il bando per l’assunzione di 170 nuovi vigili urbani. Oppure Catanzaro che, in una mostra, anticipa come cambierà la mobilità urbana nel capoluogo: metropolitane, tappeti, scale mobili, ascensori, tutti elementi di mobilità alternativa all’auto, in un sistema integrato e connesso che candida Catanzaro, in Europa, come città laboratorio su questo tema.
E questi sono argomenti che verranno trattati dalla manifestazione di maggio “Forum P.A. 2010” in cui si dibatterà della “città smart” come la definisce Jeremy Rifkin, il quale interverrà per spiegare la sua teoria secondo la quale va pensata e progettata “una città in cui gli spostamenti siano agevoli, che garantisca una buona disponibilità di trasporto pubblico innovativo e sostenibile, che promuova l’uso dei mezzi a basso impatto ecologico come la bicicletta, che regolamenti l’accesso ai centri storici privilegiandone la vivibilità (aree pedonalizzate); una città smart adotta soluzioni avanzate di mobility management e di infomobilità per gestire gli spostamenti quotidiani dei cittadini e gli scambi con le aree limitrofe”.

Mobilità urbana e inquinamento, qualche dato

Ultimo, ma non di secondaria importanza, è l’aspetto sanitario che riguarda la salute pubblica, ovviamente minacciata dalle emissioni degli autoveicoli e dove un particolare pericolo è rappresentato dalle polveri sottili. A questo proposito è illuminante una ricerca svolta da Legambiente che ne ha reso noto i risultati in occasione della V Conferenza ministeriale “Ambiente e Salute” organizzata dai ministeri dell’Ambiente e dalla Salute e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms).
Dallo studio, che si riferisce a dati del 2009, risulta che 57 città italiane su 88, tra quelle che hanno dati completi sulle Pm10, superano il limite previsto dalla legge, fissato in 50 microgrami/metro cubo per un massimo di 35 giorni di superamento l’anno. La situazione più grave si riscontra a Napoli con 156 sforamenti del tetto medio giornaliero, seguono Torino con 151, Ancona con 129 e quindi Ravenna con 126. Fra i grandi centri troviamo Milano con 108, Roma con 67 e Venezia con 60. Anche per un altro gas nocivo, l’ozono, la situazione è grave. Infatti durante il periodo estivo sono stati toccati valori record. Ben 32 città sulle 50 prese in considerazione, erano al di sopra del limite consentito dalla legge, in vigore dal 1 gennaio 2010, che fissa tale soglia a 120 microgrammi/metro per non più di 25 giorni l’anno.

fonte: rinnovabili.it

Come costruire un’Europa delle Rinnovabili

“Che l’Europa possa soddisfare al 2050 il 100% della sua domanda di elettricità con fonti rinnovabili non deve essere considerata un’utopia ma una visione”, ha detto la tedesca Michaele Schreyer, ex membro della Commissione Europea questa settimana nel corso di una conferenza tecnico-politica a Berlino.
I fattori della riuscita stanno soprattutto nella capacità dei Paesi Membri di lavorare insieme a questo obiettivo e di aumentare massicciamente gli investimenti nelle reti e nello stoccaggio di elettricità da rinnovabili.

Michaele Schreyer, che partecipa ad un panel che si occupa proprio di valutare la fattibilità di questo obiettivo, ritiene, insieme al suo gruppo, che l’obiettivo sia economicamente e tecnicamente realizzabile.
Nell’occasione la German Advisory Council on the Environment ha spiegato, a proposito, che l’Europa e il Nord Africa avrebbero un potenziale sfruttabile di elettricità da rinnovabili pari a 140.000 TWh, cioè più di 20 volte il massimo della domanda possibile.

Le recenti previsioni degli obiettivi al 2020 dei Paesi Membri (Qualenergia.it - Rinnovabili 2020, Italia maglia nera europea) dimostrano, tranne qualche eccezione, che si è sulla strada giusta del cambiamento, ha riferito Claude Turmes, parlamentare europeo dei Verdi presente all’incontro. “Più del 60% degli investimenti mondiali nel settore energetico nel 2009 – ha detto Turmes – sono andati alle fonti rinnovabili e, globalmente, dal 2000 sono stati installati 80 GW di impianti solari ed eolici, mentre nello stesso periodo circa 31 GW di impianti alimentati a petrolio, gas e nucleare sono stati distaccati dalla rete”.

Uno dei problemi da risolvere riguarda proprio la scarsa coesione dell’UE nell’affrontare la tematica energetica, a prescindere da quello che poi appare sulla carta. Ad esempio, mentre la Francia continua a puntare sul nucleare per ridurre le sue emissioni, al contrario la Germania trova invece un accordo per uscirne entro il 2021 e poi vediamo che alcuni paesi dell’Europa centrale e orientale intendono indirizzarsi su impianti a carbone per produrre elettricità a bassi costi, in barba al taglio della CO2.
Bruxelles non è riuscita finora a coordinare queste scelte nazionali, tanto che in questi anni abbiamo visto un proliferare di accordi bilaterali tra i paesi europei e i giganti energetici di Russia, Cina e India.

Ralf Fuecks, direttore della Fondazione Heinrich Boell, nel corso del convegno ha sottolineato come una vera collaborazione sia lontana dal divenire realtà, ma che questo approccio renderebbe più convenienti i costi della generazione elettrica da fonti rinnovabili. Anche un paese con notevoli risorse di vento come la Germania, ma con limitate potenzialità di stoccaggio, avrebbe grandi vantaggi se il suo sistema di produzione fosse integrato meglio, ad esempio, con quello scandinavo: maggiore è la cooperazione, minori sono i costi per questa transizione energetica, si è detto.

Infatti, connettere gli impianti solari termodinamici e fotovoltaici spagnoli con quelli geotermici italiani, l’eolico offshore del Regno Unito con l’idroelettrico svedese, che ricoprirebbe il ruolo di batteria energetica, creerebbe un sistema elettrico pulito al tempo stesso stabile e affidabile.
A questo proposito, la Vattenfall, l’utility svedese di proprietà statale ha appena annunciato la sua decisione di vendere la sua rete elettrica tedesca a un gruppo di investitori belgi e australiani. Per molti sembra quindi inevitabile che l’UE punti rapidamente a modernizzare la rete elettrica in funzione dell’aumento della quota di rinnovabili, magari con specifici finanziamenti e incentivi. Per i consulenti della società elettrica svedese una percentuale del 60-80% di rinnovabili sarebbe possibile proprio spingendo su questo aspetto.

“L’unione Europea è nata originariamente al fine di creare un mercato unico del carbone e dell’acciaio – ha detto la Schreyer – ma perché non creare un nuovo inizio puntando su una Unione Europea delle Rinnovabili: sarebbe la scintilla che potrebbe dare nuovo entusiasmo a questo progetto di comunità di Stati”

fonte: qualenergia.it

Giornata Libera

Un corteo di 150 mila persone ha sfilato ieri, sabato 20, per le vie di Milano in occasione della quindicesima Giornata della memoria e dell'impegno in ricordo delle vittime delle mafie, promossa da Libera. Studenti, gruppi scout, associazioni e semplici cittadini si sono uniti al fianco degli oltre 500 familiari italiani e stranieri di vittime delle mafie presenti in manifestazione. Lo slogan scelto per questa giornata è stato: «Legami di legalità, legami di responsabilità», e sul palco allestito in piazza Duomo sono stati letti i nomi di oltre 900 vittime morte per mano delle mafie.

Nel corteo anche i figli e nipoti del sindacalista Epifanio Leonardo Li Puma, assassinato dalla mafia, che da oltre 60 anni aspettano giustizia. «Tutti nel nostro paese sapevano ma nessuno ha mai fatto nulla. Siamo qui a Milano per dire che è anche grazie a persone come nostro nonno e come Placido Rizzotto che oggi i siciliani hanno un tozzo di pane da mangiare». E in piazza duomo, in prima fila sotto il palco, ci sono anche i genitori dell'agente di Palermo, Antonino Agostino, ucciso insieme a sua moglie Ida Castelluccio il 5 agosto 1989. Da oltre 20 anni questa famiglia chiede che venga fatta giustizia, tanto che Vincenzo Agostino, il padre di Antonino, ha giurato di non tagliarsi più la barba finché non verrà scoperta la verità sulla morte del figlio e della nuora.

Un adesione a 360°, dalla politica alla società civile e al mondo dello spettacolo, che ha colorato per una mattina le vie di Milano, mentre dal palco avveniva la lettura delle vittime di fronte ad una piazza Duomo in completo silenzio. A leggere uno per uno i 900 nomi sono arrivate persone dello spettacolo come Lella Costa ma anche politici tra i quali Walter Verltroni del Pd, Paolo Ferrero di Rifondazione Comunista, e tanti esponenti di associazioni. Fra i parenti delle vittime a leggere si sono susseguiti Nando Dalla Chiesa, Claudio Fava, Elisabetta Caponnetto e Benedetta Tobagi.

A chiudere la mattinata l'intervento del fondatore di Libera, don Ciotti: «Quello che si sta vivendo in Italia non è solo una crisi economica ma innanzitutto una crisi politica ed etica – ha detto dal palco - C'è bisogno urgente di onestà, trasparenza e rispetto delle leggi ad ogni livello, dobbiamo stare tutti uniti con il coraggio di dire basta». E per i famigliari delle vittime della mafia don Ciotti ha chiestogiustizia e verità.

C'erano anche le bandiere e gli striscioni di Legambiente questa mattina nel lungo corteo. Molti gli ambientalisti del cigno che da tutta Italia hanno raggiunto il capoluogo lombardo per rinnovare l'impegno contro ogni forma di criminalità organizzata. «Come ogni anno abbiamo rinnovato la nostra partecipazione alla Giornata della Memoria – dichiaraSebastiano Venneri, vicepresidente di Legambiente - e ancora una volta siamo rimasti affascinati nel vedere tante persone comuni e tanti giovani scendere in piazza a manifestare la propria rabbia e il proprio impegno. Le persone presenti sono l'espressione della parte più pulita del paese, quella lontana dagli scandali ormai quotidiani e dalle beghe della politica»

fonte: lanuovaecologia.it
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Passatempo Preistorico

Moonstone Madness

Pronti a partire, pronti per distruggere tutto? Bene, allora fate un salto indietro nell'era preistorica e immergetevi in questa nuova avventura dal gusto tribale. A bordo del vostro cinghiale dovrete raccogliere le gemme preziose necessarie per passare alle missioni successive, saltando gli ostacoli se non volete perdere il vostro bottino e distruggendo i totem a testate per conquistare altre gemme utili. Inoltre, una magica piuma vi catapulterà verso il cielo dove punti e gemme preziose sono presenti in gran quantità, per cui approfittatene! cercate di completare la missione entro il tempo limite, utilizzando le FRECCE direzionali per muovervi, abbassarvi e saltare, e la SPACEBAR per prendere a testate i totem.

Change.org|Start Petition

Blog Action Day 2009

24 October 2009 INTERNATIONAL DAY OF CLIMATE ACTION

Parco Sempione - Ecopass 2008