sabato 28 febbraio 2009

SOS PALME: PUNTERUOLO ROSSO CATASTROFE MEDITERRANEA

er gli addetti ai lavori, esperti, tecnici, studiosi non ci sono dubbi: il punteruolo rosso, nome scientifico Rhynchophorus ferrugineus, insetto-killer delle palme che minaccia molte specie della pianta nel bacino del Mediterraneo e' una catastrofe per l'ambiente e il paesaggio. L'allarme e' stato lanciato oggi a Genova nel corso di un convegno promosso dalla Regione Liguria per iniziativa dell' assessore Giancarlo Cassini. Il Punteruolo rosso e' un insetto le cui larve si annidano all'interno delle piante portandole a morte sicura nel giro di pochi mesi. La misura prevista dall'Ue, e adottata da tutti i Paesi, e' il taglio delle palme infestate (decine di migliaia negli ultimi due anni, oltre 12 mila solo in Sicilia) ma l' abbattimento, confermato anche dal dirigente del ministero delle Politiche Agricole Maurizio Desantis, per autorevoli studiosi e' invece un rimedio peggiore della malattia. A Roma, per difendere le palme della Banca d'Italia in via Nazionale, sono state messe delle trappole appese alle palme ma poco possono fare contro il coleottero killer. ''Il punteruolo rosso infatti risale la pianta dalla base e raggiunge le foglie ignorando il marchingegno che andrebbe sistemato a terra, nell' area della palma, ma non su di essa'' ha spiegato Santi Longo, docente di entomologia agraria all'Universita' di Catania.

fonte: ansa.it

PUTIN VIETA CACCIA A CUCCIOLI DI FOCA, WWF SCETTICO

Su disposizione del premier russo Vladimir russo, la Russia ha deciso di vietare la caccia ai cuccioli di foca, la cui presenza nel Paese si e' ridotta negli ultimi dieci anni da 300 mila a 200 mila esemplari. Ma gli ecologisti sono perplessi e sostengono che le misure, annunciate oggi da 'Rossiskaia Gazeta', il quotidiano ufficiale del governo, lasceranno campo libero ai cacciatori. Secondo il Wwf russo, le nuove regole impediscono la caccia solo ai cuccioli dalla pelliccia bianca, che hanno meno di un mese, ma autorizzano quella ai loro fratelli piu' grandi, dalla pelliccia grigia, che hanno meno di un anno e che sono il principale obiettivo dei cacciatori. Inoltre, secondo il fondo internazionale per la protezione degli animali, l'interdizione della caccia ai bebe' di foca va dal primo maggio al 10 marzo, mentre ''la stagione di caccia piu' intensa, in marzo e in aprile, resta aperta''

fonte: ansa.it

NEGLI USA 50 MILIONI DI BARILI PETROLIO OGNI ANNO IN BOTTIGLIE PER ACQUA

Produrre acqua in bottiglia ha un costo fino a 2.000 volte maggiore rispetto alla produzione di acqua del rubinetto. In America, si stima che fino a 54 milioni di barili di petrolio siano stati consumati nel 2007 per produrre i 33 miliardi di litri che gli americani hanno bevuto. A denunciarlo e' stato una ricerca pubblicata dalla rivista Environmental Research Letters e condotta da Peter Gleick e Heather Cooley del Pacific Institute di Oakland, in California, Stati Uniti. I ricercatori americani hanno calcolato il dispendio energetico totale e delle singole fasi della catena, dalla produzione di bottiglie di plastica ai controlli sull'acqua, dalla etichettatura e riempimento delle bottiglie fino al trasporto e alla vendita. Dai risultati e' emerso che le due fasi del processo che costano di piu' a livello energetico sono la produzione delle bottiglie di plastica e il trasporto. Solo per la produzione delle bottiglie di acqua e' stato stimato un consumo di 50 milioni di barili di petrolio l'anno. Nel 2007 sono stati venduti circa 200 miliardi di litri di acqua in bottiglia in tutto il mondo. Solo in America, sono stati bevuti 110 litri per persona, un quantitativo che e' aumentato del 70% dal 2001 e che ha superato le vendite di latte e birra in bottiglia

fonte: ansa.it

UE: ACQUE REFLUE INADEGUATE IN 299 CENTRI URBANI

In 299 centri urbani il trattamento delle acque reflue non è all'altezza dello standard europeo. Per questo la Commissione europea sta per inviare un parere motivato all'Italia, che non si è ancora conformata alla legislazione della Ue. Gli scarichi delle acque reflue urbane non trattate, sottolinea la Commissione, rappresentano la principale fonte di inquinamento delle acque costiere e interne e per questo l'Italia potrebbe essere deferita alla Corte di giustizia europea. La Commissione è dunque in procinto di inviare all'Italia un parere motivato, la seconda e ultima fase del procedimento d'infrazione, per la mancata conformità alla direttiva del 1991 sul trattamento delle acque reflue urbane. In base alla direttiva, entro il 31 dicembre 2000 l'Italia avrebbe dovuto istituire dei sistemi adeguati per la raccolta e il trattamento delle acque nei centri urbani con oltre 15mila abitanti. La prima lettera di diffida inviata è del luglio 2004. E dopo una successiva valutazione, la Commissione ha concluso che 299 agglomerati continuano a non essere conformi e ha pertanto deciso di inviare un parere motivato all'Italia, che ora ha due mesi di tempo per rispondere. Successivamente, la Commissione dovrà decidere se portare il caso dinanzi alla Corte di giustizia europea. "Se non vengono trattate, le acque reflue urbane rappresentano un pericolo per la salute dei cittadini e per l'ambiente europei - ha detto il Commissario all'ambiente Stavros Dimas - Non è accettabile che a otto anni dalla scadenza prevista l'Italia non sia ancora in regola con questa importante normativa UE. Dobbiamo garantire che in tutta l'Unione europea ci sia lo stesso livello di trattamento delle acque reflue urbane. Sollecito pertanto l'Italia ad intervenire immediatamente per risolvere la situazione."

fonte: ambiente.it

Ecuador, si spezza un oleodotto

Disastro ecologico nella foresta amazzonica: almeno 14mila barili di petrolio sono fuoriusciti da una falla nel secondo oleodotto dell’Ecuador disperdendosi nell'area di Santa Rosa, un centinaio di chilometri a est di Quito. «La chiazza è nerissima, impressionante, il danno ecologico è incalcolabile. Interessa tutta la fauna e la flora che gravita attorno al fiume Santa Rosa» ha detto Julio Pèrez, sindaco di El Chaco, un comune delle vicinanze, citato dall’agenzia Misna. Il guasto riguarda l’Oleoducto de Crudos Pesados, appartenente a un consorzio privato e in funzione dal 2003, che percorre l’Amazzonia per 305 chilometri collegando i pozzi di estrazione al porto di Balao, sull’Oceano Pacifico. Trasporta 450mila barili di greggio al giorno. OPERAZIONI DI BONIFICA - L’azienda ha sospeso le operazioni di pompaggio, attivandosi insieme alla compagnia petrolifera statale Petroecuador nelle operazioni di bonifica dell’area contaminata, tentando di evitare che la macchia si estenda negli affluenti del fiume. Secondo le prime ipotesi, il guasto sarebbe stato causato da un fenomeno naturale che ha provocato il cedimento di una tubatura. In Ecuador funziona anche l’oleodotto statale Sote: nel 2003, per un guasto, disperse nella selva 22mila barili di petrolio. Per il paese andino, quinto produttore di greggio in America Latina, l'oro nero è la prima fonte di introiti (la seconda sono le rimesse degli emigrati); produce quotidianamente 500mila barili di greggio, il 60% finisce allo Stato, il rimanente a una decina di aziende straniere che operano nel territorio.

fonte: corriere.it

La strage dei popoli indigeni non si è mai fermata

“GENOCIDIO”. Un titolo di una sola parola a caratteri cubitali tra le pagine del Sunday Times Magazine svela ai lettori britannici una realtà a lungo nascosta: lo sterminio dei popoli indigeni, avviato nei secoli delle conquiste, non si è mai arrestato. Il reporter Norman Lewis (che, giovane ufficiale sbarcato in Italia con gli americani durante la Seconda guerra mondiale, già aveva esercitato il suo istinto giornalistico nei resoconti di “Napoli '44”) si immerge nelle carte di un'inchiesta della procura generale brasiliana e ne porta a galla uno scenario da incubo: assassinii di massa, torture, morbi atroci come il vaiolo deliberatamente inoculati, veleni, riduzione in schiavitù, abusi sessuali, furti e soprusi di ogni sorta. Una “tropical Gomorrah”, scrive in un passaggio Lewis: “La tragedia degli indiani di America si sta ripetendo, ma compressa in un tempo più breve. Dove dieci anni fa c'erano centinaia di indios, ora ce ne sono poche decine”.


Era domenica 23 febbraio 1969, avrebbe potuto essere ieri. A quarant'anni esatti da quell'articolo choc che provocò grande reazione e la nascita una delle maggiori organizzazioni per la difesa dei diritti dei popoli indigeni, Survival, non abbastanza è cambiato.

Francesca Casella, direttrice di Survival International Italia, fa il punto: «Un progresso importante c'è stato: è cambiato l'atteggiamento dell'opinione pubblica. Se negli anni Sessanta l'assimilazione o l'estinzione dei popoli indigeni era data per scontata, un inevitabile sebbene doloroso prezzo da pagare per il cosiddetto progresso, oggi è riconosciuta l'inalienabilità dei diritti dei nativi ma gli ostacoli restano tantissimi: violenze, usurpazione delle terre, presunzione ancora imperante che si tratti di popoli rimasti indietro, primitivi, che hanno bisogno del nostro aiuto per svilupparsi e cambiare stile di vita. Senza essere consultati”.

DALLA SPERANZA ALLO STERMINIO - Le cifre non sfigurerebbero sotto il titolo “Genocidio”: nel secolo scorso in Brasile è scomparsa una tribù ogni due anni, ecc... I casi raccontano ancora di una Gomorra nascosta nel fitto della vegetazione. Gli Enawene Nawe, del Mato Grosso, in Brasile. Al principio una storia di speranza: contattati nel 1974 dai missionari gesuiti, erano 97; protetti e lasciati in condizione di prosperare, oggi sono quasi cinquecento. Ma rischiano l'estinzione. La vita della tribù che ruota intorno al fiume Yuruena e ai suoi affluenti, per la pesca ma anche per il sostentamento culturale e identitario, rischia di essere soffocata da un progetto di 77 dighe destinate alla produzione di energia elettrica per i grandi coltivatori della zona, primo tra tutti il magnate della soia Blairo Maggi. Che è anche il governatore dello Stato cioè colui che firma il via libera al progetto delle dighe. Senza valutazione di impatto ambientale, è ovvio, e senza consultare gli Enawene Nawe.

TERRE USURPATE - La terra usurpata resta il primo problema. Così a Nord del Brasile, nel Maranhao, gli Awà non possono che arretrare davanti alle ruspe e alle motoseghe. In fuga da decenni sono ormai ridotti a trecento, rifugiati ai margini di quella che un tempo era la loro foresta, minacciati dal contatto violento con i cacciatori di legna, gli operai addetti al disboscamento, il mondo “civilizzato” che avanza portando malattie, depressione, alcol. Una campagna internazionale era riuscita a vincolare finanziamenti della Banca mondiale destinati allo sviluppo alla demarcazione della loro terra: il Brasile ha eseguito, ma poi non impedisce che la riserva sia costantemente invasa.

LA POLITICA Amministrazioni conservatrici o, come nel caso di Lula a Brasilia, progressiste, poco cambia. “A violare i diritti dei popoli indigeni sono i governi di destra come di sinistra – spiega Francesca Casella - dei Paesi ricchi come di quelli in via di sviluppo. L'unica differenza la fa la volontà politica”. A volte c'è, più spesso manca. Le regole in questi anni sono state fissate. Anche l'Onu (il 13 settembre 2007) ha approvato la Dichiarazione sui Diritti dei popoli indigeni. “Leggi molto precise li tutelano – continua la direttrice di Survival -. Il problema è che non sono rispettate: per corruzione, interessi economici, o anche semplicemente inerzia, mancanza di volontà politica, perché la tutela dei nativi è considerata una questione secondaria rispetto ad altre emergenze”. Non è detto (ma si può sperare) che la presidenza progressista di Lugo aiuti gli Ayoreo del Paraguay a salvarsi dall'avanzata del disboscamento.

IN INDIA - Quanto ai Dongria Kondh, ottomila superstiti asserragliati sulle colline di Niyamgiri, Stato indiano dell'Orissa, più che nel governo puntano sul sostegno della popolazione locale, e sulle campagne internazionali. Da mesi sulle loro terre sono al lavoro gli operai di una delle più grandi compagnie minerarie britanniche, la Vedanta, che progetta un'immensa miniera di bauxite. Per fermarli Survival sta cercando di fare pressione sugli azionisti di Vedanta, tra i quali anche le italiane Intesa Sanpaolo e Eurizon Capital SGR (già qualcuno, come il governo norvegese, la Martin Curie e il BP Pension Fund, ha disinvestito). Sembrano vicende lontane, si scopre che sono anche italiane. Roma, come membro Ue, contribuisce agli aiuti destinati al Botswana (nel 2001 un accordo da 10 milioni di euro) per “salvaguardare le riserve protette”. Il governo dello Stato africano però ha un'idea originale della salvaguardia, in particolare del deserto del Kalahari, terra ancestrale dei Boscimani. Una sentenza dell'Alta corte del Botswana riconosce il diritto degli indigeni di vivere in quell'area, ma l'amministrazione li ha ormai sfrattati – col pretesto di inserirli nella società – e rende impossibile il rientro: cementato l'unico pozzo d'acqua che dava sostentamento all'intera tribù, vietato riaprilo. Al tempo stesso però è stata autorizzata la perforazione di altri tre pozzi destinati alle attività minerarie, alle strutture turistiche e ad abbeverare gli animali. Una ragione c'è: diamanti. All'inizio offerti (al 50%) alla De Beers, che però dopo la campagna internazionale ha venduto a Gem Diamonds. Spesso sono le riserve, a volte è il bisogno di affermare la sovranità, come nel caso dell'Indonesia nella Papua Occidentale, dove gli indigeni sono vittime di una violenta repressione, induritasi nelle ultime settimane.

LE GUERRE - Altre volte ancora è la guerra. In Colombia, per esempio, dove gli indios sono schiacciati negli scontri tra guerriglia, paramilitari ed esercito. E' di questi giorni l'allarme per l'uccisione ancora da chiarire di 30 indigeni Awa (nessuna parentela con i brasiliani), secondo una delle ricostruzioni uccisi dalle Farc perché sospettati di essere collaborazionisti delle forze armate. Il caso colombiano di recente è diventato una lettere preoccupata di 22 europarlamentari al presidente di Bogotà, Alvaro Uribe. Le denunce di violenze e minacce non si contano. Terribile la storia di Aida Quilcué, una delle leader del Consiglio indigeno del Cauca: il 16 dicembre scorso a un posto di blocco l'auto sulla quale avrebbe dovuto viaggiare è stata bersagliata di colpi, ucciso suo marito. I soldati che hanno fatto fuoco hanno detto di aver ricevuto l'indicazione che di lì sarebbe passata una pericolosa terrorista.

COLOMBIA -
Laura Greco, uno dei fondatori dell'organizzazione italiana A Sud, lavora anche Colombia. In particolare è responsabile di un progetto nel Guaviare con il popolo Nukak, spinti dal conflitto oltre le proprie terre fino alla periferia della capitale dello Stato, San José. «Noi portiamo avanti una campagna permamente sui popoli originari e la difesa dei loro diritti e territori. In Colombia - spiega Laura - in particolare lavoriamo da anni denunciando le azioni ed omissioni criminali del governo e delle autorità locali che permettono o comunque non fanno nulla per impedire il genocidio in atto». A Sud cerca anche di provvedere a un minima assistenza sanitaria: «Era una popolazione nomade di cacciatori – spiega Laura - Sedentarizzati in maniera forzata, hanno dovuto radicalmente cambiare abitudini e prima tra tutte l'alimentazione. Il che ha provocato nuove malattie: muoiono anche semplicemente di dissenteria. Di loro non si occupa il governo, né l'amministrazione locale che dice di aver bisogno del via libera da Bogotà. Hanno problemi di integrazione, in pochi sanno lo spagnolo, i bambini non vanno a scuola». Ai margini di tutto, in attesa di estinguersi. Non è molto diverso da quello che Lewis chiamava “genocidio”

fonte: corriere.it

venerdì 27 febbraio 2009

Ecodem: Contro il nucleare, più rinnovabili

La rivoluzione verde parte dal basso, a sentire il parere dell’associazione degli ecologisti democratici in merito a risultati del documento “Comuni Rinnovabili 2009”

Il rapporto sui Comuni Rinnovabili rilasciato oggi da Legambiente porta buone nuove: la crescente attenzione dei piccoli comuni alla realtà delle energie alternative è il segno di un territorio che ha le risorse per la sua “rivoluzione verde”. A plaudire i risultati è l’Ecodem, l’Associazione degli Ecologisti Democratici: “I dati contenuti – commenta Francesco Ferrante, dell’esecutivo nazionale dell’Associazione – nel rapporto sui ‘comuni rinnovabili’ confermano che finalmente su questo fronte anche in Italia qualcosa si muove”.
“La riforma degli incentivi previsti per le fonti rinnovabili che il governo di centrosinistra ha realizzato nella scorsa legislatura inizia a produrre i suoi frutti: nei tre quarti dei comuni italiani si fa, infatti, ricorso alla produzione di energia da fonti rinnovabili. Certo – continua Ferrante – il gap rispetto agli altri paesi europei è ancora ampio e per questo vanno risolte al più presto tutte le difficoltà burocratiche connesse alle autorizzazioni per la realizzazione degli impianti eolici o fotovoltaici”. Ciò che occorre secondo l’esponente Ecodem è soprattutto una chiara volontà politica che inverta la marcia su questo settore. “Indirizzi virtuosi promossi invece nella scorsa legislatura ed osteggiati dall’attuale governo che perde invece tempo con l’inutile e controproducente ‘nucleare francese’ investendo ingenti risorse pubbliche in un progetto anacronistico e privo di futuro. Quel futuro invece garantito proprio dalle fonti rinnovabili su cui, con grande fiducia, sempre più comuni italiani si stanno orientando”.

fonte: rinnovabili.it

Euromobility: nuove forme di mobilità sostenibile avanti tutta

Presentate alla 9/a Conferenza Nazionale del Mobility Management, a Brescia le eco ricette anti-crisi nate dalla condivisione delle migliori esperienze

Rendere gli spostamenti meno dispendiosi dal punto di vista energetico e da quello ambientale è una sfida che richiede un impegno a più livelli, dal pubblico al privato, in cui la condivisione delle “best practies” costituisce una tappa importante. E dati alla mano Euromobility, l’Associazione Mobility Manager, illustra quali siano quali siano i percorsi da battere e quali le risorse di mobilità sostenibile che possano agire sia da leva economica nell’attuale periodo di crisi aiutando anche l’ambiente e le tasche dei cittadini. Nuove infrastrutture per il traffico in primo luogo, soprattutto strade e autostrade: le 4 corsie sull’A4 nel tratto di 37 Km tra Milano e Bergamo, percorso ogni giorno da circa 90.000 vetture e 30.000 mezzi pesanti, hanno ridotto del 22% le emissioni di PM10 (circa mezza tonnellata al giorno) e nelle ore di punta quasi il 16% di carburante.
Auto gpl e metano: il boom delle immatricolazioni 2008 (più 289,8% il gpl e più 32,2% quelle a metano) è stato un primo segnale s’inversione di rotta.
E ancora, l’utilizzo del bike-sharing e del car-sharing, le nuove forme di mobilità che stanno raccogliendo sempre più utenti: entro fine anno il bike sharing sarà operativo in quasi 100 città, mentre sono12 le città che già dispongono di car sharing con 13.000 utenti (il 18% in più in un anno), 500 auto dedicate a questo servizio, e 800 i mobility manager. Per finire l’Ecoguida che può portare ad una riduzione dei consumi compresa tra il 10% e il 15% con un risparmio annuale tra 150 e 200 euro.
“Per avviarsi sulla strada della mobilità sostenibile – ha detto Carlo Iacovini, Presidente di Euromobility – è necessario però che gli amministratori dimostrino maggior coraggio nel trasformare le sperimentazioni in progetti reali e i prototipi in prodotti per la mobilità di più largo consumo”. “In questo quadro – ha aggiunto Lorenzo Bertuccio, Direttore di Euromobility – la nostra Associazione potrà dare il suo contributo nel sostenere e diffondere le innovazioni come sta già facendo con il bike sharing attraverso CCBS, il Club delle Città per il Bike Sharing; supportare la realizzazione di progetti; fornire una validazione scientifica alle politiche infrastrutturali e dei servizi e valutare in termini ambientali queste politiche”. Poche, avvertono tuttavia gli organizzatori, le risorse. Il fondo gestito dal ministero dell’Ambiente, riferisce Euromobility, è di 270 milioni di euro per il triennio 2007-2009 ed in questi giorni, con la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, saranno disponibili i primi 9 milioni di euro per le città di medie dimensioni.

fonte: rinnovabili.it

Legambiente: come crescono i Comuni Rinnovabili

Tra ostacoli ed esperienze positive Legambiente fa il quadro del panorama italiano sulle fonti pulite. Premiati Dobbiaco e Prato allo Stelvio, Carano e Lecce per le migliori prestazioni e i progetti più innovativi

Investire nelle rinnovabili è una scelta in grado d’innescare uno scenario di innovazione e qualità nel territorio e lo dimostrano i 5.991 i Comuni delle rinnovabili in Italia, vale a dire tutti quelle realtà che hanno scelto d’installare almeno un impianto per l’energia pulita nel proprio territorio. Si tratta di una cifra quasi duplicata rispetto allo scorso anno e che ha visto coinvolte tutte le fonti di energia alternativa. A darne il quadro dettagliato è la quarta edizione del Rapporto curato dall’Ufficio Energia e Clima di Legambiente ed ottenuto dall’elaborazione dei dati ottenuti attraverso un questionario rivolto ai Comuni e incrociando le risposte con studi e rapporti di Gse, Enea, Fiper, Anev oltre che di Regioni, Enti Locali e aziende. E sono ancora una volta i “piccoli” attraverso buone pratiche ed esperienze positive a mostrare quale sia la ricetta per un futuro all’insegna della sostenibilità, dell’economia e della qualità di vita, realizzabile fin da ora.

Comuni del Solare: sono in totale 5.580 con il Comune di Monrupino (TS) in testa alla classifica per il settore fotovoltaico grazie ad una media di 1.151 kW ogni 1.000 abitanti ed il Comune di Don (TN) per il termico con una media di oltre 1 mq per abitante.

Comuni dell’Eolico: 245 in tutto, per una potenza installata totale di 3.861 MW (1.022 MW in più rispetto al 2007) soddisfacente il fabbisogno elettrico di oltre 3 milioni e 102 mila famiglie.

Comuni del Mini Idroelettrico: sono 698 prendendo in considerazione solo gli impianti fino a 3 MW. In questi Comuni la potenza totale installata è 617 MW, in grado di produrre ogni anno oltre 2.468 GWh pari al fabbisogno di energia elettrica di 987 mila famiglie.

Comuni della Geotermia: 73 realtà, prendendo in considerazione sia la tecnologia ad alta che bassa entalpia, per una potenza installata pari a 723,79 MW. Grazie a quelli ad alta entalpia in Italia vengono prodotti ogni anno circa 5.569 GWh di elettrica in grado di soddisfare il fabbisogno energetico di oltre 2 milioni e 200 mila famiglie.

Comuni della Biomassa: sono 604, per una potenza installata complessiva di 923 MW (336 MW da Biogas) ed una produzione annua di 3.928 GWh di cui. Di questi 254 utilizzano biomasse “vere” e locali, capaci di soddisfare larga parte del fabbisogno di riscaldamento. In forte crescita sono gli impianti collegati a reti di teleriscaldamento (316), che permettono alle famiglie un significativo risparmio in bolletta grazie alla maggiore efficienza degli impianti.

Sono state inoltre premiate Dobbiaco e Prato allo Stelvio per la categoria Comuni 100% rinnovabili, meritevoli di aver adottato un mix energetico valorizzando le risorse locali, Lecce in quanto capace di soddisfare il 100% del fabbisogno elettrico delle famiglie attraverso le rinnovabili e Carano per l’innovativo progetto che ha installato circa 3.000 moduli fotovoltaici per una potenza di 500 kW sopra una vecchia cava di porfido.

Ma questi buoni numeri non bastano: “Il rischio – spiega il responsabile Energia di Legambiente Edoardo Zanchini – però è che senza una radicale accelerazione degli interventi non sarà possibile realizzare gli obiettivi, diventati vincolanti, fissati dall’Unione Europea al 2020. E che non siano colte appieno le potenzialità esistenti, con la conseguenza di continuare a guardare con invidia ai 240mila occupati in Germania nelle fonti rinnovabili, a sognare i 65mila occupati nell’eolico possibili in Italia (secondo le stime dell’Anev al 2020) e magari altrettanti nel solare termico, nel fotovoltaico, nelle biomasse”.La soluzione secondo Legambiente è intervenire subito su alcuni campi prioritari quali: l’introduzione della certificazione energetica per gli edifici; l’obbligo di un contributo minimo delle fonti rinnovabili in tutti i nuovi interventi edilizi; interventi di efficienza energetica negli edifici esistenti; la semplificazione delle autorizzazioni per gli impianti da fonti rinnovabili.

fonte: rinnovabili.it

Il soffice rotolo che uccide le foreste

AGLI americani la carta igienica piace soffice, setosa, ma che sia spessa e voluminosa. Il volume però ha un prezzo, che si misura nei milioni di alberi abbattuti nell'America del Nord e Sud, e talvolta nelle rare foreste primarie del Canada. Benché la carta igienica ricavata da materiali riciclati possa avere lo stesso costo, la morbidezza è dovuta in gran parte alla fibra che si ricava direttamente dagli alberi. I clienti "vogliono un prodotto morbido e pratico", dice James Malone, portavoce della Georgia Pacific, che produce Quilted Northern, uno dei marchi più diffusi. "E non è con la fibra riciclata che lo si ottiene".

Greenpeace ha diffuso un opuscolo destinato ai consumatori, in cui i marchi di carta igienica sono giudicati in base al rispetto ambientale. Con la recessione che spinge a riadattare ogni sorta di bene, gli ambientalisti sperano di convertire i consumatori alla carta igienica riciclata. "Nessun albero dovrebbe essere abbattuto per quell'uso", dice Allen Hershkowitz, ricercatore al Consiglio per la difesa delle risorse naturali. Negli Usa, cioè nel più grande mercato mondiale di carta igienica, meno del 2 per cento dei marchi di uso domestico è ricavato del tutto da fibre naturali.

Stando alla Risi, un'agenzia indipendente di indagini di mercato, dalla polpa di un solo eucalipto si possono ricavare sino a mille rotoli di carta igienica. E gli americani impiegano in media ogni anno 23,6 rotoli di carta a testa. Al contrario, in Europa e in America Latina circa il 20 per cento dei marchi contengono materiale riciclato. Perciò gli ambientalisti sperano di sensibilizzare gli americani sulle ripercussioni ambientali delle loro scelte. Per riuscirvi, ad esempio, il dottor Hershkowitz incoraggia le celebrità di cui è consulente, compresa la Major League di baseball, a fare uso di carta riciclata. E durante la cerimonia degli Oscar a Hollywwod, anche se gli abiti da sera erano modelli originali, la carta delle toilette era riciclata.

Gli ambientalisti hanno anche altre preoccupazioni: trasformare un albero in carta richiede più acqua di quanta serva per ottenere fibra dalla carta già prodotta; per garantirsi un bianco più bianco, molti ricorrono a prodotti candeggianti a base di cloro. Lo sfruttamento degli alberi, e la qualità degli alberi abbattuti, continuano a rinfocolare il dibattito. Negli Usa una quantità che oscilla tra il 25 e il 50 per cento della polpa impiegata per produrre carta igienica proviene da foreste coltivate dell'America meridionale e degli Stati Uniti. Il resto, secondo gli ambientalisti, deriva per lo più da antiche foreste di seconda crescita, essenziali nell'assorbire il diossido di carbonio, uno dei maggiori responsabili del riscaldamento globale.

Inoltre, parte della polpa impiegata negli Usa per la produzione di carta igienica proviene dalle ultime foreste vergini dell'America Settentrionale. Greenpeace afferma che la Kimberly Clark - produttrice di Cottonelle e Scott - ricavi sino al 22 per cento della polpa da fornitori che abbattono gli alberi delle foreste boreali del Canada, dove alcuni esemplari hanno duecento anni. Il portavoce della Kimberly Clark, ribatte che solo il 14 per cento della polpa impiegata proviene da foreste boreali, e che l'azienda ha stretto accordi con fornitori che ricorrono esclusivamente a "pratiche forestali certificate sostenibili".

Gli stessi produttori ammettono però che il motivo principale per cui non sono passati ai materiali riciclati è che da questi non si ottiene una carta soffice. E i consumatori - persino i più sensibili ai problemi ambientali - non vogliono carta riciclata. Con la recessione globale però, le cose potrebbero cambiare. Le vendite di carta da toilette "pregiata" sono scese del 7 per cento, e questo apre nuove opportunità ai produttori di carta riciclata

fonte: repubblica.it

Dossier Comuni Rinnovabili 2009

Ecco i Comuni dove grazie all’energia pulita i cittadini risparmiano in bolletta e respirano aria più pulita. Premiati Dobbiaco e Prato allo Stelvio, Carano e Lecce per le migliori prestazioni e i progetti più innovativi. «Un’innovazione che produce lavoro e non lascia scorie»
Link I Comuni premiati Notizia I risultati per tipo di fonte

CRESCITA RECORD. Sono 5.991 i Comuni delle rinnovabili in Italia, ossia quelli che hanno installato almeno un impianto per l’energia pulita nel proprio territorio, 2.801 in più rispetto allo scorso anno. Una crescita che riguarda tutte le fonti: solare fotovoltaico, solare termico, mini idro-elettrico, geotermia ad alta e bassa entalpia, impianti da biomasse magari collegati a reti di teleriscaldamento sono diffusi ormai nel 79% dei Comuni. E stanno dando forma a un nuovo modello di generazione distribuita che cambia profondamente il modo di guardare all’energia e al rapporto con il territorio. Da Monrupino (Ts) a Minervino Murgie (Ba), da Pinerolo (To) a Florinas (Ss), l’Italia pullula di buone pratiche, esperienze positive e replicabili che mostrano qual è la vera ricetta - subito realizzabile - per un futuro più pulito, sostenibile, capace di far risparmiare soldi alle famiglie e alle amministrazioni che sappiano investire in innovazione, aumentando significativamente i livelli di comfort abitativi e qualità della vita.

ENERGIE ANTI-CRISI. A descrivere con puntualità il panorama delle fonti pulite è il Rapporto Comuni Rinnovabili di Legambiente, giunto quest’anno alla quarta edizione, che elabora i dati ottenuti attraverso un questionario rivolto ai Comuni e incrociando le risposte con studi e rapporti di Gse, Enea, Fiper, Anev oltre che di Regioni, Enti Locali e aziende. Il dossier presentato questa mattina a Roma, nella sede del Gse, evidenzia una significativa crescita della diffusione per tutte le fonti e i parametri presi in considerazione, mostrando come le energie pulite possano rappresentare la migliore soluzione non solo per uscire dalle fonti fossili e salvare il Pianeta dai cambiamenti climatici ma anche per rispondere alla crisi economica e per guardare con un po’ di ottimismo al futuro. “Il territorio italiano possiede tutte le risorse per diventare il palcoscenico di una rivoluzione energetica e ambientale incentrata sulle fonti rinnovabili – ha dichiarato il responsabile Energia di Legambiente Edoardo Zanchini – valorizzando le risorse naturali (sole, vento, acqua, biomasse, sottosuolo) attraverso le più moderne tecnologie e una declinazione locale capace di creare lavoro e ricerca applicata. Per farlo occorre passare da un modo di ragionare di energia fatto di grandi impianti e centralizzato a uno che guarda alle caratteristiche e alle risorse del territorio, per dare risposta alla domanda di energia di famiglie e imprese».
IL MIX DEL RISPARMIO. Il Rapporto mostra come tante realtà del Paese sono già proiettate in un futuro energetico desiderabile, moderno e economicamente conveniente. «Le esperienze che premiamo, i numeri del Rapporto – prosegue Zanchini – mostrano come valorizzando appieno le potenzialità offerte dalle diverse fonti di energia pulita e rinnovabile si possono ottenere risultati concreti in campo energetico, economico e ambientale. Dobbiaco, come Prato allo Stelvio o Lecce per fare qualche esempio, grazie al mix di fonti pulite utilizzate, producono più energia di quanta venga consumata sul territorio, con effettivi risparmi per le famiglie oltre che per l’ambiente e l’indotto occupazionale”. Queste realtà sono oggi la migliore dimostrazione del fatto che investire nelle rinnovabili è una scelta lungimirante e conveniente che può innescare uno scenario di innovazione e qualità nel territorio, oltre che per far capire che la sfida in cui l’Europa si è impegnata al 2020 è a portata di mano e che per l’Italia puntare su un modello di generazione distribuita incentrato su impianti efficienti da fonti rinnovabili è una prospettiva ben più credibile, moderna e desiderabile di quella che vorrebbero muovere i paladini del nucleare.
OBIETTIVO 20-20-20. “Il rischio però è che senza una radicale accelerazione degli interventi non sarà possibile realizzare gli obiettivi, diventati vincolanti, fissati dall’Unione Europea al 2020 – ha continuato Zanchini – E che non siano colte appieno le potenzialità esistenti, con la conseguenza di continuare a guardare con invidia ai 240mila occupati in Germania nelle fonti rinnovabili, a sognare i 65mila occupati nell’eolico possibili in Italia (secondo le stime dell’Anev al 2020) e magari altrettanti nel solare termico, nel fotovoltaico, nelle biomasse”. Secondo Legambiente, il primo settore di intervento riguarda l’integrazione delle fonti rinnovabili nell’edilizia, attraverso tre campi prioritari d’intervento: l’introduzione della certificazione energetica per gli edifici; l’obbligo di un contributo minimo delle fonti energetiche rinnovabili in tutti i nuovi interventi edilizi e una nuova politica per muovere finalmente interventi di efficienza energetica negli edifici esistenti.
SEMPLIFICAZIONE CERCASI. Il secondo campo di intervento riguarda la semplificazione delle autorizzazioni per gli impianti da fonti rinnovabili che oggi è il principale problema riconosciuto da tutti gli operatori del settore: bisogna rendere libero e gratuito realizzare un impianto domestico attraverso una semplice comunicazione al Comune per il solare termico e fotovoltaico sui tetti, il minieolico, regolati da linee guida stabilite da Regioni e Comuni; bisogna fare chiarezza nelle procedure di approvazione degli impianti da fonti rinnovabili, approvando quanto prima le Linee Guida per l’approvazione dei progetti di impianti da fonti rinnovabili previste dal decreto legislativo 387/2003, in modo da evitare di avere in ogni Regione normative diverse; occorre dunque definire i contenuti degli studi ambientali e le attenzioni progettuali specifiche per gli impianti eolici, idroelettrici, a biomasse, geotermici in modo da anticipare eventuali motivi di preoccupazione e discrezionalità nel valutare i progetti, e semplificare la realizzazione dei grandi impianti fotovoltaici a terra nelle aree dismesse (cave, discariche, aree artigianali e industriali) limitando la diffusione di immensi impianti in aree agricole come sta purtroppo avvenendo in molte parti del Mezzogiorno.
CANTIERI DI FUTURO. Oggi i territori hanno in mano delle opportunità straordinarie per realizzare politiche energetiche sostenibili che progressivamente portino a liberare città e regioni dalla dipendenza delle fonti fossili. Ma per farlo hanno bisogno che Regioni e Governi fissino la cornice entro cui questi interventi possano diventare realtà, in modo da scegliere il più adatto mix di diffusione delle fonti rinnovabili nei diversi ambiti per realizzare gli obiettivi dell’Unione Europea. Magari guardando a un “cantiere” di innovazione come è diventata in questi anni una regione alpina come l’Alto Adige: un territorio apparentemente sfavorito dalle limitate potenzialità rispetto a due risorse importanti come il sole e il vento, ma che grazie a un’attenta politica di innovazione può credibilmente candidarsi a diventare completamente autonoma dai combustibili fossili al 2020 raddoppiando il contributo delle fonti energetiche pulite.

fonte: lanuovaecologia.it

Decreto acqua e ambiente Sì definitivo alla Camera

Meno carta nella pubblica amministrazione, prorogate le autorità d ibacino e le norme sui rifiuti , incentivi al mercato dell'usato e ai progetti di sensibilizzazione. Le principali innovazioni previste dal decreto legge definitivamente approvato a Montecitorio

Dal taglio nell'uso della carta nella pubblica amministrazione alla modifica delle percentuali del contributo di compensazione territoriale previsto a favore dei siti che ospitano centrali nucleari e impianti del ciclo del combustibile nucleare; dalla promozione della sensibilità ambientale e dei comportamenti ecocompatibili nelle scuole secondarie e nell'università all'incentivo con finalità ecologiche, il mercato dell'usato. Sono queste le principali innovazioni previste dal decreto legge in materia di risorse idriche e di protezione dell'ambiente che è stato definitivamente approvato dalla Camera. Eccole in dettaglio.

AUTORITÀ DI BACINO - Le autorità di bacino sono prorogate fino all'adozione della nuova normativa sul settore.
PROROGHE SUI RIFIUTI - la prima riguarda l'attuale regime di prelievo della Tarsu; la seconda la disciplina transitoria per le discariche dei rifiuti; la terza i criteri per l'assimilazione dei rifiuti speciali a quelli. Slitta al 31 dicembre 2009 il termine dal quale decorre il divieto di conferimento in discarica dei rifiuti con potere calorifico inferiore (PCI) superiore a 13.000 kj/kg (il cosidetto 'fluff di frantumazione degli autoveicoli'). È poi escluso per un anno il regime dei rifiuti per le materie, le sostanze e i prodotti secondari stoccati presso gli impianti autorizzati alla gestione dei rifiuti in base alle norme ambientali in vigore che effettuano una o più delle operazioni di recupero dei rifiuti provenienti dalla raccolta differenziata urbana o da raccolte dedicate di rifiuti speciali recuperabili in carta e cartone, vetro, plastica e legno.
MENO CARTA NELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE - La riduzione è prevista da una serie di disposizioni contenute in un articolo introdotto al Senato. Cambiano anche le percenutali del al contributo di compensazione territoriale previsto a favore dei siti che ospitano centrali nucleari e impianti del ciclo del combustibile nucleare.
FONDI PER PROGETTI AMBIENTALI - Vengono destinati 9 milioni di euro per la promozione di progetti ed iniziative ambientali, oltre per interventi di manutenzione degli immobili di pertinenza del ministero dell'Ambiente.
PIÙ AMBIENTE A SCUOLA - La sensibilità ambientale e dei comportamenti ecocompatibili nella scuola secondaria superiore e nell'università, sarà promossa attraverso la realizzazione di progetti e iniziative di interesse generale.
L'USATO INQUINA MENO - Viene incentivato con finalità ecologiche, il mercato dell'usato.
FONDI PER ALLUVIONI E TERREMOTI - Arrivano 100 milioni di euro per fronteggiare le situazioni di emergenza derivanti dai fenomeni alluvionali che si sono verificati nei mesi di novembre e dicembre 2008. E 19 milioni di euro per la prosecuzione degli interventi conseguenti agli eventi sismici che hanno colpito le province di Parma, Reggio Emilia e Modena il 23 dicembre 2008 (comma 5-bis).
LE TASSE - Verrà ridefinita la ripartizione fra le regioni della quota minima di incremento dell'energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili necessaria per raggiungere l'obiettivo del 17% del consumo interno lordo entro il 2020, e dei successivi aggiornamenti proposti dall'Unione europea.

fonte: lanuovaecologia.it

Clan multiservice

Trasporto e smaltimento rifiuti. Fornitura di inerti per l'edilizia. Distribuzione di carburanti. La camorra campana si è specializzata nell'offerta di servizi. I rilievi della Direzione nazionale antimafia nella relazione annuale

"La camorra non svolge semplicemente (né necessariamente) una funzione vessatoria e parassitaria sull'impresa e l'economia legale". Lo afferma la Direzione nazionale antimafia (Dna) nella relazione annuale. Per la Dna "le organizzazioni camorristiche sono innanzitutto enti deputati all'erogazione di servizi: dal trasporto e smaltimento dei rifiuti alla fornitura di inerti, dalla distribuzione di idrocarburi da autotrazione alla fornitura di prodotti industriali contraffatti, dalla fatturazione di operazioni inesistenti alla 'semplificazione' delle procedure amministrative".

"Si tratta - scrive la Dna - di una gigantesca offerta di servizi criminali che corrisponde e si nutre di una proporzionale domanda di abbattimento dei costi (e dunque di moltiplicazione delle opportunità di profitto) dell'impresa legale". La camorra impone le proprie imprese, mette le mani nelle pubbliche amministrazioni, gestisce il traffico di stupefacenti e fa "affari nello smaltimento dei rifiuti". "Le caratteristiche di frammentazione e fluidità di un fenomeno criminale lontano dai modelli di organizzazione piramidale propri della mafia siciliana - scrivono i magistrati della Dna - lungi dal rivelarsi un fattore di debolezza, ne spiegano la straordinaria capacità di infiltrazione ed espansione affaristica".

fonte: lanuovaecologia.it

Santuario scaccia-cetacei

Inquinamento da batteri fecali in alto mare e traffico marittimo incontrollato hanno provocato una diminuzione del 75% degli avvistamenti di balenottere e del 50% di stenelle. I rilevamenti di Greenpeace nell'area del Mar Ligure che dovrebbe tutelare balene e delfini
Link Scarica il dossier

Il santuario dei cetacei è diventato una discarica: l'area del mar Ligure che sarebbe dovuta diventare un paradiso per balene e delfini è "inquinata da batteri fecali in alto mare". Questo tipo di inquinamento, insieme al "traffico marittimo incontrollato" con velocità vicine "ai 70 km/h", ha comportato una diminuzione del 75% degli avvistamenti di balenottere e del 50% di stenelle. L'assenza di "regole" e la mancanza di "un piano di gestione" hanno trasformato il santuario in "una fogna a cielo aperto".

Questa l'accusa di Greenpeace nel dossier 'Balene a perdere', presentato ieri a Roma, frutto della ricognizione dell'agosto scorso nella zone del santuario a bordo della Arctic Sunrise. A 16 anni di distanza dall'ultimo monitoraggio (nel 1992 le balenottere erano circa 900 e le stenelle comprese tra 15.000 e 42.000), balene e delfini potrebbero realmente essere diminuiti: dopo 1.200 chilometri di navigazione, di balenottere se ne sono viste soltanto 13 (un quarto rispetto alle attese e non sufficiente a elaborare una stima sulla popolazione), mentre il range di stenelle si è attestato tra 5.000 e 21.000 esemplari (é calata anche la media del numero di individui presenti nel gruppo, da 22,5 a 7,5).

Le cause della diminuzione di cetacei nell'area del santuario sono diverse. L'inquinamento: in due aree è stata rilevata una forte "contaminazione di batteri fecali" oltre i valori ammessi per la balneazione (100 colonie/100 ml). Provenienti non da terra ma, presume Greenpeace, dallo scarico di traghetti e navi da crociera. Un tipo di sversamento che, oltre a essere persistente specie d'estate, colpisce la salute dei cetacei: sono animali immunodepressi, cioé raccolgono e assorbono le contaminazioni presenti in mare. L'intenso traffico incontrollato: "navi di 100-150 metri e traghetti che corrono a 70 km/h con il rischio di impatto con i cetacei e l'emissione di forti rumori".

E anche un'attività di 'whale watching' svolta "in modo pericoloso", così come "la pesca illegale". Ma, quello che manca, è soprattutto "un ente di gestione" nonché la predisposizione di un piano di tutela per non lasciare che questa zona del Mediterraneo rimanga "una scatola vuota senza regole e controlli", creando una grande riserva marina d'altura. Cosa che, conclude Greenpeace, renderebbe impossibile "l'insediamento della prima area industriale offshore: il rigassificatore di Pisa-Livorno" proprio all'interno del santuario. L'associazione dell'arcobaleno, impegnate nelle aree marine, chiede che sia sottoposto a tutela il 40% del Mediterraneo.

fonte: lanuovaecologia.it

Energia ecosostenibile dai fiumi

Le fonti di energia pulita sono presenti in varie forme, ovunque intorno a noi, anche se spesso non ce ne accorgiamo nemmeno. Una tra quelle più facili e vantaggiose da sfruttare, ma ancora praticamente inutilizzata, è la differenza di salinità presente alla foce dei fiumi, là dove l’acqua dolce si incontra con l’acqua marina salata. I Paesi Bassi sono all’avanguardia nello sviluppo delle nuove tecnologie in questo campo, anche grazie alle caratteristiche del loro territorio, dove sono numerosi i fiumi che sfociano in mare. Ma è un'azienda norvegese ad applicare le ultime scoperte su larga scala, attraverso la costruzione di una vera e propria centrale elettrica.

L’ENERGIA OSMOTICA – Questo tipo di energia è detta energia a gradiente salino (o energia osmotica) e sfrutta il flusso spontaneo dell’acqua da una soluzione a concentrazione minore (acqua dolce) verso una più concentrata (acqua salata). Come riporta il New Scientist, il progetto di un nuovo tipo di batteria in grado di incanalare quest’energia è nato dagli ingegneri del Wetsus, centro olandese per le tecnologie idriche sostenibili. Per dare un’idea delle potenzialità di questa risorsa, nel caso specifico del Reno, che sfocia poco a sud di Rotterdam nel Mare del Nord, il processo chiamato «Blue Energy» sarebbe in grado di produrre 1 gigawatt di elettricità, sufficiente per alimentare 650 mila abitazioni. Un sistema del genere può essere applicato alla foce dei fiumi di tutto il mondo, dal Gange al Mississippi, senza causare danni all’ambiente nè all’ecosistema, e in futuro – a pieno regime – potrebbe arrivare a fornire fino al 7 per cento del fabbisogno energetico globale.

LA PRIMA CENTRALE – L’energia osmotica è nota da tempo. Nonostante ciò, sono stati necessari anni di studi per creare un sistema in grado di produrre elettricità sfruttando la differenza di concentrazione alla foce dei fiumi. Le difficoltà principali sono legate alla membrana di separazione tra acqua salata e dolce: alla fine degli anni ’90 sono nati i primi prototipi efficaci e solo ora i modelli più avanzati sono abbastanza efficienti da permettere la produzione di energia in modo redditizio. Dopo aver sperimentato in laboratorio il funzionamento dell’impianto e delle membrane, nei prossimi mesi l’azienda norvegese Statkraft attiverà il primo prototipo di centrale a energia osmotica su larga scala. Sarà situata a Tofte, una cittadina costiera vicino a Oslo (Norvegia), e avrà dimensioni relativamente piccole: in un’area grande come un campo da tennis, verranno installati 2 mila metri quadri di membrane che genereranno circa 4 kilowatt (una quantità di energia molto modesta). Sfruttando l’esperienza di Tofte, entro il 2015 l’azienda spera di riuscire a costruire una centrale più grande, in grado di produrre almeno 25 megawatt (il fabbisogno di circa 15 mila famiglie).

fonte: corriere.it

Genova risparmia abbassando le luci

La Liguria risparmia e abbassa la luce. Anzi, in alcuni casi la spegne proprio. Tutto è contenuto nel regolamento stilato dall'assessorato all'Ambiente della Regione: «Ormai è pronto, lo presenteremo entro una decina di giorni» dice l'assessore Franco Zunino. Sicuramente farà discutere. Illuminazione pubblica con potenza ridotta almeno del 30% nelle ore notturne (indicativamente dalla mezzanotte alle cinque di mattina), insegne luminose spente dopo la mezzanotte, divieto di «sparare» la luce verso l'alto con l'obiettivo di ridurre l'inquinamento luminoso che ha cancellato la visione delle stelle nelle città. Questi sono i punti salienti. Le disposizioni sono obbligatorie per tutti i Comuni.

È obbligatorio «l'impiego di dispositivi in grado di ridurre entro la mezzanotte l'emissione di luce, in misura superiore al 30 per cento rispetto alla situazione di regime». Smorz 'e light, come cantava Arbore. E la sicurezza che spesso si accoppia a una maggior illuminazione urbana? «Si deve usare il buonsenso — dice Zunino — è chiaro che la sicurezza va garantita, se ci sono necessità particolari dovranno essere evidenziate dai Comuni. Sono previste esclusioni, ovviamente, ma sempre facendo salvo il criterio del risparmio, lo spreco non aumenta la sicurezza. Sparare la luce verso l'alto non serve a proteggere i cittadini». Non si tratta solo di illuminare meno ma soprattutto di farlo meglio. Ad esempio pensionando le lampade a incandescenza, ad alto consumo, e utilizzando quelle a risparmio energetico. Il regolamento stabilisce tetti e limiti di watt e candele, e anche requisiti tecnici di maggior efficienza per i nuovi impianti, quelli vecchi si adegueranno. Il regolamento spazia dagli impianti sportivi ai monumenti ai negozi ai parcheggi. L'articolo 9 (in bozza) riguarda le insegne: «Tutti i tipi di insegne luminose non preposte alla sicurezza e ai servizi di pubblica utilità devono essere spente entro le ore 24.00 oppure alla chiusura dell'esercizio se successiva». Divieto assoluto su tutto il territorio regionale di usare «fasci di luce fissi o roteanti di qualsiasi colore o potenza, quali fari, laser e giostre luminose o altri tipi di richiami luminosi come palloni aerostatici o immagini luminose che disperdono la luce verso la volta celeste, siano essi per mero scopo pubblicitario o voluttuario, anche se di uso temporaneo».

Il legislatore regionale ha previsto deroghe per le luminarie di Natale (50 giorni) e per le feste patronali (10 giorni). Un regime eccezionale è previsto per l'illuminazione dei monumenti: preferibilmente deve essere «di tipo radente dall'alto verso il basso » ma questo non sempre è possibile. Allora i fasci di luce potranno essere orientati dal basso verso l'alto ma con basse potenze e in modo che ricadano all'interno dell'edificio o che «fuoriescano» per un massimo del 10 per cento. Se non si rispettano questi requisiti, spiacenti, ma anche il monumento dopo la mezzanotte finisce al buio. Ma la Lanterna no, quella non si spegne mai.

fonte: corriere.it

Il Santuario dei cetacei è quasi vuoto

Nel santuario dei cetacei, «ridotto a una fogna a cielo aperto», le balenottere potrebbero essere diminuite del 75% e le stenelle (famiglia dei delfini) del 50%. Sono i dati che emergono dal rapporto di Greenpeace sull'area del Mar Ligure, frutto di una ricognizione effettuata ad agosto 2008 sulla nave Arctic Sunrise, a distanza di 16 anni dall'ultimo monitoraggio (nel 1992 le balenottere erano circa 900 e le stenelle comprese tra 15 e 42mila esemplari). L'Arctic Sunrise ha navigato per oltre 1.500 km per contare i cetacei, prelevare campioni d'acqua e monitorare il traffico marino. La navigazione ha coperto il settore occidentale del Santuario (grosso modo nel triangolo Alghero-Tolone-Genova). Secondo i risultati dell'indagine a compromettere la zona sono stati l'inquinamento, il traffico, la pesca illegale e soprattutto la mancanza di un ente di gestione e di un piano di tutela.

I PROBLEMI - Per quanto riguarda le stenelle il range di popolazione va ora da 5 a 21mila esemplari, mentre per le balenottere l'avvistamento di un numero ridotto (un quarto rispetto alle attese) non ha consentito di effettuare una stima. I problemi individuati da Greenpeace nel santuario, definito «una scatola vuota senza regole e controlli» sono nello specifico: «inquinamento per una grave contaminazione da batteri fecali in alto mare (in due stazioni delle undici analizzate), traffico incontrollato con traghetti che corrono a 70 km/h, un'attività di whale watching svolta in modo pericoloso con aerei e motoscafi, il rumore che disturba i cetacei e la pesca illegale». La richiesta di Greenpeace è di sottoporre il Santuario dei cetacei a un regime di tutela e gestione, creando una grande riserva marina d'altura con divieto di pesca e immissione di sostanze tossiche o pericolose, per proteggere un ecosistema unico di cui i cetacei sono parte integrante.

«FUMO NEGLI OCCHI» - «Nel Santuario - denuncia l'organizzazione ambientalista - non è stato fatto assolutamente nulla di specifico per prevenire ed eliminare progressivamente l’inquinamento (anzi, vi si vuole insediare la prima industria offshore: il rigassificatore di Livorno-Pisa), per limitare i rischi di collisione delle imbarcazioni con i cetacei e prevenire gli impatti dei rumori, per mettere un freno alla pesca illegale o per proteggere la fascia costiera. Italia, Francia e Monaco non sono quindi molto meglio del Giappone che uccide balene per "scopi scientifici". Il Santuario è solo fumo negli occhi, che nasconde il calo progressivo dei cetacei nel Mar Ligure causato da vecchie e nuove minacce».

ECOSISTEMA - L'area è nata appunto grazie a un accordo tra Italia, Francia e Monaco - in vigore dal 2002 - che protegge circa 87mila kmq del Mar Ligure. Avrebbe dovuto tutelare l’ecosistema e le popolazioni di cetacei che lo abitano, tra le più ricche del Mediterraneo. È la principale area di alimentazione estiva della balenottera comune: una popolazione, spiega Greenpeace, che si avvia a diventare una specie separata da quella atlantica

fonte: corriere.it

giovedì 26 febbraio 2009

PONTE STRETTO: WWF, CHI PAGHERA' COSTI OPERA?

Il Wwf, in una nota, pone una serie di interrogativi in merito alla realizzazione del Ponte sullo Stretto, del quale si occupera' domani il Cipe, chiedendo, in primo luogo, chi paghera' i costi dell'opera. ''Da dove arriveranno - chiede il Wwf - gli altri 4,8 miliardi di euro necessari alla costruzione del Ponte, visto che lo Stato, per un'opera inutile e velleitaria rispetto alle tante piccole opere ordinarie necessarie al Paese, e' gia' tornato indietro destinando 1,2 miliardi di euro in meno rispetto a quanto fu stanziato quattro anni fa con la ricapitalizzazione della Stretto di Messina Spa''. L'organizzazione ambientalista chiede inoltre ''come si pensa di affrontare la ridefinizione dei rapporti con il general contractor capeggiato da Impregilo, visto che il costo dell'opera e' di 2,2 miliardi di euro in piu' rispetto all'importo con cui e' stata vinta la gara''. Il Wwf chiede, inoltre, ''in quale modo sono stati superati tutti gli ostacoli tecnici di realizzazione di un ponte sospeso ad unica campata di 3,3 km, nell'area che e' a maggior rischio sismico del Mediterraneo, e di gestione di un''opera concepita per 100 mila veicoli al giorno quando stime ufficiali al 2032 ne prevedono solo 18.500. E' grave che il Governo decida di destinare al Ponte sullo Stretto un terzo (1,3 miliardi di euro su 3,7) delle risorse Fas assegnati alle infrastrutture del Mezzogiorno proprio quando Calabria e la Sicilia sono in emergenza idrogeologica''

fonte: ansa.it

NUCLEARE: GERMANIA; CHIUDE IMPIANTO PIU' VECCHIO DEL PAESE

Mentre in Germania i conservatori del cancelliere Angela Merkel continuano a premere per un revival del nucleare, dalla fine di questa settimana la regione Assia si trovera' senza energia atomica. Questo venerdi', infatti, le autorita' spegneranno il reattore A dell'impianto di Biblis, il piu' vecchio del Paese, costruito nel 1974, dopo avere chiuso il reattore B (1976) il mese scorso. Il governo tedesco rispetta cosi' il piano della precedente amministrazione Schroeder di spegnere gradualmente, entro il 2021, i 17 impianti nucleari ancora attivi nel Paese. Tuttavia, le cose potrebbero cambiare dopo le elezioni del prossimo settembre se la Cdu della Merkel riuscira' a convincere il Paese a proseguire sulla strada del nucleare, oggi ostacolata dagli alleati della Spd nella Grande Coalizione. Per questo, l'impianto di Biblis (della Rwe) non verra' smantellato. La sua chiusura viene definita temporanea, e' stata decisa per effettuare ''controlli'', scrive oggi l'agenzia stampa tedesca Dpa. Non e' escluso che la centrale venga rinnovata e riaperta a seconda dell'esito delle politiche

fonte: ansa.it

AUSTRALIA;LAGO EYRE,DOPO 2 ANNI TORNA ACQUA E VITA

Per la prima volta in due anni, l'acqua ha cominciato a scorrere nel lago Eyre, il piu' grande d'Australia ed il piu' grande lago effimero al mondo (1,2 milioni di kmq), portando con se' un'esplosione di vita, dalla fauna acquatica a uccelli di ogni specie. Situato nel centro spopolato del continente e quasi sempre asciutto e coperto da una spessa crosta di sale, il lago in passato si e' coperto d'acqua in media una volta ogni otto anni, quando piogge torrenziali nel nord tropicale a centinaia di chilometri di distanza riempiono i suoi affluenti. Le piogge cadute da dicembre in poi che hanno allagato gran parte del Queensland, hanno impiegato settimane per raggiungere l'imboccatura del lago. Rispondendo al lontano richiamo delle acque, un'infinita' di pellicani, cormorani, anitre ed altri uccelli acquatici si danno convegno nel centro inondato del lago. E si servono a volonta' di molluschi, pesci e granchi portati dai fiumi. Il bacino dell'Eyre, il punto piu' profondo del continente, si e' riempito fino alla massima profondita' di cinque metri l'ultima volta nel 1974, e fino a meta' nel 2000

fonte: ansa.it

BALENE: GREENPEACE, MENO 75% AVVISTAMENTI IN AREA SANTUARIO

Nel santuario dei cetacei, ''ridotto a una fogna a cielo aperto, le balenottere potrebbero essere diminuite del 75% e le stenelle del 50%''. Sono questi i dati che emergono dal rapporto di Greenpeace sull'area marina del mar Ligure, presentati oggi a Roma, e frutto di una ricognizione effettuata a agosto 2008 a distanza di 16 dall'ultimo monitoraggio (nel 1992 le balenottere erano circa 900 e le stenelle comprese tra 15.000 e 42.000). A compromettere la zona sono stati, secondo l'associazione targata arcobaleno, ''l'inquinamento, il traffico, la pesca illegale'' e soprattutto ''la mancanza di un ente di gestione'' nonche' la predisposizione di un piano di tutela. Per quanto riguarda le stenelle il range di popolazione va da 5.000 a 21.000 esemplari, mentre per le balenottere l'avvistamento di un numero ridotto (soltanto un quarto rispetto alle attese) non ha consentito di effettuare una stima. I problemi individuati da Greenpeace nel santuario definito ''una scatola vuota senza regole e controlli'': l'inquinamento per ''una grave contaminazione da batteri fecali in alto mare'', il traffico ''incontrollato con traghetti che corrono a 70 km/h, un'attivita' di ''whale watching'' svolta ''in modo pericoloso con aerei e motoscafi'', il rumore che disturba i cetacei e la pesca illegale. La richiesta di Greenpeace e' di sottoporre il santuario dei cetacei a un regime di tutela e gestione creando una grande riserva marina d'altura.

fonte: ansa.it

SMOG:LEGAMBIENTE;CLASSIFICA PM10,MAGLIA NERA A TORINO

I nuovi dati del dossier di Legambiente sulla qualita' dell'aria nelle citta' italiane sono stati presentati oggi, prima della partenza della ventesima edizione del Treno Verde. Ecco la classifica, 'Ti tengo d'occhio' (periodo di riferimento, dal 1 gennaio al 22 febbraio) sul superamento dei giorni (il massimo consentito e' di 35) dei limiti di PM10 (50 nanogrammi per metro cubo). La prima e' Torino, a pari merito con Frosinone, con 41 giorni, seguita Brescia, Sondrio e Alessandria con 38. In quarta posizione, Milano con 35 giorni, poi Lodi e Asti con 33, Lucca con 31 e Napoli con 30. Seguono Mantova con 29, Modena con 28, Firenze, Padova e Reggio Emilia con 27. Como, Rovigo e Vicenza registrano 26 giorni. Al diciannovesimo posto si piazza Pavia e al ventesimo Venezia. Dal ventunesimo al trentesimo posto troviamo: Piacenza con 24giorni, Cremona e Novara con 23, Ancona e Verona con 22, Vercelli, Carrara, Terni e Treviso con 20. Le citta' fuorilegge, pertanto, sono le prime 6. Capovolgendo i risultati, la citta' in cui l'aria e' migliore e' Salerno, dove non sono stati registrati giorni di superamento. Va bene anche Potenza (centralina di viale Unicef) con un giorno, e Viterbo, Gorizia e Bolzano con 2. Seguono, tra le altre, Trieste con 3 giorni e Trento e Aosta con 4 giorni, Caserta con 5, Bari con 7, Ferrara e Perugia con 19, Bologna e Parma con 20. La capitale Roma si piazza al numero 36 della classifica con 17 giorni

fonte: ansa.it

ECODEM; DIFFUSE FALSITA', ECCO LE VERE CIFRE

Servirebbe piu' ''serieta' e competenza'' nell'informare su costi e benefici del nucleare: lo afferma una nota degli Ecodem che contrappone i propri numeri alle ''falsita''' diffuse sull'accordo italo-francese. Primo falso, le minori scorie: ''Innanzitutto le quattro nuove centrali nucleari da 1,6 GW a tecnologia francese, da costruire nella penisola, la prima delle quali (secondo l'accordo) da ultimare entro il 2020, non produrranno meno scorie: questi impianti di III generazione consumano infatti oltre 30 tonnellate di uranio arricchito all'anno che inevitabilmente generano rifiuti radioattivi''. Secondo falso, la quota di produzione: ''E' stato affermato che le quattro centrali produrranno a regime il 25 per cento del consumo nazionale: un dato assolutamente falso. Infatti quattro centrali da 1,6 GW potranno al massimo produrre 45 TWh che oggi rappresentano solo il 13 per cento del consumo nazionale''. Terzo falso, la necessita' di avere una maggiore produzione di elettricita': ''Non e' assolutamente vero che l'Italia importa una grande quantita' di energia elettrica dall'estero, per lo piu' dal nucleare francese: dall'estero importiamo solo il 12,5 per cento dell'energia, e il dato interessante e' che ben l'80 per cento di quell'energia e' prodotta da fonti rinnovabili, e non dal nucleare''. Quarta ''falsita''', la spesa: ''Le cifre stimate per l'analoga centrale finlandese in costruzione sono raddoppiate rispetto alle previsioni. Occorrono 20 miliardi di euro per quattro centrali, 5 ad impianto - sottolinea la nota Ecodem -. Si tratta di numeri enormi che segnalano la necessita' di reperire anche risorse private non ancora identificate. Elementi che evidenziano indubbiamente la non convenienza di questo accordo che si ripercuotera' inevitabilmente sulle tasche dei contribuenti''

fonte: ansa.it

Anno 2030: economia verde per la Cina?

La Cina ha il potenziale per costruire una “economia verde” nel corso dei prossimi decenni, secondo una relazione della “McKinsey & Company”

Come pubblica oggi il quotidiano “China Daily” nel 2030, la Cina potrebbe diminuire le importazioni di petrolio fino ad un 30/40%, la sua esigenza di carbone del 40% e tagliare le emissioni di gas serra del 50%. Traguardi raggiungibili con investimenti sia in tecnologie già disponibili che in quelle che potrebbero svilupparsi. Per trasformare quella cinese in una “economia verde”, alla “McKinsey & Co.” stimano che da oggi al 2030, occorrerebbero 1,5-2 miliardi di yuan, un investimento su base annua pari al 1,5-2,5% del Pil cinese.
Ad esempio, mettendo a regime il settore dei veicoli elettrici nei prossimi due decenni, la Cina potrebbe ridurre la sua domanda di petrolio fino al 30/40% entro vent’anni.
Con dei significativi investimenti nelle tecnologie di energia alternative come l’eolica, il solare e l’idroelettrico, Pechino potrebbe far calare la propria dipendenza dal carbone per le centrali elettriche dall’81% di oggi ad un probabile 34% entro il 2030.
“China Daily” spiega come con un netto miglioramento dell’efficienza energetica delle tecnologie nei settori della costruzione e industriali, (sommato al recupero e riutilizzo dei rifiuti per i prodotti del settore industriale), il Paese potrebbe altresì diminuire la sua domanda per l’elettricità di oltre il 10%.
Ma già ora la Cina ha ridotto la quantità di biossido di carbonio e altri gas a effetto serra emessi per ogni unità di Pil del 4,9% ogni anno, in media, negli ultimi 15 anni, rispetto al 1,7% negli Stati Uniti e il 2,7 % in Germania.

fonte: rinnovabili.it

Centro di ricerca sul bioetanolo in casa Honda

Produrre biocarburanti sostenibili? Adesso ci provano anche i costruttori automobilistici giapponesi

La società Honda Motor Co è intenzionata a dare un nuovo impulso alla competizione innescatasi tra i produttori automobilistici in merito alla realizzazione di veicoli più ecologici. Per farlo rfonderà nella prefettura di Chiba, nei pressi di Tokyo, un centro ricerche specializzato nella sintesi di bioetanolo da cellulosa. Scavalcando dunque tutto il filone produttivo legato a mais e canna da zucchero, che ad oggi dominano ancora il mercato del bioetanolo, la casa giapponese inizierà, a partire dal mese di aprile, a costruire la struttura che ospiterà i laboratori. In attesa che il centro entri nella fase operativa, prevista per novembre 2009, Honda fa sapere di possedere già la tecnologia base con cui estrarre il biocarburante in questione a partire dagli scarti vegetali. La questione, come sempre, è sapere se il processo sarà in grado o meno di produrre etanolo a basso costo: la degradazione della parte fibrosa delle piante nei suoi componenti base (cellulosa, lignina e emicellulosa) rimane infatti un procedimento altamente dispendioso dal punto di vista energetico e pertanto non ancora competitivo rispetto alla produzione a partire dai prodotti alimentari.

fonte: rinnovabili.it

Solare francese per 46,5 mln di euro

Finanziamenti per 46,5 mln di euro alla Francia per sviluppare l’intera filiera per la produzione di energia solare

Stanziamenti per la Francia per l’ammontare di 46,5 milioni di euro destinati al programma di ricerca e sviluppo ‘Solar Nano Crystal’ finalizzato allo sviluppo della filiera su due tipi di silicio, quello metallurgico e quello policristallino. Il programma di finanziamento gode della piena approvazione della Commissione Europea ed è in perfetta armonia con la strategia adottata dalla CE quanto alla promozione e all’incentivazione dell’uso delle fonti rinnovabili per la produzione di energia contribuendo in tal modo alla lotta contro il surriscaldamento globale, come sottolinea il Commissario Europeo per la Concorrenza, Neelie Kroes, puntando su un incremento della competitività. La quasi totalità di questo finanziamento andrà alla PV Alliance LabFab e ad altri partner pubblici e privati sotto forma di sovvenzioni e anticipi rimborsabili.

fonte: rinnovabili.it

L’idrogeno che attraversa la Puglia

Riprende il progetto pugliese, l’unico in Italia, della rete di distribuzione di idrogeno per le auto da fonti rinnovabili

La Puglia sarà la prima regione in Italia a realizzare una rete di distributori di idrogeno da fonti rinnovabili per le auto. Dopo una battuta di arresto, finalmente il progetto definito dall’accordo di programma firmato lo scorso 10 aprile dalla Regione Puglia e il Ministero dell’Ambiente, riprende quota. Grazie ad uno stanziamento di 5 milioni di euro, saranno realizzati cinque distributori di idrogeno, uno per ogni capoluogo di provincia. L’indiscrezione è trapelata al margine della presentazione del Salone dell’Energia Rinnovabile e Sostenibile Energethica 2009 che, giunto ormai alla quarta edizione si terrà dal 5 al 7 marzo presso la Fiera di Genova. Il Fisico Nicola Conenna, padre del progetto e fondatore e Presidente dell’Università dell’Idrogeno H2U nata due anni fa e divenuta fondazione nel settembre scorso, con sede a Monopoli, sostiene con forza la tecnologia a idrogeno, grazie alla quale un’auto dotata di motori elettrici con ‘fuel cell’ riuscirà a percorrere fino a 300 chilometri in piena autonomia con un’efficienza garantita del motore del 90%, più del doppio di un motore a combustione tradizionale. Attualmente, precisa Conenna, esistono in Italia due impianti a idrogeno, uno a Colle Salvetti, vicino a Livorno, utilizzato al momento per dimostrazioni, e un altro a Fiumicino, vicino a Roma, non ancora inaugurato. Entrambi per idrogeno da metano. In un’ottica futura, sottolinea Conenna, l’idrogeno prodotto tramite un processo di interazione tra acqua, energia elettrica e energia radiante del sole, è un vettore energetico garantito per i prossimi miliardi di anni. Le prospettive per l’uso di tale gas non si limitano tuttavia al settore auto. Conenna infatti, velista appassionato ed ex dirigente Greenpeace, prevede l’uso di motori ad idrogeno anche sulle imbarcazioni da diporto; quest’ipotesi verrà illustrata a bordo di uno yacht a vela Sangermani di 19 metri, nell’ambito di Energethica.

fonte: rinnovabili.it

Australia, dopo gli incendi ora anche l'allarme CO2

Il problema incendi sta provocando in Australia il rilascio di ingenti quantità di CO2, che se venissero conteggiati peggiorerebbero non poco la sua situazione in merito ai livelli di emissioni previsti dal protocollo di Kyoto

Mark Adams, scienziato e preside della facoltà di Agricoltura, Alimentazione e Risorse Naturali all’Università di Sydney, ha lanciato oggi un appello in merito ai devastanti incendi che hanno colpito lo stato australiano di Victoria rilasciando inoltre milioni di tonnellate di CO2 e rischiando così di trasformarsi in un’ulteriore fonte di inquinamento per il Pianeta.
Adams ha dichiarato infatti che il riscaldamento globale potrebbe scatenare un circolo vizioso in cui le foreste, bruciando più facilmente, potrebbero non assorbire più anidride carbonica, e anzi aumentare l’immissione nell’atmosfera dei gas serra .
“Con le crescenti preoccupazioni sull’aumento del CO2 e delle temperature – spiega il professor Adams – la riduzione delle piogge in molte aree forestali, potremmo finire col registrare maggiori emissioni da parte degli incendi di foreste. Gli scienziati di tutto il mondo sono preoccupati da questo tema – e ha concluso – Non importa se si tratti di roghi nella tundra artica o fuochi nelle torbiere del Kalimantan o incendi in Australia”.
Gli incendi nello Stato di Victoria hanno ucciso circa 200 persone, e molti roghi bruciano ancora, proprio ieri i pompieri fronteggiavano ancora sette diversi incendi e, secondo il servizio meteo, per domani è previsto un altro aumento delle temperature.
Adams sostiene che i negoziati Onu sul clima di fine 2009 a Copenaghen dovranno tenere conto del crescente pericolo che viene dagli incendi delle foreste, e in che modo sviluppare una cornice anche legale adeguata ad affrontare il problema.

fonte: rinnovabili.it

Quarto appuntamento con Energethica

Il salone internazionale dell’energia rinnovabile e sostenibile ‘Energethica’, alla Fiera di Genova dal 5 al 7 marzo prossimi

Non si discuterà solo di efficienza e certificazione energetica degli edifici residenziali, non si trattarà solo di risorse idriche, non verranno proposte soltanto auto e barche ad idrogeno, non si parlerà solamente di contabilizzazione del calore, ma in questa edizione verranno presi in considerazione anche i costi economici e sociali del nucleare.
“Si. Quest’anno ci occuperemo anche di nucleare – ha spiegato Edgar Mader, organizzatore dell’evento – Vogliamo capire quali sono i costi del nucleare, le coseguenze della costruzione di una celtrale, quanto costa un MegaWatt, anche in termini occupazionali, quali sono i costi dello smantellamento dell’impianto, la messa in sicurezza, i tempi di realizzazione, la gestione di un eventuale rischio di incidente, mettendo sul piatto tutti gli argomenti di cui si parla meno in riferimento al nucleare”.
Ed ecco qualche numero per la prossima edizione di una delle manifestazioni più conosciute in Italia: la collaborazione di oltre 50 partner tra istituzionali, tecnici e media, più di 300 espositori, 30 convegni, circa 250 relatori.
Il meeting nazionale “Porti verdi: verso un trasporto sostenibile” inaugurerà Energethica 2009 e sarà uno degli incontri che animerà la manifestazione che ora presenta uno spazio specifico riservato all’edilizia sostenibile con il “Cantiere Ecocasa”, e “Casa Ecologica”, occupandosi così degli aspetti strutturali ma anche dei particolari degli ambienti interni delle costruzioni per quanto riguarda l’innovazione su tre settori strategici quali: energia, acqua e rifiuti.
Per la domotica si affronterà il tema della contabilizzazione del calore come mezzo di risparmio energetico nei condomini con riscaldamento centralizzato o teleriscaldati.
Un altro nuovo spazio sarà dedicato alle bioenergie e ad Acquaethica che sarà la novità di questa edizione, un’area anche dimostrativa sull’uso delle risorse idriche, con prodotti e servizi in merito all’utilizzo e al risparmio dell’acqua, e nello specifico alla raccolta, allo stoccaggio, alla distribuzione, al trattamento, al riciclo, all’analisi e al controllo.

fonte: rinnovabili.it

Era solare

Giorni fa è stata inaugurata a Bonn una nuova Agenzia per le energie rinnovabili (Irena, International Renewable Energy Agency) che si propone di stimolare tutti i governi del mondo perché potenzino l’uso delle energie rinnovabili e incoraggino le ricerche e le applicazioni di tali fonti di energia

Forse senza accorgercene stiamo vivendo una rivoluzione tecnico-scientifica e merceologica che va al di la della crisi economica. Forse questi primi anni del XXI secolo saranno ricordati come l’inizio di quell’era neotecnica di cui aveva parlato il sociologo americano Lewis Mumford nel suo libro “Tecnica e cultura”, già nel 1933.

Al di là delle bizzarrie del prezzo del petrolio, delle prospettive di impoverimento delle riserve di combustibili fossili e dei mutamenti climatici dovuti all’inquinamento atmosferico, ci sono molti segni di tale transizione. Già il presidente degli Stati Uniti Obama, nel suo discorso di insediamento, pochi giorni fa, ha detto: “Impiegheremo il Sole e i venti e le ricchezze del suolo per far camminare le nostre automobili e far funzionare le nostre fabbriche”.

Negli stessi giorni le Nazioni Unite hanno lanciato il 2009 come anno mondiale delle fibre tessili naturali, fonte di ricchezza e di lavoro per molti paesi poveri, rilanciate dopo anni di stasi dovuti alla concorrenza delle fibre tessili sintetiche derivate dal petrolio; i pur contestati carburanti per autoveicoli derivati dalla biomassa vegetale si stanno affermando e stimolano ricerche e innovazioni per renderli compatibili con il rispetto ambientale. La sfida dell’Irena è molto realistica e appare chiara dai conti esposti nelle sue prime pubblicazioni, disponibili in Internet.

Nel 2008, con una popolazione mondiale di 6700 milioni di persone, i consumi mondiali di energia sotto forma di carbone, petrolio, gas naturale, energia idroelettrica e nucleare sono stati di circa 480 esajoule (l’esajoule è una unità di misura dell’energia). L’energia solare che raggiunge in un anno le terre emerse è 1800 volte di più, circa 900.000 esajoule. Quello che conta è che tale energia è disponibile sempre uguale ogni anno, mentre i combustibili fossili, una volta estratti dai pozzi e dalle miniere e bruciati, non ci sono più. L’energia del Sole mette in moto i venti, la cui energia ammonta a oltre 40.000 esajoule all’anno, produce la biomassa vegetale in ragione di circa 100 milioni di tonnellate di materia organica che si forma ogni anno sulle terre emerse e che ha un valore energetico di circa 4.000 esajoule. Il vento provoca il moto ondoso che ha una energia di circa 1000 esajoule all’anno.

Inoltre il Sole alimenta il ciclo dell’acqua che continuamente cade sui continenti e scorre verso il mare avendo “dentro di se” una quantità di energia di circa 500 esajolule all’anno, equivalente a circa 150.000 miliardi di chilowattora all’anno; di questa energia le centrali idroelettriche di tutto il mondo catturano soltanto una piccola frazione, circa tremila miliardi di chilowattora all’anno. Infine l’interno della Terra “contiene” una riserva potenziale di calore geotermico equivalente ad un flusso annuo di 5000 esajoule di energia. Come si vede, le energie rinnovabili assicurerebbero calore, elettricità, ed energia meccanica per molte generazioni future senza esaurirsi mai.

Qualcosa comincia a muoversi in vari paesi, anche in Italia; cominciano ad apparire sui tetti delle case i pannelli fotovoltaici che trasformano la radiazione solare in elettricità; compaiono dei motori eolici la cui elettricità può essere venduta alle grandi compagnie elettriche che così evitano di usare un po’ di petrolio e carbone; Sole e vento cominciano ad attirare anche perché chi li usa ottiene dei soldi dallo stato. Ma si può dire che siamo nell’infanzia dell’era neotecnica. Le fonti di energia rinnovabili possono essere utilizzate in molte altre maniere, alcune delle quali appena si intravedono; centinaia di ricercatori e inventori si dedicano alla scoperta di pannelli fotovoltaici meno costosi di quelli attuali basati sul silicio; è possibile inventare macchinari e mezzi di trasporto che utilizzano energie rinnovabili

Un lavoro enorme per studiosi nelle Università e nelle industrie; un lavoro anche per gli storici della tecnica perché nel passato sono state descritte molte invenzioni basate sull’utilizzazione delle fonti rinnovabili, proposte poi abbandonate davanti all’illusione dell’esistenza di grandissime riserve di petrolio a basso prezzo. Adesso che sta svanendo la speranza di un futuro basato sulle fonti energetiche fossili, che il nucleare mostra quanto le sue promesse siano fallaci, adesso che l’attenzione per i mutamenti climatici sta polarizzando l’attenzione dei governanti – quante frettolose conversioni ecologiste e solari si stanno osservando anche in questi giorni ! – la riscoperta e il perfezionamento di tante idee abbandonate è molto promettente.

Eppure in Italia esiste soltanto un archivio, a Brescia, della storia dell’energia solare e delle energie rinnovabili alle quali in passato molti scienziati anche italiani hanno pur dato importanti contributi. In secondo luogo bisogna rendersi conto che solare, vento e biocarburanti sono soltanto alcuni dei molti beni energetici, industriali e di consumo che possono liberarci dalla schiavitù del petrolio: materie plastiche, materiali da costruzione, tessuti, detersivi, tutti basati su materie prime rinnovabili, possono ridare vita ad attività economiche abbandonate, nel campo agricolo e forestale e creare nuovi posti di lavoro nelle industrie.

Ma soprattutto l’impegno per le energie e risorse rinnovabili offre il più grande contributo allo sviluppo umano e sociale dei paesi arretrati, è la più genuina assicurazione per sgominare le tensioni politiche alimentate dalla povertà dei poveri. Perché sono proprio i paesi oggi arretrati che possiedono su più larga scala le risorse energetiche legate al Sole, risorse che essi non sanno o non possono utilizzare per mancanza di soldi e di conoscenze tecniche. L’era neotecnica può mostrare un mondo futuro in cui energia e materie prime vengono prodotte nei paesi poveri assicurando lavoro e pace, e vengono scambiate con i paesi oggi industriali che possono fornire tecnologie e conoscenze. Se questo sarà davvero il ruolo della nuova agenzia Irena, in molti nel mondo gliene saranno riconoscenti

fonte: rinnovabili.it

Nucleare, le Regioni si dividono No dei Governatori di sinistra

Nucleare? Forse. L'ipotesi di tornare alle centrali spacca in due l'Italia. La maggioranza delle regioni dice "no, grazie"; qualcuna dice "già dato" o "sì, ma non qui"; solo una ristretta rosa si mette davvero in fila per ospitare un sito. Quando si passa dalla teoria alla pratica, dal dibattito generico all'individuazione delle zone dove costruire un reattore, la discussione si fa dunque piuttosto complessa.

Il ministro Scajola assicura che "il clima è cambiato rispetto al referendum del 1987: c'è bisogno di energia certa a costi contenuti e credo che la gente lo abbia capito". Ci sono già gli accordi con la Francia, precisa, "ma può darsi che arrivino anche gli americani e i russi". Una posizione, la sua, che in linea di massima trova riscontro in tutte le regioni governate dal centro-destra, ma l'equazione non è perfetta.
In Sardegna, per esempio, il neo-eletto presidente Ugo Cappellacci, non intende aderire all'appello, anzi, ha firmato un accordo con il Partito Sardo d'Azione per denuclearizzare la regione. Di più: sul suo profilo "Facebook" rispondendo ad una domanda sull'eventualità di un sito sardo, Cappellacci rassicura gli elettori: "State certi che dovrebbero passare sul mio corpo prima di fare una cosa simile".

In Lombardia, altro feudo Pdl, il presidente Formigoni si limita ad un non proprio entusiasmante "vedremo, valuteremo, verificheremo". Di fatto un "sì" netto arriva solo dalla Sicilia (anche se la provincia di Ragusa ha detto "no" visto che ha "già dato con Comiso e ora piuttosto - chiede il presidente Antonici - vogliamo le infrastrutture"), dal Veneto (che si candida ad ospitare una centrale e pensa a Porto Tolle, dove già esiste un impianto a carbone) dal Friuli (che prende in considerazione un raddoppio del sito slavo piazzato appena oltre confine, ma anche la possibile costruzione di un reattore ex-novo a Monfalcone) e dall'Abruzzo che giudica la strada "inevitabile", ma salvo poi prendere tempo sulla possibilità di ospitare reattori.

Sulla carta sono per il "sì" anche la Liguria e la Campania, ma nel primo caso è più corretto parlare di assenza di preclusione al nucleare, visto che una presa di posizione ufficiale non c'è stata. Nel caso della Campania, invece, si tratta di un "sì, ma da un'altra parte". "Nulla in contrario - precisa l'assessore alle Attività produttive Cozzolino - ma qui siamo pieni di energie rinnovabili, dovremmo sfruttare questa ricchezza".

Un "no" secco arriva da tutte le altre undici regioni. Calabria in testa che, attraverso l'assessore all'ambiente Silvio Greco (coordinatore di tutti gli assessori regionali in materia) fa sapere che "tutti i paesi che lo hanno utilizzato stanno tornando indietro".

Sul fronte politico è chiaro il "no" degli ambientalisti (il presidente della Commissione cultura, senatore Pdl Possa boccia tale posizione come "soliti luoghi comuni"). Un rifiuto secco arriva anche dall'Italia dei valori; Realacci del Pd considera "il ritorno all'atomo un ennesimo spreco di denaro pubblico". Entusiasta del nucleare si conferma invece Confindustria che di questo tema ha fatto da tempo una battaglia e che ora invita il governo a farsi valere. "Non possiamo più permetterci le esitazioni e i costi aggiuntivi dettati dalle incertezze -precisa il vicepresidente per l'Energia Antonio Costato - lo Stato deve usare la sua forza nell'interesse dei cittadini e per farlo Confindustria sostiene la necessità di modificare il Titolo V della Costituzione".

fonte: repubblica.it

L'Antitrust multa il cartello della pasta

Secondo gli ultimi dati Istat, i listini medi sono aumentati del 25,4%: tredici volte più del tasso d'inflazione

MILANO — Per l'Authority il cartello c'è stato. E l'Antitrust ha deciso di «punire» i pastai con una multa. Colpendo non solo le singole aziende ma anche l'Unipi (Unione industriale pastai italiani) e l'Unionalimentari. Questa la decisione presa dall'Autorità garante della concorrenza e del mercato. Ieri la riunione presieduta da Antonio Catricalà ha così concluso l'istruttoria avviata il 10 ottobre 2007 (rivolta a un piccolo gruppo di aziende pugliesi) e allargata il 5 dicembre 2007 («per effetto degli accertamenti ispettivi») ai maggiori produttori italiani (28 imprese) con l'aggiunta delle due associazioni di categoria. Secondo l'Authority nel corso del 2006 e 2007 gli «imputati » avrebbero messo in atto «due intese restrittive della concorrenza» e quindi violato l'articolo 81 del Trattato Ce. Sotto accusa in particolare le riunioni del 18 luglio e del 26 settembre 2007.

In tutto sanzioni per circa 12 milioni 500 mila euro inflitti a 26 imprese e alle due associazioni, dai quasi 6 milioni di Barilla a oltre un milione per De Cecco e Di Vella passando attraverso i quasi 500 mila euro a Garofalo. Secondo i consumatori il vero problema è che il prezzo della pasta continui ad aumentare mentre la materia prima scenda da mesi (ieri Mr prezzi ha parlato di un «lento rientro» della corsa dei prezzi della pasta anche se la variazione tendenziale registra un + 25,4 a gennaio 2009). La difesa dell'indu-stria, durante l'istruttoria, ha fatto leva sullo strapotere della grande distribuzione che rischia di schiacciare soprattutto i piccoli produttori e sulla necessità di far fronte a una crisi senza precedenti. In sostanza se di prezzi si è discusso lo si è fatto per proteggere un settore che dai 240 pastifici del 1980 si è ridotto a 130 di oggi. Secondo fonti interne all'Authority la delibera del Garante avrebbe tenuto conto di una serie di attenuanti e recepito la battaglia in atto tra il settore e la grande distribuzione.

L'Antitrust non è voluto però venir meno al principio della libera concorrenza: i cartelli non si fanno neanche in situazioni di crisi. La crisi, si sa, è sotto gli occhi di tutti. Ma per la pasta inizia nel 2005 quando il prezzo del grano è schizzato alle stelle con il risultato che nel primo semestre del 2008 il costo del frumento duro era più che triplicato (+220%) rispetto al 2005. Da almeno due anni si è così assistito al balletto delle cifre, cavalcato a seconda dei casi, da industria, grande distribuzione e coltivatori. Il punto di vista dell'industria. Se negli ultimi due anni il prezzo della pasta è aumentato fino al 32,3%, nel lungo periodo gli incrementi sarebbero in linea con l'inflazione, cresciuta dal 1995 a oggi del 34,2%. Gli aumenti del grano poi, non sarebbero stati immediatamente scaricati sui prezzi al consumo e comunque il prezzo della produzione (quanto le aziende fanno pagare alla distribuzione) è stato inferiore a quello dei prezzi al consumo. Le associazioni dei consumatori dalla seconda metà del 2008 sono invece sul piede di guerra. Attente alle cifre di una materia prima, il frumento duro, che da gennaio a ottobre si è quasi dimezzato (da 47 a 25 centesimi al chilo, fonte Altroconsumo) mentre mezzo chilo di pasta avrebbe fatto un ulteriore balzo del 20% (dai 75 centesimi di gennaio ai 92 di ottobre). Ma dal campo alla fabbrica il percorso è lungo e accidentato. Ci stanno di mezzo i «future», il rapporto da sempre conflittuale con la grande distribuzione, l'aumento dei prezzi anche di tutti gli fattori di produzione. Una cosa è certa. L'Antitrust con le multe ha voluto sanzionare soprattutto un comportamento chiedendo esplicitamente alle aziende e alle associazioni colpite di astenersi in futuro da ogni forma di cartello

fonte: corriere.it

mercoledì 25 febbraio 2009

Parte ‘treno verde’ di FS e Legambiente

Parte dalla Stazione Termini di Roma la XX edizione del Treno Verde di Legambiente e FS. Colta l’occasione per evidenziare il record negativo dovuto al superamento delle concentrazioni di PM10 all’alba del 2009 di sei città italiane

Presentato quest’oggi il nuovo dossier di Legambiente Mal’Aria nell’ambito della cerimonia che ha annunciato la partenza del ‘Treno Verde’ della stessa Legambiente e di Ferrovie dello Stato dalla Stazione Termini di Roma. Ricomincia quindi, anche per il 2009 e per la ventesima volta, la campagna finalizzata al monitoraggio dell’inquinamento atmosferico e acustico che attanaglia le nostre città e mirato ad informare e sensibilizzare gli italiani sul ruolo positivo del trasporto su rotaia nella difesa della qualità della vita di tutti. Ritorna sui binari anche grazie al contributo di Italgest Energia Pulita, Consorzio Ecogas e Assogasliquidi per fare tappa in sette città: partirà da Napoli per poi spostarsi a Taranto e risalire la penisola passando per Pescara, Verona, Alessandria, La Spezia e Firenze. A bordo dei vagoni saranno messe a disposizione, per tutti coloro che volessero curiosare, informazioni relative alla mobilità sostenibile, all’energia rinnovabile, al risparmio energetico e alla gestione dei rifiuti. L’ingresso gratuito a questa sorta di museo itinerante di raccolta e diffusione di informazioni quanto alla difesa dell’ambiente sintetizza la volontà concreta di promuovere un’azione di sensibilizzazione in merito alle tematiche ambientali destinata assolutamente a tutti; l’ingresso al treno prevede orari diversi a seconda che si tratti di visite guidate scolastiche, la mattina, o di privati cittadini, nel pomeriggio.
Nel corso di una conferenza stampa svoltasi a bordo del treno, alla presenza dell’Amministratore Delegato del Gruppo FS, Mauro Moretti, del Presidente Nazionale di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, del Direttore Assogasliquidi, Rita Caroselli e del Direttore del Consorzio Ecogas, Alessandro Tramontano, è stato evidenziato come già sei delle città italiane infatti, nonostante il 2009 di fatto sia appena iniziato, hanno sforato il limite imposto di 35 giorni di superamento dei livelli di PM10, le dannose polveri sottili presenti soprattutto in corrispondenza dei grandi centri e dovute, in tali contesti, per la quasi totalità al traffico urbano e a tutti i processi ad esso connessi. In testa a questa inquinata classifica vi sono Torino e Frosinone, con 41 giorni di superamenti, subito dopo, con 38 giorni, Alessandria, Brescia e Sondrio, seguite da Milano con 35 giorni di superamento. I dati presentati sono ancora più preoccupanti per il nord del nostro Paese se si considera che nella top ten di questa triste classifica, sette posti sono occupati da città dell’area padana, e se si considerano i primi 20 posti, il numero di città padane coinvolte aumenta e si porta a 16.

fonte: rinnovabili.it

Laimer: non si troveranno i siti per le centrali nucleari francesi

Secondo l’assessore della Provincia di Bolzano all’energia, Michl Laimer, “le argomentazioni contro l’energia atomica sono molteplici e rilevanti”

L’opinione di un amministratore locale (assessore all’energia della provincia di Bolzano) sull’accordo con la Francia-Italia per realizzare quattro centrali nucleari con la prima tappa il 2020 è molto significativa.
Abbiamo deciso di dare spazio alle sue motivazioni perché diverse da quelle solitamente sollevate da ambientalisti e anti-nuclearisti, ma riguardanti aspetti pratici, burocratici e sociali che un amministratore come lui ben conosce per esperienza diretta.
Per esempio non crede “alla loro concretizzazione”, già a partire dalla questione dell’individuazione dei siti per le centrali stesse. Questo “porterà al fallimento del piano stesso” e “nella ricerca dei siti dove realizzare le centrali atomiche il Governo perderà del tempo che invece sarebbe indispensabile per risolvere le reali questioni di rilievo in campo energetico e puntare allo sviluppo dell’impiego delle energie rinnovabili”.
Ecco perché la Provincia di Bolzano, secondo Laimer, ‘‘potrebbe costituire un esempio da imitare per l’Italia ed offrire aiuti concreti in settori quali CasaClima, utilizzo di energia idroelettrica, solare e realizzazione di centrali termiche a biomassa”.
Michl Laimer poi non sottovaluta le obiezioni più comuni e immediate come il rischio di incidenti, la dipendenza dall’uranio e dalle tecnologie straniere e i problemi irrisolvibili legati allo smaltimento delle scorie.
La “politica energetica del Governo, secondo Laimer, ostacolerebbe così lo sviluppo delle energie rinnovabili’‘. Nel modo di operare di Berlusconi avrebbero, insiste Laimer ‘‘la precedenza gli interessi delle imprese e non quelli dei consumatori”

fonte: rinnovabili.it

Nucleare, piovono i NO sull’accordo ‘atomico’

Faccia a faccia fra fronte del ‘si’ e del ‘no’. Pioggia di dissensi da tutte le Regioni italiane all’accordo franco-italiano. Soddisfazione invece dal Ministero per lo Sviluppo Economico.

Stretto l’accordo fra il Presidente francese Nicolas Sarkozy e il Presidente del Governo italiano Silvio Berlusconi, si ripropone l’annosa discussione sul ‘nucleare si’ e ‘nucleare no’. Nonostante, infatti, ancora non siano state stabilite procedure in merito alla localizzazione dei siti che in futuro potrebbero essere interessati dalla costruzione delle centrali, come sottolinea in un’intervista rilasciata alla Gazzetta del Mezzogiorno Sergio Garribba, Ingegnere Nucleare e Direttore dell’Energia al Ministero per lo Sviluppo Economico, iniziano ad esserci le prime manifestazioni di dissenso nei confronti dell’accordo franco-italiano.
No al nucleare. Lo stabilì il referendum del 1987 e lo riconferma la Regione Puglia nell’ambito del suo Piano Energetico Ambientale sottolineando l’incompatibilità della fonte nucleare con le scelte effettuate in materia di energia ed evidenziando il fatto che la Regione produce già una quantità notevole di energia pari a 8.000 MW, dei quali l’88% è a disposizione del Paese. La Puglia non rappresenta l’unico caso in cui sia stato dichiarato un manifesto dissenso, ma anche tutte le altre Regioni d’Italia hanno formalizzato, con atto ufficiale nella Commissione Ambiente, la stessa contrarietà all’opzione nucleare.
Per quanto riguarda la Puglia, questa, date le previsioni di crescita quanto alla produzione di energia, richiama la collaborazione del Governo a non penalizzare la stessa produzione con l’abbandono della tariffa unica elettrica vanificando ogni impegno e sforzo fatto dai cittadini e dalle imprese pugliesi in materia energetica. Sul fronte del ‘si’, lo stesso Sergio Garribba, che, anche non nascondendo un po’ di soddisfazione, riconosce sia le difficoltà future in merito ad una concreta attuazione dell’intesa, sia la necessità di avviare quanto prima un’adeguata campagna di informazione sull’energia nucleare.
L’Ingegner Garribba sottolinea l’importanza di avviare un ‘forum di discussione nucleare’ affinché le scelte non siano soltanto quelle di un Governo, ma di un Paese intero stimolato alla partecipazione collettiva e dotato di nuovi strumenti di conoscenza, di modo che questo processo venga gradualmente consolidato e confermato. C’è poi il valore della disponibilità dei francesi con il loro know-how quanto alle centrali di nuova generazione da considerare a garanzia di una maggiore efficienza e maggiore flessibilità, per la cui costruzione sono necessari ingenti capitali iniziali che però si recupererebbero negli anni di esercizio.
L’importanza del ricorso al nucleare rientra, sottolinea l’Ing. Garriba, nel piano di diversificazione energetica necessario per affrontare la crisi ambientale ed energetica che sta investendo l’intero Pianeta, e per recuperare un grande patrimonio di imprese, professionalità e competenze e un circuito industriale fortemente penalizzato dall’abbandono del nucleare.

fonte: rinnovabili.it

Google
Si è verificato un errore nel gadget

Passatempo Preistorico

Moonstone Madness

Pronti a partire, pronti per distruggere tutto? Bene, allora fate un salto indietro nell'era preistorica e immergetevi in questa nuova avventura dal gusto tribale. A bordo del vostro cinghiale dovrete raccogliere le gemme preziose necessarie per passare alle missioni successive, saltando gli ostacoli se non volete perdere il vostro bottino e distruggendo i totem a testate per conquistare altre gemme utili. Inoltre, una magica piuma vi catapulterà verso il cielo dove punti e gemme preziose sono presenti in gran quantità, per cui approfittatene! cercate di completare la missione entro il tempo limite, utilizzando le FRECCE direzionali per muovervi, abbassarvi e saltare, e la SPACEBAR per prendere a testate i totem.

Change.org|Start Petition

Blog Action Day 2009

24 October 2009 INTERNATIONAL DAY OF CLIMATE ACTION

Parco Sempione - Ecopass 2008