venerdì 30 aprile 2010

Assediati dall'amianto costi alti, niente regole

LE QUATTRO balle di lastre ondulate sono pronte per il viaggio. A vederle così, saranno tre metri per due, incapsulate dentro una museruola di cellophane speciale, sembrano un grosso pacchetto regalo bianco: un po' sbilenco perché comprimere i fogli di eternit uno sull'altro non è proprio un inno alla geometria. Ci hanno appena spruzzato su un collante rosso, per evitare la dispersione delle fibre killer. "Questa roba va a Pomezia", nell'unico sito di stoccaggio temporaneo del Lazio, dice Paolo, 41 anni, ex operaio edile, oggi cacciatore di amianto. Tuta, guanti, mascherina. Rimarranno lì pochi giorni. Poi via con i camion, Germania o Francia. "Là l'amianto lo rendono inerte e lo riciclano - spiega Davide Savelloni, proprietario di Assa, azienda romana specializzata nella bonifica di eternit - . Ci fanno le strade. In Italia al massimo si interra nelle poche discariche adatte. Ma i costi sono alti. E ricadono sulle tasche del cittadino che chiama. Quando presentiamo il preventivo, in tanti rinunciano".

La bonifica era iniziata così. Roma, condominio di via Fleming. Centocinquanta metri quadrati di onduline da rimuovere. "Vede quel tetto rosso lassù? E' di eternit. Vede la canna fumaria? È di amianto. E sotto quel solaio lo vede il cassonetto per l'acqua? Indovini un po'? Eternit". Porteranno via tutto, ed è una notizia.

L'Italia, dati Cnr, "affonda" ancora dentro 32 milioni di tonnellate di materiale contenente amianto. Cinquecento chili per abitante. Due miliardi e mezzo di metri quadrati di coperture in eternit. Immaginate una città di 60 mila abitanti fatta di solo amianto. Una giungla di miliardi di fibre che, sino a quando non verranno smaltite, costi e pastoie burocratiche permettendo - è qui il punto - continueranno a essere una bomba a tempo sulla quale l'Italia siede nemmeno fosse sabbia tiepida. E intanto i morti d'amianto crescono: 3 mila vittime ogni anno per malattie correlate all'esposizione all'asbesto. Milleduecento casi di mesotelioma, una forma letale di cancro per il quale finora non è stata trovata una cura. Benvenuti nel Paese che non riesce oppure non vuole smaltire tutto l'amianto che, fino al '92, ha spalmato ovunque. Sulle navi, sui treni, nelle fabbriche, nelle case, nelle palestre. Persino tra le scuole e gli asili. Da Bagnoli a Monfalcone, una firma indelebile. Ma chi si occupa della bonifica e dello smaltimento? Perché, a quasi vent'anni dalla sua messa al bando, è così complicato disinnescare l'amianto?

Chi "addomestica" la Bestia
Da qualche anno esistono i bonificatori della Bestia. Passano le giornate sui tetti: tuta bianca usa e getta in Tywek, guanti gialli, mascherina. Se non passeggiano sui solai con vecchie onduline sotto braccio, li puoi incontrare nei garage, nelle scuole, nelle mense aziendali. Oppure che armeggiano davanti a qualche caldaia o si calano nei vani degli ascensori. Operai specializzati nell'incapsulamento e la rimozione di Eternit e manufatti pericolosi. "Ce n'è ovunque - racconta Paolo, al volante del suo camioncino - è stato usato sui tetti, nei cassoni per l'acqua, nelle tubature, nelle caldaie, nei comignoli. Una volta ci ha chiamato una signora che dopo vent'anni si era accorta che la cappa della cucina era completamente in amianto. In un laboratorio scolastico abbiamo rimosso dei macchinari su cui lavoravano gli studenti. Addirittura l'amianto si trova spruzzato dietro gli intonaci di appartamenti degli anni '60, per isolare le stanze". Cinque dipendenti, una media di 3 interventi a settimana, è all'Assa che lavora il nostro cacciatore. Ormai il suo occhio scova amianto ovunque. Ci racconta come funziona. Le procedure di rimozione sono lunghe e laboriose. Il cittadino chiama, si fa un piano di lavoro, si mandano all'Asl dei frammenti di materiale sospettato di contenere amianto. Dopo 40 giorni inizia la rimozione. Bloccate le fibre con il collante a spruzzo, le onduline vengono caricate sui camion, imballate e portate via. "Maneggiamo tutti i giorni l'amianto eppure l'Inps non ci inserisce tra i lavoratori a rischio. Siamo equiparati a operai edili".

Il far west delle tariffe
Ma quanto costa rimuovere l'eternit? Il cittadino paga di suo? Quali sono gli incentivi dello Stato? Il tariffario è un far west su scala regionale. Il prezzo varia a seconda del tipo di intervento, ma soprattutto del luogo, come dimostra un dossier di Legambiente. Nel Lazio liberarsi di una copertura in eternit di 10 metri quadrati costa 250 euro, più i costi fissi (da 500 a 1000 euro). "La gente non è informata - dice ancora Savelloni - si aspetta di pagare un centinaio di euro per un lavoro. Ma le spese sono alte e molti lasciano perdere. Di questo passo per bonificare il Lazio serviranno 60 anni". La rimozione della stessa lastra di eternit costa molto meno in Sardegna, ben quattro discariche: in media 260 euro. Altri prezzi: 640 euro in Abruzzo, 300 in Piemonte, 2000 in Puglia, dove il prezzo è fisso per qualunque superficie rimossa inferiore ai 25 metri quadrati. Non solo. Il costo finale dipende anche dagli incentivi regionali. In Abruzzo per le rimozioni di coperture fino a 30 metri quadrati la Regione offre un contributo pari al 70%. In Sardegna per i privati ci sono incentivi del 40% dell'importo per un massimo di 5 mila euro. Esistono finanziamenti anche per gli enti pubblici che rimuovono l'amianto. L'Emilia Romagna concede una detrazione del 36% di Irpef se ristrutturi la casa per un massimo di 48 mila euro. Nel Lazio e in Toscana, invece, niente incentivi. È diretto Stefano Ciafani, responsabile scientifico di Legambiente: "Questa incertezza, e la mancanza di contributi da parte delle Regioni, sono il primo ostacolo per una diffusa bonifica a livello locale".

"Abbiamo paura"
L'immobilismo lo puoi toccare con mano a Crescenzago, prima periferia milanese. Le chiamano "case bianche" o "case minime". Sono 117 appartamenti monofamiliari con giardinetto. Li hanno costruiti negli anni '50, ci abitano 300 persone. Tutto in eternit: tetti, condotte, coibentazioni. Lastre e onduline si sono sgretolate negli anni, quando c'è vento le fibre di amianto volano. Accanto alle case: un asilo, una scuola, un parco giochi. "È dal 2000 che chiediamo al Comune, il proprietario, di intervenire - allarga le braccia Luca Prini, consigliere di zona - . Hanno promesso che a breve inizierà la rimozione, ma qui ormai la gente è rassegnata". Anziani, famiglie con figli piccoli. Ti accolgono sulla porta con l'aria di chi è stanco di parlare a vuoto: "Abbiamo paura". Mostrano i tetti sbrecciati, le crepe nelle onduline. I tumori sono in aumento, superiori alla media cittadina. Per Beniamino Pianteri, associazione ChiamaMilano, è "una vergogna milanese di cui le amministrazioni si lavano le mani da troppo tempo".

La fabbrica dei tumori
Non saranno mai soli gli abitanti delle "case minime". Ma non è questione di sostegno. È che sono in pessima compagnia. Nella Lombardia dei 2,7 milioni di metri cubi di amianto sparsi in 4.228 edifici pubblici, 24 mila edifici privati e in mille siti, c'è Broni, Oltrepo pavese. Broni uguale Fibronit uguale amianto dagli anni '30. A 16 anni dalla chiusura, la fabbrica, 15 ettari in mezzo al paese, è un luogo spettrale, pieno di eternit. I capannoni abbandonati, gonfi di veleno. Trentotto decessi per mesotelioma dal 2000 al 2006: operai, ma anche gente che abitava intorno al mostro divenuto sito di interesse nazionale. Eppure la bonifica non è ancora iniziata. "Colpa della burocrazia", dice il sindaco Luigi Paroni. Si attende dalla Regione il via libera per partire con la messa in sicurezza. Ci vogliono 25 milioni. Al momento ce ne sono solo cinque. "Vogliamo trasformare la città dell'amianto nella città del sole": sogna meravigliosi pannelli fotovoltaici Mario Fugazza, assessore all'ambiente. Resti immobile sotto gli hangar dell'ex Fibronit, all'ingresso dei capannoni privi di porte. Guardi i teloni laceri, le profondità e gli interstizi inquinati del mostro, e pensi che occorre molta fantasia.

Colpiti a tradimento
Broni, Casale Monferrato, Monfalcone, La Spezia, Genova, Bari, Taranto, Bagnoli. Le città del cancro. Ognuna col suo libro bianco. Con le sue croci. Gli ultimi li rubricano con nomi che sembrano lame. "Esposti di seconda generazione". "Esposti ambientali". Seconda generazione perché quelli della "prima", nell'affondo lento ma inesorabile del mesotelioma, l'amianto o se li è già portati via o sono in lista d'attesa. Quelli della "seconda generazione" sono quelli che le fibre killer le hanno respirate senza saperlo. Colpiti a tradimento. Non i marinai. Non i ferrovieri. Non gli operai delle "fabbriche della morte". Di questi si sapeva. E anche loro sapevano. Qualcuno, non tutti, l'aveva messo in conto che se ne sarebbe andato così, spazzato via da quella polvere sottilissima che si ficca nei polmoni e dopo 20-25 anni scatena l'inferno. È un veleno 1.300 volte più sottile di un capello. Che ancora vive nel corpo dimenticato della Bestia.

Ma chi sono i "nuovi esposti"? Come hanno fatto ad ammalarsi? "Stanno venendo a galla migliaia di storie che riguardano le più disparate categorie professionali - dice Alessandro Marinaccio, responsabile del Registro Nazionale dei mesoteliomi presso l'Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza del lavoro - sono situazioni ancor più drammatiche perché chi si ammala non aveva nessun tipo di consapevolezza, credevano di aver lavorato o vissuto in un ambiente "sano"". Le nuove vittime sono i lavoratori comuni. Gli ignari dell'esposizione "ambientale". Non lavoravano direttamente l'amianto ma l'amianto stava - e, in molti casi, sta ancora - lì dove si guadagnavano da vivere. O dove vivevano e vivono. Nelle onduline, nei capannoni, nei camini, nei cassoni per l'acqua, nelle coibentazioni selvagge che andrebbero asportate e sepolte e invece sono sempre lì, col grilletto premuto. Ora la Bestia presenta il suo conto più salato. Mentre si avvicina il picco di tumori previsto tra il 2015 e il 2020 (il periodo di latenza del mesotelioma arriva fino a 40 anni), vengono al pettine le nuove storie. "Le donne che lavavano le tute dei mariti operai. Quelle che cucivano i sacchi di juta dove veniva trasportato l'amianto - ragiona Vittorio Agnoletto, medico del lavoro ed ex parlamentare - o a chi ha respirato le fibre perché aveva l'amianto sotto casa. Chi li risarcisce questi ammalati? Ci sono 50 milioni destinati alle vittime (30 governo Prodi 2008, altri 20 governo Berlusconi 2009) ma finora non sono stati utilizzati".

Il decreto mancante
Com'è possibile che le famiglie vedano morire i loro malati e lo Stato non intervenga? "Sembra assurdo ma il problema è che manca il decreto attuativo. E in assenza del decreto, il fondo non esiste". L'asbesto può falciarti anche se lavoravi in uno zuccherificio, in un'industria del vetro, in una ditta orafa. Anche se facevi l'ascensorista, l'enologo o se pulivi i tetti dei capannoni. Come il padre di Lorena Tacco, Paderno Dugnano. Si chiamava Vladimiro. "Era custode di un'azienda. L'appartamento che gli hanno dato aveva le finestre affacciate su un tetto di eternit. Per 30 anni ha pulito quel tetto. Toglieva gli aghi di pino che si incastravano tra le canaline di scolo. A 75 anni ha scoperto di avere il tumore". Prima di chiudere gli occhi, con l'ultimo soffio di voce, Vladimiro Tacco ha detto alle figlie: "Raccontate a tutti la mia storia. Non deve capitare ad altri quello che è capitato a me".

Alla sbarra
Questo è l'amianto. Molto è già tragica letteratura. Gli stabilimenti Eternit, Fibronit e Fincantieri con le loro spoon river. I polmoni spappolati dei 600 militari della Marina (processo a Padova, 8 ammiragli alla sbarra). I 210 mila ferrovieri in attività nel '91 (l'anno oltre il quale per l'Inail il rischio amianto è scomparso) e che ora fanno gli scongiuri perché tra loro la media del mesotelioma è 6 volte tanto quella della popolazione. Negli anni '70 vagoni e locomotori, come le navi militari, si imbottivano di amianto. "Il piano di de-coibentazione iniziato nel '95 ha riguardato 11 mila carrozze. Ne rimangono 400 con dei residui, buttate in qualche deposito", ricorda Beniamino Didda, oggi procuratore generale a Firenze, uno che da quasi 30 anni istruisce processi sull'amianto, dai treni ai cantieri navali.

Il tumore pleurico è un incubo per i marinai che navigavano o lavoravano sulle turbonavi costruite prima degli anni '90. Dice Alessio Anselmi, presidente del Cocer Marina militare: "L'amianto è ancora presente solo su una classe di fregate, il 15% della flotta, e in alcune strutture della Marina. Per rimuoverlo occorrono 10 milioni di euro". Ovunque la stessa storia.

fonte: repubblica.it

giovedì 29 aprile 2010

Pubblicità progresso con spot pro-atomo

I grandi gruppi energetici sono pronti al banchetto del nucleare e i “camerieri”, Scajola e Berlusconi, stanno per apparecchiare loro la tavola. Con un po’ di “sana informazione”, magari a colpi di spot televisivi per far capire agli italiani, disinformati dalla propaganda ambientalista, quanto è bello, utile e anche innocuo l’atomo nello stivale.

La chiamata alle armi (cioè alle televisioni) di Berlusconi, proprio il giorno dell’anniversario del disastro di Chernobyl, dovrebbe mettere in guardia chi non può accettare questa eventualità. E allora per far valere le proprie ragioni dovrà confrontarsi nei prossimi mesi ed anni, comune per comune, cittadino per cittadino. Ne sarà capace? Ne saremo capaci? O verremo schiacciati da questo nuovo dirigismo italico? Un approccio, quello del governo, che non punta ad un naturale e democratico dibattito (in verità avutosi con il referendum del 1987) per informare i cittadini sui pro e i contro di una scelta molto delicata per il futuro, ma che vuole imporre, con un bombardamento mediatico, le ragioni dei potentati economici. Perché di questo si tratta. E questo accadrà, conoscendo l’Italia di questi anni.
I cantori del rinascimento nucleare presenziano sulle testate nostrane e forniscono interessanti vademecum su “Come spiegare l’atomo agli italiani” (Umberto Minopoli, Il Riformista), ma molti di questi hanno o avevano strette relazioni con chi si appresta a fare tanti utili probabilmente con i soldi dei contribuenti, e fin da subito, mentre invece il primo kWh nucleare, semmai sarà, verrà generato nel prossimo decennio.

Su queste pagine negli ultimi mesi abbiamo riportato numerosi e dettagliati dati economici ed energetici sul nucleare, citato numerose pubblicazioni, articoli e video che forniscono analisi sempre lontane dagli interessi economici di chi spinge per un ritorno al nucleare, ma non ideologiche o demagogiche come i sostenitori dell’atomo ripetono in continuazione.
Il tema è complesso e non dovrebbe essere banalizzato da nessuna parte. Tuttavia non si possono accettare affermazioni del tipo: “in 60 anni di operatività del nucleare civile il solo incidente significativo, con esiti mortali (55 persone), che si registrato è quello di Chernobyl”. Qual è la fonte di questo dato citato da Minopoli?

Greenpeace, quattro anni fa, ha reso pubblico uno studio di scienziati dell’Accademia delle Scienze ucraina e bielorussa, che stimava che nel lungo periodo si potranno raggiungere 100mila vittime per tumori. Ma gli impatti sulla popolazione locale continueranno a persistere per decenni e, a 24 anni di distanza, si continuano ad avere nuove vittime. In Bielorussia, Russia e Ucraina furono contaminati tra i 125mila e 146mila chilometri quadrati di territori tanto da richiedere la loro totale evacuazione.
Le stime sulla mortalità causate da Cernobyl variano a seconda dei parametri presi in esame. Una recente ricerca epidemiologica, pubblicata anche qui da Greenpeace in collaborazione con l’Accademia Russa delle Scienze, mostra che gli studi precedenti erano stati fin troppo cauti. Se l’AIEA nel 2005 parla “di soli” quattromila morti, le statistiche più recenti stimano invece in 200mila le morti dovute all’incidente di Cernobyl, tra il ’90 e il 2004, prendendo in esame solo Ucraina, Bielorussia e Russia. Ma sappiamo che livelli di radioattività significativi da Cesio-137 possono ancora essere riscontrati in Scozia e in Grecia.

Qualcuno potrebbe controbattere che qui ci troviamo di fronte ad una tipologia di disastro per molti versi irripetibile per livello di gravità. Carlo Rubbia fa però presente che “Non esiste un nucleare sicuro. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali”.

In questi anni c’è stato tuttavia uno stillicidio di incidenti minori, da non sottovalutare. Recenti i casi nella centrale di Tricastin, in Francia o altri episodi in Spagna e Slovenia. Si può ricordare una reazione nucleare incontrollata che ebbe luogo nel 1999 nell’impianto di produzione del combustibile nucleare di Tokai-Mura, in Giappone, dove morirono due lavoratori e la radiazione si sprigionò nell’area circostante. Nel 2006 si sfiorò poi l’incidente nucleare presso un reattore a Forsmark, in Svezia, quando i generatori di back-up si incepparono, lasciando la centrale senza elettricità. Nel 2007 un terremoto in Giappone ha costretto a bloccare 7 reattori nella centrale di Kashiwazaki-Kariwa addirittura per un anno.

E’ vero, si tratta di incidenti fortunatamente circoscritti al sito nucleare. Ma va allora menzionato uno studio relativamente recente del governo tedesco, poco conosciuto all’estero, che ha evidenziato un aumento del 220% dei casi di leucemia e del 160% per quelli di cancro tra i bambini fino ai 5 anni di età che vivono entro i 5 km da un reattore nucleare. (Qualenergia.it, I rischi della modica quantità di radiazioni). Lo studio, denominato KiKK (in tedesco è l’acronimo di cancro infantile in prossimità di centrali nucleari), è purtroppo statisticamente rilevante ed ha riaperto il dibattito in Germania.
Quando si aprirà invece quello in Italia?

fonte: qualenergia.it

ANIA: 54,5% VITTIME PER INCIDENTI STRADALI

Gli incidenti stradali in Italia sono la principale causa di morte per i lavoratori. Nel 2008 su 1.120 infortuni mortali registrati dall'Inail, il 54,5% (611 vittime) e' da attribuirsi a incidenti stradali. Nello specifico 335 decessi (29,9%) si sono verificati durante lo svolgimento delle mansioni lavorative e 276 (24,6%) sono da attribuire ad incidenti in itinere, ovvero lungo il percorso casa/lavoro. Sono i dati diffusi dall'Ania, Fondazione per la sicurezza stradale, alla vigilia della Giornata Onu per la sicurezza e la salute sul lavoro.

Purtroppo il problema della sicurezza sul lavoro, che tocca giustamente le coscienze di istituzioni e cittadini, coincide per tanta parte con il tema della sicurezza stradale, rileva la Fondazone. Infatti gli incidenti stradali, pur rappresentando solo il 16,9% degli incidenti sul lavoro, fanno registrare piu' della meta' delle vittime complessive.

"Le statistiche Inail dimostrano che le strade del nostro Paese sono i luoghi di lavoro piu' pericolosi in assoluto - ha dichiarato Sandro Salvati, Presidente della Fondazione Ania - sebbene si sia verificata una diminuzione del numero degli infortuni mortali sul lavoro, non possiamo essere soddisfatti di questi risultati perché il sangue versato è ancora troppo e il tributo più alto viene pagato dai professionisti della strada. Il 30% delle morti bianche riguarda, infatti, proprio questa categoria di lavoratori".

"E' assurdo morire mentre si sta svolgendo il proprio lavoro. - continua Salvati - Abbiamo tutti il dovere di impegnarci per contrastare questa tragedia che colpisce i lavoratori e le loro famiglie. Il rischio che corrono i professionisti della strada è addirittura più elevato di quello a cui sono esposti gli operai in fabbrica e in cantiere. Come Fondazione Ania auspichiamo, quindi, che l'educazione stradale possa essere introdotta obbligatoriamente nella formazione aziendale sulla sicurezza sul lavoro. Riteniamo fondamentale inserire alcune ore di educazione stradale nei percorsi formativi dedicati agli apprendisti perche' siamo convinti che, solo attraverso la formazione e la prevenzione, si potrà contribuire efficacemente a contrastare il dramma che si consuma quotidianamente sulle nostre strade".

fonte: ambiente.it

Mobilità sostenibile, ecco la Strategia Europea

“Nel 2010 l’industria automobilistica entra in una fase decisiva per la sua riuscita”. Le parole sono quelle di Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione responsabile per l’industria e l’imprenditoria, a commento dell’importante passo che oggi l’Unione compie in tema di mobilità. Con il fine ultimo di aiutare la ripresa economica del settore auto confermando nel contempo la propria leadership sulla produzione di tecnologie pulite, Bruxelles ha illustrato oggi la strategia concordata da tutti i Ventisette per lo sviluppo di un sistema di trasporto ecologico ed efficiente sul piano energetico.
Si tratta d’un piano d’azione composto di misure concrete e ambiziose, da attuarsi ad opera della Commissione e destinate a creare “un quadro favorevole basato su un duplice approccio: migliorare l’efficienza dei motori convenzionali – ha spiegato Tajani – e assicurare ai consumatori europei una mobilità a bassissime emissioni di carbonio”.
Con la crescita per ciò che riguarda i singoli Stati membri di piani dedicati alla mobilità elettrica, e dunque delle strategie di penetrazione nel mercato, si inizia ad avvertire la mancanza di un contesto europeo ben definito. I concorrenti a livello mondiale, sia nel continente americano che asiatico, stanno investendo massicciamente in ricerca e programmi mirati per passare dai modelli di trasporto attuali a quelli low carbon, coinvolgendo in molti casi gli stessi paesi Ue.
Per riguadagnare terreno la strategia comunitaria individua due piste da seguire contemporaneamente: la promozione di veicoli energicamente più efficienti e basati sui tradizionali motori a combustione interna e l’agevolazione di tecnologie innovative per mezzi a basse emissioni di CO2. La strategia è sintetizzabile in 8 punti chiave:
  • Misure per ridurre le emissioni dei veicoli (Quadro normativo): la Commissione implementerà la legislazione in materia, proporrà un regolamento sui requisiti di omologazione per le due e tre ruote e quadri cicli, normerà il marketing ‘verde’, stilerà un inventario dei benefici di un “approccio integrato”.
  • Sostegno alla ricerca e innovazione nelle tecnologie verdi: da perseguire anche tramite fondi della Banca europea, finanziamenti ai ricercatori ed una strategia mirata.
  • Comprensione del mercato e informazione al consumatore: dagli orientamenti in materia di incentivi finanziari, alla revisione della direttiva sulla tassazione dell’energia, fino ad un progetto che valuti le aspettative dei consumatori e dei comportamenti di acquisto. Rientrano in questo punto anche il progetto di “Etichettatura” delle auto (tramite emendamento alla direttiva 1999/94/CE) e la dimostrazione del progetto Electromobility.
  • Cooperazione internazionale: anche a livello dell’armonizzazione del regolamento UNECE e per l’accesso ai materiali in approvvigionamento.
  • Occupazione: la UE sollecita la creazione di una rete di osservatori nazionali degli Stati membri sulla base della dichiarazione del partenariato Automotive e finanziamenti ad hoc dal Fondo sociale europeo.
  • Revisione di medio termine della legislazione sulle emissioni di CO2: tramite standard di prestazione per le autovetture nuove e l’inserimento nella normativa dei veicoli commerciali leggeri.
  • Azioni specifiche per veicoli elettrici: assicurare che i veicoli a propulsione alternativa siano almeno altrettanto sicuri di quelli convenzionali; promuovere norme comuni che consentano a tutti i veicoli elettrici di essere ricaricati ovunque nell’UE; incoraggiare l’installazione di punti di ricarica pubblicamente accessibili; promuovere lo sviluppo di reti elettriche intelligenti; aggiornare le regole e promuovere la ricerca sul riciclaggio delle batterie.

  • Governance: rilancio del gruppo CARS 21 da coordinar

e con il lavoro del Programma europeo sul cambiamento climatico (ECCP) e integrazione della strategia nel Libro bianco sulla politica europea dei trasporti.

fonte: rinnovabili.it

Rifiuti urbani: l'Italia frena la produzione 2008

Inutile negarlo. I rifiuti costituiscono ancora un nervo scoperto del Sistema Italia, che ha portato a discariche al collasso, nutrito la malavita, e, qualità della vita e peso economico a parte, fatto meritare qualche condanna da parte dell’Unione Europea, ultima quella del 4 marzo sul caso Campania. Per un Paese che si trova oramai in stato, per così dire, di “emergenza” da oltre 15 anni esiste una cartina tornasole che dà, di anno in anno, il quadro completo della situazione, aggiornato sui progressi o regressi della nazione. Si tratta del Rapporto Rifiuti urbani 2009, redatto e divulgato dall’Ispra, latore in questa dodicesima edizione di buone notizie e punti critici su cui rafforzare l’agire politico. Un dato su tutti non passa certo inosservato: per la prima volta dal 1996 l’Italia mette uno stop alla crescita della spazzatura e i 32,5 milioni di tonnellate prodotti nel 2008 risultano essere ‘addirittura’ il meno 0,2% rispetto all’anno precedente. Una contrazione riscontrabile anche a livello pro capite, dove ovviamente è stato complice l’aumento demografico del Paese: nel 2008 ogni italiano si è reso responsabile di ben 541 kg di rifiuti, 5 in meno di quelli del 2007 e addirittura 9 prendendo in considerazione il 2006. Si tratta di una ‘mondezza’ ancora cara, pagata in media oltre 130 euro a persona.

Per l’Ispra la flessione può essere legata a diversi fattori, primo fra tutti una correlazione portata in superficie in questi anni tra produzione di rifiuti urbani e gli indicatori socio economici.
Tra le buone notizie, e i singoli rapporti delle associazioni di settore lo confermano, sono i risultati raggiunti nelle modalità di gestione alternative. Nonostante il conferimento in discarica rimanga la modalità di smaltimento numero uno con 16 milioni di tonnellate di rifiuti di quelli complessivamente gestiti, ‘l’opzione recupero’ guadagna terreno. Cresce la differenziata, il compostaggio e il trattamento anaerobico. La prima raggiunge, seppur ancora lontana dall’obiettivo fissato dalla normativa al 31 dicembre 2008 (45%) cresce di 3,1 punti percentuali assestandosi 30,6% sulla produzione totale dei rifiuti urbani. Inoltre, 2,7 milioni di tonnellate sono stati trasformati in compost nei 229 impianti operativi sul territorio, 439 mila tonnellate avviati al trattamento di digestione anaerobica. Sono invece 4,1 milioni le tonnellate conferite ai 49 impianti di incenerimento esistenti che sempre nel 2008 sono stati fonte di circa 3,1 milioni di MWh elettrici e 937 MWh termici.

La parola alle Regioni

Come per ogni voce di prodotto il Belpaese risulta un mosaico di realtà; palme d’oro e maglie nere si distribuiscono sul territorio seguendo trend particolari. La produzione è diminuita nel Sud (-2,2%) rimasta costante nel Centro (-0,7% circa), e aumentata nel Nord (+1,5%) sebbene il primato per i valori pro capite più elevati vada a Toscana (686 kg per abitante per anno) e, due posizioni dopo, all’Umbria (613 kg per abitante per anno).
Re della differenziata il Trentino Alto Adige seguito dal Veneto con percentuali rispettivamente pari al 56,8% e 52,9%.
La Lombardia mantiene invece il primato di regione che smaltisce in discarica la percentuale inferiore di rifiuti urbani prodotti, pari all’8% del totale, mentre la voce opposta della classifica è assegnata al Lazio: la regione nel 2008 ha smaltito in discarica oltre 2 milioni e 800 mila tonnellate (l’86% del totale), di cui solo metà provenienti dal Comune di Roma.
“Nel computo dello smaltimento – si legge in una nota stampa – non possono non essere considerate anche le cosiddette ecoballe stoccate in Campania. Difatti, quando le forme di stoccaggio d’emergenza vengono prolungate, diventano a tutti gli effetti forme di smaltimento in discarica. Questi siti hanno accolto annualmente, a partire dall’anno 2002, quote rilevanti di rifiuti, sfiorando alla fine del 2008 i 6 milioni di tonnellate. Successivamente, a seguito degli interventi effettuati dal Governo, lo stoccaggio ha cominciato a diminuire”.

Il recupero degli imballaggi fra alti e bassi

La quantità di rifiuti di imballaggio diminuisce seppur di poco di poco (meno 0,7%, per un totale di 8,3 milioni di tonnellate) rientrando però in pieno nell’obiettivo nazionale, ossia il riciclo del 60% rispetto al totale immesso al consumo. Nello specifico, bene vetro (+6,7%), carta (+2,4%) e plastica (+0,4%) mentre rallentano le filiere del legno (-12,7%), acciaio (-4,3%) e alluminio.

fonte: rinnovabili.it

Marea nera: 5 volte peggio delle prime stime. E iniziano gli «incendi controllati»

La fuoriuscita di petrolio dalla piattaforma della Bp Deepwater Horizon sprofondata nel Golfo del Messico il 22 aprile scorso è cinque volte più grande di quanto stimato inizialmente. Secondo quanto ha riferito la Guardia costiera americana, si stanno riversando in mare più di 5 mila barili di greggio al giorno, dopo la scoperta di una nuova falla. Michael Abdenhoff, portavoce della Bp, ha confermato l’esistenza di una terza falla a 1.550 metri sotto il mare, ma ritiene che questa non abbia provocato un incremento della fuoriuscita di petrolio. «C’è una leggera divergenza d’opinione. Abbiamo trovato una nuova falla, che si aggiunge alle due falle già esistenti. Ma noi pensiamo che il volume di petrolio che fuoriesce in mare resti invariato».

AIUTI - Il governatore della Louisiana, Bobby Jindal, ha lanciato un appello affinché siano inviati aiuti d’emergenza per scongiurare una catastrofe ambientale: «La nostra priorità assoluta è quella di proteggere i nostri cittadini e l’ambiente. Gli aiuti supplementari sono fondamentali per attenuare l’impatto della marea nera sulle nostre coste», ha detto il governatore in un comunicato.

INCENDI CONTROLLATI - La Guardia costiera Usa ha iniziato gli incendi controllati della marea nera che si sta pericolosamente avvicinando alle coste della Louisiana. La macchia è ormai arrivata a 32 chilometri dalle spiagge e le prime tracce potrebbero raggiungere le coste nel fine settimana. L’operazione è già cominciata e, se dovesse andare bene su piccole porzioni della chiazza, si continuerà su più larga scala. La macchia di petrolio ha ormai ha raggiunto una superficie di 74 mila chilometri quadrati (come Piemonte, Lombardia e Veneto messi insieme) e una circonferenza di 970 chilometri. Sono decine le navi e gli aerei che cercano di contenerla dopo che i robot sottomarini non sono riusciti ad applicare una valvola per turare le falle sottomarine.

fonte: corriere.it

mercoledì 28 aprile 2010

Produciamo cibo libero! Per un mondo più giusto

Primo maggio a Rosarno. Sembra già lontano il 7 gennaio 2010, quando è esploso l'urlo di disperazione dei lavoratori extra
comunitari a Rosarno, vessati e umiliati da condizioni di vita e di lavoro disumane. Non è una storia passata, ma una situazione tuttora presente in tante altre campagne italiane, dove convivono povertà, desiderio di riscatto dalla schiavitù attraverso il lavoro libero, insieme, purtroppo, a indifferenza, e avversione intollerante.
In molti casi, le uniche forme di solidarietà presenti nei diversi territori sono quelle del volontariato civile e religioso, che certo da sole non possono affrontare e risolvere problemi così gravi.
Nei tragici fatti di Rosarno, così come altrove, la violenza e l'ingiustizia non hanno colpito solo i lavoratori extra-comunitari. Hanno anche di colpo cancellato le tante esperienze di accoglienza
della gente del luogo, dell'associazionismo civile e sindacale, delle parrocchie. Hanno messo in ombra gli esempi di agricoltura della Piana di Gioia Tauro e di tante altre zone della Calabria che della legalità, del rispetto della salute umana e dell'ambiente hanno fatto una ragione di vita e di sviluppo, a partire dall'agricoltura biologica praticata in cooperativa sui terreni confiscati alla ‘Ndrangheta.
Noi agricoltori e apicoltori, cooperative associazioni ed enti impegnati nell'agricoltura e nell'allevamento biologico, che sopratutto qui diventa anche sociale, ci rivolgiamo a tutti coloro che credono che una agricoltura fondata su principi ecologici, sul rispetto, l'equità e
la legalità sia non solo possibile, ma auspicata e concretamente realizzabile.

Vogliamo che anche a Rosarno siano presenti espressioni e rappresentanze di quell'agricoltura italiana e calabrese, che considera indissolubile il legame fra il rispetto dell'ambiente, della salute e della dignità della persona umana.
Il razzismo e lo sfruttamento si prevengono e si combattono, oltre che con l'accoglienza e l'integrazione, anche e soprattutto con lo sviluppo sostenibile e responsabile dei sistemi produttivi locali, prevedendo la partecipazione diretta degli immigrati al processo di crescita del territorio, in un'ottica di effettivo riscatto sociale ed economico, promuovendo la valorizzazione dei beni confiscati alle mafie come "beni comuni" e come volano di un'economia legale e solidale.

Aderiamo alla manifestazione del Primo Maggio 2010 a Rosarno organizzata dai Sindacati, come segno non solo di solidarietà ai tanti lavoratori extra-comunitari che hanno subito e tuttora subiscono ingiuste condizioni di vita e di lavoro, ma per affermare che anche qui si produce un cibo libero buono, straordinario e rispettoso di tutti.
Per questo facciamo appello a tutte le organizzazioni che si sentono parte integrante del movimento dell'agricoltura ed allevamento biologico del nostro paese, alle singole imprese, ai loro lavoratori, ai tanti tecnici ed ai consumatori impegnati a partecipare attivamente ed
unitariamente al Primo Maggio di Rosarno, rendendo attiva testimonianza delle loro esperienze di vita e di lavoro.

Per adesioni:
Sede ICEA Calabria: icea.calabria@icea.info Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Alce Nero Mielizia Spa: info@alceneromielizia.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Conapi Calabria: info@conapi.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.
Valle Del Marro - Libera Terra - società cooperativa sociale: valledemarro@libera.it Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Sottoscrivono:
Gaetano Paparella, Presidente ICEA
Maurizio Agostino, Responsabile ICEA Calabria
Lucio Cavazzoni, Presidente Alce Nero Mielizia
Diego Pagani, Presidente Conapi
Marcello Caruso, Consigliere Conapi Calabria
Giacomo Zappia, Presidente Valle del Marro Libera Terra
Antonio Gigliotti, Socio Conapi

fonte: greenplanet.net

Attenti, degradabile non è biodegradabile!

La direttiva Ue EN 13432 sugli imballaggi vieta, a partire dal 1° Gennaio del 2010, la produzione e la commercializzazione di sacchetti non biodegradabili, i tradizionali shopper di polietilene. Come noto, il Governo italiano ha ottenuto una proroga del provvedimento di un anno, fino al 1 gennaio 2011. I sacchetti in plastica tradizionale dovranno essere sostituiti da sacchetti in carta, stoffa o plastica biodegradabile. Esistono però in commercio sacchetti per la spesa in plastica degradabile che possono trarre in inganno i consumatori ed essere confusi con i sacchetti biodegradabili. I sacchetti degradabili, grazie all'uso di uno speciale additivo per la sua fabbricazione, permettono la degradazione completa del sacchetto: dopo 18 mesi dalla data di produzione del sacchetto inizia la frammentazione della plastica che termina dopo circa 36 mesi dalla fabbricazione della busta. Esistono però delle differenze tra degradazione e biodegradazione. Il sacchetto degradabile infatti, a differenza dei sacchetti biodegradabili, non può essere utilizzato per i rifiuti organici.

In Sudafrica, il garante per la pubblicità avrebbe però autorizzato l'uso del termine biodegradabile per i sacchetti della spesa prodotti con additivi oxodegrababili (che aggiunti alle normali materie plastiche accelerano il processo di degradazione). In Italia, i requisiti e le procedure per determinare la possibilità di compostaggio e di trattamento anaerobico degli imballaggi e dei materiali che costituiscono l'imballaggio, sono definiti dalla norma europea UNI EN 13432: "Imballaggi - Requisiti per imballaggi recuperabili mediante compostaggio e biodegradazione - Schema di prova e criteri di valutazione per l'accettazione finale degli imballaggi".

fonte: ecodallecitta.it

VETRO: RICICLO BIANCO-COLORATI SEPARATI

Il bianco col bianco e i colorati a parte, un po' come si fa col bucato in lavatrice. Per il vetro parte una nuova modalità di raccolta differenziata, presentata all'ultimo Vinitaly, con cui, per la prima volta in Italia, si stanno cimentando da qualche giorno i cittadini veronesi e dei comuni della Versilia. Si apre così la via al riciclato bianco e a nuove prospettive d'incremento ai tassi di riciclo del vetro, nell'ambito del progetto sperimentale promosso da CoReVe (Consorzio recupero vetro), in collaborazione con il Comune di Verona, Amia (Azienda multiservizi di igiene ambientale, Assovetro, Unione Italiana Vini (Uiv), e Ancitel-Energia e Ambiente. Prima solo le utenze commerciali, ora anche le famiglie e i privati cittadini sono coinvolti in 'Separati dalla nascita', questo il nome della particolare modalità di raccolta - già diffusa in numerosi Paesi europei - che vuole essere una risposta efficace alla principale criticità dell'attuale sistema di recupero del vetro: dal rottame di vetro di colore misto - il solo generato in Italia dalla raccolta differenziata - non è infatti possibile creare contenitori di colore bianco-trasparente. Differenziando invece il vetro colorato da quello incolore, è possibile ovviare a questo inconveniente, aumentando grazie alla campagna di sensibilizzazione la massa avviata a riciclo, e rendendo piu' efficiente il sistema. Per produrre bottiglie riciclate si aggiungono proporzioni variabili, fino all'80-90% di rottami di vetro e silice, carbonato di sodio e carbonato di calcio, con conseguente risparmio di materie prime ed energie.

La separazione per colore "rappresenta una sfida strategica per il settore del riciclo del vetro e un'opportunità concreta di incremento dell'efficienza e della qualità della raccolta" afferma il presidente di CoReVe Enzo Cavalli, nel sottolineare che "la risposta della città di Verona alla sperimentazione è stata davvero entusiasmante". "Abbiamo condiviso immediatamente questa iniziativa - afferma il presidente di Unione italiana vini Andrea Sartori - perché rappresenta una straordinaria applicazione operativa di azioni eco-compatibili, e perche' rientra in un piu' ampio nostro progetto d'investimenti e promozione della vitivinicoltura sostenibile". E' infatti "fondamentale e strategico" per l'industria del vetro incrementare le quantità e la qualità di rottame di vetro derivante dalla raccolta differenziata, come evidenzia il presidente della Sezione vetro cavo di Assovetro Antonio Lui, in quanto "l'utilizzo del rottame consente di abbattere significativamente i costi energetici, che sono quelli che piu' incidono nel processo di produzione della bottiglia, con conseguenti benefici ambientali, in termini di riduzione delle emissioni di CO2. Se in Italia - continua Lui - siamo a livelli di eccellenza per quanto riguarda il riciclato dal vetro di colore misto (circa il 65%) per quanto riguarda la raccolta del solo vetro bianco siamo ancora molto indietro rispetto a Paesi come Germania e Francia, costringendo le nostre aziende ad importarlo. Ci auguriamo che presto altre amministrazioni comunali italiane decidano di seguire questo esempio, consentendo alle vetrerie italiane di reperire sul territorio nazionale rottame anche di colore chiaro". Filippo Bernocchi, delegato alle Politiche ambientali per le Energia ed i Rifiuti di Anci e presidente Ancitel Energia e Ambiente, esprime infine grande soddisfazione per il progetto che è "un primo passo concreto verso una più generale ottimizzazione dei metodi di raccolta differenziata".

fonte: ambiente.it

CAIAZZO (CE): PRIMO COMUNE SENZA SACCHETTI

A due giorni dal termine della Settimana Porta la Sporta che invitava a mettere al bando per sette giorni i sacchetti di plastica non biodegradabili, c'è un Comune in provincia di Caserta che per primo in Italia, ha deciso di farlo definitivamente, dicendo "No" alle buste di plastica con un anno di anticipo rispetto alla legge nazionale che dovrebbe entrare in vigore all'inizio del 2011. A Caiazzo, cittadina di appena 6000 abitanti, infatti, molto presto si potrà fare la spesa solo con sacchetti biodegradabili e certificati compostabili dal Consorzio italiano compostatori. E per chi continuerà ad utilizzare le normali buste di plastica sono previste sanzioni amministrative da 25 a 500 euro. Si tratta del progetto-pilota di No Plastic Bag, iniziativa presentata oggi a Roma nella sede dell'Anci che coinvolgerà presto anche tutte le città italiane e straniere che aderiscono al Movimento Internazionale delle Cittàslow di cui Caiazzo è presidente, per poi estendersi a tutti gli 8 mila comuni italiani.

Il progetto, promosso dalla Città di Caiazzo, da Cittaslow Rete Italia e Legambiente è realizzato in collaborazione con Novamont e si pone come obiettivo quello di promuovere comportamenti sostenibili mediante l'adozione di borse riutilizzabili e shopper biodegradabili per ridurre la produzione di rifiuti e migliorare la raccolta differenziata dei rifiuti organici da tempo attivata sul territorio. Un esempio, questo, di come piccole realtà riescano ad essere più avanzate delle politiche nazionali: "In Campania - ha affermato il presidente regionale di Legambiente, Michele Buonuomo - oltre 300 comuni raggiungono il 45% di raccolta differenziata, con punte del 70-80%. Ben vengano iniziative come questa che combattono anche le ecomafie".

Intanto, per incentivare l'iniziativa, verranno distribuite gratuitamente 100 mila sacchetti in Mater-Bi in tutti i negozi di Caiazzo che, secondo le stime, dovrebbero garantire un anno e mezzo di "eco-shopping" ai cittadini che sono comunque invitati a fare uso di sporte a lunga vita. Orgoglioso di presentare l'iniziativa il sindaco della cittadina Stefano Giaquinto che durante la conferenza stampa oltre ad impegnarsi ad estendere il progetto ad altre città campane, ha ricordato come Caiazzo in poco tempo sia riuscita a trasformarsi nel campo dei rifiuti "da città emergenza" in "città virtuosa", dimostrando a tutti che migliorare si può.

fonte: ambiente.it

Cresce la raccolta di rifiuti elettronici, ma al Sud...

E’ stato presentato il Rapporto annuale 2009 sul sistema di ritiro e trattamento dei Raee, ovvero i rifiuti apparecchiature elettriche ed elettroniche. Un insieme di lampadine e piccoli e grandi elettrodomestici di cui ogni anno ci liberiamo. La fotografia del rapporto ci dà una buona e una cattiva notizia insieme. I dati positivi riguardano le quantità di Raee raccolti durante il 2009 nel nostro Paese, 193 mila tonnellate salvate dalla discarica, ben 73 in più di quelle raccolte durante il 2008. Nel rapporto sono stati anche indicati i singoli dati di raccolta per categoria di rifiuto: ad esempio, solo nello scorso anno, grazie al sistema Raee sono state raccolti 56.962.440 chili di frigoriferi, condizionatori, congelatori, e, complice l’avvento della tv digitale in molte regioni, sono stati raccolti quasi 58 milioni di chili di televisori tradizionali, Lcd o al plasma.
Un risultato positivo per l’ambiente e per la promozione della cultura del riciclo dei componenti degli apparecchi giunti a fine vita, reso possibile anche da una maggiore sensibilità sulle corrette procedure di smaltimento di queste apparecchiature. Nel nostro Paese, secondo i dati del rapporto 2009, ha funzionato bene anche la rete messa in piedi per servire quasi l’84% della popolazione. Meno bene è andata la diffusione geografica della raccolta dei Raee. Se durante lo scorso anno le regioni del Nord sono state particolarmente virtuose, con 120.041 tonnellate raccolte, benino è andata nelle regioni del Centro, con una raccolta di 38.620 tonnellate di rifiuti hi-tech. Maglia nera, invece, ancora una volta per il Sud. Su un totale di più 190 mila tonnellate raccolte su tutto il territorio italiano, il contributo delle regioni meridionali e insulari è stato di poco più di 34 mila tonnellate.

fonte: rinnovabili.it

Inutile, dannoso e costoso ambientalisti si mobilitano

Dodici miliardi di euro in vent'anni. E' quanto in Italia è stato speso dalla chiusura delle centrali nucleari ad oggi. Soldi utilizzati esclusivamente per gestire le scorie radioattive. E che non hanno finanziato né nuove ricerche su energie rinnovabili né la costruzione di un deposito unico nazionale. La denuncia è contenuta in un dossier presentato dai Verdi in occasione del 24° anniversario del disastro di Chernobyl: "L'Italia paga per il nucleare che non ha". E riparte la mobilitazione ambientalista. Per Legambiente "la scelta del governo di far ritornare il nucleare in Italia è rischiosa e sbagliata". E sul deposito nazionale di scorie crescono le preoccupazioni in merito all'ipotesi di costruirlo nell'area del Garigliano, tra la provincia di Caserta e quella di Latina. "Proprio in quella zona, abbiamo già avuto la nostra piccola Chernobyl".

Il dossier dei Verdi. Novantamila metri cubi di rifiuti tossici e radioattivi. A tanto ammonta il lascito delle centrali nucleari italiane, chiuse nel 1990. Un'enorme quantità di scorie sparse in tutto il Paese. Una bomba ecologica non ancora disinnescata che lo Stato sorveglia al costo di 500 milioni di euro l'anno. Soldi, naturalmente, pubblici. Sessantacinquemila tonnellate di questi rifiuti di seconda e terza categoria "provengono dalle centrali in dismissione". Per completare il quadro, bisogna aggiungere "una produzione annuale di 1.000 metri cubi di scorie provenienti da usi medici e industriali". E le scorie non invecchiano. La loro pericolosità è quasi permanente. "Quelli di seconda categoria sono rifiuti pericolosi per circa 300 anni mentre quelli di terza rimangono carichi di radioattività anche per 250mila anni".

L'accordo con la Francia. Al centro delle polemiche, l'accordo che il governo italiano ha sottoscritto con la Francia 1 per la costruzione di reattori nucleari. E Angelo Bonelli, presidente dei Verdi, ha un sospetto: "Con Parigi potrebbero esserci altri accordi, riservati, per la costruzione di armi atomiche". Anche Legambiente critica la scelta del governo. Affidando le proprie motivazioni a uno studio condotto sulla tecnologia nucleare francese. Quella che l'Italia dovrebbe importare. E l'EPR, la sigla che identifica il reattore d'oltralpe, viene definito "un bidone".

Verso un Comitato Nazionale Antinucleare. Le associazioni ambientaliste sono al lavoro per mettersi in rete. La cornice ideologica è indicata in un documento, sottoscritto, tra gli altri, da Wwf, Italia Nostra, Greepeace e Legambiente. Nel testo vengono elencati i motivi che rendono la svolta nucleare "inutile e pericolosa": autosufficienza energetica già raggiunta, costi eccessivi del nucleare, scarse prospettive di impiego. E poi, il nucleare non ridurrebbe la dipendenza energetica dell'Italia, perché "dovremmo importare uranio, tecnologia e brevetti".

La piccola Chernobyl sul Garigliano. L'ipotesi di costruire il deposito nazionale di scorie nell'area del Garigliano, è molto discussa. Anche perché, ricorda il dossier dei Verdi, la zona è già stata interessata da alcuni incidenti. Una lunga e agghiacciante sequenza. Che parte dalla metà degli anni '70. E che si svolge nella centrale nucleare di Sessa Aurunca, provincia di Caserta. Nel dicembre 1976 "il fiume Garigliano in piena, entra nel locale sotterraneo raccogliendo oltre un milione di litri d'acqua contaminata". Un incidente analogo si verifica nel novembre del 1979. Poi passa un anno. E nel novembre del 1980 "le piogge abbondanti penetrano nella centrale. E fuoriescono nel fiume portandosi dietro cesio 137". Due anni dopo "un contenitore su rimorchio ferroviario da Roma perde per strada 9.000 litri di acqua con cobalto 58, cobalto 60, e manganese 54". E per il dossier sono documentabili, nel 1972 e nel 1976, due esplosioni dei filtri del camino centrale.

Incidenti che "hanno contaminato fiumi e terreni. E 1700 chilometri quadrati di mare, come certificano studi condotti dall'ENEA tra il 1980 e il 1982", dice Giulia Casella, presidente del circolo Legambiente di Sessa Aurunca. Che, in merito all'ipotesi di costruire sul Garigliano il deposito nazionale di scorie, dice: "Si tratta di un'ipotesi sciagurata. L'area è inadatta dal punto di vista idrogeologico. E non lo diciamo noi. Lo attesta un documento del governo del 1985".

fonte: repubblica.it

martedì 27 aprile 2010

Foreste: in 5 anni scomparso più di 1 milione di chilometri quadrati

Tra il 2000 e il 2005 sono spariti 1.011.000 chilometri quadrati di foreste, pari al 3,1% del patrimonio forestale mondiale. Una superficie di oltre tre volte più grande dell'Italia. Lo afferma uno studio basato sulle immagini satellitari e pubblicato dalla rivista Pnas (Proceedings of the National Accademy of Sciences of the United States). I ricercatori delle università del Sud Dakota e di Syracuse (New York) hanno esaminato le immagini di diversi satelliti nel periodo considerato, elaborando un sistema matematico per stimare la variazione della superficie delle foreste.

PERDITE - La perdita maggiore si è riscontrata nelle foreste boreali, nel nord del pianeta, che secondo lo studio hanno perso il 4% della loro superficie: per i due terzi a causa di incendi naturali. È scomparso il 3,5% delle foreste delle zone temperate, le foreste tropicali in zone aride sono diminuite del 2,9%, mentre le foreste tropicali umide, che rappresentano la più grande superficie boschiva del pianeta, hanno perso il 2,4% della loro estensione.

CONTINENTI - Il Nord America è il continente che ha subito le maggiori perdite - il 5,1% del proprio patrimonio boschivo, corrispondente al 29,2% delle perdite forestali su scala mondiale - seguito da Asia e Sud America. In Europa è scomparso il 2,8% del patrimonio di alberi, corrispondente a 86 mila chilometri quadrati.

NAZIONI - A livello di singole nazioni, il Brasile ha perso 165 mila chilometri quadrati, seguito dal Canada con 160 mila. Gli Usa sono quarti nella classifica delle superfici, ma sono lo Stato che ha perso in percentuale più foreste rispetto alla propria superficie boschiva: il 6%. «I nostri risultati confermano che in tutto il pianeta si stanno perdendo grandi quantità di foreste», scrivono gli autori dello studio. «Bisogna dire però che questo metodo non distingue fra le perdite naturali e quelle dovute all'uomo».

fonte: corriere.it

lunedì 26 aprile 2010

La natura? Roba da vecchi

Poco amanti della natura, non curanti rispetto alla raccolta differenziata, malati di consumismo. Questi sono solo alcuni dei tanti luoghi comuni che sentiamo quando si discute del rapporto tra giovani e ambiente. Un rapporto che si configura come un fidanzamento d’amore quando si è bambini (chi non prova stupore e attrazione per il mare, l’erba, i fiori, gli animali e gli alberi, quando ha 5, 6, 7, 8, 9 anni?) e che va in crisi verso l’adolescenza.
Analizzando più a fondo l’argomento, si scopre una realtà ben diversa, dove influisce più la mancanza di informazione e di proposte adeguate che quella di interesse. È ciò che è emerso da un campionamento effettuato in quattro città italiane (Milano, Roma, Napoli e Bari) nella fascia d’età tra i 16 e i 25 anni. I giovani frequentano maggiormente giardini e parchi urbani, utilizzati soprattutto per attività di svago. Solo pochi usufruiscono delle possibilità offerte dalle riserve naturali. In generale gli intervistati ritengono che sarebbe necessario migliorare le aree protette attraverso un incremento della pulizia e delle opere di manutenzione.

Alcuni credono che sia opportuno proteggere questi spazi dall’eccessiva edificazione e solo una minima parte reputa inutile la presenza di aree protette. Sorprendentemente la maggior parte conosce la differenza tra riserve naturali, ville e parchi. Coloro che, non ne sono a conoscenza accusano di questa mancanza la scarsa informazione, ma comunque mostrano attenzione all’ argomento. Inoltre la maggior parte degli intervistati afferma che si sentirebbe maggiormente coinvolto dall’organizzazione di escursioni o passeggiate sensoriali, mentre il 35% ritiene che nessuna attività li possa interessare.

Da una ricerca effettuata sui principali siti delle associazioni ambientaliste, si deduce che le attività mirate alla fascia d’età delle persone intervistate sono scarse e tendono più a coinvolgere famiglie e bambini. Wwf e Legambiente organizzano campi d’avventura e di volontariato raccogliendo gran parte delle adesioni dagli under 14. Un altro ostacolo alla fruizione delle aree protette è rappresentato dal fatto che molti terreni sono di proprietà privata, e per questo di non facile fruizione a chi volesse autonomamente accedervi.
Secondo quanto spiegano due guardiaparco dell’Ente Regionale RomaNatura “l’interesse per le riserve naturali si manifesta soprattutto nei bambini, mentre è più difficile sensibilizzare i ragazzi di scuole superiori e università”. Aggiungono inoltre che: “Le aree protette soffrono dei problemi sociali della città, ad esempio quello degli immigrati, che non avendo un posto in cui dormire, si rifugiano nelle riserve; altro problema pressante sono le discariche abusive, questo fenomeno si verifica perché alcune persone confondono l’idea di riserva naturale con quella di terra di nessuno”. Di fondo per i guardiaparco c’è una carenza di educazione ambientale, indispensabile per sensibilizzare l’opinione pubblica e far nascere una coscienza comune.
L’educazione ambientale deve essere un compito delle istituzioni scolastiche in primo luogo. Ne è convinto Paolo Tescarollo, insegnante di scienze naturali presso il Liceo “Gelasio Caetani” di Roma, che da anni si impegna quotidianamente a sensibilizzare le coscienze dei ragazzi e coinvolge i suoi studenti in progetti ecologici come quello del riciclaggio dei rifiuti, che sta progressivamente marciando nel verso giusto.

“L’educazione ambientale – sostiene Tescarollo - rappresenta uno degli strumenti più validi per veicolare, presso gli individui e le comunità, quella che viene oggi definita la cultura dell’ambiente”.
Nonostante il “prof” si dichiari ottimista (“Ce la possiamo fare” è ciò che ripete ai suoi ragazzi), né il ministero dell’istruzione né quello dell’ambiente hanno dato seguito al protocollo d’intesa siglato il 29 luglio scorso, Scuola, ambiente e legalità per la diffusione dell’educazione allo sviluppo sostenibile e ai comportamenti ecologici. Un milione di euro stanziati a detta del protocollo per progetti che coinvolgono le scuole nella conservazione e valorizzazione delle aree protette che fine avranno mai fatto?

fonte: lanuovaecologia.it

Piattaforma affondata, macchia nera si sposta verso le coste della Louisiana

Più che di un timore si tratta ormai di una certezza: l'incendio e poi il crollo della piattaforma petrolifera della Bp, 70 chilometri al largo delle coste della Louisiana, nel Golfo del Messico, sta causando un disastro ambientale di assoluta gravità. Ogni giorno fuoriescono circa 1.000 barili di greggio e le operazioni per tentare di bloccare le perdite sono state interrotte dal maltempo. La macchia nera potrebbe raggiungere presto le spiagge e la regione paludosa della Louisiana causando un disastro ecologico senza precedenti.

Marea di petrolio nel Golfo del Messico  Marea di petrolio nel Golfo del Messico  Marea di petrolio nel Golfo del Messico  Marea di petrolio nel Golfo del Messico  Marea di petrolio nel Golfo del Messico  Marea di petrolio nel Golfo del Messico  Marea di petrolio nel Golfo del Messico

IL DISASTRO - Le ricerche degli undici operai dispersi dopo l'esplosione della piattaforma Deep Water Horizon si sono concluse sabato. In tutto erano 126 le persone presenti al momento dell'esplosione. I feriti sono 17 di cui quattro in gravi condizioni. La piattaforma conteneva 2,6 milioni di litri di petrolio ed estraeva 8.000 barili di greggio al giorno, circa 90.000 litri. La BP, inizialmente ottimista sulle possibilità di evitare il disastro, ha assicurato di fare il possibile per bloccare la fuoriuscita di greggio dalle valvole e dalle tubature, un compito che si sta rivelando «estremamente complicato» e che «potrebbe non riuscire», come ha detto il responsabile delle perforazioni della Bp, Doug Suttles, citato dalla Bbc. La compagnia ha inviato 30 imbarcazioni per pulire le acque e diversi velivoli che disperdono sulla macchia una spray diluente. Sul caso giovedì scorso era intervenuto anche Barack Obama: il presidente Usa ha detto che il governo degli Stati Uniti considera "una priorità" la risposta ad un’eventuale catastrofe ecologica

fonte: corriere.it

sabato 24 aprile 2010

Affonda in mare la piattaforma petrolifera esplosa due giorni fa

E’ colata a picco la piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico gravemente danneggiata tre giorni fa da un’esplosione che ha provocato diciassette feriti, quattro dei quali gravi, e undici dispersi. Lo ha annunciato la Guardia costiera. L'affondamento della «Deepwater Horizon» al largo della Louisiana, dopo l'esplosione e l'incendio sviluppatosi a bordo tre giorni fa, potrebbe causare una catastrofe naturale nel Golfo del Messico. È l'allarme lanciato da alcuni ambientalisti nel sottolineare che la piattaforma è colata a picco con circa 700 mila galloni (2,6 milioni di litri) di greggio. Undici operai continuano a risultare dispersi nell'incidente accaduto martedì notte. David Rainey, responsabile delle esplorazioni petrolifere nel Golfo del Messico, non lascia molto spazio all'ottimismo: «Senza dubbio - ha detto - esiste la possibilità di un grande sversamento di greggio». La piattaforma si trovava a 70 chilometri dalle coste dello stato americano della Louisiana. «Stiamo ancora portando avanti l’inchiesta» per fare luce sulle ragioni per cui la piattaforma è collassata, ha spiegato Ashley Butler, portavoce della Guardia costiera.

Lotta con le fiamme, poi il crollo

Lotta con le fiamme, poi  il crollo  Lotta con le fiamme, poi  il crollo  Lotta con le fiamme, poi  il crollo  Lotta con le fiamme, poi  il crollo  Lotta con le fiamme, poi  il crollo  Lotta con le fiamme, poi  il crollo  Lotta con le fiamme, poi  il crollo

LA GUARDIA COSTIERA: «AL MOMENTO NON CI SONO RISCHI» - Anche se occorrerà del tempo per valutare i reali danni ambientali causati dall'incidente, la Guardia Costiera della Louisiana ha un atteggiamento molto più cauto: «Al momento non ci sono perdite» ha detto una portavoce, aggiungendo anche che nel caso in cui si verificassero «siamo pronti per affrontare l'emergenza». Queste affermazioni sembrano però essere smentite dalle foto aeree scattate nella zona, che mostrano invece ampie chiazze di greggio in mare. L'allarme quindi resta e la zona continua ad essere monitorata 24 ore al giorno. Il controammiraglio di Guardia Costiera Mary Landry, che sovrintende alle operazioni, in un'intervista concessa alla ABC ha comunque escluso che possa esserci un'emergenza ambientale di proporzioni importanti. I rischi derivanti da una possibile marea nera sono considerati bassi, e i tecnici ritengono che la maggior parte del petrolio sia bruciato nell'incendio seguito all'esplosione. L'unica vera preoccupazione delle autorità riguarda le condizioni atmosferiche previste per il fine settimana. Il mare nel Golfo del Messico dovrebbe ingrossare, il che renderebbe molto più difficili le operazioni di recupero della "striscià oleaosa". C'è quindi ancora il rischio che il petrolio arrivi alla costa.

PREOCCUPAZIONE DI OBAMA - Il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si era incontrato giovedì con i responsabili dei soccorsi e della Protezione Civile americana per fare il punto della situazione, e aveva definito l'emergenza al largo di New Orleans «la priorità numero 1» del governo americano

fonte: corriere.it

martedì 20 aprile 2010

L'Earth day fa 40

È scattato il conto alla rovescia per la Giornata della Terra, che il prossimo 22 aprile compie 40 anni. Nello stesso giorno del 1970, 20 milioni di cittadini americani avevano risposto ad un appello del senatore democratico Gaylord Nelson, partecipando una storica manifestazione a difesa del Pianeta. La mobilitazione internazionale dell'edizione 2010 toccherà 175 Paesi del mondo.

Migliaia le iniziative previste, da San Paolo a Città del Capo, passando per Rabat fino a Calcutta e Pechino. A tenere le fila della manifestazione mondiale è l'Earth Day Network, che in occasione dell'anniversario ha voluto coinvolgere tanti singoli cittadini ed organizzazioni in singoli impegni a favore dell'ambiente, con la campagna "Miliardi di azioni verdi". Il contatore ha già superato quota 5 milioni di eco-azioni: c'è chi ha deciso di piantare un albero, chi ricicla i propri rifiuti, chi invece si impegna a consumare meno acqua ed elettricità. Epicentro delle celebrazioni della Giornata della Terra sarà il concertone di Washington, al National Mall, luogo eletto per le mobilitazioni di popolo, prima fa tutte quella che nel 1963 vide Marthin Luther King pronunciare il famoso discorso "I have a dream".

Questa volta a rilanciare il grido di aiuto per la salute del Pianeta saranno personaggi come il regista James Cameron, vincitore al box office con il suo 'Avatar' dalla morale ecologista, e il reverendo Jesse Jackson, mentre faranno spettacolo musicisti come Sting, John Legend, The Roots, Jimmy Cliff, Passion Pit, Joss Stone ed altri. A Roma saranno invece protagonisti Pino Daniele e Morcheeba, per la terza edizione del Nat Geo Music Live, il grande concerto gratuito in occasione dell'Earth Day. Per combattere le emissioni di CO2 prodotte dal concerto verranno ripiantati nuovi alberi nell'area verde del Parco dell'Aguzzano a Roma e tutelate foreste in Madagascar.

Durante il concerto sarà anche allestito un villaggio dell'Ama dove imparare a dividere i rifiuti e ricevere magliette in cambio di bicchieri e bottiglie utilizzate durante l'evento. In Italia sono in campo anche olte 5mila persone con una 'internet action', all'insegna delle buone pratiche per ridurre la propria impronta ecologica. Tra tante eco-iniziative nel mondo, da copiare quella di Manly, vicino Sidney, dove in 5 caffé locali gli abitanti che si porteranno dietro la propria tazza da casa avranno un sconto. Obiettivo? Non usare i bicchieri usa e getta, 750 mila stimati in un anno nella sola cittadina, mentre in tutta l'Australia toccano quota mezzo miliardo, cioé 951 al minuto.

fonte: lanuovaecologia.it

INAIL E RAI PER PROMUOVERE LA SICUREZZA

È partito il concorso "Nuovi talenti" indetto da Rai e INAIL, che prevede la realizzazione di opere video e musicali sui temi della prevenzione. Rai e INAIL diventano quindi talent scout per diffondere la cultura della sicurezza nei luoghi di lavoro. L'iniziativa ha preso il via - con la registrazione sul sito www.nuovitalenti.rai.it di una sezione dedicata ? con un video-concorso in tre sezioni (video, musica e progetti) che ha l'obiettivo di rafforzare la cultura della prevenzione valorizzando le risorse creative dei giovani. Il concorso rappresenta per l'Istituto anche una modalità nuova per diffondere la propria mission e raggiungere un pubblico sempre più vasto di persone.

"Da anni l'INAIL promuove l'attività di comunicazione sotto varie forme, come le campagne di sensibilizzazione e la convenzione con il servizio pubblico Rai", ha sottolineato il direttore centrale della Comunicazione, Antonella Onofri. "Nel piano di interventi previsto dalla convenzione con la Rai abbiamo deciso di introdurre una modalità innovativa e di utilizzare che il web per raggiungere anche i più giovani, che saranno gli imprenditori e i lavoratori di domani. A volte il tema degli infortuni può diventare per i ragazzi un argomento pesante o poco interessante: in questo modo, andando su internet, potranno non solo partecipare all'iniziativa, ma anche essere 'catturati' dai temi proposti".

Il progetto si fonda su un canale web-tv che permette a chiunque di iscriversi, realizzare facilmente il proprio contributo video e metterlo online nell'arco di un mese, dal 19 aprile al 19 maggio. Le opere, saranno poi giudicate sotto il profilo comunicativo da una giuria di esperti che ne valuterà la qualità, l'originalità e l'incidenza rispetto al tema affrontato.

fonte: ambiente.it

Eco-innovazione: l’asfalto che viene dai suini

Se il detto “del maiale non si butta via nulla” è sempre vero, il mondo della ricerca ha in questi anni dato nuovo vigore al motto aprendo strade una volta impensate. E’ il caso del lavoro condotto da un team di ricercatori della University of Illinois secondo cui il letame di origine suina potrebbe costituire una sorprendente soluzione per ridurre le importazioni di greggio e dar vita ad un nuovo comparto industriale. Chiave dell’indagine un processo di conversione termochimica capace di estrarre dal concime la componente di olio greggio in maniera efficiente e veloce. Si tratta di un procedimento chimico che riforma i composti organici in un contenitore riscaldato e sotto pressione per la produzione di olio e gas, senza l’aggiunta di un catalizzatore o una fase di pre-essiccazione del letame.
“Se il 50 per cento delle aziende di allevamento suino adottassero questa tecnologia, si potrebbe vedere una riduzione di 1,5 miliardi dollari in importazioni di petrolio greggio ogni anno”, ha detto l’ingegnere Zhang Yuanhui, coautore del progetto. “E i produttori potrebbero vedere un aumento del 10 per cento del loro reddito – circa 10-15 dollari in più per capo di bestiame”. I benefici ambientali di questa ricerca sono numerosi: i minerali sono conservati nel flusso di post-trattamento, l’odore è ridotto e la richiesta di ossigeno del letame è stata portata a meno dell’ 80 per cento.
Tutto ciò potrebbe costituire un importante passo avanti in un progetto differente e che vede il bio-olio estratto dal letame sperimentato nella pavimentazione delle strade provinciali di Six Flags, nella contea di St. Louis, dove la società Innoventor lo sta già testando come legante dell’asfalto su un breve tratto di strada

fonte: rinnovabili.it

L’energia di casa? Te la dà la macchina elettrica

Si chiama V2H, Vehicle-to-Home, ed è uno dei sistemi più ingegnosi per sfruttare l’energia della batteria di un’automobile elettrica anche per la propria abitazione. V2H è nato dalla geniale creatività di Marie Urban, una giovane studentessa dello Sciences Po di Parigi. Il progetto ha avuto tanto successo da aver ricevuto anche il primo premio del concorso Génération Energies.
Il sistema ideato dalla studentessa permetterebbe di utilizzare la batteria dell’auto elettrica per ridurre il consumo di energia tra le pareti di casa. Ciascun veicolo, infatti, grazie alla batteria di cui è fornito, può potenzialmente diventare un’unità di stoccaggio di energia la quale può, a sua volta, essere utilizzata per i consumi domestici. Quando si verificano picchi di consumo, responsabili di alti tassi di inquinamento, questo sistema consente di non sovraccaricare la rete della propria abitazione, semplicemente collegando la batteria alla rete domestica.
La stessa batteria, inoltre, si può ricaricare direttamente dalla rete a cui è collegata facendo il pieno di energia elettrica prodotta all’origine con minori emissioni di CO2. Se poi il consumatore ha una tariffa elettrica distinta, ad esempio di sera o di mattina, allora potrà addirittura avere un doppio risparmio in bolletta attivando la batteria di giorno e ricaricandola di notte. Un sistema, quello di V2H, che potrebbe offrire all’Unione Europea un valido aiuto per risolvere il problema delle emissioni e dell’uso dei mezzi inquinanti. Infatti la Commissione Europea ha puntato molto su questo progetto, promuovendo il suo sviluppo e finanziandolo con i fondi dello speciale programma CONCERTO, che sostiene le piccole realtà locali che investono nelle energie rinnovabili

fonte: rinnovabili.it

venerdì 16 aprile 2010

Conai: nel 2009 riciclo garantito anche con la crisi economica

Nel 2009, come testimonia l’annuale bilancio di Conai, i risultati di recupero complessivo dei rifiuti di imballaggio di acciaio, alluminio, carta, legno, plastica e vetro sono positivi e raggiungono la percentuale del 72,3%, equivalente a 7.762.000 tonnellate recuperate su 10.742.000 tonnellate immesse al consumo.

Il Sistema Conai, anche in presenza di una congiuntura economica negativa, ha registrato una crescita del recupero complessivo di + 3,75 punti percentuali rispetto all’anno precedente (da 68,5% a 72,3%) e contestualmente una riduzione delle quantità di rifiuti di imballaggio destinate a discarica, che nel 2009 sono quindi scese sotto il 28% del totale dei rifiuti da imballaggio.

I positivi risultati raggiunti in termini di riciclo e recupero complessivo sono legati ai flussi gestiti del Sistema Consortile. Infatti, i volumi di riciclo relativi agli imballaggi provenienti dalla raccolta differenziata di origine domestica, e conferiti al Sistema Consortile, sono cresciuti per tutte le filiere: del 12% per l’acciaio, del 30% per l’alluminio, del 4,5% per la carta, dell’1% per il legno, dell’11% per la plastica e del 10% per il vetro.

A livello nazionale, grazie all’Accordo quadro Anci-Conai, nell’ultimo anno la raccolta differenziata di imballaggi è passata da 2.887.000 tonnellate nel 2008 a 3.110.000 tonnellate nel 2009, con un aumento del 7,7% sull’anno precedente. La crescita ha interessato tutte le aree d’Italia, in particolar modo le Regioni del Sud, dove si è registrato per la prima volta un aumento percentuale dei volumi raccolti del 20% rispetto all’anno precedente, anche se in termini di risultati quantitativi pro capite permane un divario tra le Regioni del Nord, dove vengono raccolti e avviati a riciclo 89 Kg per abitante all’anno, mentre il Centro si attesta a 52 Kg ed il Sud a 37 kg per abitante.

E’ importante sottolineare come i risultati siano stati raggiunti nonostante il bilancio del Sistema Consortile sia stato influenzato negativamente dalla crisi economica, che ha comportato una forte contrazione dei ricavi da contributo ambientale (a causa della riduzione dell’immesso al consumo) e dalla vendita dei materiali sul mercato. I risultati diventano ulteriormente significativi se si considera che, invece, i costi sono cresciuti in seguito all’aumento dei conferimenti di imballaggi al Sistema Consortile (+7,7%), caratterizzato inoltre da un calo nella qualità media del materiale, due fattori che hanno determinato l’aumento delle spese legate al trattamento del materiale da avviare a riciclo.

“Nel 2009 Conai ha confermato di essere un sistema efficiente – afferma il Presidente di Conai, Piero Perron – proprio perché, anche in presenza di uno scenario critico, è riuscito a raggiungere i propri obiettivi. Il suo ruolo, infatti, è stato determinante nel sostenere le attività di riciclo a livello nazionale, assicurando il regolare ritiro e l’avvio a riciclo di tutti i rifiuti di imballaggio conferiti dai Comuni nell’ambito dell’accordo ANCI-CONAI, e, con esso, i risultati di recupero complessivo dei sei materiali di imballaggio.”

Nei primi mesi del 2010 si sono riscontrati segnali di ripresa del mercato delle materie prime seconde, in particolare per la plastica. Questa situazione, insieme al raggiunto equilibrio finanziario del Consorzio Corepla, ha creato le condizioni per poter ridurre il Contributo Ambientale sugli imballaggi in plastica da 195 euro/ton a 160 euro/ton a partire dal 1° luglio 2010.

fonte: ecodallecitta.it

I dati Ispra dicono una cosa, ma poi l'Ispra ne dice un'altra

Lo stato dell'ambiente in Italia, secondo l'annuario presentato oggi da Ispra, è una situazione tendente alle note scure seppur con qualche zona di schiarita. Ma le conclusioni che si traggono e le decisioni che vengono prese al contorno non sembrano invece tenerne conto. Il dato che viene particolarmente evidenziato come elemento di criticità è la perdita della biodiversità che procede a ritmi senza precedenti.

Secondo Ispra è infatti in aumento il numero di specie a rischio estinzione nel nostro Paese, ritenuto il custode del maggior numero, in Europa, di specie animali. Risultano infatti dimezzate, in 25 anni, 33 varietà di uccelli tipiche degli ambienti agricoli, tra cui, l'allodola, il balestruccio, la rondine. Un dato che però evidentemente non è stato considerato dai sostenitori dell'art.43 della legge comunitaria che proprio ieri ha avuto il via libera in commissione agricoltura alla Camera e che consentirà alle regioni di allungare a proprio piacimento il calendario venatorio. Sia pur dopo aver sentito l'Ispra, come voluto dal ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo, che difficilmente quindi potrà dare a cuor leggero parere positivo a tali deroghe.

Il 23% degli uccelli e il 15% dei mammiferi, infatti, secondo l'Istituto rischiano di scomparire per sempre. Ma le minacce alla biodiversità non sono solo tra le specie animali: anche tra le specie vegetali, infatti, la situazione non è tanto più rosea con il 15% delle piante superiori e il 40% delle piante inferiori che risultano a rischio estinzione. Anche se le conoscenze in merito alle specie vegetali sono ancora incomplete, si stima che a rischio siano 772 specie di epatiche, muschi e licheni e 1.020 piante vascolari.

Minacce che dice Ispra provengono direttamente dall'uomo: imputate la pesca illegale, il bracconaggio e le attività agricole responsabili dell'inquinamento delle acque, della perdita di stabilità dei suoli e di un uso a volte irrazionale di fertilizzanti e prodotti fitosanitari.

L'agricoltura viene ritenuta responsabile anche dell'aumento dell'effetto serra, in piena solitudine però, come se non vi fossero altre e maggiori responsabilità a causare il riscaldamento del pianeta.

Del resto, come ha sottolineato Stefano Laporta, sub Commissario dell'Istituto «le stime più recenti dell'Ispra evidenziano un incremento della temperatura media in Italia, dal 1981 al 2008, pari a circa 1°C» e «le conseguenze di questa variazione, se pur apparentemente non significativa, ricalcano in Italia un trend globale». Mal (poco male) comune mezzo gaudio, quindi. Come hanno ribadito anche ieri i senatori della maggioranza approvando la mozione che chiede al Governo di rivedere i tre obiettivi vincolanti al 2020 a livello europeo, perché i dati sugli effetti dei cambiamenti climatici non sono poi così catastrofici come qualcuno vorrebbe far credere.

Il dato positivo che fa da contraltare alla perdita di biodiversità è secondo Ispra il fenomeno espansivo del patrimonio forestale, stimato in circa 5.500 ettari all'anno. Cresce anche il verde urbano la cui densità media è passata dal 7,8% del 2000 all'8,3% del 2008 mentre la disponibilità pro capite media è cresciuta, da 88,40 metri quadri per abitante a 93,60.

Così come in aumento sarebbero le Zps, (zone di protezione speciale) oggi 597, pari al 14,5% del territorio nazionale e i Sic (Siti di importanza comunitaria) pari a 2.228 e corrispondenti al 15% della superficie italiana.

Riguardo al rischio idrogeologico Ispra ha individuato più di 485.000 frane, che interessano un'area di oltre 20.700 km2, pari al 6,9% della penisola. E sarebbero quindi 5.708 i comuni italiani interessati da frane, pari al 70,5% del totale. Ma il problema principale secondo Ispra sarebbe da ricondurre alle caratteristiche geomorfologiche del territorio italiano non tanto all'uso che di questo è stato permesso o è stato fatto in maniera illegale.

Ma se questi sono i presupposti, risulta allora difficile poter essere d'accordo con il commissario dell'Istituto, il Prefetto Vincenzo Grimaldi che ha affermato che «l'annuario si conferma basilare supporto per gli organismi preposti ad analisi e valutazioni ambientali e rappresenta il documento di riferimento delle statistiche ambientali nazionali. Uno strumento, pertanto, utile sia al decisore politico, per operare scelte più efficienti, che al cittadino comune». Dipende appunto da come si interpretano i dati

fonte: greenreport.it

Negli alberghi danesi se vuoi cenare... pedala

Pedalare in cambio di un pasto caldo. Nonostante sembri un’iniziativa a scopo benefico si tratta di una idea degli alberghi danesi di Copenhagen: generare energia pulita facendo pedalare i propri clienti in cambio di una cena omaggio con l’intento di tagliare le emissioni di carbonio, sia pure in modeste quantità, permettendo agli ospiti di mantenersi in perfetta forma fisica.
Gli occupanti delle 366 camere di un lussuoso albergo della città riceveranno un buono-cena ogni 10 Watt ora prodotti, con la previsione che una sola persona, pedalando per sessanta minuti, possa arrivare a produrre 100 Watt orari di elettricità, sufficienti però ad far funzionare una sola lampadina di uguale potenza per un’ora.
Le biciclette saranno istallate all’inizio della prossima settimana e saranno monitorate per tutto l’anno. “La bici elettriche offriranno ai nostri ospiti la possibilità di mettersi in forma e allo stesso tempo il potere di aiutare l’hotel, utilizzando una tecnologia ecologicamente responsabile” come ha dichiarato Allan Agerholm, general manager dell’hotel.
L’iniziativa è una dei tanti accorgimenti ecosostenibili adottati dalla struttura, dotata di sistemi di risparmio energetici, moduli solari oltre ad un sistema di riscaldamento e raffrescamento alimentato sfruttando le acque del sottosuolo.

fonte: rinnovabili.it

ISPRA: presentato l’Annuario dei dati ambientali 2009

L’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale ha presentato oggi a Roma l’ Annuario dei dati ambientali ISPRA 2009. Proprio nell’Anno della Biodiversità il quadro tracciato è quello di una realtà in difficoltà, in affanno, con migliaia di specie animali e vegetali a rischio estinzione ed interi ecosistemi costantemente sotto minaccia. Habitat trasformati dall’aggressiva attività agricola e dal consumo indiscriminato di risorse che andrebbero invece rispettate per garantire alle future generazioni una vita tranquilla, al riparo da problematiche, che non sono altro la conseguenza di un’attività antropica irrazionale di cui si appalesano ora tutti i danni connessi al cambiamento climatico. Dissesto idrogeologico, inquinamento atmosferico e delle falde acquifere e rischi ambientali di vario genere stanno invitando a riflettere in maniera concreta e conducendo lentamente verso l’adozione di politiche orientate alla salvaguardia della Natura.
“L’Annuario si conferma basilare supporto per gli organismi preposti ad analisi e valutazioni ambientali – ha commentato il Commissario dell’ISPRA, Prefetto Vincenzo Grimaldi – e rappresenta il documento di riferimento delle statistiche ambientali nazionali. Uno strumento, pertanto, utile sia al decisore politico, per operare scelte più efficienti, che al cittadino comune”.
“Le stime più recenti dell’ISPRA”, ha affermato in occasione della presentazione del rapporto Stefano Laporta, Sub Commissario ISPRA, “evidenziano un incremento della temperatura media in Italia, dal 1981 al 2008, pari a circa 1°C. Le conseguenze di questa variazione, se pur apparentemente non significativa, ricalcano in Italia un trend globale”.
Nel quadro generale non del tutto confortante spicca però un dato positivo: il patrimonio forestale nazionale risulta in espansione. I dati ci riferiscono un aumento annuo di 5.500 ettari di verde e una crescita delle Zone a Protezione Speciale (ZPS), situazione analoga per il verde urbano.
L’Annuario ISPRA, entrando nello specifico della situazione geomorfologica del paese, oltre a tracciare una panoramica di falde acquifere e corsi d’acqua, si è occupato di delineare la situazione sismica del territorio rilevando, tra i tanti eventi, tre scosse che hanno superato la magnitudo 5. Tali episodi hanno causato danni ingenti, basti pensare all’evento che il 6 aprile 2009 colpì L’Aquila, oltre ad un numero eventi franosi numerosi (485.000 eventi registrati) anch’essi estremamente tragici.
Nonostante l’inquinamento elevato sembrano però in buone condizioni i corsi d’acqua di superficie, al contrario delle falde che, anche se non monitorate nel loro numero totale, si dimostrano inquinate dall’utilizzo di sostanze chimiche in agricoltura, oltre che a livello industriale, e a rischio salinizzazione come conseguenza all’innalzamento dei livelli dei mari e della desertificazione progressiva del suolo.
Probabilmente il fastidio percepito in misura maggiore dagli italiani consiste nella costante esposizioni a fonti di rumore che vanno a generare stress e patologie ad esso legate, tra cui emicranie e disturbi dell’attenzione nonostante i danni maggiori alla salute siano causati dall’elevata percentuale di inquinanti in atmosfera. Come si può leggere nell’Annuario “le emissioni sono passate da 516,3 a 552,8 milioni di tonnellate di CO2 eq nel periodo 1990-2007, mentre secondo il Protocollo di Kyoto l’Italia dovrebbe riportare le proprie emissioni nel periodo 2008-2012 a livelli del 6,5% inferiori rispetto alle emissioni del 1990, ossia a 482,8 Mt CO2 eq, conseguentemente nel 2007 le emissioni di gas serra sono risultate di 70 Mt superiori a quelle dell’obiettivo di Kyoto (+14,5%).
I principali settori che contribuiscono all’incremento delle emissioni di gas serra sono il settore trasporti (+25,47 milioni di tonnellate equivalenti) il settore industrie energetiche (+20,61 milioni di tonnellate equivalenti), il settore residenziale e dei servizi (+3,71 milioni di tonnellate equivalenti), e il settore rifiuti (+0,52 milioni di tonnellate equivalenti)"

fonte: rinnovabili.it

giovedì 15 aprile 2010

Mozione ammazzaclima

Passa al Senato una mozione secondo cui non è necessario tenere conto degli impegni europei sui cambiamenti climatici, perché troppo onerosi e catastrofisti. Legambiente: «Italia in controtendenza»

“Con questa mozione, il Senato oggi ha scelto di non affrontare il problema dei cambiamenti climatici, mettendo la testa sotto la sabbia e ponendosi in controtendenza rispetto all’Europa e al resto del mondo”. Così il presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza commenta l’approvazione al Senato di una mozione secondo cui non è necessario tenere conto degli impegni europei sui cambiamenti climatici, perché troppo onerosi, catastrofisti e penalizzanti per il Paese .

“Mentre a livello internazionale, ormai, si è preso atto dei cambiamenti climatici e della necessità di combatterli con misure concrete e immediate, nel nostro Paese si sceglie di ignorare il problema per paura di affrontarlo – ha aggiunto Cogliati Dezza. Non solo la mozione votata oggi costituisce un grave atto di irresponsabilità politica, ma ridicolizza l’Italia a livello internazionale. Dopo aver sottoscritto e firmato gli impegni mondiali sul clima, la maggioranza ne nega il valore, dichiarandoli catastrofisti e penalizzanti. Una vera e propria figuraccia internazionale e un incongruente passo indietro per l’Italia che non potrà rimanere al passo degli altri Paesi industrializzati, già da tempo impegnati su efficienza energetica e fonti rinnovabili, oggi divenuti punti di forza e non deterrenti per quelle economie”

fonte: lanuovaecologia.it

Per le forza armate Usa, siamo in vista del picco

Già nel 2015 il petrolio sarà troppo scarso rispetto al fabbisogno mondiale. Per quell’anno ne mancheranno fino a 10 milioni di barili al giorno, con pesanti conseguenze sulla crescita economica e sull’equilibrio geopolitico mondiale. Una previsione tra le più pessimistiche rispetto al problema della futura carenza di petrolio che fa rumore soprattutto per il soggetto che l'ha comunicato: è la visione delle forze armate americane, in particolare dell'American Joint Forces Command, contenuta in un report fresco di pubblicazione (vedi allegato, da pagina 24)

Si legge nel documento che “dal 2012 il surplus di produzione del petrolio potrebbe scomparire e già dal 2015 potrebbero mancare fino a 10 milioni di barili al giorno”. Le conseguenze? “Sicuramente ciò ridurrà le prospettive di crescita sia nel mondo sviluppato che nei paesi in via di sviluppo. Questo rallentamento economico esaspererà altre tensioni irrisolte, spingendo le nazioni più fragili verso il collasso e potrà avere effetti seri anche su Cina e India”.

Cosa significherà sul piano militare? “La presenza di ‘civili’ cinesi a guardia degli oleodotti in Sudan per proteggere i propri approvvigionamenti di petrolio fa immaginare un futuro in cui altri Stati interverranno in Africa per proteggere le risorse sempre più scarse. Enormi le implicazioni per futuri conflitti nel caso che la produzione non tenga il passo con la domanda e gli Stati debbano assicurarsi militarmente l’accesso a risorse scarse”.

I dati da cui partono i militari Usa sono quelli già noti dell’International Energy Agency, che solo in questi ultimi due anni hanno iniziato ad evidenziare la probabile futura crisi energetica. Dati allarmanti, ma resta il sospetto che siano stati “addolciti” per non creare il panico finanziario (Qualenergia.it, Petrolio al 2030 e dati gonfiati dell'IEA ).
Al 2030, è la base di partenza dell’analisi dell’esercito americano, si prevede un aumento della domanda di energia del 50%, dagli attuali 86 milioni di barili al giorno per il petrolio si arriverà ad un fabbisogno fino a 118 milioni. Ma per soddisfarlo la produzione dovrebbe crescere “dell’equivalente di un Arabia Saudita ogni 7 anni”. Da qui al 2030, il mondo dovrà trovare altri 1,4 miliardi di barili all'anno.

“Il ritmo di nuove scoperte degli scorsi due decenni (escluso forse il Brasile) – commentano i militari - lascia poco spazio all'ottimismo di chi pensa che in futuro si troveranno nuovi giacimenti.” E oltre al problema delle riserve, c’è quello, collegato, degli investimenti: nei prossimi anni peserà “una carenza di piattaforme di trivellazione e capacità di esplorazione e raffinazione. Anche se uno sforzo concertato iniziasse oggi ci vorrebbero almeno 10 anni prima che la produzione riprenda il passo con l’aumento della domanda.”

“Al momento, gli investimenti stanno appena aumentando, con il risultato che la produzione raggiungerà un prolungato plateau. (...) Nel 2012, la produzione in eccesso sparirà completamente, e nel 2015 mancherà un 10% di output per soddisfare la domanda.” Tra 3 anni, dunque, non in un futuro non specificato. Nella previsione dell’esercito Usa che, si specifica, non vuole rappresentare in alcun modo la posizione ufficiale del governo, il problema della scarsità del petrolio è molto più serio e incombente che negli scenari dipinti dalla politica che non sembra nemmeno considerare questa eventualità

fonte: qualenergia.it
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Passatempo Preistorico

Moonstone Madness

Pronti a partire, pronti per distruggere tutto? Bene, allora fate un salto indietro nell'era preistorica e immergetevi in questa nuova avventura dal gusto tribale. A bordo del vostro cinghiale dovrete raccogliere le gemme preziose necessarie per passare alle missioni successive, saltando gli ostacoli se non volete perdere il vostro bottino e distruggendo i totem a testate per conquistare altre gemme utili. Inoltre, una magica piuma vi catapulterà verso il cielo dove punti e gemme preziose sono presenti in gran quantità, per cui approfittatene! cercate di completare la missione entro il tempo limite, utilizzando le FRECCE direzionali per muovervi, abbassarvi e saltare, e la SPACEBAR per prendere a testate i totem.

Change.org|Start Petition

Blog Action Day 2009

24 October 2009 INTERNATIONAL DAY OF CLIMATE ACTION

Parco Sempione - Ecopass 2008