venerdì 26 febbraio 2010

Corsa contro il tempo sul Po Il fiume ferito dall'onda nera

"L'hanno fatto apposta a perder tempo, così c'è da spendere un bel pacco di milioni. Bastava bloccare le fogne col cemento, lassù a Villasanta, bastava. Cemento rapido, ostia. Adesso, ciao". Il padrone della trattoria Po ("gnocco fritto e culatello lunedì mercoledì e sabato") è un omino magro, che saltella per l'incazzatura come il cabarettista Cevoli. Pattuglie di pensionati armati di bicicletta sorvegliano dal piazzale. Il fiume puzza e luccica di olio. I vecchi hanno sempre da ridire, si sa. Ma stavolta hanno ragione: s'è perso troppo tempo. Ora si corre dietro la chiazza oleosa, lunga forse 40 chilometri, cercando di fermarla. Spugnandola coi salsicciotti galleggianti. Deviandola con le paratie di plastica.

Eppure Guido Bertolaso, dopo aver sorvolato il fiume, quando arriva in prefettura a Piacenza si mostra ottimista: "Ce la faremo, state tranquilli. Credo che non sia una situazione irreparabile. Credo che nelle prossime 24 ore la gran parte di questa massa oleosa sarà recuperata. Poi, seguendo il corso del fiume, prima che arrivi a Ferrara e prima che arrivi al Delta, saremo in grado di recuperare tutto il resto". Tranquilli: è una parola. Bertolaso accenna vagamente al fatto che, nelle prime ore, la situazione è stata in mano agli enti locali. Tradotto in italiano, è quel che dicono i vecchi col berretto a visiera davanti alla trattoria: s'è perso un sacco di tempo. Più su, al ponte provvisorio di Piacenza, accanto a quello tirato giù dalla piena un anno fa, c'è un livornese indaffaratissimo: "Noo, me lo devi portà, amore. Non lo devi lascià lì, ciccio". Riccardo Figaro, si chiama, della ditta Labromare specializzata in bonifiche ambientali: "Cerchiamo di mettere degli sbarramenti. A monte c'è un continuo rilascio di materiale inquinante". Vuol dire che dal Lambro continua a scendere schifezza in Po, che lo sbarramento della centrale di San Zenone non ce l'ha fatta, e anche che gli stessi tentativi di fermare la massa oleosa non fermano granché. Qui lavorano militari del genio di Piacenza, funzionari della Protezione civile emiliana, ditte di spurghi, vigili urbani. Un grande andirivieni, guardando la corrente che fila via veloce.

Per ora (sono le tre del pomeriggio) hanno solo tirato un cordone di "panne" galleggianti a proteggere la riva. Sono salsicciotti di plastica spugnosa, che assorbono l'olio. Per piazzare le "panne" rigide, invece, sono guai. La corrente è forte, un primo tentativo è fallito. Ora ci riprovano, studiando dove ancorare i cavi d'acciaio. "Fare una barriera da sponda a sponda è impossibile, il fiume se la porterebbe via". I pannelli rossi e neri sono pronti. "Si mettono in fila - spiega Figaro - E poi si adagiano sull'acqua degli skimmer, che sono dei separatori di olio, e si aspira". Passa il tempo, il fiume corre, la chiazza scende a valle. Ancora ci si deve mettere d'accordo su quanto gasolio (o nafta, oppure olio combustibile, oppure residui di scarto) sia finito nel Lambro. C'è chi dice 8 mila metri cubi. Chi 3.500. Antonio Monni, della Protezione civile emiliana, dice: "Dei circa 5 mila metri cubi di materiale ne abbiamo già recuperati mille". E si dovrà anche trovare un posto dove stoccarli, fra l'altro, sono sostanze a smaltimento controllatissimo. Anche se, pure stavolta, Bertolaso comunica che si dovrà fare "in deroga". E da Roma il ministro Prestigiacomo parla di "attentato alla salute dei cittadini e all'ambiente". Un "atto doloso" per il quale già lunedì il Consiglio dei Ministri potrebbe decidere lo stato di emergenza "stanziando somme ingenti". Da parte sua la procura indaga sul sottobosco degli appalti. Nella zona dalla quale qualcuno ha fatto fuoriuscire il petrolio dovrebbero infatti essere realizzati quasi 200mila metri quadri di superfici, piste ciclabili ed edifici eco-sostenibili.

Per il momento si lotta contro l'onda nera. Lo sbarramento più serio è poco più giù di San Nazzaro, a Isola Serafini dove c'è la grande centrale idroelettrica. La gran parte della portata del Po finisce alla diga, e un braccio minore sul lato destro finisce in una conca. Nella notte i militari del 2° Genio pontieri di Piacenza hanno fatto quel che potevano: "Lavoriamo da ieri pomeriggio - dice il tenente Pace - E dopo qualche tentativo siamo riusciti a tirare una barriera di panne da una riva all'altra". La barriera di spugne, ormai nere per l'olio che hanno assorbito, è all'altezza del ponte di San Nazzaro. I genieri sono una quarantina, hanno lavorato fino a mezzanotte alla luce delle fotoelettriche. Ma quando la prima barriera di spugne è stata posata, l'onda grossa dell'olio era arrivata da tempo. Spessa anche 15 centimetri, una massa enorme. E qui sulle rive c'è chi bestemmia contro l'Enel, accusata di aver chiuso solo con grande ritardo le condotte superficiali della diga.

Ora l'Enel diffonde comunicati sulla task force di tecnici che ha impegnato nei soccorsi. Di sicuro c'è che, dal ponte fino alla diga di Isola Serafini, il fiume fa veramente pena. C'è una puzza tremenda, contro la riva ondeggia una poltiglia nera unta. C'è una fila di casotti e di barche da pesca, quelle col fondo piatto. Una delle barche si chiama Va Gina, ma il senso dell'umorismo dei fiumaroli oggi è spento: "Ce l'hanno assassinato, il fiume - dice un vecchio col berrettino Grana Padano, che è venuto a controllare la sua rete a bilancia - E chissà quanto tempo ci metteremo per tornare a pescare. E me, poi, di tempo non ne avanza tanto". I genieri con le loro motobarche stanno trainando in mezzo al fiume una paratia rigida gialla: "Abbiamo visto che la porcheria è tutta verso questa riva - spiega Morandi della Protezione civile di Ferrara - Così proviamo a deviarla verso il braccio morto, quello a destra che porta alla conca". Ormai sta venendo buio, la corsa della porcheria continua, e l'inseguimento tardivo pure. "Domani vedremo dove è arrivata"

fonte: repubblica.it

Le barriere al piccolo idroelettrico

Secondo la European Small Hydropower Association (Esha) in Europa si ha un potenziale di produzione da mini-idro di 68 TWh annui, che potrebbe dare un considerevole contributo all’obiettivo UE del 2020. Se l’idroelettrico è storicamente in Europa la tecnologia rinnovabile più diffusa, quasi tutto lo sviluppo futuro di questa si giocherà sul piccolo e sul mini-idro, cioè su quegli impianti di taglie inferiori ai 3 MW. Grazie all’evoluzione della tecnologia, infatti, ora si possono sfruttare anche le cosiddette risorse marginali (ad esempio integrando gli impianti in acquedotti, canali o depuratori) e con impatti ambientali spesso molto limitati.

Ma il piccolo idroelettrico non sta crescendo quanto potrebbe. Nonostante una produzione di 41mila GWh (grazie a una capacità di 13mila MW, di cui il 90% installati in 6 paesi, soprattutto Italia, Francia, Spagna, Germania, Austria a Svezia) in molti Paesi europei - spiega l’ultimo rapporto Esha (pdf) - sta vivendo un momento "più di sopravvivenza che di sviluppo". I problemi: un parco impianti piuttosto datato e un sistema normativo che complica la realizzazione di nuovi progetti.

Tra i paesi in cui il mini-idro registra una frenata c’è anche il nostro. L’ultimo inciampo è arrivato pochi giorni fa con la sentenza del Consiglio di Stato che annulla definitivamente una delibera dell’Autorità per l'Energia e il Gas (Aeeg Arg/elt 109/08) che conteneva la revisione dei prezzi minimi garantiti per questa fonte, la prima tra le rinnovabili per cui erano stati differenziati.

Tutto era partito con il ricorso al TAR da parte di un’associazione dei consumatori (la Casa del consumatore, legata all’area del centrodestra) contro la delibera dell'Autorità: i prezzi minimi garantiti per gli impianti idroelettrici di potenza fino a 1 MW (nel 2008 pari a 136 €/MWh per i primi 250 MWh anziché 98 come le altre fonti) avrebbero pesato troppo sulle bollette degli utenti (“solo 0,00006 €/kWh a consumatore”, ribatte l'Autorità). Prima il Tar Lombardia e poi il Consiglio di Stato hanno dato ragione ai consumatori, annullando la delibera. Risultato: i piccoli produttori idroelettrici (con potenze fino a 1 MW) dovranno restituire al GSE (Gestore Servizi Energetici) parte dei ricavi per la cessione dell'energia fatturati tra il 1° gennaio 2008 e il 30 giugno 2009, con il rischio di chiudere il bilancio 2010 in rosso.

Di questa vicenda, di potenzialità e barriere del piccolo idroelettrico abbiamo parlato con Sara Gollessi, responsabile del settore idroelettrico di Aper, l’Associazione dei Produttori di Energia da fonti Rinnovabili. “La sentenza del Tar Lombardia, cui è seguita quella del Consiglio di Stato, non è entrata nel merito delle questioni tecniche per stabilire se la tariffa fosse adeguata ai costi di produzione e manutenzione, ma ha stralciato la delibera per un supposto difetto di istruttoria in quanto i dati utilizzati erano stati forniti dai produttori stessi".

Di quali incentivi gode il mini-idro al momento?
I prezzi minimi garantiti non sono un incentivo, perché coprono solamente i maggiori costi di gestione dei piccoli impianti. Assieme al ritiro dedicato si può accedere pertanto al sistema dei certificati verdi. Gli impianti sotto il MW entrati in funzione dopo il 1° gennaio 2008 possono invece accedere alla cosiddetta tariffa omnicomprensiva: 220 €/MWh riconosciuta per i primi 15 anni.

Quali sono gli ambiti a cui possono essere applicati impianti per taglie piccole o piccolissime? La tecnologia recente ne ha creati di nuovi?
Impianti dai 60-70 kW ai 3-400 kW possono essere installati nelle condutture dei piccoli acquedotti di montagna, mentre le taglie attorno ad 1 MW sono adatte per la rete di canali irrigui. Grazie agli sviluppi tecnologici ora si riescono a sfruttare salti molto bassi anche di un paio di metri; le applicazioni sono possibili in molti: gli acquedotti e i canali d’irrigazione, appunto, le condotte in entrata o in uscita dagli impianti di depurazione o i sistemi di raffreddamento delle centrali termoelettriche.

Dal punto di vista economico quanto sono redditizi i piccoli impianti?
I costi e i tempi di ritorno dell’investimento variano molto da caso a caso, soprattutto in base alla necessità o meno di opere di ingegneria civile, ma anche il processo autorizzativo ha il suo peso. Il caso più semplice è un impianto su acquedotto per il quale possiamo ipotizzare un rientro dell’investimento di 5-8 anni.

Quali sono i vantaggi del mini-idro rispetto alle altre rinnovabili e che contributo potrà dare all’obiettivo rinnovabili 2020?
Il vantaggio principale di questa fonte è il fatto di produrre energia in maniera programmabile (impianti medio-grandi) e flessibile per adeguarsi alle richieste della rete. Nel guardare al potenziale dell’idroelettrico per l’obiettivo 2020 bisogna considerare che la produzione dei grandi impianti calerà per via dell’invecchiamento degli impianti e della normativa sul deflusso minimo vitale delle acque. Si potrà realizzare qualche altro impianto di medie dimensioni (10-15 MW), ma il grosso del potenziale verrà dal mini. Il position paper governativo del 2007 parla della possibilità di installare entro il 2020 circa 3mila nuovi MW di potenza idroelettrica - arrivando ad un totale di 20mila - quasi tutta su taglie piccole. Alla luce delle difficoltà che ci sono soprattutto negli iter autorizzativi è però realistico abbassare la stima: forse altri 1.000-2.000 MW da qui al 2020.

Mi pare di capire che gli iter autorizzativi siano uno degli ostacoli maggiori che il mini idro incontra. Cosa c’è che non va e come si potrebbe migliorare?
Bisognerebbe snellire la procedura, specialmente per impianti piccoli e molto piccoli, come quelli installati su canali irrigui e acquedotti, che per loro natura hanno impatti ambientali molto ridotti. È stato fatto ad esempio dalla Regione Lombardia, che ha escluso dalla valutazione di impatto ambientale impianti su acquedotto, canale irriguo o deflusso minimo vitale (l’acqua che proviene da altri impianti, ndr). Un altro problema è la concessione di derivazione delle acque, che viene assegnata ancora in base ad un Regio Decreto del 1933 ed è rilasciata in alcuni casi a livello regionale e in altri a livello provinciale, con grande disomogeneità e confusione. Spesso gli enti locali hanno difficoltà a scegliere con criteri univoci e competenza tra i progetti alternativi in concorrenza tra loro: i tempi vengono così ulteriormente prolungati da contenziosi legali tra i concorrenti. Occorrerebbe stabilire dei criteri chiari e quantificabili per scegliere tra una concessione e l’altra in modo che sia più facile dirimere eventuali contenziosi legali.

fonte: qualenergia.it

Quasi tutti i capoluoghi aderiscono: la domenica 28 febbraio nel Nord Italia. Le ordinanze

“Il blocco del traffico non è una misura che strutturalmente può contrastare l'inquinamento, ma è importante farlo in modo coordinato su una vasta area”. Questa la convinzione di Sergio Chiamparino sindaco di Torino e presidente dell'Anci al termine del vertice di venerdì scorso a Milano in cui un'ottantina di comuni del Nord Italia hanno deciso di chiudere per un giorno domenica 28 febbraio la circolazione alle auto come primo intervento condiviso tra le amministrazioni locali per combattere lo smog.

L'adesione al blocco del traffico è arrivata dalla maggior parte dei comuni capoluogo del Nord Italia (con l'importante eccezione di Verona) e, in ordine sparso, da diversi comuni di medie e piccole dimensioni.

Ecco una panoramica delle città aderenti alla domenica senz'auto del 28 febbraio:

Piemonte: Torino (dalle 10 alle 18), Alessandria (dalle 10 alle 18), Asti (dalle 10 alle 17), Biella (dalle 9 alle 17), Cuneo (dalle 10 alle 18), Novara (dalle 10 alle 18), Verbania (dalle 10 alle 18), Vercelli (dalle 10 alle 18), Beinasco (dalle 10 alle 18), Busischio, Collegno (dalle 10 alle 18), Grugliasco (dalle 10 alle 18), Ivrea (dalle 10 alle 18), Moncalieri (dalle 10 alle 18), Nichelino (dalle 10 alle 18), Novi Ligure, Ovada, Pinerolo (dalle 10 alle 18), Rivoli (dalle 10 alle 18), San Mauro (dalle 10 alle 18), San Pietro Mosezzo;

Lombardia: Milano, Bergamo (dalle 10 alle 17), Brescia (e 19 Comuni su 21 dell'area critica bresciana, dalle 10 alle 18), Lecco (dalle 9 alle 18), Lodi (dalle 10 alle 18), Mantova, Monza (dalle 10 alle 18), Sondrio, Varese (dalle 10 alle 18), Alzano Lombardo, Azzano San Paolo, Brembate, Bresso, Castenedolo, Cinisello Balsamo (dalle 10 alle 18), Concesio, Cormano (dalle 10 alle 18), Curno, Dairago, Filago, Lissone, Melgrate, Nembro, Pare', Ponte San Pietro, San Paolo D’Argon, Sesto San Giovanni, Settimo Milanese, Spino D'Adda, Stradella, Torre Boldone, Treviolo, Valmadrera, Verdellino, Vigevano, Villasanta;

Veneto: Venezia (dalle 10 alle 17), Vicenza (dalle 9 alle 18), Belluno, Padova (dalle 10 alle 18), Treviso (dalle 9 alle 18), Rovigo (dalle 9,30 alle 12 e dalle 15,30 alle 18);

Emilia Romagna: Bologna (dalle 10 alle 18), Cesena (dalle 8,30 alle 18,30), Ferrara (dalle 9,00 alle 12,00 e dalle 14,00 alle 18,00), Forlì (dalle 8,30 alle 18,30), Modena (dalle 8,30 alle 18,30), Piacenza (dalle 9 alle 17), Parma, Ravenna (dalle 8,30 alle 18,30), Reggio Emilia (dalle 8,30 alle 18,30), Carpi (dalle 8,30 alle 18,30)

Trentino Alto Adige: Trento (dalle 10 alle 18)

Friuli Venezia Giulia: Gorizia, Pordenone, Udine, Pasian di Prato, Pozzuolo, Tavagnacco;

Città che aderiscono alla domenica a piedi del 28 febbraio ma non bloccano la circolazione: Genova, Pavia, Verona, Verbania, Guarene, Vinchio, Romano Canavese, Chieri

fonte: ecodallecitta.it

Provvedimenti antismog in Sicilia


PALERMO
Blocchi permanenti orari durata

All'interno del territorio comunale (scarica la mappa)
Circolazione a targhe alterne per i veicoli Euro 0, 1, 2 e 3.
Nei giorni dispari del calendario potranno circolare veicoli con ultimo numero di targa dispari
nei giorni pari quelli con ultimo numero di targa pari.

dal lunedì al venerdì
dalle9.30 alle 18.30
permanente

All'interno del territorio comunale (scarica la mappa)
Divieto di circolazione per i veicoli Euro 0, 1, 2 e 3.

dal lunedì al venerdì
dalle 8 alle 9.30 e dalle 18.30 alle 20.30
permanente
Misure emergenziali orari durata
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Approfondimenti:
A Palermo è in vigore una Zona a Traffico Limitato. Maggiori informazioni


AGRIGENTO
Blocchi permanenti orari durata

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Misure emergenziali orari durata
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Approfondimenti:
Ad Agrigento è in vigore una Zona a Traffico Limitato. Maggiori informazioni


CALTANISSETTA
Blocchi permanenti orari durata

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Misure emergenziali orari durata
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Approfondimenti:
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CATANIA
Blocchi permanenti orari durata

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Misure emergenziali orari durata
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Approfondimenti:
A Catania è in vigore una Zona a Traffico Limitato. Maggiori informazioni


ENNA
Blocchi permanenti orari durata

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Misure emergenziali orari durata
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Approfondimenti:
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MESSINA
Blocchi permanenti orari durata

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Misure emergenziali orari durata
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Approfondimenti:
A Messina è in vigore una Zona a Traffico Limitato. Maggiori informazioni


RAGUSA
Blocchi permanenti orari durata

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Misure emergenziali orari durata
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Approfondimenti:
A Ragusa è in vigore una Zona a Traffico Limitato. Maggiori informazioni. Numero verde Zona Traffico Limitato 800.154565


SIRACUSA
Blocchi permanenti orari durata

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Misure emergenziali orari durata
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Approfondimenti:
A Siracusa è in vigore una Zona a Traffico Limitato. Maggiori informazioni


TRAPANI
Blocchi permanenti orari durata

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Misure emergenziali orari durata
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Approfondimenti:
A Trapani è in vigore una Zona a Traffico Limitato. Maggiori informazioni

fonte: ecodallecittà.it

I prezzi delle commodities non frenano il mercato degli imballaggi

Ieri il Sole 24 ore lanciava l'allarme perché i prezzi delle materie prime stanno spiccando il volo e dopo i segnali arrivati nelle settimane scorse sul petrolio (vedi articoli di greenreport), adesso è la volta dei derivati dell'oro nero, ovvero del settore della trasformazione della gomma plastica, che in Italia conta 130mila addetti e un fatturato intorno ai 18 miliardi. L'aumento dell'uno insomma si riflette sull'aumento di prezzo dell'altro e questo poi si scarica sugli imballaggi e sui prodotti destinati ai consumatori finali.

E' difficile districarsi in un mercato come quello delle commodities, eppure questo è l'unico modo per interpretare l'andamento economico e prepararsi a cosa accadrà nell'immediato futuro. Il direttore generale della federazione della gomma plastica, Angelo Bonsignori, spiega che sono previsti aumenti del 70-100% dei prezzi entro febbraio, e un ulteriore aumento simile anche a marzo.

In questo caso ad esempio la federazione interviene come a giustificarsi del fatto che non potrà che scaricare a valle questi aumenti: e per valle si intende il mercato degli imballaggi: il 45% delle materie acquistate per la trasformazione della gomma plastica - spiega ancora Bonsignori- è destinata a confezionare imballaggi (mentre il resto va alla componentistica auto e all'edilizia). «Il settore - precisa - in particolare quello dell'imballaggio che quantitativamente è il nostro primo mercato di sbocco, sta finalmente decollando. Questo stillicidio di aumenti sta minacciando la redditività del settore».

Visto dal nostro punto di vista, uno scenario del genere non dovrebbe essere troppo negativo, dato che un alto costo delle materie prime potrebbe (dovrebbe!) in teoria (ma non è così, il perché lo spieghiamo tra poco) invogliare i produttori di imballaggi a cercare alternative, come per esempio le materie prime seconde, che proprio a causa della crisi globale 2008-2009 avevano perso competitività rispetto alle materie prime. Certo, ancora una volta si lascerebbe fare al mercato e alle sue oscillazioni, mentre sarebbe opportuno che a livello politico si indicasse la via più sostenibile ambientalmente e socialmente (in termine di stabilità del mercato).

In realtà ovviamente la situazione è ben più complessa, prima di tutto perché un produttore di imballaggi potrebbe piuttosto cercare il risparmio tagliando il capitale umano (operazione spesso più facile che investire in innovazione e appunto in tecnologie in grado di sfruttare le potenzialità delle materie prime seconde), e poi perché il mercato delle commodities appare sempre più a rischio di speculazioni. Inoltre, a complicare la situazione c'è proprio la natura della seconda vita delle materie riciclate. Proprio sulla plastica, ad esempio, quasi nulla di ciò che è raccolto in modo differenziato come imballaggio ritorna ad essere lo stesso prodotto: il poco che viene riciclato deve scalzare dal mercato altri prodotti, come il legno ad esempio - se si parla di arredamenti per esterni- oppure il pile o altro ancora. E' proprio qui la divaricazione e ciò che sembrerebbe all'apparenza una situazione vantaggiosa, in realtà è una ulteriore mazzata alla possibilità di collocare prodotti riciclati sul mercato.

Infine, e per tornare alla fonte di tutto, checché ne dicano petrolieri e petroliferi, se a fronte di consumi ristagnanti che comunque nell'aria Ocse non torneranno mai più ai livelli del 2007 (da quasi tutti considerato ormai un tipping point), aumenta la domanda e si impennano i prezzi, mentre le lavorazioni rimangono al 77% della capacità, probabilmente qualche problema c'è, a partire dalla disponibilità reale della materia prima. E non è un caso quindi se per esempio la "guerra della Falkland" è riscoppiata proprio ora e non nel 2007.

fonte: greenreport.it

La centrale elettrica del futuro? Va a vodka e s’istalla nel cortile di casa

Ci sono usi migliori per la vodka, sostiene il vice presidente della sezione marketing di Bloom Energy, ma la tecnologia messa a punto dalla società e svelata in questi giorni potrebbe funzionare anche con la bevanda numero uno della Russia. La compagnia, fondata da un ex scienziato della NASA, ha realizzato quella che si potrebbe definire una mini-centrale elettrica in miniatura o, come viene appellata, “in scatola” per via delle ridotte dimensioni e della elevata potenza. Battezzato con il nome di Bloom Energy Server, il sistema impiega fuel cell ad ossidi solidi che impiegano semplice biossido di silicio, o in altre parole sabbia al posto dei metalli preziosi solitamente richiesti dalle pile a combustibile, e piastre in ceramica rivestite da particolari inchiostri su cui vige però il totale riservo. Caratteristica ancor più interessante il dispositivo è in grado di funzionare con “qualsiasi” combustibile, dall’idrogeno al biogas fino all’etanolo prodotto a partire dall’erba o dal letame. E anche alimentato con un combustibile fossile, sostiene la società, il sistema risulta circa il 67% più pulito di una tipica centrale elettrica a carbone. Dalle dimensioni approssimative di un pick up e la potenza di circa 100 kW è in grado di produrre energia sufficiente a soddisfare le esigenze di circa 100 abitazioni medie negli Stati Uniti. Per ottenere tutto ciò KR Sridhar, co-fondatore della società e ora anche amministratore delegato, ha impiegato circa dieci anni; i primi test sono stati svolti in gran segreto da grosse compagnie quali Google, Coca-Cola, eBay, Bank of America. Il progetto ha già guadagnato sponsor prestigiosi come il governatore della California Arnold Schwarzenegger ed un investimento totale di 400 milioni di dollari. Ogni ‘centrale in scatola’ ha, per ora, un costo di produzione dell’energia di circa 8 centesimi di dollaro per KW/h e un prezzo tra i 700.000 e gli 800.000 dollari nonostante l’intento della società sia quello di riuscire a realizzare nei prossimi anni unità “consumer” per le abitazioni residenziali del costo di circa 3000 dollari.

fonte: rinnovabili.it

Il presagio delle carriole

Il rincorrersi delle Agenzie su un problema che sta per diventare esplosivo e che in periodi ancora non sospetti abbiamo da queste pagine definito ”gravissimo e alla base di qualsiasi azione seria di ricostruzione”, credo imponga alcune riflessioni.
La decantata efficienza del dopo terremoto, intesa come indubbia capacità dello Stato a fornire soluzioni dignitose per il ricovero dei senzatetto, non è stata evidentemente affiancata da una contemporanea azione di ricostruzione. Anzi possiamo dire, senza timore di retorica, che la ricostruzione dell’Aquila, dopo undici mesi, non è ancora neanche iniziata. E questo lo si deduce da una realtà inconfutabile e sotto gli occhi di tutti: i 3 milioni di metri cubi di macerie giacciono quasi integralmente ancora a terra in un’icona drammatica che ha bloccato il tempo e la percezione di quel luogo a quel maledetto 6 aprile.
Ma se non si libera il territorio come potrebbe iniziare il già complesso processo di ricostruzione? Questa è una domanda ovvia come ovvie sono le crescenti proteste degli aquilani che iniziano a rendersi conto della situazione, con la disperazione propria di chi vive in prima persona un dramma come un terremoto. Ma allora di chi è la colpa? Su chi intervenire per far sbloccare questa paradossale situazione? Entrare nel merito del rimpallamento delle responsabilità, tra rimozione e reperimento delle aree, tra Protezione Civile, Regione, Provincia e Comune, diventa un viaggio virtuale nella burocratilandia doc, tipica del nostro Bel Paese. Ma il problema, a questo punto, non è capire chi deve agire, ma come. Manca un progetto unitario che parta dalla soluzione della rimozione e smaltimento delle macerie fino alle regole certe della ricostruzione. Mancano idee, soluzioni, obiettivi che possano tracciare un percorso preciso da intraprendere immediatamente. La paura dei decisori di sbagliare o di esporsi, problema comprensibile in una situazione complessa come questa, ma non giustificabile, sta incartando ulteriormente questa città in uno stallo che ha dell’inverosimile. Nel frattempo sono stati a più riprese lanciati dal prefetto dell’Aquila Franco Gabrielli gli allarmi sul pericolo di infiltrazioni mafiose sul business milionario del trattamento delle macerie.
Insomma le macerie appaiono drammaticamente il problema della ricostruzione.

Ma se invece considerassimo le macerie, anziché un problema irrisolvibile, un’opportunità per la rinascita dal terremoto? E dire che indicazioni tecniche ben circostanziate sono uscite fuori dal seminario da noi organizzato, insieme al Comune di L’Aquila, che si è tenuto nel capoluogo abruzzese nell’ormai lontano 1 dicembre scorso “L’Aquila rinasce dalle macerie. Riciclo e rinnovabili: la ricostruzione come opportunità ambientale”. All’incontro hanno parteciparono tutte le realtà impegnate nella fase della ricostruzione: amministratori e politici locali, rappresentanti del Parlamento, Protezione Civile e Croce Rossa Italiana.

La strada indicata nel corso di quell’incontro, in cui sono intervenuti docenti di numerose università italiane oltre a tecnici che hanno maturato esperienze nell’ambito di altri terremoti del nostro paese, è quella del riciclo delle macerie come alternativa alla discarica.
Sono infatti già disponibili tecnologie che consentono di recuperare porzioni notevoli di detriti edilizi e di utilizzarli, attraverso specifiche lavorazioni, per contribuire, con importanti percentuali, alla costruzione di infrastrutture ed edifici. Questo approccio presenta evidenti potenzialità non solo ambientali, risparmio energetico e risparmio della risorsa di estrazione in cava, ma anche di ordine territoriale, difficoltà a reperire discariche nel territorio, di ordine economico, risparmio di circa il 50% rispetto al corrispettivo materiale estratto in cava, e, come accennato, di ordine pubblico: allarme infiltrazioni malavitose nel settore degli smaltimenti.
Il riciclo delle macerie, infatti, può avere interessanti ricadute sia perché riduce il fabbisogno di materie prime, sia perché, nel processo di riciclo, il bilancio energetico risulta particolarmente conveniente rispetto a quello di estrazione da cava. La fase di produzione dell’aggregato non presenta grandi difformità rispetto a quello necessario, tramite frantumazione, per l’ottenimento di inerti naturali da blocchi lapidei provenienti da attività estrattiva. Inoltre offre un notevole risparmio economico ed un beneficio ambientale, a parità di caratteristiche prestazionali del materiale. Operando un confronto, in termini di energia impiegata (energia inglobata) tra le lavorazioni necessarie al processo di recupero e riciclo del rifiuto edile e quelle legate alla produzione dello stesso materiale proveniente da attività estrattiva, è possibile dedurre che il consumo energetico necessario al riciclo è pari a circa un quarto rispetto a quello del prodotto estratto in cava.
E come più volte ho già affermato, sul territorio aquilano si trova un enorme giacimento di materiali edili a cielo aperto, giacimento situato esattamente nel luogo dove avverrà un imponente processo di ricostruzione. Questa realtà, unitamente alla maturità tecnologica del settore, ci porta ad affermare che siamo in presenza del potenziale mercato dell’usato edile più grande d’Europa.
Su queste basi, inoltre, è stata redatta la Carta per la ricostruzione di L’Aquila, firmata dal Sindaco e dalla Presidente della Provincia di L’Aquila e discussa nell’ambito della COP15 di Copenaghen, dove è stata portata all’assemblea plenaria dall’on. Salvatore Margiotta, vice-presidente della Commissione Ambiente alla Camera.
Un dramma già da tempo annunciato, quindi, anche da voci ben più autorevoli di quella di chi scrive e sta rapidamente degenerando in situazioni irreversibili. Situazioni che potrebbero finalmente generare la spinta a vincere l’attuale collasso decisionale.

fonte: rinnovabili.it

giovedì 25 febbraio 2010

Sempre più pazienti scelgono l’omeopatia

Il mercato cresce del 6%, e la fiducia è confermata di anno in anno. I dati di Omeoimprese sui fatturati dei propri associati rilevano una crescita media per il 2009 del 6%, con un picco nell'ultimo trimestre dell'anno. Segnali confermati dal Rapporto 2010 Eurispes; sono sempre di più i pazienti che si rivolgono all'omeopatia, passati in dieci anni dal 10,6% al 18,5% della popolazione italiana. L'organizzazione europea ECHAMP, che raduna i produttori europei di medicinali omeopatici e antroposofici, ha rilevato per il 2009 sino a 100 milioni di cittadini europei che scelgono di curarsi con l'omeopatia. Dal 1997 in Italia è attiva la farmacovigilanza sui medicinali omeopatici, effettuata dalle aziende produttrici e importatrici, e in 13 anni di attività non sono stati confermati effetti collaterali gravi. (casi di morte o invalidità permanente).

Nelle ultime settimane si sta assistendo a un'altalena dell'informazione, si passa infatti dalle notizie provenienti dall'Inghilterra dove un gruppo di scettici ha assunto overdose di medicinali omeopatici per dimostrare che non contengono nulla, a allarmi ingiustificati sulla presunta pericolosità
dell'omeopatia.

"In questi giorni la stampa ha ripreso l'interessante decalogo dell'Istituto Superiore della Sanità sull'uso corretto delle medicine non convenzionali, formula che comprende medicine molto diverse tra loro" afferma Fausto Panni, presidente Omeoimprese. "Nelle notizie diffuse - prosegue Panni - viene utilizzata la fonte dell'ISS per lanciare un allarme sulla pericolosità anche dell'omeopatia, quando nel documento ufficiale vengono menzionati 3 decessi in 8 anni a causa di prodotti di origine naturale. Ma occorre saper distinguere con molta attenzione i prodotti di origine naturale e i medicinali omeopatici, che per il loro metodo specifico di produzione contengono il principio attivo in quantità non tossiche e propedeutiche alla risoluzione della malattia".

Nella realtà esiste un buon corpo di evidenze cliniche. Secondo Faculty of Homeopathy Sono 134 prove randomizzate e controllate (RCT) sono state pubblicate alla fine del 2007. Di queste 59 positive, 8 negative e 67 con conclusioni non valide statisticamente. Le prove randomizzate controllate hanno dimostrato un effetto positivo dell'omeopatia nel trattamento di numerose patologie tra cui allergie, infezioni respiratorie, diarrea infantile, influenza, disturbi reumatici, vertigini, fibromialgia, osteoartriti, sinusiti, otiti acute, bronchiti, sindrome della fatica cronica e sindrome pre-mestruale. Proprio in questi giorni sono stati resi noti gli studi sui benefici delle cure omeopatiche come coadiuvanti nelle terapie oncologiche.
Studi clinici osservazionali dimostrano in modo costante che oltre il 70% dei pazienti riferiscono benefici prodotti dal trattamento omeopatico.

fonte: greenplanet.net

L'Italia immobile e corrotta... e la corsa dei lemming impolverati di cemento

Quella che sta emergendo in questi giorni dalle cronache dei giornali e in particolare dalle intercettazioni probabilmente non è una nuova Tangentopoli, è qualcosa di peggio: è un Paese smarrito che guarda sfinito ed impaurito l'orlo del precipizio politico, morale ed imprenditoriale al quale è arrivato con l'istinto ingordo di un lemming.

Dalle cronache di uno Stato piegato agli interessi gelatinosi di cricche che riescono a lucrare su emergenze e tragedie, di servitori dello Stato che servono sé stessi e di partiti politici ormai ridotti a fantasmi, occupati da lobby e camarille, emerge il volto sfigurato di un'Italia incapace di guardare al bene comune, di una classe dirigente che non ha amore per il proprio territorio e la propria gente, di una politica e di un'imprenditoria che hanno barattato la responsabilità con la rendita. Emerge un Paese bloccato, piegato su una crisi civile infinita, dall'incapacità di governare affrontando i problemi reali e ormai marcescenti, di produrre novità e che finisce quasi sempre nell'imbuto apparentemente senza fondo di scandali legati al cemento ed alle truffe fiscali, i due cancri dell'ambiente e della vita pubblica italiana, i due oggetti dei ripetuti e generosi condoni, degli scudi, delle procedure per facilitare, per saltare lacci e laccioli, ormai cosi sciolti da permettere tutto e da far diventare leggi e regolamenti come cera plasmabile a piacimento. Come? Magari con compiacenti VIA e ancor più "velocizzanti" conferenze di servizi, dove le istituzioni troppo spesso rinunciano al proprio ruolo e il privato, la grande impresa "amica" ed amichevole, non rinuncia a niente, anzi ottiene (come vediamo nel verminaio che è esploso) molto più del necessario.

Emerge uno Stato, un'Amministrazione Pubblica, una Politica sempre ben disposte a favorire quel che non si potrebbe, una concezione dell'emergenza "normalizzata", vista come possibilità di saltare le regole, di creare privilegi e dividerli tra pochi eletti.

Quella che suona strana (anche se nessuno lo dice) è l'accusa dell'ex e della nuova presidente di Confindustria alla politica di non aver fatto quel che doveva per impedire questa corruzione che rappresenta un peso sempre più insostenibile per lo Stato, la Pubblica Amministrazione, i cittadini e le imprese oneste, l'ambiente e l'innovazione di cui ha bisogno questo nostro esausto Paese. Suona strana perché se da una parte ci sono i corrotti, dall'altra ci sono i corruttori; se, a spartirsi appalti, Iva, escort e pezzi di territorio, da un lato del telefonino ci sono i politici, dall'altro capo del cellulare ci sono gli imprenditori che fanno parte del sistema, lo sostengono e lo rimpinguano, ottengono e distribuiscono benefici e favori, organizzano il banchetto e i festini ai quali partecipano, pianificano l'assalto al territorio ed alle casse dello Stato ed alle tasche dei cittadini. L'immagine angelicata dell'imprenditore eroico esce male (ma non nell'immaginario nazional-popolare televisivo che distoglie e fa distogliere lo sguardo) non solo da una crisi economica che in Italia sembra non avere genitori e colpevoli, ma anche da questa esplosione del bubbone che premeva da tempo, dove le "mani pulite" sembrano essere davvero poche.

Il non detto è che questa presunta verginità delle imprese non esiste: sono pochi i Paesi dove, come in Italia, la commistione tra politica e affari è così evidente ed esibita, fino ad arrivare al Capo del governo. Di imprenditori sono pieni i partiti di governo e di opposizione, Confindustria è da sempre filogovernativa ed intrattiene da sempre stretti rapporti con la politica (di governo e di opposizione). Oggi questa commistione emerge in tutta la sua volgare gravità, in un rapporto incestuoso che (insieme a depenalizzazioni di reati economici e ambientali gravissimi e agli attacchi alla magistratura) ha prodotto una deriva etica degli affari e ha svelato intrecci sulla pelle dei cittadini e dell'ambiente degni di qualche corrotta dittatura africana.

Un meccanismo oliato, che si ciba di impunità e di un clima politico che, soprattutto per il progressivo cedimento dell'opposizione ad un ipotetico "senso comune", ha finito per sfinire l'indignazione civile di quella metà del Paese che crede ancora che tutto questo non sia "normale"; ha trasformato in "giustizialista" chi denuncia il malaffare della malapolitica e in perseguitato (e spesso eletto a cariche amministrative e politiche) chi viene colto con le mani nel sacco, chi utilizza le istituzioni per favorire gli amici, scavalcare le regole, intascare soldi, massacrare il territorio e la legge.

L'Italia dei furbi sta mangiandosi il futuro dei nostri figli, le bellezze della nostra terra comune e sta lobotomizzando la democrazia con un progressivo scivolamento nella gelatina indigeribile di un Paese bloccato nella rendita, con il naso impolverato di cemento ed i piedi imprigionati nel calcestruzzo impoverito che la politica contribuisce a far spandere generosamente... e il Paese guarda lo spettacolo diviso tra l'inorridita consapevolezza di uno spreco senza ritorno e l'ammirata voglia di partecipare al banchetto prima che sia troppo tardi.

Quel che manca, lo abbiamo scritto altre volte su greenreport, è una diversa narrazione dell'esistente. Se si va a Sanremo credendo di entrare in sintonia con il popolo, se ci si presta alle imboscate di Porta a Porta, si fa invece parte di questo immaginifico, tranquillizzante e frantumante racconto televisivo, di questa poltiglia mediatica e provinciale che, nemmeno fossimo la Corea del Nord, ci vuole far credere che questo sia il migliore dei mondi possibile, che così vanno le cose, che la speranza sta in una raccomandazione, in un amico potente, in un seno rifatto ed in una rinoplastica, in una truffa ben gestita, in un G8 o addirittura in un provvidenziale terremoto.

In questa Italia dove i corrotti ed i corruttori scendono dal piedistallo del successo per costruirsene subito un altro poco lontano, in un altro angolo ben protetto dai soliti amici e da smemorati e comprensivi avversari, le dimissioni di Berndt Roeder, il presidente del Parlamento del Land di Amburgo, colpevole di aver chiesto ai servizi comunali addetti alla pulizia di occuparsi particolarmente delle strade nel quartiere di Gross Borstel intorno alla sua casa, sono pura fantascienza, ma è questa la politica (e l'impresa) di cui avremmo bisogno, quella che non ammette privilegi, che non può chiedere vantaggi, soprattutto per sé stessa.

fonte: greenreport.it

Ogm flop

Crollo del 12% nei terreni seminati con organismi geneticamente modificati (ogm) in Europa nel 2009: a diffondere il dato è Coldiretti che giudica il fenomeno "una storica inversione di tendenza a conferma che nel coltivare prodotti transgenici non c'è neanche convenienza economica, anche nei Paesi dove è ammesso. Per il presidente della Coldiretti Sergio Marini dall'analisi del rapporto annuale 2009 dell' "International Service for the Acquisition of Agri-biotech Applications" (Isaaa) emerge che la superficie ogm in Europa nel 2009 per la prima volta si è drasticamente ridotta da 107.719 ettari a 94.750 ettari".

Contemporaneamente al flop nelle semine, dopo il divieto posto anche in Germania nell'aprile 2009, si sono ridotti a soli sei, su ventisette, i Paesi Europei dove - sottolinea la Coldiretti - è possibile coltivare il mais Bt geneticamente modificato, l'unico presente nel Vecchio Continente. Le sei nazioni che hanno coltivato mais Bt in ordine di grandezza della superficie coltivata sono Spagna (80% del totale), Repubblica Ceca, Portogallo, Romania, Polonia e Slovacchia. Cali si sono verificati in Spagna (-4%), in Repubblica Ceca, Romania e Slovacchia, la Polonia - precisa la Coldiretti - ha mantenuto la stessa superficie coltivata, mentre solo per il Portogallo è aumentata.
A dodici anni dalla loro introduzione in Europa, osserva Coldiretti, le coltivazioni biotech sono già in calo e rappresentano molto meno dell'uno per cento del totale perché, di fatto, non sono riuscite a trovare un mercato, vista la persistente contrarietà dei consumatori ad acquistare prodotti geneticamente modificati. Una contrarietà giustificata - continua la Coldiretti - dai crescenti dubbi sul piano sanitario e ambientale che nel corso del 2009 hanno portato il governo tedesco a vietare il mais Mon 810 (che alcuni vorrebbero seminare in Italia) a seguito di nuove acquisizioni circa gli effetti negativi sull'apparato intestinale, sugli organismi del terreno e sulla dispersione del polline, con contaminazioni derivanti dalla impollinazione incrociata tra coltivazioni transgeniche e non.

fonte: lanuovaecologia.it

Lambro, l'onda nera arriva nel Po Si indaga per disastro ambientale

L’onda nera è arrivata dal Lambro al grande fiume. Le prime avanguardie si sono viste nella mattinata di ieri e verso le 16 la grande macchia scura e oleosa, -parte della gran quantità di petrolio riversata ieri dai depositi della Lombarda Petroli di Villasanta - si è presentata nel Po piacentino. Un disastro ambientale che costerà tanto denaro e che l’ambiente sta già pagando. La Lombardia, dove tanto si era investito per risanare il Lambro, chiederà lo stato di calamità, l’Emilia-Romagna ha già chiesto lo stato di emergenza, le associazioni ambientaliste e gli amministratori hanno lanciato l’allarme per tutto il corso del fiume che scorre tra le due regioni e il Veneto fino al povero Adriatico che sarà costretto a sopportare, almeno in parte, questo nuovo attacco al suo ecosistema.

La pocura di Monza ha aperto un fascicolo per disastro ambientale e fra i primi atti degli inquirenti ci sarà il sequestro dei serbatoi dell’azienda da cui sono stati sversati gli idrocarburi e dei documenti relativi allo stoccaggio dei carburanti. L’azione di Villasanta è stata condotta, secondo gli investigatori, da persone che sapevano come azionare le valvole e sapevano anche quali erano i serbatoi pieni. L’accusa è comunque a carico di ignoti: ci sarà la verifica dei nastri di videosorveglianza della ditta che potrebbero aver inquadrato gli autori del gesto anche se le speranze sono poche in quanto l’unica telecamera dell’impianto, posta sul cancello d’ingresso, è lontana dai serbatoi. "C’èstato qualche criminale che ha deciso di intervenire in maniera dolosa e vigliacca, mettendo a repentaglio un patrimonio che è di tutti. Ci deve essere una ribellione contro questi atti criminali, vanno individuati i responsabili e assicurati alla giustizia, e la giustizia contro costoro deve essere particolarmente rigorosa", ha detto Roberto Formigoni.
Gli sbarramenti in territorio lombardo hanno retto solo in parte e adesso bisogna sperare in quelli emiliani: cinque nel solo territorio piacentino a partire da Calendasco dopo una riunione in Prefettura. Mobilitati i personali di Aipo, Arpa, Protezione civile, Vigili del fuoco e anche i militari del Genio. Alle 19.15 è stata fermata l’attività della centrale Enel Green Power di Isola Serafini, nel Po piacentino, e sono state aperte le paratoie inferiori per far defluire l’acqua dal basso e trattenere così la macchia oleosa nello sbarramento. Un altro baluardo per catturare l’onda nera che è anche favorita dalla notevole portata del Po in questo periodo. A Piacenza, dove la gente ha protestato per l’allarme partito in ritardo e per l’inadeguatezza dei rimedi dalla Lombardia, l’Arpa ha rassicurato sulla situazione delle falde acquifere e sulla potabilità dell’acqua che arriva dai rubinetti, ma è stato vietato il prelievo dell’acqua dal fiume. Immancabile la polemica politica.
"Denunciamo con profondo sdegno che il Parlamento, il 2 febbraio 2010, ha approvato una legge che depenalizza il reato di scarico industriale nelle acque. In pratica chi scaricherà inquinanti oltre i limiti consentiti dalla legge se la caverà semplicemente con una multa che va da 3.000 a 30.000 euro", ha accusato il presidente nazionale dei Verdi, Angelo Bonelli. "È vergognoso l’attacco dei Verdi su una presunta depenalizzazione degli scarichi industriali che sarebbe stata attuata dal governo. In un momento in cui la Pianura Padana è in piena emergenza inquinamento queste accuse hanno il sapore indegno di una speculazione su una tragedia ambientale - ha risposto il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo -. Ciò che il governo ha fatto è un chiarimento su una norma la cui interpretazione era stata oggetto di controversie. Le pene per gli inquinatori nell’ articolo in questione erano e restano l’arresto fino a due anni e l’ammenda da 3.000 a 30.000 euro"

fonte: lanuovaecologia.it

Il fotovoltaico cilindrico arriva in Italia

Sbarcano anche in Italia i moduli fotovoltaici Solyndra, la tecnologia specificatamente progettata per ottimizzare le prestazioni dei sistemi fotovoltaici su tetti commerciali. Le coperture in questione sono quelle di due centri commerciali della catena piemontese Nova Coop, su cui il gruppo ha avviato la realizzazione di due impianti, rispettivamente da 200 kWp e 400 kWp, grazie alla collaborazione di Photovoltaic Systems che seguirà le fasi dell’istallazione.
Tradizionalmente, per una produzione d’energia ottimale, i moduli piatti devono essere montati con una certa inclinazione e distanziati uno dall’altro, e lasciando dunque ragionevoli spazi scoperti. La tecnologia Solyndra permette di aggirare il problema. Gli impianti in questione impiegano moduli cilindrici con una superficie attiva a 360 gradi, capace di diffondere la luce solare e in grado di assicurare prestazioni ottimali se montati orizzontalmente e disposti uno vicino all’altro. Ciò significa ottenere un rendimento più elevato rispetto ai sistemi tradizionali per la medesima superficie. Inoltre, spiega la società, il flusso d’aria naturale tra i moduli permette di ridurre la temperatura di funzionamento migliorandone di conseguenza l’affidabilità. “Sempre più aziende scelgono oggi di dotarsi di un impianto fotovoltaico per ridurre i costi energetici, sfruttando spazi inutilizzati come coperture, capannoni, terreni o parcheggi: gli impianti fotovoltaici industriali rappresentano un’ottima forma d’investimento ed un’enorme risorsa potenziale per la produzione di energia alternativa”, commenta Mauro Marcucci, CEO di Enerqos. “La soluzione Solyndra ci è sembrata la più competitiva per questa specifica applicazione: siamo lieti di poterla utilizzare in queste due prime realizzazioni e speriamo di poterla presto integrare in nuovi impianti su copertura”.

fonte: rinnovabili.it

Il girasole: dal campo al motore

Ormai da numerosi anni si stanno sperimentando in varie regioni italiane colture agro energetiche al fine di adattarle oltre che agli usi classici anche ad un uso alternativo quello della creazioni di cosiddette filiere verdi
Tra le colture il che hanno per così dire riscosso maggior successo e la cui coltivazione può essere “allargata”all’ interno di filiere verdi per l’ottenimento di biocarburanti (e non solo) possiamo citare il girasole (Heliantus annuus L.), coltura annuale, che ben si adatta ai terreni dell’Italia centro Settentrionale (Umbria, Toscana e Marche in particolare)
A questo riguardo va sottolineare con estremo piacere soprattutto per il coraggio che si è inteso mettere in campo alla sua realizzazione non tanto per i risultati finali, un progetto (portato avanti nell’anno 2007-2208) che lega l’intera filiera del girasole (con un eufemismo ma che può rendere bene l’idea, potremmo usare uno slogan “energia verde dal campo al motore”) al fine di ottenere biodiesel, che prende il nome di S.I.En.A. (città e provincia dove il progetto è stato sviluppato).
Il progetto è stato messo in piedi in primis grazie al coinvolgimento di organizzazioni professionali del settore agricolo toscano, Toscana cereali, università di Pisa (a cui è stato demandato il controllo della fase agricola), con l’intervento del consorzio agrario di Siena (fondamentale nello stoccaggio dei semi di girasole), l’università di Firenze che ha monitorato l’utilizzo del biodiesel (valutazione di consumi ed emissioni, non che usura dei mezzi), Lega Ambiente la quale in collaborazione con la Provincia di Siena ha curato la diffusione dei risultati, mentre il coordinamento delle attività progettuali è spettato ad ARSIA (Agenzia regionale per lo sviluppo in agricoltura), Cispel Confservizi Toscana, senza dimenticare i finanziatori che di fatto ne hanno reso possibile la partenza, Monte dei Paschi di Siena e Regione Toscana
L’intento che è stato perseguito è quello di alimentare con biodiesel (75% gasolio – 25% olio di girasole) alcuni tra mezzi pubblici e mezzi adibiti alla raccolta dei rifiuti della città del palio e della provincia senese.
Le varie fasi della filiera hanno visto: raccolta dei semi (acheni) e loro stoccaggio presso il consorzio agrario di Siena, passaggio all’Italcol di Firenze dove sono stati sottoposti a spremitura, ottenendo olio grezzo che è stato avviato alla trasformazione finale (in biodiesel appunto) presso la Fox Petroli di Chieti.
Il biodiesel ottenuto seguendo le fasi sopra descritte ha trovato utilizzo come carburante per cinque autobus della città toscana e per quattro mezzi per la raccolta dei rifiuti a Siena e in parte della provincia, nel periodo Giugno 2008-Aprile 2009
Dopo aver in maniera molto stringata enunciato i punti chiave del progetto svisceriamone le singole fasi entrando più nel dettaglio di ogni una di esse.
Il progetto nella prima fase ha interessato cinque aziende agricole della provincia di Siena per un totale di 150 ha coltivati a girasole, con un ricavo di 300 €/tonnellata, e di 45 € ad ettaro quale contributo comunitario per le colture energetiche, e alla luce di ciò solo per due aziende la coltivazione del girasole è stata remunerativa.
Problema della scarsa redditività è da imputare allo sfavorevole andamento climatico che ha provocato una diminuzione della resa in granella.
La seconda fase ha previsto il ritiro dei semi e lo stoccaggio da quattro aziende su cinque, da parte del consorzio agrario di Siena, cedendone il prodotto alla Italcol di Castel Fiorentino (provincia di Firenze) che ha eseguito la prima trasformazione, quella cioè dell’olio grezzo dai semi.
L’azienda fiorentina ha remunerato il consorzio agrario di Siena con 20 €/ton (servizi di stoccaggio e trasporto) e le aziende con 220 €/ton (fornitura dei semi), non che sempre a quest’ultime sono state indennizzate con 80€/ton per l’oscillazione dei prezzi.
Il quantitativo in olio estratto dalle 212 tonnellate di semi è ammontato a 82,8 tonnellate, con una resa del 39%.
I costi totali per acquisto, stoccaggio, ed estrazione sono stati di 296,28 €/ton di semi.
La terza fase (quella finale) ha riguardato la seconda trasformazione, consistente nella raffinazione dell’olio, eseguita presso la stazione della Fox Petroli a Vasto (Provincia di Chieti).
In tale fase è stato eseguita l’esterificazione, che prevede la reazione olio – metanolo, in presenza di idonei catalizzatori, con formazione estere metilico (il biodiesel) e glicerina grezza.
Sempre presso la medesima raffineria abruzzese è stato stoccato il biodiesel ottenuto, miscelato al gasolio.
Da tenere in considerazione quando si parla di progetti che cercano di incrementare il ricorso a fonti di energia rinnovabili, l’impatto ambientale ed in questo caso trattandosi di matrice vegetale, il costo energetico dei coprodotti (panello di girasole utilizzato nell’alimentazione zootecnica, e glicerina ottenuta nella fase di esterificazione).
Il consumo di energia per Kg di biodiesel è risultato pari a 372 g/kg, che fa del biodiesel un combustibile rinnovabile al 59%.
La sostituzione di 1 Kg di gasolio con un equivalente di biodiesel prodotto nella provincia di Siena permette la riduzione del 50% delle risorse fossili abbattendo anche le emissioni di CO2 nella singole fasi della filiera.
Inoltre è stato dimostrato che i maggiori consumi energetici si sono avuti nella fase agricola (in particolare concimazione azotata, e consumo di gasolio nelle operazioni colturali).
I mezzi di trasporto urbano senese coinvolti (cinque in tutto, di cui quattro urbani ed uno extraurbano )hanno richiesto ventidue forniture di miscela mentre per quel che riguarda i mezzi per la raccolta dei rifiuti la sperimentazione ha riguardato due auto compattatori da ventisei tonnellate e due minicompattatori.
La sperimentazione ha dato anche la possibilità di controllare l’andamento dei prezzi della miscela e del gasolio utilizzato sia per gli autobus che per i mezzi adibiti alla raccolta dei rifiuti.
E’emerso un divario minimo tra i due carburanti, e comunque il prezzo del gasolio è risultato inferiore rispetto a quello del biodiesel.
Tirando le fila del discorso possiamo dire che l’utilizzo del biodiesel non ha dato gli effetti sperati, neanche dal punto di vista delle diminuzioni di numerose emissioni (se si eccettua l’ossido di carbonio, per un totale di appena il 10-15% rispetto al gasolio).
Il progetto Siena ha avuto solamente carattere sperimentale, e pur nella sua complessità (dovuta ad una serie di fattori, primo tra questi quello economico e impatto ambientale.) è riproposto in maniera differente (sostanzialmente per altri progetti) ma con gli stessi intenti in altre zone d’Italia ricorrendo anche ad altre colture agro energetiche e da biomassa.
Naturalmente i vari fattori che per così dire ostacolano il ricorso alle agro energie, soprattutto l’impatto ambientale e le emissioni di sostanze nocive non hanno giocato favorevolmente al suo apprezzamento che potrà, se meglio raccordato con i vari componenti della filiera (agricoltori, stoccatori, produttori della materia prima), portare dei vantaggi non indifferenti ad una economia che intende basarsi sul concetto di filiera corta (requisito essenziale per lo sviluppo e per la fattibilità economica di progetti di questo genere).
La filiera corta che come nel caso del progetto in questione, gioverà sicuramente allo sviluppo di economie agricole legate al territorio, senza snaturarne la vocazione principale, ovvero quella di legare ambiente-cibo e produzioni tipiche.
Le energie rinnovabili (agro energie in questo caso) come detto possono fungere da “volano” di sviluppo, integrando quella che è il compito primario dell’agricoltura, produrre cibo, e non essere relegate al ruolo di comprimarie ma permettendo grazie ad esse una integrazione al reddito agricolo.
Per lo sviluppo delle agro energie è necessario però che da parte della gente e degli agricoltori (soprattutto) si attui un cambio di mentalità, che esse non vengano considerate come coltivazioni le quali porteranno a morte l’agricoltura, provocando enormi riduzioni di superfici coltivabili per le colture alimentari causando di conseguenza un aggravio ancora maggiore all’incremento della fame nel mondo, ma come una opportunità se ben gestita, senza fare troppi “voli pindarici”( ma restando von i piedi ben saldi per terra) di sviluppo “locale” .

fonte: rinnovabili.it

L'emergenza del riciclo elettronico

Ben presto paesi come India o Cina si troveranno a fare i conti con un problema che le economie affermate stanno ancora imparando a trattare: i rifiuti elettronici. Ma la corsa allo sviluppo pone la questione dell’e-waste sotto un’urgenza differente per tempi e modi; l’impennata di vendite di telefoni cellulari, gadget, elettrodomestici a cui si sta assistendo nei paesi asiatici, così come in America Latina e Sud Africa, sembrerebbe destinata ad aumentare sensibilmente nel prossimo decennio riservando alle popolazioni montagne di pericolosa spazzatura. La questione è stata messa in luce da alcuni esperti delle Nazioni Unite in un rapporto pubblicato dall’UNEP.
Il documento, Riciclaggio – da e-Rifiuti a Risorse, è stato, non a caso, presentato durante una riunione delle Parti della Convenzione di Basilea a Bali e racchiude i dati provenienti da 11 Paesi in via di sviluppo rappresentati tramite la stima attuale e futura della produzione di rifiuti.
Solo per fornire qualche dato, gli analisti prevedono che nella Repubblica Popolare e in Sud Africa entro il 2020 il tasso di crescita dell’e-waste da vecchi computer sarà passato da 200 al 400% rispetto ai livelli del 2007, e addirittura al 500% in India. Entro la stessa data in Cina, i rifiuti provenienti dai telefoni cellulari saranno aumentati di circa 7 volte, in India di 18. Valori ovviamente in rialzo anche su tutti gli altri comparti, dalle macchine fotografiche digitali ai frigoriferi, fino ai televisori, ma a preoccupare non è tanto il numero quanto piuttosto la modalità di trattamento di questa tipologia di rifiuti; la maggior parte dell’e-waste in Cina, ad esempio, è gestita in modo improprio, perlopiù incenerita da riciclatori da cortile per recuperare i metalli preziosi come l’oro lasciando che le sostanze tossiche si riversino nell’aria o ammassata in discariche a cielo aperto. Per Achim Steiner, direttore generale dell’Unep il rapporto “getta una nuova urgenza nello stabilire regolamenti efficienti ed ambiziosi per la raccolta e la gestione dei rifiuti elettrici”.
Unep: una montagna di e-waste minaccia i paesi in via di sviluppoSpiega Konrad Osterwalder, Sotto-Segretario Generale delle Nazioni Unite e Rettore dell’UNU: “I rifiuti di una persona posso costituire materia prima per un’altra. La sfida di trattare con l’e-waste rappresenta un passo importante nella transizione verso una green economy. La presente relazione illustra nuove tecnologie intelligenti e meccanismi che, combinati con le politiche nazionali e internazionali, sono in grado di trasformare i rifiuti in risorse, creando nuove imprese e occupazione verde. In questo processo i paesi potranno contribuire a ridurre l’inquinamento collegato con attività estrattive e manifatturiere, e con lo smaltimento dei vecchi dispositivi”.
La relazione raccomanda pertanto che vengano stabiliti centri di eccellenza per la gestione dei rifiuti elettronici, sulla base di organizzazioni esistenti che già operano nel settore del riciclaggio e dello smaltimento, compresi gli oltre 40 National Cleaner Production Center istituiti dall’Organizzazione per lo Sviluppo e l’Industria delle Nazioni Unite. A ciò si unisce la sollecitazione di normative specifiche e la richiesta del trasferimento tecnologico e del know-how da Paesi industrializzati a quelli in via di sviluppo.
“Il riciclaggio – continua- oltre a contenere i problemi di salute connessi ed a promuovere lo sviluppo ha in sé il potenziale per creare posti di lavoro dignitosi, tagliare le emissioni di gas serra e recuperare una vasta gamma di metalli preziosi tra cui oro, argento, palladio, rame e indio; agendo ora e pianificando le prossime azioni molti Paesi potranno trasformare una e-sfida in un’ e-opportunità“.

Lambro, l'onda nera è arrivata al Po Chiesto lo stato di calamità naturale

La marea di olio combustibile che ha invaso all'alba di martedì il fiume Lambro è arrivata al Po. E' allarme a livello nazionale per i dieci milioni di litri di gasolio fuoriusciti all'alba di martedì dai depositi della ex raffineria «Lombarda Petroli» di Villasanta, vicino a Monza. Sull’atto doloso i dubbi degli inquirenti sono minimi. Nei prossimi 5 giorni, parte del materiale inquinante interesserà l'asta del Po nelle province di Piacenza, Parma, Reggio Emilia e Ferrara. «È un gravissimo attentato all'ambiente ed alla salute pubblica il caso di sversamento doloso di idrocarburi nel fiume Lambro. Confidiamo che le indagini in corso conducano rapidamente all'individuazione dei responsabili contro i quali il ministero dell'Ambiente si costituirà parte civile», afferma in una nota il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo. STATO DI EMERGENZA - Nel pomeriggio di mercoledì Formigoni ha annunciato che la Regione Lombardia ha chiesto lo stato di emergenza per l'inquinamento del Lambro. «Abbiamo chiesto lo stato di emergenza, ma chiedere lo stato di emergenza significa chiedere soldi e quest'anno di emergenze in Italia ne sono capitate tante». Il presidente della Regione Emilia-Romagna Vasco Errani sta valutando se fare altrettanto. Formigoni ha aggiunto che la Regione «aveva già messo in piedi da anni un piano di recupero, al contrario di quanto detto da alcuni avvoltoi». Il presidente si è detto indignato: «Siamo in presenza di un grave atto criminale, di odio contro il nostro territorio e la nostra gente. Chiedo indagini forti e rapide e che al più presto si individuino i responsabili. Ci deve essere una ribellione contro questi atti criminali, vanno individuati i responsabili e assicurati alla giustizia, e la giustizia contro costoro deve essere particolarmente rigorosa». «Di fronte a questo atto criminale - ha concluso - le istituzioni e la Regione in primis hanno reagito facendo tutto quello che si doveva fare. I nostri tecnici sono impegnati fin dal primo momento. Siamo davanti ad un atto di boicottaggio e di odio, frutto di una mentalità che va stigmatizzata».

ANIMALI A RISCHIO - Il Wwf, annunciando che si costituirà parte civile nel processo, riferisce che è stata colpita anche l'Oasi di Montorfano, «uno degli unici esempi di riqualificazione su 130 km del Lambro». Le prime specie a essere direttamente colpite dal disastro ambientale sono state quelle acquatiche: pesci, anatre selvatiche, le colonie di aironi che proprio in questi giorni hanno iniziato a nidificare sulle sponde del Po. Sono decine gli animali ripescati senza vita. In allerta il centro di recupero animali selvatici Wwf di Vanzago, dove già ieri sono stati portati i primi germani reali interamente coperti di gasolio: verranno curati dai veterinari del centro. Purtroppo, spiegano gli esperti, i danni di questo sversamento si ripercuoteranno su tutta la catena alimentare, con conseguenze che dureranno nel tempo, e si registrano già gravissime conseguenze sul settore agricolo che gravita intorno al sistema fluviale. «Per rimediare a questo disastro ambientale, non basterà bonificare le macchie nere, si dovrà anche ricreare un habitat naturale capace di sostenersi - spiega Stefano Leoni, presidente del Wwf Italia -. Il Lambro è da più parti dato per morto, ma il rilancio dei 130 km del fiume non solo è possibile ma è soprattutto necessario per il benessere di tutto l'ecosistema del Po e delle attività che da esso dipendono».

LE AUTOBOTTI E LO SMALTIMENTO - La Provincia di Milano, dopo il vertice svoltosi martedì pomeriggio a Palazzo Diotti, ha individuato, di concerto con la Prefettura, una serie società e consorzi in grado di aspirare, attraverso pompe idrauliche, le diverse tonnellate di gasolio e olio combustibile per poi caricarle su apposite autobotti. Il Gli oli saranno smaltiti in centri di smaltimento rifiuti autorizzati della Lombardia, ma anche del Piemonte e della Liguria. Unità della Direzione ambiente, della Polizia provinciale e del Servizio di Protezione civile hanno operato con il massimo impegno per fare fronte al disastro ecologico.

«EMERGENZA NAZIONALE» - Legambiente intanto ha lanciato un appello: «La Regione Lombardia chieda al Governo la dichiarazione di stato di emergenza ambientale nazionale». Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale, e Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, commentano: «Siamo di fronte a un disastro ambientale vero e proprio, il problema non riguarda solo il fiume Lambro ma tutta l'asta del Po fino al delta. Per arginare i danni che può causare la macchia d'olio, urge un coordinamento nazionale degli interventi delle Regioni Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna». Rosalba Giugni, presidente dell'associazione Marevivo, aggiunge che gli oli inquinanti, passando dal Po all'Adriatico, causeranno gravi danni all'ecosistema marino, mettendo in pericolo circa 10mila specie marine tra fauna e vegetali.

POLEMICA VERDI-PRESTIGIACOMO - Nel frattempo è polemica tra i Verdi e il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo. «In questo Paese gli inquinatori come i criminali la fanno sempre franca - ha detto il presidente del Sole che ride, Angelo Bonelli -: denunciamo con profondo sdegno che il Parlamento alcune settimane fa, il 2 Febbraio 2010, ha approvato una legge, che in questi giorni verrà pubblicata in Gazzetta ufficiale, che depenalizza il reato di scarico industriale nelle acque. In pratica chi scaricherà inquinanti oltre i limiti consentiti dalla legge se la caverà semplicemente con una multa che va da 3.000 a 30.000 euro». «È vergognoso l'attacco dei Verdi su una presunta depenalizzazione degli scarichi industriali che sarebbe stata attuata dal governo - ha replicato la Prestigiacomo. In un momento in cui la Pianura Padana è in piena emergenza inquinamento queste accuse hanno il sapore indegno di una speculazione su una tragedia ambientale». «Ciò che il governo ha fatto con un recente intervento legislativo - ha spiegato il ministro - è un chiarimento su una norma la cui interpretazione era stata oggetto di controversie. Le pene per gli inquinatori nell'articolo in questione erano e restano l'arresto fino a due anni e l'ammenda da 3.000 a 30.000 euro».

fonte: corriere.it

martedì 23 febbraio 2010

BIOENERGIE E SVILUPPO SOSTENIBILE

Attraverso il nuovo Project Committee ISO/PC 248 "Sustainability criteria for bioenergy" l'International Organization for Standardization (ISO) intende elaborare una norma internazionale (ISO 13065) sugli aspetti di sostenibilità legati alle bioenergie. L'ISO/PC 248 riunisce esperti a livello internazionale per discutere gli aspetti sociali, economici, ambientali della produzione, della catena di approvvigionamento e dell'utilizzo delle bioenergie e per stabilire criteri di sostenibilità in grado di prevenire le connesse eventuali conseguenze negative a livello sociale o ambientale.

La decisione di elaborare tale norma risponde al crescente interesse a livello mondiale verso la produzione di bioenergia e all'attuale assenza di criteri armonizzati di sostenibilità. I Paesi già coinvolti in qualità di partecipanti o osservatori sono 29, compresi i grandi mercati come la Cina e gli Stati Uniti; nel quadro di un accordo di gemellaggio, l'ABNT (membro ISO per il Brasile) e il DIN (membro ISO per la Germania) assumeranno la segreteria e la presidenza del nuovo comitato.

La futura norma dovrà costituire uno strumento chiave per aiutare i governi a rispettare gli obiettivi fissati in materia di carburanti alternativi. Diverse iniziative internazionali richiedono ai loro firmatari di trovare delle soluzioni per sostituire i combustibili fossili e le bioenergie sono state identificate come una valida alternativa. Anche il cancelliere tedesco Angela Merkel ha recentemente evidenziato la necessità di impiegare la biomassa come fonte di energia rinnovabile: "Non possiamo fare a meno del contributo alla protezione del clima fornito dalla biomassa prodotta in modo sostenibile, ma dobbiamo essere certi che non vi siano conflitti tra gli obiettivi".

La futura norma dovrà fornire un importante contributo a questo obiettivo globale, contribuendo ad evitare la creazione di ostacoli tecnici al commercio delle bioenergie. La norma favorirà la diffusione del know-how tecnico e stimolerà il miglioramento della qualità incentivando la ricerca e portando allo sviluppo di nuove tecnologie di produzione della biomassa e di nuovi processi di trasformazione. La ISO 13065 renderà le bioenergie più competitive, a vantaggio dei mercati nazionali ed internazionali, e sarà particolarmente utile per aiutare i produttori dei paesi in via di sviluppo nella competizione mondiale.

A livello ambientale verrà garantita la protezione, il recupero e la conservazione della biodiversità e dei diversi ecosistemi tipici delle zone di produzione della materia prima. A livello sociale verrà evitato il ricorso al lavoro minorile e alla schiavitù.

La prima riunione dell'ISO/PC 248 si terrà alla fine del mese di aprile 2010.

I lavori dell'ISO/PC 248 "Criteri di sostenibilità per la bioenergia" sono seguiti a livello nazionale dal gruppo di lavoro GL 908 "Criteri di sostenibilità della biomassa" (gruppo misto CTI-CUNA), che segue anche i lavori del CEN/TC 383 "Sustainably produced biomass for energy applications", comitato europeo del CEN (European Committee for Standardization) che affronta sostanzialmente le stesse problematiche e che costituirà una formale liaison con l'ISO/PC 248.

In particolare il CEN/TC 383 è stato creato due anni fa con lo scopo di elaborare standard di sostenibilità della biomassa per applicazioni energetiche e di fornire strumenti a supporto delle nuove direttive europee sulla promozione dell'energia prodotta da fonti rinnovabili (2009/28/CE - Renewable Energy Directive - RED) e sulla qualità dei carburanti (2009/30/CE- Fuel Quality Directive).

Altro scopo originale del TC 383 era la produzione di documenti come Specifiche e Rapporti tecnici riguardanti possibili problematiche (sociali, ambientali ed economiche) addizionali ai temi di sostenibilità definiti dalla RED, ma fino a questo momento il lavoro si è concentrato sulle attività a supporto della direttiva.

Dalla sua costituzione il TC 383, con segreteria e presidenza olandese (NEN), ha svolto cinque riunioni plenarie alle quali hanno partecipato gli enti di normazione degli Stati membri e diverse organizzazioni e negli ultimi mesi sono state prodotte le prime bozze di norma. La prossima riunione è prevista nei giorni 19-20 aprile 2010.

fonte: sicurambiente.it

1000 MW solari in Italia e il nucleare di Obama

Il GSE sta aggiornando i dati del “conto energia” facendo fronte alla corsa alle installazioni negli ultimi due mesi del 2009. Lunedì 22 febbraio il conteggio degli impianti che complessivamente hanno già avuto accesso al conto energia era arrivato a quota 967 MW. Se vi aggiungiamo i 36 MW realizzati prima del 2006, e quindi prima dell’entrata in vigore di questa forma di incentivazione, possiamo dire che l’Italia ha sorpassato la soglia dei 1.000 MW.

Per avere i dati definitivi del solo 2009 dovremo aspettare ancora un mese, quando il GSE avrà finito di esaminare la montagna di domande pervenute, ma è molto probabile che la quota annuale supererà i 600 MW. Guardando in avanti, le nostre stime per il 2010 indicano che verranno realizzati altri 1.000 MW. Dunque, un successo italiano sul fronte delle installazioni che ci pone al terzo posto nel mondo per il 2009, dopo la Germania e gli Stati Uniti (e forse anche al secondo, prima degli Usa).

E finalmente si vede anche un risveglio sul fronte dell’industria, con notevoli investimenti in corso. Ora occorre mantenere i nervi saldi, governando con intelligenza la riduzione degli incentivi, facendo crescere la produzione di tecnologie solari, rafforzando e coordinando la ricerca in modo da poter giocare nei prossimi anni un ruolo importante nella gestione di questa strategica tecnologia.

Dal solare al nucleare. Come interpretare la decisione di Obama di rendere disponibili le garanzie governative sui prestiti per la realizzazione di due nuove centrali atomiche e inoltre di aumentare la copertura complessiva delle garanzie per il nucleare? Alla base delle pressioni sui sostegni a questa tecnologia ci sono i crescenti dubbi del mondo finanziario sulla fattibilità di un ritorno all’atomo negli Stati Uniti dopo 30 anni di assenza. Dal punto di vista politico l’ampliamento da 18,5 a 54,5 miliardi di dollari delle garanzie, che erano state introdotte da Bush, è chiaramente interpretabile come una mossa di Obama per ingraziarsi i senatori repubblicani e far così passare la legge sul clima.

Dal punto di vista pratico però l’effetto sarà minimo. Delle 26 richieste di nuove centrali presentate negli Usa dopo il 2007, ben 19 sono state già cancellate o differite per gli alti costi. Se tutto andasse bene nel 2017, più probabilmente nel 2020, avremmo due nuovi reattori in grado di generare annualmente una quantità di elettricità inferiore di un terzo rispetto a quella prodotta dai 10 GW eolici installati nel solo 2009 negli Stati Uniti. Forse qualche altra centrale si riuscirà a costruire, ma non cambierà il quadro complessivo del nucleare in Usa, considerando che almeno una decina di vecchi reattori, per i quali non vale la pena estendere la vita da 40 a 60 anni, verranno certamente chiusi.

Cambiando completamente settore, nel 2010 si inizieranno a vedere gli effetti delle notevoli risorse inserite da Obama nel pacchetto di stimolo dell’economia sul fronte delle rinnovabili e dell’efficienza energetica. Allora, mentre il nucleare dovrà vedersela con le banche e con l’opposizione locale, la green economy accelererà la sua corsa.

fonte: qualenergia.it
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Passatempo Preistorico

Moonstone Madness

Pronti a partire, pronti per distruggere tutto? Bene, allora fate un salto indietro nell'era preistorica e immergetevi in questa nuova avventura dal gusto tribale. A bordo del vostro cinghiale dovrete raccogliere le gemme preziose necessarie per passare alle missioni successive, saltando gli ostacoli se non volete perdere il vostro bottino e distruggendo i totem a testate per conquistare altre gemme utili. Inoltre, una magica piuma vi catapulterà verso il cielo dove punti e gemme preziose sono presenti in gran quantità, per cui approfittatene! cercate di completare la missione entro il tempo limite, utilizzando le FRECCE direzionali per muovervi, abbassarvi e saltare, e la SPACEBAR per prendere a testate i totem.

Change.org|Start Petition

Blog Action Day 2009

24 October 2009 INTERNATIONAL DAY OF CLIMATE ACTION

Parco Sempione - Ecopass 2008