lunedì 22 febbraio 2010

Grandi opere e grandi (o)missioni...

La grandi opere su cui deve investire l'Italia non sono né il ponte di Messina, né i famigerati grandi eventi, né tantomeno il nucleare, di cui perfino i giornali evidentemente a favore come il quotidiano di Confindustria, ogni tanto devono evidenziare le numerose magagne (oggi il contenzioso giuridico stato-regioni che pare propendere a favore di quest'ultime; ieri il rebus approvvigionamento uranio, che notoriamente in Italia non c'è e deve essere comunque importato da Paesi esteri; ieri l'altro le scorie nucleari che non sapremo né dove né come mettere visto che il deposito dovrebbe reggere qualche centinaio di migliaia di anni).

Le vere grandi opere di cui ha bisogno l'Italia sono appunto la manutenzione dell'esistente (territorio e manufatti umani: le tragedie frutto non di emergenza ma della nuova normalità verso cui si sta evolvendo il clima italiano anche a causa dei cambiamenti climatici, insegnano) e la creazione di una serie di infrastrutturazioni di rete che vanno da internet veloce a una rete elettrica in grado di stare al passo con le innovazioni tecnologiche, e quindi di sfruttare appieno le potenzialità sempre più interessanti che la ricerca sulle fonti rinnovabili propone.

Per quanto riguarda internet e la necessità di investire sulla banda larga, i numeri e non solo quelli, li fornisce l'Università Bocconi, che ha appena consegnato un dossier sul tema (rilanciato sabato su Repubblica) al garante della comunicazione, a cui spetterà un ruolo fondamentale nel momento in cui l'Italia dovesse mettersi a passo con i propri competitor: l'internet super veloce per tutti infatti, secondo il ricercatori dell'Università Bocconi, non potrà che essere una sola grande autostrada digitale, gestita dunque con un "monopolio naturale" che dovrà essere regolato proprio dal garante delle comunicazioni, chiamato quindi a stabilire i canoni di affitto per tutte le società che volessero usare la nuova rete.

Ma prima la rete bisogna farla e Bocconi azzarda una cifra: almeno 13,2 miliardi di euro per garantire a (quasi) tutti 30 mega di velocità. «Una nuova Rete ultra veloce va costruita immediatamente se vogliamo rilanciare il Paese e generare un impatto immediato sul benessere nazionale». Il dossier fa 8 ipotesi diverse, a seconda della qualità delle Rete che si vuole realizzare, ma la soluzione ideale - per la Bocconi - è una ragnatela che copra almeno il 50% del Paese e abbia un' architettura aperta in modo che ogni società di tlc la possa usare per i suoi servizi.

Il cosa, il come e il quanto ci sono, manca il "chi", e in questo caso Bocconi si fa da parte, soprattutto in una fase in cui sta per essere aggiornato il piano strategico triennale 2010-2012 di Telecom e ancora non sembra sfumata del tutto l'ipotesi di una fusione con Telefonica. Corriere economia di oggi dedica 2 pagine al futuro di Telecom, ed è chiaro come ormai sia impossibile rinviare ancora la presa in carico del passaggio dal rame alla fibra ottica. L'infrastruttura della rete sarà un bene collettivo del Paese e dunque è sicuramente importante che la proprietà resti italiana. Da valutare casomai l'opportunità di una proprietà pubblica o quanto meno, come suggerisce Bocconi, una garanzia pubblica sui debiti che la società dovesse contrarre nel corso della realizzazione, che renderebbe ancora più facile trovare capitali sul mercato attraverso «l' offerta di obbligazioni o azioni».

I ricercatori dell'università milanese chiudono il rapporto sottolineando un'altra questione aperta: la vecchia rete Telecom dovrà essere rottamata e quindi dovrà essere calcolato un risarcimento a Telecom per questa demolizione, anche se crediamo che visti i prezzi e la domanda, non dovrebbe esser faticoso piazzare sul mercato il vecchio rame.

fonte: greenreport.it

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