giovedì 31 gennaio 2008

PILLOLE

Anche i fiori piangono, e ci sono stupidi che pensano sia rugiada.

Jim Morrison

INQUINAMENTO

Responsabile dell’inquinamento - Natura della responsabilità - Responsabilità extracontrattuale soggettiva ex art. 2043 c.c. - Ripristino dei siti inquinati - Artt. 311 e 242 d.lgs. n. 152/2006 - Responsabilità da posizione - Responsabilità imprenditoriale da danno all’ambiente. In materia di danno ambientale, il legislatore del 2006 ha operato una scelta decisa in favore della riconduzione della responsabilità nell’alveo della “tradizionale” responsabilità extracontrattuale soggettiva (c.d. “responsabilità aquiliana ex art. 2043 c.c.), con il conseguente ripudio di una qualsiasi forma di responsabilità oggettiva. Infatti, il D. Lgs. n. 152 del 2006 all’ art. 311, comma 2, nel trattare della responsabilità per danni all’ambiente, costituisce e disciplina la situazione giuridica soggettiva di responsabilità, e serve ad orientare l’interprete nella ricostruzione dell’istituto più generale del ripristino dei siti inquinati: quando nelle norme variamente in esso previste, si fa riferimento al “responsabile dell’inquinamento”, non si potrà che, logicamente, considerare tale colui il quale è “responsabile” ai sensi del citato art. 311, a meno di non voler sostenere l’illogica prospettazione della esistenza di due tipologie di responsabilità, ossia quella soggettiva ex art. 311 cit. ed una sorta di “responsabilità oggettiva parallela” ex art. 242 e ss. aventi tuttavia identico contenuto quanto all’obbligo di ripristino. Deve quindi concludersi che il nuovo quadro normativo impone sotto differenti profili di escludere che il responsabile della bonifica - ovvero del danno ambientale - possa essere individuato solo in virtù del rapporto esistente tra un determinato soggetto e l’apparato produttivo esistente nel terreno inquinato. Va quindi esclusa qualsiasi responsabilità “da posizione” che non può configurarsi surrettiziamente neppure con riferimento ai “vantaggi” connessi all’esercizio di un’impresa. Anche volendo superare la natura di risarcimento in forma specifica degli obblighi di bonifica ed accentuandone l’aspetto sanzionatorio, la disciplina dell’illecito ambientale non può essere invocata per giustificare l’eventuale qualificazione della responsabilità ambientale in termini di responsabilità oggettiva, perché, in materia di sanzioni amministrative, la legge non la prevede, a differenza del codice civile, in nessuna tipologia o forma. A norma della legge 24 novembre 1981 n. 689, infatti, la disciplina generale delle sanzioni amministrative, esclude qualsiasi forma di responsabilità oggettiva e riconduce (art. 3, 1° comma) la responsabilità amministrativa al dolo o alla colpa, con una formulazione che replica esattamente quella dettata dall’art. 42, 4° comma, del codice penale per le contravvenzioni, e che viene concordemente intesa da dottrina e giurisprudenza nel senso che l’affermazione della responsabilità richiede l’accertamento del dolo o della colpa. Sotto altro aspetto, una responsabilità imprenditoriale di stampo oggettivo si traduce in un onere reale imposto automaticamente all’imprenditore unicamente in virtù della posizione rivestita e del rapporto con la cosa inquinata ed indipendentemente dall’azione che l’amministrazione deve condurre per la preventiva individuazione del soggetto responsabile, ma si è visto sopra a quali limiti e con quali presupposti l’onere reale viene invece imposto, nel sistema del D. Lgs. n. 152 del 2006. Pres. Zingales, Est. Gatto - D.P.I. s.r.l. (avv.ti Florio, Capria e Marocco) c. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e altri (Avv. Stato), Comuni di Priolo Gargallo e Siracusa e altri (n.c.), Comune di Augusta e Melilli (avv. Coppa), riunito ad altri ric. - T.A.R. SICILIA, Catania, Sez. I - 20 luglio 2007, n. 1254

Rifiuti, a Gianturco polizia sotto attacco

I manifestanti che si oppongono alla riapertura della discarica di Gianturco, diverse centinaia di cittadini, hanno attaccato la polizia nella serata di mercoledì. Nella zona est di Napoli le forze dell’ordine sono state fatte oggetto di un fitto lancio di sassi e di petardi nel corso di una manifestazione di protesta contro l’allestimento del sito di stoccaggio per i rifiuti nell’area dell’ex manifattura tabacchi.

BUS DI TRAVERSO - Lo schema è quello che è stato seguito molte altre volte da quando è scoppiata la crisi dei rifiuti a Napoli e nella Campania. Da questa mattina sono in corso blocchi della circolazione tra via Galileo Ferraris e via Reggia di Portici, nella zona orientale del capoluogo partenopeo. Blocchi stradali messi in atto anche ponendo di traverso alla strada un autobus di linea, cumuli di immondizia riversi e cassonetti rovesciati. L’intervento della polizia è stato sollecitato dai vigili urbani che presidiavano la zona. All’arrivo delle volanti sono stati lanciati petardi e sassi e alcune pietre hanno rotto il parabrezza di un’auto della polizia. A quel punto le forze dell’ordine hanno lanciato in aria quattro lacrimogeni disperdendo la folla.

NO A RIAPERTURA MONTESARCHIO - Nel frattempo, i tecnici incaricati di valutare le condizioni della discarica di Montesarchio, in provincia di Benevento, in località Tre Ponti, ritengono che l’area non possa essere riaperta per sversare altra immondizia. Nella perizia effettuata lo scorso 27 gennaio si legge che «allo stato dei fatti non sussistono le necessarie condizioni per la riapertura del sito e il conferimento in sicurezza dei rifiuti». Il parere contrario è stato espresso da geologi, geometri e ingegneri del Consorzio Napoli 3, dell’Agenzia per la protezione dell’ambiente regionale (Arpac) e dell’Asl Benevento 1, tranne che dal tecnico rappresentante del Commissariato di governo secondo il quale «l’eventuale riapertura della discarica, in sicurezza e nel rispetto della vigente normativa, non rappresenta fonte di rischio per la salute pubblica».

fonte: corriere.it

Solare termico per 108 edifici pubblici

Ammessi a finanziamento le strutture del bando “Il sole negli enti pubblici”. Meno 20 mila tonnellate di CO2 annue emesse

Sono ben 108 le prime strutture scelte dal Ministero dell’Ambiente che hanno partecipato al bando "Il sole negli Enti pubblici", rivolto alle pubbliche amministrazioni e gli enti pubblici, e finalizzato alla realizzazione di impianti solari termici per la produzione di calore.

Le tecnologie incentivate nel bando saranno finanziate nella misura del 50% dei costi, salvo i casi in cui la quota dell'investimento a carico del soggetto proponente sia coperta attraverso il finanziamento tramite terzi operato da una ESCO (Energy Service Company), per i quali è previsto un contributo fino al 65% dei costi.
Il Ministero dell’Ambiente ha stanziato per questa iniziativa che si era aperta nello scorso giugno oltre 10 milioni di euro.

Con decreto del Ministero sono stati ammessi a cofinanziamento 108 strutture pubbliche per un importo complessivo pari a € 4.603.799,35. Questa prima trance di cofinanziamenti permetterà di realizzare impianti di solare termico per un totale di 7000 kW di potenza installata che comporteranno una produzione di circa 9 Milioni di kWhth all’anno evitando l’emissione di 20.000 tonnellate di CO2 all’anno. Sono ora all'esame della Commissione gli altri progetti nel frattempo pervenuti. Per maggiori informazioni si può scrivere a ilsoleneglientipubblici@minambiente.it

“Siamo molto soddisfatti – ha dichiarato il ministro Pecoraro Scanio – per l’ottimo risultato ottenuto anche dal bando per il solare negli enti pubblici. Oggi possiamo annunciare i risultati della prima parte del lavoro della Commissione, i cui lavori proseguiranno per ‘premiare’ molte altre strutture pubbliche che hanno partecipato al bando. Quello dedicato agli enti pubblici è solo uno delle tante iniziative messe in atto in questi 20 mesi di governo per sostenere concretamente chi sceglie le energie pulite e rinnovabili. Oltre al ‘Conto energia’, dedicato alle aziende e ai privati per il fotovoltaico, per esempio abbiamo realizzato molti bandi per altre utenze. Tutti hanno avuto un grande successo. Voglio ricordare quello per gli edifici scolastici, per gli istituti penitenziari o per gli edifici di pregio architettonico”.

“Insomma – ha concluso Pecoraro – abbiamo impegnato molte risorse, spesso recuperate da capitoli non spesi, per promuovere concretamente le rinnovabili, coinvolgendo molti enti sul territorio. Sarà così possibile avere un riscontro tangibile del risparmio e del beneficio anche in termini di riduzione di emissioni inquinanti”.

fonte: minambiente.it

Energia solare

On-line il Rapporto preliminare sullo stato attuale del settore solare nazionale a cura della Commissione Nazionale per l'Energia Solare (CNES).

fonte: minambiente.it

Uragani più violenti con acque più calde

Secondo uno studio pubblicato da Nature, il 40% dell'accresciuta forza si deve alla maggiore temperatura delle acque oceaniche, uno degli effetti principali del riscaldamento globale/ Artico senza ghiaccio
Sono sempre più forti gli uragani che si abbattono sul nostro pianeta, e secondo qualcuno anche sempre più numerosi. La questione del perché questo avvenga è ampiamente dibattuta, ma uno studio pubblicato da Nature ha messo un punto fermo: il 40% dell'accresciuta forza di questi eventi è causata dalla maggiore temperatura delle acque oceaniche,


uno degli effetti principali del riscaldamento globale.
Mark Saunders ed Adam Lea dell'university College di Londra hanno studiato i dati degli uragani che sono nati nell'Oceano Atlantico dal 1950 nella catastrofica stagione 2005, quando gli Usa furono colpiti tra gli altri anche da Katrina. Studi precedenti avevano confermato che nel periodo tra il 1995 e il 2005 l'attività degli uragani nell'area è aumentata dell'82% rispetto agli anni '50.

I ricercatori hanno sviluppato un modello matematico per cercare di stabilire il contributo dei due fattori principali, temperatura dell'acqua e intensità e direzione dei venti, all'aumento del fenomeno. Il risultato è stato che circa il 40% dell'aumento di intensità è dovuto proprio all'innalzamento di 0,5 gradi osservato nella temperatura superficiale nel decennio 'nero'. Le misure riguardano le zone del Nord Atlantico, del Golfo del Messico e del mar dei Caraibi, le zone dove è nato il 90% degli uragani che hanno colpito gli Usa nel 2005, ma i risultati secondo gli autori sono probabilmente applicabili a tutto il pianeta. Il resto dell'aumento di attività è imputabile a cambiamenti nella velocità e nella direzione dei venti. Anche in questo caso l'aumento dei gas serra contribuisce, ma i suoi effetti sono ancora dibattuti.

"Questa analisi non dice nulla su cosa abbia provocato il riscaldamento - spiega Saunders- ma fino a questo momento nessun modello era stato in grado di separare i contributi dei diversi fattori".
Anche se non è indicato come colpevole in questo caso, l'uomo rimane il principale indiziato per il fenomeno. L'aumento di 0,5 gradi delle acque dell'Atlantico coincide ampiamente con i modelli sviluppati dall'Ipcc, l'organismo dell'Onu che studia i cambiamenti del clima. Uno studio pubblicato sempre da Nature nel 2005 e utilizzato dall'Ipcc prevede inoltre per l'area un ulteriore innalzamento della temperatura superficiale, fino a 2,8 gradi in cento anni, il che potrebbe dare vita a uragani ancora più potenti.

"Nei singoli anni la sensibilità ai cambiamenti di temperatura degli uragani può variare leggermente per effetto di fattori naturali come El Nino - spiega ancora Saunders - ma i risultati che abbiamo ottenuto forniscono una proiezione molto attendibile del comportamento di questi fenomeni naturali".
L'influenza del riscaldamento globale sull'attività degli uragani è ancora molto discussa. All'ultima conferenza della Società Meteorologica Americana una settimana un aspro dibattito è stato suscitato da uno studio secondo cui il riscaldamento globale diminuisce la forza di questi fenomeni naturali invece di aumentarla, una tesi che però è stata pesantemente contestata da quasi tutti i ricercatori presenti.

fonte: lanuovaecologia.it

Borse, rimbalza Tokyo +1,85%

Buon rimbalzo della borsa nipponica favorito dal taglio dei tassi Usa di 50 punti base da parte della Federal Reserve. Apertura contrastate, ma tutte intorno alla parità, in Europa. Il Nikkei ha terminato la seduta in rialzo dell'1,85% a 13.592,47 punti. In evidenza il comparto auto: +10% Daihatsu Motor che ha migliorato le previsioni sugli utili 2007-08 dopo il +42% fatto segnare nel terzo trimestre; balzo di Toyota Motor (+5,43%).

Stanno andando bene anche le altre Borse asiatiche, nonostante invece ieri Wall Street non abbia beneficiato dell'iniezione di ottimismo che, nel corso delle contrattazioni, ha dato la notizia del taglio dei tassi di interesse da parte della Fed. Wall Street ha chiuso infatti in lieve flessione: l'indice Dow Jones ha perso 37,47 punti (pari allo 0,3 pe cento) per collocarsi a 12.442,83 punti, e l'indice dei tecnologici Nasdaq ha ceduto 9,06 punti (lo 0,38 per cento) e si è collocato 2.349 punti, mentre l'S&P 500 è retrocesso di 6,5 punti (lo 0,48 per cento) e ha chiuso a 1.355,8 unità.

Avvio di seduta poco variato per Piazza Affari, con il primo Mibtel in crescita dello 0,03% a 26.002 punti e lo S&P/Mib dello 0,01% a 34.279 punti. Apertura in flessione invece alla Borsa di Francoforte, con l'indice Dax in calo dello 0,27%, a quota 6.856,88 punti. In calo anche la Borsa di Londra, con l'indice Ftse100 a 5.830,20 punti (-0,12%), e quella di Parigi, Parigi, con l'indice Cac40 che segna una flessione dello 0,21%, 4.863,37 punti. Apertura invece in rialzo per la Borsa di Madrid: l'Ibex 35 segna +0,32% a 13.270 punti. E per la Borsa di Zurigo: lo Smi segna +0,08% a 7.683 punti.

fonte: repubblica.it

Insetti e rifiuti, gli ospedali fuorilegge

Medicinali scaduti, cibi andati a male, reparti fatiscenti, impianti fuori norma: in Italia un ospedale su due non rispetta leggi e regolamenti. Ci sono le strutture con «lievi carenze», ma ci sono anche le «gravissime irregolarità» che hanno fatto scattare la chiusura di alcuni reparti oltre alla denuncia contro direttori sanitari e amministratori. Alla fine le persone segnalate sono state ben 778.

IL DOSSIER - A svelare la «malasanità» Regione per Regione è il dossier dei carabinieri del Nas al termine dell’indagine ispettiva ordinata agli inizi dello scorso anno dal ministro della Salute Livia Turco. Si scopre così che su 854 nosocomi visitati ben 417 sono stati sanzionati. Disastrosa è la situazione del Sud con la Calabria (36 irregolari su 39) e la Sicilia (67 su 81). Più che di ospedali, in queste zone si potrebbe parlare di vere e proprie fogne a cielo aperto dove i rifiuti si accatastano nei corridoi, dove c’è muffa e ruggine nelle stanze e nei corridoi, dove gli impianti non sono a norma, le apparecchiature non funzionano, i medici troppo spesso non vanno al lavoro. Ma a sorprendere sono molti istituti del Nord e del Centro. Perché in Toscana, dove la Sanità è considerata «fiore all’occhiello» la metà dei nosocomi non ha passato l’esame. E anche in Emilia Romagna uno su tre non rientra nei parametri. Perfetta la situazione del Trentino: le diciassette strutture hanno tutte ottenuto «bollino verde».

Sporco e umidità - C’è sporcizia nel Presidio di Brescia, agli Ospedali Riuniti di Bergamo, nella struttura di Desenzano sul Garda. Sono sudici i locali dove si preparano i pasti per il Civile di Ascoli Piceno, così come quelli per il Villa San Pietro di Roma. Al San Bartolo di Vicenza «si riscontra presenza di materiali di consumo in ambienti inidonei, in quanto stoccati in un corridoio di accesso e collegamento con le sale operatorie». Al Civile di Gorizia piove nei reparti e sono state contestate le condizioni della «farmacia» interna, ma la Asl è già intervenuta per sanare la situazione. Per la gestione delle cucine la Mangiagalli di Milano si è affidata a una società privata, ma i carabinieri hanno trovato «carenze igienico sanitarie». Stesso problema per il Niguarda e per l’Istituto ortopedico Galeazzi e in alcuni nosocomi della provincia. La gestione del servizio mensa viene spesso affidata ad aziende esterne, ma i risultati non confortano: la ditta per la ristorazione dell’ospedale Maggiore di Novara è stata denunciata per truffa e in altre strutture è stato concesso un termine perentorio per la ristrutturazione dei locali dove vengono cucinati i pasti. Al Civile di Verona in cattive condizioni igieniche era il magazzino per la conservazione delle derrate alimentari. All’Azienda ospedaliera di Pavia è stata contestata «l’ordinaria pulizia della cucina», come al S’Antonio Abate di Gallarate in provincia di Milano.

Gli impianti fuori legge - Agli Spedali Riuniti di Livorno il reparto di neurochirurgia si caratterizza per «gravi carenze». Muri scrostati e piastrelle rotte sono stati trovati a Medicina generale e Ostetricia del Civile all’isola d’Elba. Al San Salvatore di Pesaro non funziona l’impianto antincendio. All’Israelitico di Roma non è norma quello elettrico, così come al San Giacomo. Al San Camillo, sempre nella capitale, sono illegali i «servizi igienici», e anche per i pavimenti è scattata la contestazione. Al policlinico Umberto I «è stata riscontrata l’inidonea conservazione ed efficienza di attrezzature e immobili oltre alla presenza di cavi elettrici privi di idonea protezione», mentre al San Giovanni Addolorata «il locale del pronto soccorso è stato adibito a magazzino per le lenzuola sporche». Catastrofico il quadro siciliano: basti pensare che dopo le ispezioni dei carabinieri sono state disposte numerose chiusure di reparti e sale operatorie per ordine delle stesse direzioni sanitarie. È accaduto al Civico, al Policlinico e al Cto di Palermo. Una segnalazione alla Regione Puglia riguarda gli Ospedali Riuniti di Foggia per «carenze igienico strutturali quali infissi obsoleti, servizi igienici non adeguati, intonaci scrostati e tracce di umido, lavori in corso nei reparti di degenza in attività».

FARMACI - Medicinali scaduti al Grassi di Roma, al Santa Maria della Misericordia di Udine, al Salvini di Garbagnate Milanese. Si fuma in molte corsie e nei reparti: sono centinaia le contravvenzioni firmate. Al Santobono di Napoli mancano i posti e così si aggiungono letti nelle camere dove dovrebbero essere ricoverati non più di quattro pazienti. Al Fatebenefratelli del capoluogo campano è sparito il locale malattie infettive, al Moscato di Aversa non hanno neanche i macchinari per lavare le «padelle», mentre al Moscato di Castellammare di Stabia «manca il carrello per la gestione delle emergenze con defibrillatore».

INSETTI IN SARDEGNA - Grave appare la situazione della Sardegna: su 45 strutture, ben 32 sono risultate fuori regola. E nella maggior parte dei casi le contestazioni hanno riguardato «l’omesso adeguamento strutturale dei reparti». Riguardo alla Clinica universitaria di medicina generale di Sassari i carabinieri scrivono: «La struttura sarà segnalata all’assessorato per la mancanza dell’impianto di ossigeno centralizzato, servizi igienici carenti in relazione al numero dei degenti, le precarie condizioni igienico-sanitarie e strutturali (riscontrata la presenza di insetti-blatte) di un deposito di materiali del centro ipertensivo nonché la presenza di rifiuti nel cortile». Analoghe segnalazioni sono scattate, sempre a Sassari, anche per la clinica di Neurochirurgia, Neurologia e altri reparti dove sono stati trovati pannelli divelti, macchinari arrugginiti, calcinacci.

fonte: corriere.it

mercoledì 30 gennaio 2008

PILLOLE

In natura non ci sono né ricompense né punizioni: ci sono conseguenze.

Robert Green Ingersoll

INQUINAMENTO

D.Lgs. n. 152/2006 - Principio “chi inquina paga” - Introduzione formale nell’ordinamento - Accollo indifferenziato delle attività e degli oneri di bonifica - Preventivo accertamento della responsabilità per l’inquinamento. A seguito dell’ entrata in vigore del d.lgs. n. 152/2006, non può più dubitarsi della piena vigenza del principio “chi inquina paga”. Invero, prima della riforma della materia operata per mezzo del Decreto legislativo 3-4-2006, n. 152 (“Norme in materia ambientale”) emanato in attuazione alla legge delega 15.12.2004, nr. 308, non mancavano oscillazioni tra pronunce tese a sostenere che tale principio avesse meramente valore programmatico e fosse insuscettibile di trovare applicazione nell’Ordinamento statuale interno, e pronunciamenti di segno opposto, questi ultimi prevalenti soprattutto nella giurisprudenza penale (cfr. T.A.R. Emilia Romagna Bologna, sez. I, 03 marzo 1999 , n. 86, in tema di tassa sullo smaltimento dei rifiuti; TAR Emilia Romagna, Bologna, I, 05 aprile 2001 nr. 300; favorevole, Cass. Penale, III, 24 aprile 1995, nr. 7690; 13 ottobre 1995, nr. 11336). Essendo stato però introdotto, anche formalmente, con il predetto d.lgs 152/2006, nell’Ordinamento statuale interno, in recepimento di specifica direttiva comunitaria, (direttiva 2004/35/CE del 21 aprile 2004, sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale, che, in vista di questa finalità, «istituisce un quadro per la responsabilità ambientale» basato sul principio «chi inquina paga», a sua volta fondata sull’art. 174,comma 2, del Trattato istitutivo delle Comunità Europee), il principio “chi inquina paga”, proprio in quanto principio, deve trovare applicazione in tutti i procedimenti amministrativi. Quindi anche sotto questo profilo, non può considerarsi legittimo l’accollo indifferenziato delle attività e degli oneri di bonifica di un sito contaminato sui produttori che in esso operano, senza il preventivo accertamento, con procedimento partecipato, delle relative responsabilità per l’inquinamento riscontrato. Pres. Zingales, Est. Gatto - D.P.I. s.r.l. (avv.ti Florio, Capria e Marocco) c. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e altri (Avv. Stato), Comuni di Priolo Gargallo e Siracusa e altri (n.c.), Comune di Augusta e Melilli (avv. Coppa), riunito ad altri ric. - T.A.R. SICILIA, Catania, Sez. I - 20 luglio 2007, n. 1254

Fermate la vendita del tonno rosso

Tonno rosso mediterraneo vicino al collasso: il WWF chiede alle principali catene di distribuzione del prodotto di bloccarne la vendita fino a quando la popolazione di questa specie non si sia ristabilita. Questa scelta, ritenuta strategica dall’associazione per la salvezza della specie, è già stata fatta da distributori importanti come Carrefour-Italia e COOP in Italia, ma anche Auchan in Francia, COOP in Svizzera e ICA in Norvegia, una decisione coraggiosa che merita di essere seguita. L’appello del WWF viene lanciato in occasione del Seafood Summit 2008 di Barcellona – l’evento fieristico internazionale che dal 27 al 30 gennaio riunisce i rappresentanti della pesca, dell’acquacoltura, del commercio, del mondo ambientalista e della ricerca scientifica.

Con questa scelta la grande distribuzione si assume le proprie responsabilità, riconoscendo che in assenza di provvedimenti seri, immediati e concreti la disponibilità di tonno per le nostre tavole non sarà eterna. Il tonno rosso del Mediterraneo ha subìto in questi ultimi decenni una pesca eccessiva per inseguire la corsa mondiale alla vendita di sushi,prelibatezza culinaria giapponese – un tempo elitaria e di limitata distribuzione – ma che il mercato globale ha trasformato in un fastfood. Fenomeno che ha generato anche la diffusione di sostanze tossiche derivanti dall’inquinamento e bioaccumulate nei tessuti di questi grandi pesci. Lo stop alle vendite di tonno rosso da parte delle grandi catene può aiutare concretamente questa specie a riprendersi dagli effetti di una pesca eccessiva e spesso illegale.

Lo scorso novembre, al meeting internazionale dell’ICCAT (la Commissione Internazionale per la Conservazione del Tonno dell’Atlantico e del Mediterraneo), il WWF aveva chiesto agli stati partecipanti – tra cui l’Italia - di concordare ed approvare una moratoria che impedisse la pesca del tonno rosso per almeno tre anni. Questa proposta è stata ignorata a vantaggio di interessi economici a breve termine e a discapito di un approccio lungimirante. Il WWF aveva anche segnalato che durante la stagione di pesca al tonno rosso erano stati utilizzati mezzi illegali, come ad esempio gli aerei per avvistare i banchi in mare aperto. Altro capitolo triste è quello della registrazione delle catture: nella scorsa stagione la loro gestione è stata pessima. Secondo il WWF le autorità spagnole hanno dichiarato solo un terzo dell’ammontare reale delle catture eseguite dalle imbarcazioni iberiche. Italia e Francia non si posizionano meglio, come dimostra il richiamo della comunità europea sulla scarsa chiarezza dei dati ufficiali di cattura.

La gestione della pesca del tonno rosso in Mediterraneo è totalmente fuori controllo, ed è palese che si tratta di un gioco al massacro. Per questo il WWF chiede alla grande distribuzione di prendere posizione, di non vendere tonno rosso mediterraneo e di non promuovere l’idea del sushi come fast food nei loro supermercati, così da incoraggiare una pesca sostenibile che salvi un patrimonio ecologico, culturale ed economico del Mediterraneo.


Boom dell'allevamento del tonno rosso nel Mediterraneo: scarica il dossier (pdf) >

fonte: wwf.it

Arresti per mafia e cemento

Eseguite in mattinata quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere. Fra gli arrestati anche l'amministratore delegato della Calcestruzzi spa. L'azienda di Bergamo leader nella fornitura del calcestruzzo è accusata di collusioni con la mafia in Sicilia
I carabinieri del Reparto operativo e il Gico della Guardia di Finanza di Caltanissetta hanno eseguito stamani quattro ordinanze di custodia cautelare in carcere nell'ambito dell'inchiesta sulla Calcestruzzi spa, l'azienda di Bergamo leader nella fornitura del calcestruzzo, accusata di collusioni con la mafia in Sicilia. I provvedimenti sono stati firmati dal gip Giovambattista Tona, su richiesta del procuratore aggiunto Renato Di Natale e del pm della Direzione distrettuale antimafia, Nicolò Marino.

Fra gli arrestati anche Mario Colombini, amministratore delegato della Calcestruzzi spa, accusato di truffa, inadempimento di contratti di pubbliche forniture e intestazione fittizia di beni, con l'aggravante di avere agevolato l'attività di Cosa nostra. L'inchiesta, che già nei mesi scorsi aveva portato ad altri arresti di dipendenti della Calcestruzzi, è supportata da riscontri documentali acquisiti durante le perquisizioni effettuate negli stabilimenti siciliani e negli uffici della direzione di Bergamo.

Il gip ha inoltre firmato altri tre provvedimenti di custodia cautelare che sono stati eseguiti dai carabinieri e dalla Guardia di Finanza di Caltanissetta. Si tratta di Fausto Volante, direttore di zona per la Sicilia e la Campania della Calcestruzzi spa, che nei mesi scorsi lo aveva sospeso. L'ex dipendente della società bergamasca, Francesco Librizzi, che era capo area per la Sicilia e Giuseppe Giovanni Laurino, ex dipendente, anche lui capo area per la Sicilia. Sono accusati di truffa e inadempimento di contratti di pubbliche forniture, con l'aggravante di aver agevolato Cosa nostra.

Secondo gli inquirenti, la Calcestruzzi avrebbe proceduto, non solo nella provincia di Caltanissetta e in Sicilia, ma anche su tutto il territorio nazionale, alla creazione di fondi neri, «da destinare - secondo l'accusa - quantomeno in Sicilia, alla mafia». L'azienda avrebbe fornito calcestruzzo di qualità inferiore a quello richiesto dalle imprese che eseguivano appalti pubblici. Questo sistema, per gli inquirenti, sarebbe stata «una strategia aziendale della Calcestruzzi, adottata su scala nazionale e gestita a mezzo, anche, del sistema informatico, con la consapevolezza dei vertici aziendali».

Inoltre vi sono accertamenti tecnici effettuati sulle opere edilizie realizzate con il calcestruzzo fornito e le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia. La Calcestruzzi è presente su tutto il territorio nazionale con 10 direzioni di zona, 250 impianti di betonaggio, 23 cave e 21 impianti di selezione di inerti. Fa parte del gruppo Italcementi, quinto produttore di cemento a livello mondiale e il principale operatore nel bacino del Mediterraneo.

fonte: lanuovaecologia.it

Oceano Artico senza ghiaccio in estate 2013

Secondo uno studio condotto dalla californiana Naval Postgraduate School la calotta artica solo la scorsa estate ha perso dal 30 al 40% dei suoi ghiacci. E tra cinque anni il ghiaccio non sarà spesso a sufficienza per resistere alle temperature estive/
LINK: L'articolo del Monterey Herald - Il sito della ricerca
Che il Polo Nord rischiasse di scomparire lo si sapeva. Ma gli scienziati ritenevano che potesse avvenire in uno scenario di lungo periodo. Secondo un ultimo studio pubblicato negli Stati Uniti non è così: i ghiacci del Polo Nord potrebbero sciogliersi del tutto già entro il 2010. È questo uno degli scenari possibili a causa del riscaldamento del pianeta, come sostiene uno studio condotto dalla californiana Naval Postgraduate School, secondo la quale il 2013 è il termine ultimo per vedere ghiacciata la superficie di quel mare. Dopo non sarà più possibile.

Secondo gli studi di questa scuola navale (che ha pubblicato i suoi risultati sull'Herald di Monterey), la calotta artica solo la scorsa estate ha perso dal 30 al 40 per cento dei suoi ghiacci, al punto che la sua superficie è passata - secondo questi esperti - «dai 2,5 milioni di chilometri quadrati del 2006 a 1,5 milioni di chilometri quadrati», mentre la crosta della calotta si è ridotta passando dai 305 centimetri di spessore del 1990 ai 183 centimetri dello scorso settembre. Gli scienziati mondiali riuniti a novembre in un panel internazionale avevano calcolato in 4.13 milioni i chilometri quadrati della calotta (contro i 5,2 milioni del 2005) e avevano previsto la scomparsa del Polo per il 2070.

Lo studio della Naval Postgraduate School invece giunge a previsioni decisamente più allarmanti: «In inverno la crosta della calotta continuerà a formarsi - ha detto il responsabile dello studio, Wieslaw Maslowski, del Dipartimento di Oceanografia della Naval School - ma il ghiaccio non sarà spesso a sufficienza per resistere all'estate», con la conseguenza, secondo lui, che nell'estate del 2013 si sarà sciolto del tutto.

fonte: lanuovaecologia.it

Milano fra le 100 città europee "anti CO2"

Letizia Moratti aderisce alla Convenzione dei sindaci che s'impegnano a superare gli obiettivi Ue di riduzione delle emisioni. E fa il punto su Ecopass: «C'è stata una sensibile riduzione del traffico, da 160.000 macchine a 133.000. Polveri sottili ridotte del 30%»
Cento sindaci d'Europa, un solo obiettivo: fare di più, fare meglio di quanto non prescrivano i già ambiziosi obiettivi dell'Ue in materia di riduzione di emissioni di Co2. Con Letizia Moratti in rappresentanza di Milano, i primi cittadini hanno solennemente aderito ieri a Bruxelles alla "Convenzione dei sindaci". «Questa alleanza frasindaci - ha commentato la Moratti - serve anche per confrontarci nelle migliori pratiche, è una linea d'azione che Milano ha adottato, e non è questa unica occasione che abbiamo per poterci confrontare. Tre giorni fa Milano è entrata a far parte di Slim City, struttura che raggruppa alcune fra le più importanti città del mondo, come New York, Londra, Tokyo, San Francisco e Milano. Attraverso questa nuova alleanza potremo scambiare buone pratiche e, fatto significativamente innovativo, possiamo fare massa critica per acquistare materiali o mezzi che ci aiutino a creare efficienza energetica, avendo un potere d'acquisto certamente superiore a ognuno di noi singolarmente».

Con azioni e decisioni che vanno nella direzione di una maggiore efficienza energetica e di un impulso alle energie rinnovabili, i sindaci - 15 dei quali rappresentano capitali d'Europa - dovranno «dare l'esempio», secondo quanto li ha invitati a fare Andris Piebalgs, commissario europeo all'Energia:«Le città - ha detto - rappresentano oggi il luogo ideale per mettere in pratica idee nuove e progetti innovativi destinati a lottare contro il riscaldamento climatico. Sono anche spazi pubblici dove è possibile trovare soluzioni multiculturali e intersettoriali, e dove si può arrivare a conciliare interessi privati e pubblici. La lotta contro la minaccia rappresentata dalla crisi climatica si può fare soltanto a lungo termine, in modo olistico e coerente, ma basandosi sulla partecipazione della popolazione».

Letizia Moratti ha ricordato i due obiettivi di eccellenza che Milano si è data, entrambi già al di là di quelli dell'Ue: riduzione del 30% delle emissioni di CO2 e del 30% della circolazioni di veicoli. Il sindaco ha illustrato a Bruxelles il piano d'azione per l'energia rinnovabile e la protezione dell'ambiente già avviato in particolare con Ecopass: «Milano, come tutte le altre città - ha detto - è impegnata su diversi fronti: su quello delle nuove costruzioni,con una riduzione per degli oneri di urbanizzazione fino al 32% per chi costruisce se le costruzioni portano efficienza energetica. Ma anche con un sensibile aumento del trasporto pubblico sia di superficie che di sottosuolo, con l'introduzione di disincentivi ai veicoli inquinanti, con l'aumento di piste ciclabili, una maggiore forestazione (500.000 alberi nei prossimi anni)».

Quanto al progetto Ecopass, il sindaco Moratti ha evocato a Bruxelles «i primi risultati positivi: negli ingressi in città c'è stata una sensibile riduzione del traffico, siamo passati da 160.000 macchine a 133.000. Sono poi state ridotte del 30% le polveri sottili alla fonte, dimezzati i veicoli privati inquinanti che entrano in città e ridotti del 20% quelli commerciali inquinanti. Sono invece aumentati sensibilmente i passeggeri del trasporto pubblico e si sono ridotti i tempi di percorrenza dei mezzi pubblici, con una drastica riduzione degli incidenti d'auto».

fonte: lanuovaecologia.it

Rifiuti, sgomberato presidio a Napoli

Sgomberato il presidio alla Manifattura tabacchi di Gianturco, individuata dal piano di De Gennaro per stoccare rifiuti. Un manifestante è riuscito a salire su una ciminiera e chiede che le forze dell'ordine abbandonino il sito/ Rifiuti di nuovo in Germania
Le forze dell'ordine hanno sgomberato il presidio che da giorni è presente nella manifattura tabacchi di Napoli, sito individuato dal piano del commissario Gianni De Gennaro per stoccare rifiuti. Secondo quanto confermato dalla polizia, non si sarebbero verificati scontri tra i manifestanti e le forze dell'ordine: al presidio, infatti, erano presenti solo una decina di persone. Le forze dell'ordine hanno, così, potuto consegnare il sito al commissariato di governo.

Nonostante le azioni di sgombero del presidio dal sito manifattura tabacchi, siano avvenute secondo quanto confermato dalla polizia senza forti tensioni, un manifestante è riuscito a salire su una ciminiera del sito. Da lì minaccia di non cessare la protesta fino a quando le forze dell'ordine, che sono riuscite ad entrare dentro la manifattura, non abbandoneranno il sito. Al momento, la polizia è in fase di trattativa con il manifestante e le forze dell'ordine sono comunque riuscite a bloccare tutti gli ingressi al sito.

fonte: lanuovaecologia.it

Allarme api, in un anno dimezzate

Mutamenti climatici, malattie ed inquinamento sono le cause principali della grave moria delle api in Italia: in un anno il numero degli insetti si è dimezzato. Una cifra enorme con rischi gravi per i delicati equilibri dell'ecosistema e per il ciclo naturale, con danni economici stimati in 250 milioni di euro.

Il disastro interessa tutta l'Europa, con una perdita tra il 30% e il 50% del patrimonio di api; ed è ancora più grave negli Stati Uniti, con punte anche del 60-70% in alcune aree per il fenomeno da spopolamento definito Ccd (Colony collapse disorder). L'allarme è emerso oggi nel corso del workshop organizzato dall'Agenzia per la protezione dell'ambiente e i servizi tecnici (Apat).

Se è scontato pensare immediatamente al miele, primo alimento pregiato ora a rischio, l'insufficiente impollinazione delle piante ha conseguenze più ampie, portando ad una drastica riduzione del raccolto. E le cifre parlano chiaro: in Italia l'apporto economico dell'attività delle api al comparto agricolo è di circa 1.600 milioni di euro l'anno (pari a 1.240 euro per alveare). Considerando la scomparsa di circa 200mila alveari nel 2007, la perdita economica per mancata impollinazione delle piante è stata quantificata in circa 250 milioni di euro.

Geograficamente la crisi più grave è al nord, dove si sono persi fino alla metà degli alveari. Pesanti danni sono stati registrati anche al centro, mentre le cose sembrano andare meglio nel Mezzogiorno. Tra le ragioni dell'alto tasso di mortalità fra le api ci sono sicuramente le condizioni igienico-sanitarie degli alveari, i cambiamenti climatici e di conseguenza la disponibilità e qualità del pascolo e dell'acqua, l'insalubrità del territorio. Non si può quindi dare la colpa a un'unica causa scatenante, anche se gli esperti sono concordi nell'attribuire forti responsabilità all'inquinamento da fitofarmaci, a quello elettromagnetico e a una recrudescenza delle infezioni da virus e della varroa, malattia causata da un acaro che attacca sia la covata che l'ape adulta.

Ma il clima non è da sottovalutare: un suo andamento irregolare può interrompere il flusso normale di nutrienti che sono necessari alle api per la loro crescita e sviluppo, indebolendo le difese dell'alveare; occorre quindi essere pronti a intervenire con idonee integrazioni alimentari che sostituiscano il nettare e il polline raccolti dalle api.

A rischio sono diverse varietà di frutta e verdura, persino la carne: "Prodotti come mele, pere, mandorle, agrumi, pesche, kiwi, castagne, ciliegie, albicocche, susine, meloni, cocomeri, pomodori, zucchine, soia, girasole e colza - avverte Coldiretti - dipendono completamente o in parte dalle api per la produzione dei frutti. Ma le api sono utili anche per la produzione di carne con l'azione impollinatrice che svolgono nei confronti delle colture foraggere da seme, come l'erba medica e il trifoglio, fondamentali per i prati destinati agli animali da allevamento".

L'allarme interessa quindi l'intero ecosistema, ricorda Ermete Realacci, presidente della commissione ambiente della Camera: "Sarebbe un errore pensare alla moria come un problema che riguarda solo gli apicoltori. Questi insetti sono, infatti, un indicatore molto sensibile dell'equilibrio ambientale".

fonte: repubblica.it

Perché si scioglie la calotta polare? Una risposta da uno studio italiano

Durante la scorsa estate lo scioglimento della calotta glaciale del Polo Nord ha raggiunto livelli storici. Le cause sono state individuate nell'aumento della temperatura globale terrestre. Tuttavia il reale meccanismo che lega i due fenomeni non risulta ancora perfettamente chiaro. Ora però, una ricerca, pubblicata sulla rivista internazionale Paleoceanography, realizzata da scienziati italiani, avrebbe scoperto il meccanismo che sta alla base del rapido scioglimento della calotta polare.

Essa ha come base la teoria di Milankovitch, il quale all'inizio del secolo scorso, trovò una correlazione tra le variazioni dell'orbita della Terra attorno al Sole e l'alternarsi delle glaciazioni con periodi più caldi. Il matematico serbo scoprì cioè che le glaciazioni e la loro scomparsa si verificano in seguito al fatto che l'orbita della Terra non è sempre identica a se stessa e ciò determina nel corso del tempo delle piccole variazioni dell'energia che arriva dal Sole.

La teoria tuttavia, non dava modo di capire fino in fondo come avveniva lo scioglimento delle calotte polari alla fine del periodo glaciale, l'ultimo dei quali è terminato 14.000 anni fa. La teoria cioè, non spiega quando si innesca lo scioglimento totale dei ghiacci.

Fabrizio Marra, Fabio Florindo e Enzo Boschi dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia avrebbero trovato la soluzione al problema. Spiega Marra: "Il nostro studio sottolinea ancora una volta che quanto scoprì Milankovitch era corretto e cioè che la quantità di insolazione che colpisce l'emisfero nord nei mesi estivi regola il meccanismo delle glaciazioni, ma in più abbiamo scoperto l'esistenza di una 'soglia' di insolazione estremamente piccola che discrimina tra il permanere della glaciazione e uno scioglimento drammatico delle calotte polari, che regrediscono rapidamente fino allo stabilirsi di condizioni simili a quelle dell'attuale periodo temperato". In altre parole, la scoperta mette in luce il fatto che esisterebbe un limite della temperatura che una volta superato rende drammatico lo scioglimento dei ghiacci polari.

Il modello messo a punto dai ricercatori evidenzia che non è tanto il verificarsi di particolari massimi di insolazione, cioè periodi molto caldi dell'anno, bensì il verificarsi di minimi 'moderati', cioè inverni meno freddi della media, a innescare il veloce scioglimento delle calotte polari. In altre parole agisce di più sullo scioglimento dei ghiacci un inverno mite che un'estate molto calda. La ricerca d'Ingv ha elaborato un modello che ha permesso di ricostruire con estrema precisione la fine delle glaciazioni avvenute tra 800.000 e 350.000 anni fa.

La studio mette in luce quanto il sistema atmosfera-oceani sia sensibile anche alle più piccole variazioni di temperatura per cause naturali. E a tal proposito Boschi, presidente dell'INGV e coautore della ricerca sottolinea: "Questa scoperta evidenzia il ruolo determinante dell'insolazione sulla regolazione dei cambiamenti climatici a scala globale e questo fa riflettere sull'effettivo ruolo dell'anidride carbonica come fattore predominante sull'andamento della temperatura. Ma la scoperta che questo meccanismo naturale potrebbe avere un ruolo prevalente nell'attuale cambiamento climatico non attenua le preoccupazioni sulla possibilità che nei prossimi decenni ci si avvii verso un pianeta sempre più surriscaldato".

fonte: repubblica.it

L'acqua si riscalda, la vita scompare

Il blu è il colore del deserto, dove né alghe né pesci trovano cibo per nutrirsi, l'acqua è un brodo caldo e insipido e tutto ciò che è vita preferisce restare alla larga. Questo tipo di vuoto si trova sempre più spesso negli oceani, in aree che diventano più vaste con il progredire del riscaldamento climatico. Il satellite della Nasa "SeaWiFs" ha calcolato che dal '96 a oggi le superfici marine prive di vita sono aumentate del 15 per cento: l'equivalente di 6,6 milioni di chilometri quadri in più. Tra acque e terre emerse, i deserti coprono ora il 40 per cento della superficie del pianeta. "Abbiamo osservato questo fenomeno in tutti i grandi oceani" spiega Jeffrey Polovina del National Marine Fisheries Service statunitense, autore di uno studio sulla salute degli oceani in via di pubblicazione sulla rivista Geophysical Research Letters.

Visto dallo spazio, il mare senza vita assume un colore blu cupo, di contro al verde-clorofilla delle aree nelle quali la catena alimentare prospera in tranquillità. Al paradosso del deserto in mezzo all'acqua, si aggiunge quello del pianeta diventato troppo azzurro, privo di quel verde da cui traggono nutrimento pesci e cetacei. Il fenomeno del riscaldamento delle acque superficiali che blocca la circolazione delle correnti e lo scambio di sostanze nutritive tra gli strati dell'oceano non è scoperta di oggi. "Ma nessuno dei nostri calcoli aveva previsto un progresso così rapido" scrive Polovina. "Negli ultimi 9 anni i deserti si sono estesi con una rapidità 10 volte superiore al previsto". Nei mari italiani la situazione è ancora più grave: "L'estensione delle aree desertiche nel Tirreno e nell'Adriatico si aggira intorno al 20 per cento" spiega Silvio Greco, ricercatore dell'Icram, Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare. "L'interruzione della circolazione dell'acqua agisce su un ecosistema già compromesso da pesca eccessiva e inquinamento".

La mancanza di inverni rigidi impedisce all'acqua di superficie di raffreddarsi e quindi di sprofondare verso gli strati bassi degli oceani. Dagli abissi, normalmente, è l'acqua tiepida a risalire, portando in superficie i nutrienti di cui è ricca. La decomposizione degli organismi marini riempie infatti i fondali di sali come nitrati e fosfati: sostanze che negli abissi sono destinate a rimanere inutilizzate, mentre in superficie, unite al calore e alla luce del sole, permettono alla fotosintesi clorofilliana di innescarsi all'interno di alcune minuscole alghe unicellulari. Ed è proprio con la trasformazione di sostanze inorganiche come i sali in elementi organici che ha inizio il fenomeno della vita.

Ciò che accade sulla terra con la catena di erba, animali erbivori e carnivori predatori, si ripete (o almeno dovrebbe) negli oceani. Nelle aree che appaiono verdi agli occhi del satellite, le alghe unicellulari nutrono esseri viventi sempre più grandi e complessi, fino alle balene. Ma al centro dei grandi oceani, lontano dalle foci dei fiumi che rilasciano comunque una qualche forma di sostanza nutriente, ancorché drogata dall'inquinamento, il satellite della Nasa di anno in anno ha trovato zone verdi sempre più striminzite. L'assenza di clorofilla ha tranciato di netto la catena alimentare, allontanando una dopo l'altra tutte le specie viventi dalle zone blu. "L'estensione dei deserti negli oceani - scrive Polovina - è correlata all'aumento della temperatura superficiale. Il fenomeno si sta espandendo rapidamente, soprattutto nell'Atlantico settentrionale. Ma nessun bacino si salva, a eccezione dell'Oceano Indiano meridionale".

Ogni anno, in media, l'area dei deserti blu si amplia di 800mila chilometri quadrati. E dire che una delle strategie escogitate per combattere l'effetto serra consiste proprio nell'aumentare la popolazione delle alghe unicellulari, gettando ferro e altri sali nutrienti nell'oceano. Accelerando la fotosintesi clorofilliana, infatti, gli scienziati sperano di aumentare l'assorbimento di anidride carbonica da parte delle alghe, ripulendo l'atmosfera dal gas serra che rimane l'indiziato numero uno per il fenomeno del riscaldamento climatico.

Sempre più convinti che i cambiamenti in atto siano opera dell'uomo e delle sue attività industriali sono anche gli scienziati della Geological Society of America. Negli ultimi due secoli, tanto profonde sono state le cicatrici inferte alla Terra e alla sua atmosfera dalla nostra specie, che i geologi statunitensi hanno proposto di ribattezzare l'era attuale "Antropocene": età dell'uomo. Caratterizzata da alte concentrazioni di piombo nell'aria e nell'acqua, un'inondazione di anidride carbonica e altri gas serra nell'atmosfera, dighe che imbrigliano i fiumi e impediscono ai sedimenti fertilizzanti di riversarsi nel mare, oceani più poveri di vita e di un blu sempre più intenso.

fonte: repubblica.it

L'Fmi taglia le stime di crescita mondiali

Il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha abbassato dal 4,4% al 4,1% le stime di crescita dell'economia mondiale nel 2008 e avverte: la crisi dei mutui a rischio (subprime) «si sta allargando» all'economia reale. Le previsioni, pubblicate assieme a una nuova edizione del Rapporto sulla stabilità finanziaria, indicano che il prodotto globale sarà minore dello 0,3% di quanto auspicato nel World Economic Outlook dell'ottobre scorso e dello 0,8% rispetto all'anno appena trascorso.

USA, EUROZONA E GIAPPONE - Particolarmente marcata la revisione per il Pil degli Stati Uniti: il risultato finale del 2008 si fermerà all'1,5%, lo 0,4% in meno rispetto a quanto si poteva prevedere in autunno. Netta anche la stretta per la zona euro (quindici nazioni). Il Pil, afferma l'Fmi, salirà dell'1,6% con un taglio dello 0,5% rispetto alle speranze autunnali. Il 2007 dovrebbe invece mettere a consuntivo un miglioramento del 2,6%, lo 0,1% in più rispetto a ottobre. Segnali di rallentamento si registrano anche in Giappone, che chiuderà il 2008 in crescita dell'1,5%, lo 0,2% in meno rispetto agli auspici di ottobre. Il 2007 è indicato all'1,9% con una limatura dello 0,1%.

ECONOMIE EMERGENTI - La crisi non sembra invece finora toccare più di tanto le economie emergenti. L'Fmi stima che la crescita del Pil della Cina raggiungerà il 10% quest'anno rispetto all'11,4% del 2007. Il complesso delle economie in via di sviluppo dovrebbe mettere a segno un balzo del 6,9%, con un taglio dello 0,2% rispetto a ottobre. L'Africa potrebbe viaggiare a un ritmo del 7% (-0,2%), l'Europa centro-orientale del 4,6% (-0,6%), l'area dell'ex Unione sovietica del 7% (invariata).

TRA INFLAZIONE E RALLENTAMENTO - L'Fmi segnala inoltre «la difficile sfida» cui si trova di fronte la politica monetaria, stretta tra «il rischio di maggiore inflazione e quello di un più marcato rallentamento dell'attività economica. La ricaduta della crisi dei mutui subprime si sta allargando. Ciò che era cominciato come un test per i mercati del credito e le relative necessità di finanziamento, ha raggiunto una nuova fase, quella in cui le preoccupazioni si estendono oltre il comparto subprime». Unica nota positiva: «I mercati emergenti si sono mostrati finora resistenti». Il Fondo chiede pertanto interventi e politiche adeguate.

fonte: corriere.it

martedì 29 gennaio 2008

PILLOLE

Ammettendo l'uomo la natura ha commesso molto più di un errore di calcolo: un attentato a se stessa.

Émile M. Cioran

INQUINAMENTO

RIFIUTI - Gestione dei rifiuti prodotti nel corso delle opere di bonifica - Autorizzazione unica rilasciata nel decreto ministeriale di approvazione del progetto di bonifica - Sufficienza. Tutte le autorizzazioni relative alla gestione dei rifiuti prodotti nel corso delle opere di bonifica sono da ritenersi assorbite dall’autorizzazione rilasciata con il decreto interministeriale relativo all’intervento di bonifica, ai sensi dell’art. 10, comma 10, del d.m. n. 471 del 1999, come richiamato dal successivo art. 15, comma 6. Pres. Zingales, Est. Gatto - D.P.I. s.r.l. (avv.ti Florio, Capria e Marocco) c. Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e altri (Avv. Stato), Comuni di Priolo Gargallo e Siracusa e altri (n.c.), Comune di Augusta e Melilli (avv. Coppa), riunito ad altri ric. - T.A.R. SICILIA, Catania, Sez. I - 20 luglio 2007, n. 1254

Accordo 25 gennaio 2008 Metalmeccanici Unionmeccanica-Confapi

In data 25 gennaio 2008, Unionmeccanica-Confapi e Fim, Fiom e Uilm hanno firmato l'accordo per il rinnovo del CCNL dei metalmeccanici per le piccole e medie imprese del settore, scaduto il 30 giugno 2007.
Il rinnovo prevede che il CCNL decorra dal 1 gennaio 2008 al 31 dicembre 2011 per la parte normativa e fino al 31 gennaio 2010 per quella economica.

Una tantum
Per il periodo 31 luglio - 31 dicembre 2007, l’accordo prevede che ai lavoratori in forza venga corrisposta una erogazione una tantum di 267 euro lordi con la retribuzione del mese di marzo 2008 a integrazione di quanto percepito dai lavoratori con l’indennità di vacanza contrattuale per il periodo 1° luglio-31 dicembre 2007 (testo da concordare entro il 29 febbraio 2008).
E’ stato inoltre previsto, e reso strutturale, un elemento perequativo di 260 euro annui per i lavoratori delle imprese che non effettuano la contrattazione di 2° livello da corrispondere nel mese di giugno 2008 con le modalità stabilite con l’accordo di rinnovo del 24 gennaio 2006 (testo da concordare entro il 29 febbraio 2008).

Aumenti retributivi

Categ.1^ tranche da 1 gennaio 20082^ tranche da 1 gennaio 20091^ tranche da 1 settembre 2009TOTALE
135,7023,1221,2581,88
243,8827,0624,8595,79
351,7531,9129,33112,99
454,7533,7631,03119,54
560,0037,0034,00131,00
666,3840,9337,61144,92
771,2543,9440,37155,56
878,7548,5644,63171,94
992,2556,8852,28201,41


Unificazione normativa tra operai e impiegati
Come per l’accordo di rinnovo del CCNL Federmeccanica/Confindustria, anche per quello Unionmeccanica/Confapi con decorrenza 2009 è stata convenuta l’unificazione normativa tra operai e impiegati.

Assemblea
E’ stato convenuto che sarà data un’ora annua retribuita di assemblea per ogni dipendente sui temi della sicurezza sul lavoro.

Orario di lavoro settimanale
L’accordo prevede un orario settimanale di 40 ore ed è stato rafforzato il ruolo contrattuale delle Rsu in materia.
E’ stato peraltro previsto l’azzeramento della franchigia della Banca ore a fronte di un aumento di 8 ore annue della quota di straordinario obbligatorio.

Accordo 25 gennaio 2008 Metalmeccanici Unionmeccanica-Confapi

fonte: newsfood.com

Bankitalia, in sei anni reddito bloccato

Il reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore dipendente «è rimasto sostanzialmente stabile» (+0,3%) dal 2000 al 2006, considerando l'aumento del costo della vita. Lo sottolinea la Banca d'Italia nell'indagine campionaria sui bilanci delle famiglie italiane nel 2006. Ciò significa che gli eventuali aumenti di stipendio sono stati di fatto «divorati» dall'aumento dell'inflazione.

LAVORATORI AUTONOMI - Nello studio si evidenzia che invece il reddito delle famiglie con capofamiglia lavoratore autonomo, nello stesso periodo, sempre in termini reali, è cresciuto del 13,1%.

BUDGET BLOCCATO - Le famiglie che devono contare su un capofamiglia a libro paga, invece, da ben sei anni (l’indagine è stata effettuata su dati che vanno dal 2000 al 2006) debbono contare dunque più o meno sempre sullo stesso budget. Nell'ultimo biennio (2004-2006) si è registrata, per la precisione, una crescita dei redditi del 4,3% in termini reali. Ma questo incremento, osserva lo studio di Bankitalia, «compensa soltanto in parte la riduzione osservata fra il 2000 e il 2004».

ARTIGIANI E IMPRENDITORI - Nella eterogenea categoria dei lavoratori non dipendenti va meglio alle famiglie di artigiani e titolari di imprese familiari e imprenditori che hanno visto il loro reddito crescere dell'11,2% dal 2004 al 2006. Addirittura «negativo» invece l'andamento del bilancio familiare per le altre tipologie, come i liberi professionisti o i lavoratori atipici.

MEGLIO IL SUD – Per una volta il più virtuoso è il Sud, in termini di bilancio familiare: dallo studio di Palazzo Koch emerge infatti che il reddito familiare medio mostra una crescita in termini reali maggiore al Sud e alle Isole (5,6%) rispetto al Centro (3,5%) e al Nord (0,7%). L'istituto spiega che il migliore risultato, relativo sempre al biennio 2004-2006, registrato dai nuclei del Sud «è in misura significativa legato alla maggiore crescita del numero medio di percettori per famiglia». Insomma, non è merito degli stipendi aumentati: al Sud sono entrati nel mondo del lavoro più figli e mogli rispetto al recente passato.

BAMBOCCIONI - Si lavora di più, quindi. Ma nel 2006 l’esercito dei «bamboccioni» resta immenso: il 73% dei giovani in età compresa tra i 20 e i 30 anni viveva ancora con i genitori. Il trend tuttavia è in calo e segna una diminuzione del 2,6% a partire dal 2002, invertendo così «la generale tendenza alla crescita rilevata nel trentennio»: nel 1977 infatti tale quota era addirittura del 54%.

UN QUARTO DELLE FAMIGLIE E’ INDEBITATO - Cresce intanto il numero delle famiglie indebitate in Italia: nel 2006 il 26,1% dei nuclei (rispetto al 24,6% del 2004) ha qualche rata da pagare a fine mese. I mutui costituiscono il 60% del totale dell'indebitamento mentre quelli per acquisto di beni di consumo solamente il 10% del totale. Dallo studio della Banca d'Italia sui bilanci familiari nel 2006 si mette in evidenza che più cresce il numero dei componenti della famiglia (da uno a quattro) più sale il monte debiti. Anche le famiglie in cui il capofamiglia è pensionato sono particolarmente esposte ai debiti. Più alto il numero delle famiglie indebitate per acquisto di beni di consumo (12,8%), dall'auto al divano nuovo, che invece per il classico mutuo acceso per comprare la casa (11,6%). Il rapporto medio del debito delle famiglie sul reddito è del 33% mentre il valore medio è di 10.486 euro. Più indebitati i nuclei dove ci sono lavoratori indipendenti (44,4%) rispetto a quelli dei lavoratori dipendenti (33,6%).

META' FAMIGLIE SOTTO I 26MILA EURO - Per la metà delle famiglie italiane il reddito annuo non supera i 26mila euro all’anno. «Il 20% delle famiglie - sottolinea Palazzo Koch - ha un reddito annuale inferiore ai 15.334 euro (circa 1.278 euro al mese), mentre metà delle famiglie ha percepito un reddito non superiore ai 26.062 euro. Il 10% delle famiglie più agiate - invece - ha un reddito superiore ai 55.712 euro». In altre parole il 10% delle famiglie con il reddito più basso - spiega Bankitalia - percepisce il 2,6% del totale dei redditi prodotti; il 10% delle famiglie con redditi più elevati percepisce invece la stessa quota del reddito totale posseduta della metà delle famiglie meno abbienti (circa il 26,4%): entrambi i valori non si discostano da quelli riscontrati nelle analisi precedenti, nel 2004 e nel 2002.

REDDITO MEDIO FAMIGLIE 2.649 EURO AL MESE - Nel 2006 il reddito familiare medio annuo, al netto delle imposte sul reddito e dei contributi previdenziali e assistenziali, è risultato di 31.792 euro, pari a 2.649 euro al mese. Rispetto alla precedente rilevazione, fatta nel 2004, il reddito familiare medio aumenta - rileva la Banca d'Italia - del 7,8% in termini nominali, pari al 2,6% in termini reali. Scendendo dal reddito delle famiglie nel complesso a quello dei singoli percettori, il reddito da lavoro dipendente è risultato pari a 16.045 euro, con una crescita dell'1,2% in termini reali. Per contro - si legge sempre nell'indagine di Palazzo Koch - quello da lavoro indipendente è stato pari a 22.057 euro (in lieve diminuzione, -0,1%, rispetto al 2004).

LE DONNE GUADAGNANO MENO - Guadagnano più gli uomini che le donne, siano essi dipendenti o autonomi, più al Nord che al Sud, più i laureati che coloro che non hanno titolo di studio, più gli anziani che i giovani. Il divario uomini-donne è mediamente di oltre 5.000 euro l'anno. Un laureato invece guadagna mediamente più del doppio (25.090 euro annui) rispetto al lavoratore senza titolo di studio (10.436).

LAVORATORE DIPENDENTE MA POVERO - Il 6,3% dei lavoratori dipendenti italiani risulta «povero» e nel Mezzogiorno la quota sale al 27,3% (contro il 7% al Centro e il 4,8% nel Nord). Secondo la Banca d’Italia, «tra il 2000 e il 2004 la quota di lavoratori dipendenti in condizione di povertà è salita dal 5,9% al 7%, per poi attestarsi nel 2006 al 6,3%; per i lavoratori autonomi la stessa incidenza è scesa dall’8,1% del 2000 al 7,2% nel 2004, per risalire al 7,5% nel 2006». La maggior parte delle famiglie (57%) rimane nella stessa classe di reddito del 2004: «Questa percentuale è la stessa osservata nel periodo 2002-2004, mentre è più elevata rispetto a quella misurata fra il 2000 e il 2002 (53%)».

CASA, PIU' GIOVANI CHE VIVONO IN AFFITTO - Il 68,7% delle famiglie italiane vive in abitazioni di proprietà, il 20,9% in affitto, il 7% in case occupate a uso gratuito, il 3,1% in usufrutto ed il restante 0,4% in abitazioni a riscatto. Per Bankitalia, «rispetto alla precedente rilevazione, aumenta di un punto percentuale la quota di famiglie proprietarie» e si riduce quella delle famiglie in affitto. Al contrario, cresce negli ultimi due anni (dal 35,4 al 37,7%) il numero delle famiglie con capofamiglia di età inferiore ai 31 anni che vive in affitto

lunedì 28 gennaio 2008

PILLOLE

"La ricchezza della natura è delimitata e facile da avere, quella delle vane opinioni si perde all'infinito."

Epicuro

INQUINAMENTO

ndustrie insalubri - Installazione nell’abitato - Limiti - Industria insalubre di prima e di seconda classe - Prova del nocumento. L’installazione nell’abitato di una industria insalubre non è di per sè vietata in assoluto, dal momento che l’art. 216 del T.u.l.s. 1265/1934 lo consente se accompagnata dall’introduzione di particolari metodi produttivi o cautele in grado di escludere qualsiasi rischio di compromissione della salute del vicinato. In particolare, l’ubicazione delle industrie insalubri di seconda classe non è sottoposta a particolari limitazioni territoriali essendo sufficiente che siano adottate idonee cautele per l'incolumità del vicinato, diversamente dalle industrie insalubri di prima classe che devono essere isolate nella campagna e tenute lontane dalle abitazioni, salvo che non sia provato che il loro esercizio non rechi nocumento alla salute del vicinato. Nel primo caso è chi lamenta un nocumento dall’attività (potenzialmente) insalubre a doverlo provare, per poter impedire l’insediamento, o pretendere la delocalizzazione o l’imposizione di dispositivi o accorgimenti tecnici volti ad eliminare ogni pregiudizio; nel secondo, è chi esercita l’attività a dover provare l’assenza di nocumento, per potersi insediare o rimanere nell’abitato (cioè, in una zona dove vi sia una significativa presenza residenziale). Pres. Lignani, Est. Ungari - T.M. e altro (avv. Colombo) c. Comune di Montefalco (avv. Marcucci) e ARPA Umbria (n.c.) - T.A.R. UMBRIA - 4 settembre 2007, n. 661


Crediti del lavoratore: l’Inps risponde solo per il TFR con il Fondo di garanzia

Con sentenza del 21 gennaio 2008, n. 1209, la sezione lavoro della Suprema Corte di Cassazione ha stabilito che, a fronte di un debito del datore di lavoro, il dipendente può rivolgersi all’Inps per la corresponsione del TFR attraverso il Fondo di Garanzia, ma non può pretendere altri emolumenti dall’Inps (come le ultime tre mensilità di retribuzione) anche se ciò era stato concordato con accordo scritto tra datore di lavoro e dipendente, in quanto si esclude l’esistenza di una obbligazione solidale fra l’Inps ed il datore di lavoro insolvente.

Fatto e diritto
Una dipendente aveva firmato con l’azienda una transazione con cui la società si impegnava a corrispondere alla dipendente il Tfr e le ultime tre mensilità entro e non oltre una certa data.
Successivamente, l’Inps presentava istanza di fallimento della società. In seguito la dipendente aveva citato in giudizio l'Inps per rivendicare oltre al TFR, il pagamento delle ultime tre mensilità, relative a rapporto di lavoro dell’impresa ove lavorava e dichiarata fallita con retribuzioni poste a carico del Fondo di garanzia.
Le ragioni del dipendente
La dipendente aveva sostenuto che il termine di un anno (fissato dall'art. 2 del D. Lgs. n. 80 del 1992) aveva reso nuovamente esigibile il credito, per insolvenza del debitore; nel caso di specie, dovendosi far decorrere tale termine a ritroso dall'istanza di fallimento, doveva ritenersi sussistente l'obbligo di pagamento dell'Inps delle ultime tre mensilità insolute ed esigibili, peraltro ammesse al passivo fallimentare.
Le sentenze del Tribunale e della Corte d’Appello
Il Tribunale rigettava la domanda, ritenendo ininfluente l'accordo transattivo in quanto occorreva far riferimento tassativamente ai dodici mesi precedenti la data di deposito dell'istanza di fallimento.
Contro tale decisione, la dipendente ricorreva in Corte d’Appello, che rilevava che la transazione anzidetta, pur essendo un negozio giuridico cui l'Inps era rimasto estraneo ed essendo un’obbligazione solidale tra l'Inps e il datore di lavoro, non avrebbe che potuto spostare in avanti - con decorrenza dalla data di esigibilità del credito coeva all'inadempimento del negozio transattivo - il periodo da cui far decorrere il termine sino alla data di avvio della procedura fallimentare, e ciò in base ad una interpretazione dell'art. 2 D. Lgs. n. 80/1992 diversa da quella puramente letterale accolta dal primo giudice.
La Corte di Appello accoglieva, quindi, il ricorso e condannava l'Inps al pagamento, ma contro la sentenza di appello l'Inps è ricorsa in Cassazione.

La decisione della Corte di Cassazione
La giurisprudenza più recente della Corte di Cassazione ha sempre sostenuto che il diritto del lavoratore di ottenere dall'Inps, in caso di insolvenza del datore di lavoro, la corresponsione del trattamento di fine rapporto, ovvero le ultime tre mensilità di retribuzione, a carico dello speciale fondo di cui alla L. n. 297 del 1982, art. 2, ha natura di diritto di credito ad una prestazione previdenziale, ed è perciò distinto ed autonomo rispetto al credito vantato nei confronti del datore di lavoro.
Resta per la Cassazione quindi esclusa, di conseguenza, la fattispecie dell'obbligazione solidale, che è un diritto che si perfeziona non con la cessazione del rapporto di lavoro, ma al verificarsi dei presupposti previsti dalla legge indicata (insolvenza del datore di lavoro, verifica dell'esistenza e misura del credito in sede di ammissione al passivo), ovvero all'esito di procedura esecutiva.
Per la Cassazione, in altri termini, all'autonomia privata non è consentito modificare la previsione legislativa.

Suprema Corte di Cassazione, sezione lavoro, sentenza n. 1209 del 21 gennaio 2008

fonte: newsfood.com

La bistecca fa male alla Terra

Un cambiamento epocale nell'uso di una risorsa che si dà per scontata potrebbe essere imminente. No, non si tratta di petrolio, ma di carne. Come il petrolio anche la carne è soggetta a una domanda crescente a mano a mano che le nazioni diventano più ricche e ciò ne fa salire il prezzo. E come il petrolio anche la carne è qualcosa che tutti sono incoraggiati a consumare in quantità minori. La domanda globale di carne si è letteralmente impennata negli ultimi anni, sulla scia di un benessere crescente, alimentata dal proliferare di vaste operazioni di alimentazione forzata di animali d'allevamento. Queste vere e proprie catene di montaggio della carne, che partono dalle fattorie, consumano quantità smisurate di energia, inquinano l'acqua e i pozzi, generano significative quantità di gas serra, e richiedono sempre più montagne di mais, soia e altri cereali, un fatto che ha portato alla distruzione di vaste aree delle foreste pluviali tropicali.

Proprio questa settimana il presidente brasiliano ha annunciato provvedimenti di emergenza per fermare gli incendi controllati e l'abbattimento delle foreste pluviali del Paese per creare nuovi pascoli e aree di coltura. Negli ultimi cinque mesi soltanto, ha fatto sapere il governo, sono andate perse 1.250 miglia quadrate di foreste.

Nel 1961 il fabbisogno complessivo di carne nel mondo era di 71 milioni di tonnellate. Nel 2007 si stima che sia arrivato a 284 milioni di tonnellate. Il consumo pro-capite di carne è più che raddoppiato in questo arco di tempo. Nel mondo in via di sviluppo è cresciuto del doppio, ed è raddoppiato in venti anni. Il consumo mondiale di carne si prevede che sia destinato a raddoppiare entro il 2050.

Produrre carne comporta il consumo di tali e tante risorse che è una vera impresa citarle tutte. Ma si consideri: secondo la Fao, la Food and Agriculture Organization delle Nazioni Unite, le terre destinate all'allevamento del bestiame costituiscono il 30 per cento delle terre emerse non ricoperte da ghiacci del pianeta. Questa stessa produzione di bestiame è responsabile di un quinto delle emissioni di gas serra della Terra, più di quelle emesse dai trasporti nel loro complesso. Uno studio dello scorso anno dell'Istituto nazionale di scienze dell'allevamento in Giappone ha stimato che ogni taglio di carne di manzo da un chilogrammo è responsabile dell'equivalente in termini di diossido di carbonio alle emissioni di una vettura media europea ogni 250 chilometri circa e brucia l'energia sufficiente a tenere accesa per 20 giorni una lampadina da 100 watt.

Cereali, carne e perfino energia sono collegati tra loro in un rapporto di interdipendenza che potrebbe avere spaventose conseguenze. Benché circa 800 milioni di persone di questo pianeta soffrano la fame o siano affette da malnutrizione, la maggior parte dei raccolti di mais e soia coltivati finiscono a nutrire bestiame, maiali e galline. Ciò avviene malgrado un'implicita inefficienza: per produrre le stesse calorie assimilate tramite il consumo di carni di bestiame allevato e il consumo diretto di cereali occorrono da due a cinque volte più cereali, secondo quanto afferma Rosamond Naylor, docente associato di economia all'università di Stanford. Nel caso di bestiame allevato negli Stati Uniti con cereali questo dato deve essere moltiplicato ancora per dieci. Negli Stati Uniti l'agricoltura praticata per soddisfare la domanda di carne contribuisce, secondo l'Agenzia per la Protezione Ambientale, a circa tre quarti dei problemi di qualità dell'acqua che caratterizzano i fiumi e i corsi d'acqua della nazione.

Considerato poi che lo stomaco delle bestie allevate è fatto per digerire erba e non cereali il bestiame allevato a livello industriale prospera soltanto nel senso che acquista peso rapidamente. Questo regime alimentare ha reso possibile allontanare il bestiame dal suo ambiente naturale e incoraggiare l'efficienza dell'allevamento e della macellazione in serie. È tuttavia una prassi che provoca problemi di salute tali che la somministrazione di antibiotici è da ritenersi usuale, al punto da dar vita a batteri resistenti agli antibiotici.

Questi animali nutriti a cereali contribuiscono oltre tutto a una serie di problemi sanitari tra gli abitanti più benestanti del pianeta, quali malattie cardiache, alcuni tipi di cancro e diabete. La tesi secondo cui la carne fornisce un apporto proteico è giusta, purché le quantità siano limitate. L'esortazione americana quotidiana a consumare carne - del tipo "guai a te se non mangi la bistecca" - è negativa.

Che cosa si può fare? Risposte facili non ce ne sono. Tanto per cominciare occorre una migliore gestione degli sprechi. A ciò contribuirebbe l'abolizione dei sussidi: le Nazioni Unite stimano che questi costituiscono il 31 per cento dei guadagni globali dell'agricoltura. Anche migliori tecniche di allevamento sarebbero utili. Mark W. Rosengrant, direttore della tecnologia ambientale e della produzione presso l'istituto senza fini di lucro International Food Policy Research afferma: "Occorrerebbe investire nell'allevamento e nella gestione del bestiame, per ridurre la filiera necessaria a produrre un livello qualsiasi di carne".

E poi c'è la tecnologia. Israele e Corea sono tra i Paesi che stanno sperimentando tecniche di sfruttamento delle scorie e del letame animale per generare elettricità. Altro suggerimento utile potrebbe essere quello di far ritorno al pascolo. Mentre la domanda interna di carne è ormai uguale ovunque, la produzione industriale di bestiame è cresciuta due volte più rapidamente dei metodi di base di sfruttamento delle terre, secondo quanto risulta alle Nazioni Unite. I prezzi reali di carne bovina, di maiali e pollame si sono mantenuti costanti, forse sono perfino scesi, per 40 anni e più, anche se ora stiamo assistendo a un loro aumento di prezzo. Se i prezzi elevati non costringono a cambiare le abitudini alimentari, forse sarà tutto l'insieme - la combinazione di deforestazione, inquinamento, cambiamento del clima, carestia, malattie cardiache e crudeltà sugli animali - a incoraggiare gradualmente qualcosa di molto semplice: mangiare più vegetali e meno animali.
Nel suo studio del 2006 sull'impatto dei consumi di carne sul pianeta, intitolato "La lunga ombra del bestiame", la Fao dice: "È motivo di ottimismo prendere atto che la domanda di prodotti animali e di servizi ambientali sono in conflitto tra loro ma possono essere riconciliate". Gli americani, in effetti, stanno comprando sempre più prodotti eco-compatibili, scegliendo carni, uova e latticini prodotti con metodi sostenibili. Il numero dei prodotti e dei mercati di questo tipo si è più che raddoppiato negli ultimi 10 anni.

Se gli attuali trend continueranno, invece, la carne diventerà una minaccia più che un'abitudine. Non diventerebbe del tutto insolito consumare carne, ma proprio come i SUV dovranno cedere il passo a vetture ibride, l'epoca dei 220 grammi al giorno di carne sarà giunta alla fine. Forse, dopotutto, non sarà poi così drammatico.

fonte: repubblica.it

"In Antartide salvate 100 balene"

In Oceano Antartico per due settimane la nave di Greenpeace 'Esperanza' ha impedito alla flotta baleniera giapponese di cacciare nel Santuario delle Balene.

Adesso - rende noto Greenpeace -, l'Esperanza è a corto di carburante e deve rientrare in porto, mentre la nave del Governo Australiano, 'Oceanic Viking' sta ancora monitorando la flotta baleniera e continuerà a testimoniare "della vergogna della 'caccia scientifica' del Governo del Giappone".

Per quattordici giorni l'Esperanza ha inseguito la nave macelleria della flotta baleniera giapponese 'Nisshin Maru'. Senza la nave fattoria, il resto della flotta non ha potuto operare: l'intero programma di caccia è stato bloccato. Secondo i piani, la flotta avrebbe dovuto uccidere circa nove balenottere minori al giorno e una balenottera comune ogni due giorni.In totale 935 balenottere minori e 50 balenottere comuni.

"Che bisogno c'era di scappare se si trattava solo di ricerca scientifica?" chiede Alessandro Giannì, responsabile della Campagna Mare di Greenpeace. "La verità è che ha raccolto più dati Greenpeace in due mesi di ricerca che il programma giapponese in 18 anni".

Per la prima volta, quest'anno le proteste di Greenpeace nell'Oceano Antartico hanno ricevuto molta attenzione in Giappone, dove sia il pubblico che i media cominciano ad interrogarsi sullo spreco di danaro pubblico, circa 50 milioni di dollari l'anno, gettato via per finanziare una falsa ricerca scientifica che produce tonnellate di carne di balena che nessuno vuol mangiare: nei magazzini giapponesi ci sono 4.000 tonnellate di carne di balena invenduta.

"Anche se l'Esperanza sta tornando in porto, la campagna per fermare la caccia baleniera nel Santuario delle balene in Antartide non è finita" ha aggiunto Giannì. "E' il momento di mobilitarsi tutti per isolare il Giappone: purtroppo, l'Italia non ha avviato le promesse iniziative diplomatiche per impedire al Giappone e ai suoi complici di riaprire la caccia commerciale". Nel prossimo giugno, a Santiago del Cile, alla 60ma riunione della Commissione Baleniera Internazionale (IWC) si giocherà una partita decisiva. Il Giappone ha proposto di modificare le regole dell'IWC per riaprire la caccia.

Greenpeace - si legge in una nota - ha avuto dei documenti confidenziali con ipotesi agghiaccianti di 'ammodernamento' dell'IWC, e ha chiesto all'Italia un'opinione in proposito. Purtroppo, l'Italia non è stata in grado di esprimere alcun parere in merito".

fonte: repubblica.it

Rifiuti, rimossi i blocchi a Marigliano

Oltre 80 interventi dei vigili del fuoco in 16 ore per spegnere le fiamme appiccate ai cumuli di spazzatura riversati per le strade di Napoli e provincia. La protesta per l'emergenza rifiuti non si placa, con numerose manifestazioni e blocchi stradali. Quello a Marigliano, in Campania, ha mobilitato per alcune ore un centinaio di persone che hanno bloccato l'asse 7 bis, che collega Nola a Villa Literno, nel tratto compreso fra Acerra e Nola; nel primo pomeriggio è stato rimosso, e anche la rampa d'accesso che conduce al centro commerciale Vulcano Buono e al polo distributivo Cis di Nola, bloccata a lungo, è stata liberata. I cittadini protestano contro la riapertura della discarica prevista dal piano del commissariato di Governo per l'emergenza rifiuti.

Immonidizia data alle fiamme a Pianura, teatro nei giorni scorsi di violente proteste dopo l'annunciata riapertura della discarica. Roghi anche nei comuni di Mugnano, Giugliano e Casoria. E a San Giorgio a Cremano l'emergenza è così grave che diversi cittadini hanno segnalato difficoltà anche a prendere la propria auto, bloccata dai cumuli.

Ieri il super commissario De Gennaro si è incontrato con i rappresentanti politici di Benevento dove migliaia di persone hanno manifestato contro l'apertura della discarica Tre Ponti di Montesarchio. De Gennaro ha promesso verifiche alla discarica: "Non sono qui coi ministri, ma con tecnici che hanno a cuore la salute dei cittadini. Devo togliere l'immondizia dalle strade, e non posso vedere in tv le immagini dei bambini che vanno a scuola tra i rifiuti".

Ma la protesta non accenna a diminuire. Martedì sarà la volta di Ariano Irpino in provincia di Avellino dove l'intenzione di De Gennaro è quella di riaprire la discarica di Difesa Grande. Già montato un maxi-gazebo che sarà il quartier generale della protesta, dove "le sentinelle" vigileranno per evitare l'arrivo dei camion carichi di spazzatura.

Il sindaco di Napoli Rosa Russo Iervolino interviene dopo la veglia di preghiera officiata venerdì dal cardinale Crescenzio Sepe che ha chiesto l'intercessione di San Gennaro per risolvere l'emergenza rifiuti. "Ad ognuno il suo mestiere: il cardinale faccia il cardinale", dice il primo cittadino. Poi corregge: "Dichiarazioni carpite al volo: nessun attacco alla Chiesa".

Sepe ha pregato San Gennaro perché rimuova "i cumuli di peccato", parlando di città umiliata, scempio, egoismi e di rifiuti che sporcano mani e coscienze. "Abbi compassione della città". Tutto mentre il sangue del santo patrono restava immobile, solido dentro le ampolle, davanti a mille fedeli. Un presagio questo - per i credenti - di eventi nefasti. Come successe nel Seicento, l'anno del colera. Intanto, oggi il cardinale ha ricevuto De Gennaro per un lungo colloquio sull'emergenza.

Si avvicina un altro braccio di ferro, stavolta con la Ue, per la procedura d'infrazione contro l'Italia. È in agenda per domani un vertice tra le istituzioni italiane; mercoledì dovrebbe esprimersi Bruxelles.

fonte: repubblica.it

Borse in calo in Europa, crolla l'Asia

Perdono terreno le Borse europee all'avvio della settimana finanziaria. A pesare sui listini è ancora lo spettro della recessione, che fa presagire alla comunità finanziaria un rallentamento dell'economia globale e quindi degli utili delle imprese.

FRENATA IN EUROPA - Il Dj Stoxx 600, indice che fotografa l'andamento dei mercati del Vecchio Continente, perde l'1,7%, in linea con Londra e Parigi. In rosso anche Francoforte (-1,4%). Occhi puntati sul listino francese e in particolare su Société Générale (-4%), all'indomani della precisazione della banca transalpina che la maxi-frode del broker Jerome Kerviel ammonta a 50 miliardi e le perdite a 4,9 miliardi. Nel comparto bancario-assicurativo ne risentono i principali operatori tra cui l'olandese Aegon (-1,5%), Bnp Paribas (-2,6%) e la britannica Barclays (-2%). In calo anche il Banco di Bilbao (-1,9%) e il Santander (-1,5%). Controcorrente la belga Fortis (+15%), che ha rassicurato il mercato in merito alla sua posizione finanziaria e ha cofermato la cedola dopo alcune voci di profit warning. In particolare, il colosso prevede di registrare nel 2007 un utile di 4-5 miliardi. Tra gli altri, interrompe la corsa Nokia (-2,9%) sui cui sono scattati alcuni realizzi dopo i recenti rialzi.

PIAZZA AFFARI - A Milano il calo è meno netto che nelle principali piazze finanziarie del continente: l'S&P/Mib cede atonro allo 0,69%.

CROLLA SHANGHAI - La Borsa di Shanghai, una delle principali piazze cinesi assieme a Shenzhen, ha chiuso in ribasso del 7,19%, ai minimi da 5 mesi, per il timore dell'arrivo di una recessione negli Usa. I cali più forti si sono registrati nei settori dei trasporti e dell'energia. Giù del 10% China Southern Airlines ed Air China.

PETROLIO IN CALO - A conferma delle preoccupazioni generali, il petrolio è in calo sui mercati asiatici ed europei, attorno agli 88 dollari al barile. Anche il greggio sconta le previsioni di una domanda ridotta a causa del rallentemento economico globale.

fonte: corriere.it

venerdì 25 gennaio 2008

In Italia piace il «biologico». Ma i costi del cibo (in generale) aumentano

Secondo la rilevazione effettuata agli inizi del 2008 dall'Eurispes, e contenuta nel Rapporto Italia 2008 diffuso il 25 gennaio a Roma, agli italiani piace il cibo biologico e quello «Doc». Nei primi nove mesi del 2007 l'acquisto di prodotti biologici in Italia «ha registrato un incremento del 9,1% rispetto allo stesso periodo dell'anno precedente». I prodotti biologici acquistati sono soprattutto quelli per l'infanzia (42,7%), ma anche i salumi e gli elaborati di carne (36,2%) o la frutta e la verdura (25,1%), mentre calano i prodotti dietetici (-23,1%), gli oli (-7,5%) i biscotti i dolciumi e gli snack (-5,5%). Anche nel confronto con i maggiori Stati europei, l'Italia «si attesta ai primi posti per l'acquisto di prodotti di origine controllata e protetta (Doc/Dop) (84%), oltre che per i cibi esenti da Organismi geneticamente modificati (66%) e per i prodotti locali (97%)».

PREZZI IN AUMENTO- Sempre secondo Eurispes, d'altra parte, «ben il 94,5% degli italiani ritiene ci sia stato, nell'anno appena passato, un aumento dei prezzi nel settore alimentare». Questa percezione «ha influito sicuramente sui consumi dei cittadini- dice il rapporto- e infatti hanno subito un forte calo delle vendite gli alimenti tipici della cucina del nostro Paese come il pane (-7%), la pasta di semola (-4,3%) ma anche il vino (-8,4%) e l'olio di semi (5,9%)». Al contrario, la quantità di prodotti alimentari come uova (+5,3%) e pollo (+6,2%) è aumentata nei carrelli della spesa degli italiani.

NOMISMA: RINUNCIA GLI OGM COSTERA' 750 MILIONI- Prezzi che potrebbero aumentare ulteriormente secondo un altro rapporto, questa volta di Nomisma, presentato contemporaneamente a Roma, nel quale si prevede che la mancanza di investimenti in ricerca sviluppo per varietà di mais più produttive e più adatte alle esigenze italiane potrebbe costare 750 milioni di euro l’anno. Secondo Nomisma questo porterebbe a un aumento esteso dei prezzi dei generi alimentari. «Non si possono ignorare gli scenari che si delineano, in particolare sulla disponibilità di mangimi per la zootecnia» ha spiegato Roberto Defez del coordinamento Sagri, (Salute, Agricoltura, Ricerca), che riunisce scienziati e associazioni favorevoli agli OGM. «Questi oneri verranno scaricati sui consumatori che già oggi stanno soffrendo per l’aumento dei generi alimentari di prima necessità. Il prezzo del mais è quasi raddoppiato in un anno e quello del grano duro triplicato, essendo l’Italia il primo importatore al mondo di grano duro».
Secondo un precedente rapporto Nomisma, del 2004, i Consorzi di tutela di prodotti DOP ed IGP utilizzavano importanti quantità di soia transgenica. Da allora la quota di soia GM si è innalzata dal 36% fino a circa l’attuale 80% nei pannelli di soia. «L'Italia - sottolinea Gilberto Corbellini co-presidente dell'Associazione Luca Coscioni - deve immediatamente cambiare politica rispetto agli Ogm e riavviare rapidamente la ricerca in campo. Altrimenti sarà irrimediabilmente compromessa la competitività di un comparto produttivo di eccellenza quale è oggi quello della zootecnia». «Serve una strategia che tenga conto degli scenari internazionali, della spesa delle famiglie e soprattutto della loro sicurezza alimentare. Come dimostrato dal caso delle fumonisine, alcuni OGM sono più sicuri per l’alimentazione umana degli analoghi prodotti derivati da agricoltura biologica o tradizionale» ha rinforzato Roberto Defez.

CRESCITA DI IMPORTAZIONI DA USA - Secondo il rapporto Nomisma, «Nel medio periodo le superfici coltivate a mais nel mondo sono destinate a crescere (più 7,3%) così come la produzione mondiale (più 19%)». «Si prevede un'ulteriore crescita delle esportazioni da Usa, Argentina e Brasile, paesi che, nel caso dei primi due, già oggi vedono la quota di mais geneticamente modificato superiore a quello tradizionale». Al contrario, osserva Nomisma, «uno dei principali esportatori attuali, la Cina, diventerà un importatore netto, contribuendo a aumentare la pressione sulla domanda mondiale». Il commercio mondiale di mais, avverte il rapporto Nomisma, «vedrà nei prossimi anni una quota crescente di prodotto Ogm, che potrebbe giungere fino all'86% del totale, a partire dal 49% circa stimato per il 2006».

fonte: corriere.it

PILLOLE

"E la Terra sentii nell'Universo. Sentii, fremendo, ch'è del cielo anch'ella, e mi vidi quaggiù piccolo e sparso errare, tra le stelle, in una stella."

"Il bolide, da Canti di Castelvecchio".
Google
Si è verificato un errore nel gadget

Passatempo Preistorico

Moonstone Madness

Pronti a partire, pronti per distruggere tutto? Bene, allora fate un salto indietro nell'era preistorica e immergetevi in questa nuova avventura dal gusto tribale. A bordo del vostro cinghiale dovrete raccogliere le gemme preziose necessarie per passare alle missioni successive, saltando gli ostacoli se non volete perdere il vostro bottino e distruggendo i totem a testate per conquistare altre gemme utili. Inoltre, una magica piuma vi catapulterà verso il cielo dove punti e gemme preziose sono presenti in gran quantità, per cui approfittatene! cercate di completare la missione entro il tempo limite, utilizzando le FRECCE direzionali per muovervi, abbassarvi e saltare, e la SPACEBAR per prendere a testate i totem.

Change.org|Start Petition

Blog Action Day 2009

24 October 2009 INTERNATIONAL DAY OF CLIMATE ACTION

Parco Sempione - Ecopass 2008