sabato 31 gennaio 2009

Osservatorio delle Bioenergie: il 2009 sarà l’anno dell’etanolo

A fine anno si arriverà a 1,72 dollari a gallone, per aumentare ulteriormente entro la fine del 2011. Stati Uniti e Sudamerica le aree con un maggior incremento produttivo

Da aprile ripartirà la corsa dell’etanolo. E’ la previsione fatta dall’Osservatorio sulle bioenergie, costituito nei mesi scorsi da Veronafiere, che assicura: dopo una fase di recessione prevedibile tra febbraio e marzo i listini riprenderanno a salire. Nessuna influenza negativa dunque a seguito dalla forte frenata del greggio ma un futuro attivo determinato da una molteplicità di concause. Dall’ effetto Obama con il suo “green deal” alle singole politiche a favore di una maggiore sostenibilità ambientale, fino al recente piano per ridurre le emissioni inquinanti nell’Unione Europa, più fattori potrebbero star agendo da propulsori su un mercato dell’etanolo. L’analisi dell’Osservatorio, elaborata sulle indicazioni dei futures della Chicago Board of Trade e di alcuni importanti istituti finanziari internazionali, indica dunque a partire dal mese di aprile una costante ripresa, rispetto quello che sarà una breve flessione nelle prossime 8 settimane, che dovrebbe portare l’etanolo da 1,6370 dollari al gallone fino a 1,72 dollari. Prezzi in salita anche nel biennio 2010-2011negli anni successivi, per i quali i futures segnano un ulteriore rimbalzo, lieve quanto significativo, fino a 1,75 dollari al gallone nel dicembre del 2011, che in valuta cash potrebbero toccare anche fino a 2 dollari per gallone. La causa è da ricercare nell’aumento registrato a livello mondiale delle produzioni di biofuel, specialmente nell’area statunitense e nel Sudamerica, con il Brasile in prima fila.

fonte: rinnovabili.it

Notti sempre più luminose

L’inquinamento luminoso è un fenomeno sempre più diffuso a livello planetario, eppure pochi semplici accorgimenti consentirebbero di eliminare il problema

Notti sempre più luminose

“Iddio separò la luce dalle tenebre e chiamò la luce giorno e le tenebre notte”. La Bibbia inizia con un assioma quasi ovvio nella sua semplicità, ma che in realtà oggi non è più così scontato.
Nell’ultimo secolo, infatti, l’uomo ha ribaltato questa verità e le notti, specie nelle aree densamente urbanizzate, appaiono sempre meno tenebrose tanto sono illuminate.
Si parla perciò di inquinamento luminoso per indicare quel fenomeno per cui la luce artificiale invece di essere correttamente diretta verso il basso, si disperde in tutte le direzioni, soprattutto verso l’alto dove non è necessaria, provocando un’alterazione più o meno marcata dei livelli di luminosità naturalmente presenti nell’ambiente notturno.
Le radiazioni luminose intercettate e riflesse dalle polveri sospese in atmosfera, poi, generano un bagliore diffuso che crea un’innaturale illuminazione del cielo, cancellando, di fatto, il buio della notte.
Il fenomeno è tanto evidente, che nelle immagini satellitari della Terra di notte si distinguono chiaramente grandi chiazze luminose in corrispondenza delle città più popolose ed estese.

C’è una ragione, quasi primordiale, per cui abbiamo trasformato l’oscurità notturna riempiendola di luci sfavillanti. Noi uomini siamo animali diurni. I nostri occhi si sono evoluti adattandosi alla luce del sole e, al contrario delle numerose creature notturne, non siamo in grado di vedere al buio. Questo è il motivo per cui ne abbiamo un’atavica paura.
Ma se l’illuminazione artificiale ha comportato indubbi benefici, consentendo di “vivere la notte”, è altrettanto vero che la sua cattiva progettazione ha alterato i ritmi di vita, riproduzione e alimentazione di molte specie, compresa la nostra. Senza considerare il danno economico dovuto allo spreco di energia elettrica impiegata per illuminare inutilmente zone che non andrebbero illuminate, come ad esempio la volta celeste.
Solo da poco gli scienziati hanno incominciato a studiare gli effetti dell’inquinamento luminoso. Nell’anno 1800 per fare luce si usavano candele, torce e lanterne, che avevano uno scarso o quasi nullo effetto di riflessione. Pochissime case erano illuminate a gas e i lampioni pubblici sarebbero comparsi più tardi. Anche le città più grandi di notte erano sostanzialmente buie.
Oggi invece pure i paesi più piccoli vivono perennemente sotto cupole di luce riflessa. Lampade sempre più potenti, lampioni, riflettori, fari di automobili e insegne luccicanti ci hanno privato della vista delle stelle.

Panoramica notturnaPer anni, infatti, gli unici a porsi il problema e a studiare il fenomeno sono stati gli astronomi perché un cielo notturno troppo luminoso limita fortemente l’efficienza dei telescopi ottici. È stato valutato che circa il 20 per cento dell’umanità non riesca più a vedere la Via Lattea. Non a caso il primo provvedimento ufficiale sull’inquinamento luminoso fu adottato negli Stati Uniti nel 1958 a tutela di un osservatorio astronomico, quello di Flagstaff, in Arizona.
Non è, però, solo una questione di invisibilità degli astri o degli altri corpi celesti. È scientificamente provato che l’inquinamento luminoso provoca disturbi gravi a tutti gli esseri viventi, animali e piante, non solo quelli notturni, ma anche i diurni, come l’uomo, a causa dell’alterazione dei ritmi circadiani.
Tutte le creature terrestri hanno bisogno per il proprio benessere biologico, sia della luce sia del buio. L’alternanza del giorno e della notte corrisponde biologicamente all’alternanza della veglia e del sonno.
Con l’illuminazione artificiale è come se avessimo allungato il giorno e abbreviato la notte, ma in questo modo abbiamo mandato in tilt la sensibilità alla luce, acquisita lentamente da tutti gli esseri viventi nel corso dell’evoluzione, e con essa i ritmi naturali di vita.

Gli insetti volanti notturni, come falene e lucciole, e in generale tutti gli uccelli sono disturbati soprattutto dalle immissioni luminose verso l’alto, che causano la perdita dell’orientamento e modificano i comportamenti abituali, provocandone altri anomali.
Gli uccelli marini, per esempio, sono come ipnotizzati dalle luci delle piattaforme marine o dei riflettori sulla costa e volano intorno alla fonte luminosa per ore fino a cadere stremati.
Alcune specie di pipistrelli hanno imparato a cacciare attorno ai lampioni stradali, attrazione per numerosi insetti, a discapito di altre specie incapaci di nutrirsi alla luce.
I ritmi migratori di molti uccelli, come il cigno minore, sono stati alterati dalla luce artificiale. Più ore di luce permettono, infatti, ai cigni di avere più tempo per mangiare e questo significa che ingrassano più rapidamente e iniziano a migrare prima, quando però non ci sono ancora le condizioni giuste.
Sulla terraferma i danni ambientali provocati dalla luce artificiale sono altrettanto rilevanti. Se le piante per effetto della luce diffusa dall’atmosfera subiscono alterazioni nel ciclo della fotosintesi clorofilliana, i mammiferi notturni, tra cui i tassi, gli opossum e alcune specie di roditori, in alcune regioni rischiano l’estinzione perché nella notte illuminata sono più esposti ai predatori.
Molto studiato è il caso delle tartarughe marine a Singer Island in Florida. Quando le loro uova si schiudono i piccoli sono attratti dalle luci sulla strada dietro la spiaggia dove abitualmente nidificano, e in questo modo muoiono a centinaia, schiacciati dalle auto di passaggio.
Anche l’uomo subisce danni biologici gravi dall’inquinamento luminoso. La cosiddetta luce intrusiva, cioè quella delle strade e delle insegne luminose che penetra non richiesta nelle case, e gli abbagliamenti molesti provocati agli automobilisti dai potenti fari abbaglianti, possono provocare degenerazioni della vista, da semplici irritazioni agli occhi alla miopia.
Non solo. È stato accertato che un’esposizione già a bassissimi livelli di luce artificiale blocca la produzione di melatonina, ormone molto importante nella fisiologia umana. Ora una recente ricerca condotta dall’Università di Haifa, in Israele, e pubblicata nel 2008 sulla rivista scientifica Neuroendocrinology Letters, ha ipotizzato una possibile correlazione tra questo effetto e alcune forme tumorali, in particolare il cancro al seno nelle donne. L’esposizione alla luce durante la notte è stata perciò proposta come un potenziale fattore di rischio tumorale.
Tra tutti i tipi d’inquinamento quello luminoso è il più semplice da affrontare e sicuramente è l’unico reversibile. Basterebbero pochi semplici criteri nel progettare gli impianti d’illuminazione, sia per ridurre in modo significativo la dispersione della luce artificiale, che per ottenere importanti risparmi energetici.
Innanzi tutto sarebbe buona pratica non immettere luce sopra l’orizzonte, utilizzando, per esempio, apposite schermature e comunque orientando le lampade sempre verso il basso. Il limite adottato dalle normative più efficaci è zero immissioni dai 90 gradi in su. In particolare sono i fasci luminosi inclinati di pochi gradi sopra l’orizzonte i più inquinanti perché si propagano più lontano rispetto a quelli emessi ad angoli elevati.
Un altro criterio importante è quello di evitare la sovra illuminazione: è bene, cioè, non superare mai i limiti minimi previsti dalle normative tecniche di sicurezza dei singoli apparecchi.
Infine è fondamentale scegliere le lampade in base alla sensibilità alla luce dell’occhio umano. Lampade troppo potenti o troppo fioche sono entrambi inutili e pericolose: le prime perché abbagliano, le seconde perché non illuminano abbastanza. Per l’illuminazione delle strade, ideali sono le lampade ad alta efficienza al sodio con dispositivi per ridurre i consumi dopo le ore 24.
Purtroppo la legislazione vigente in materia è ancora piuttosto carente e alcuni criteri tecnici adottati in campo internazionale (la contestata UNI 10819 del 1998) sono stati giudicati dagli esperti assolutamente insufficienti a contrastare efficacemente l’inquinamento luminoso, perché basati su parametri inadeguati o troppo complessi da determinare e quindi poco applicabili alla realtà.
Negli USA, dove sono stati approvati i primi provvedimenti per limitare gli eccessi luminosi, tutti gli Stati hanno ormai adottato ordinanze antinquinamento. L’Europa invece appare più indietro a questo riguardo, non essendoci ancora una direttiva comunitaria sull’argomento.
In Italia dal 1992 sono stati presentati diversi disegni di legge, ma tutti si sono arenati nell’iter parlamentare. Di fatto, ad oggi non esiste una legge nazionale e la questione è stata affrontata a livello regionale, a partire dal 1997 con il Veneto, la prima Regione a dotarsi di una norma contro l’inquinamento luminoso. Attualmente sono 15 le Regioni italiane (più la Provincia Autonoma di Trento) che hanno approvato regolamenti specifici, anche se non tutti sono aggiornati con i criteri tecnici più efficaci e moderni, come quelli adottati per esempio, dalla Lombardia, che nel 2000 ha promulgato una delle normative più avanzate.
Per combattere la superficialità dei Governi e degli Enti pubblici e la generale carenza d’informazione sul fenomeno, negli ultimi vent’anni sono state fondate diverse associazioni no-profit. Si deve ad organizzazioni come International Dark-Sky Association (IDA), nata nel 1988 a Tucson in Arizona e con sedi in tutto il mondo, compreso il nostro Paese, o l’italiana CieloBuio, nata nel 1997 in Lombardia, una maggiore consapevolezza del problema e l’approvazione di regolamenti più restrittivi e adeguati.
L’azione di IDA e di CieloBuio è rivolta anche e soprattutto verso i progettisti degli impianti. Nonostante oggi le tecnologie per controllare la quantità e la qualità della luce artificiale e limitare quindi le dispersioni verso il cielo e i consumi energetici, siano ampiamente collaudate e disponibili, sono molte le anomalie che abitualmente si riscontrano nella progettazione dell’illuminazione, specialmente quella pubblica di strade e monumenti.
Solo nel nostro Paese, da uno studio condotto dalla sezione italiana di IDA su 545 impianti in tutte le Regioni, risulta che la maggior parte di essi disperde verso l’alto dal 5 al 60 per cento della luce emessa, ha il 20-30 per cento di pali in più rispetto a quelli necessari, mancano quasi tutti dei dispositivi di risparmio energetico, anche se obbligatori e illuminano troppo spesso dal basso verso l’alto, con dispersioni fuori sagoma fino all’80 per cento del flusso luminoso.
Ciò nondimeno non mancano gli esempi positivi in Italia. Frosinone, nel Lazio, è stato il primo Comune a dotarsi nel 1996 di un regolamento antinquinamento luminoso. Con una serie di interventi su impianti pubblici e privati, è riuscito a ridurre in 10 anni il flusso luminoso verso l’alto di 45 milioni di lumen (unità di misura del flusso luminoso), abbattendo nel contempo i consumi elettrici del 50 per cento, con un notevole risparmio sulla bolletta.
Esemplare, poi, il progetto realizzato a Torraca, in Campania. Questo piccolo paese del Cilento è diventato nel giro di pochi anni un esempio mondiale di ecosostenibilità e viene visitato da ricercatori ed esperti da tutte le nazioni. Tutta l’illuminazione pubblica è stata realizzata con tecnologia LED, semiconduttori di silicio che emettono luce al passaggio di corrente elettrica. Il risultato è un’illuminazione diretta solo dove serve e un abbattimento quasi totale delle dispersioni e dei riflessi. Inoltre, anche grazie agli impianti fotovoltaici, le bollette comunali sono diminuite del 65-70 per cento.
La lotta all’inquinamento luminoso va quindi di pari passo con l’efficienza e il risparmio energetici. In un’epoca di crisi economica, in cui il costo dell’energia è sempre più alto, i due Comuni italiani rappresentano indubbiamente un modello da seguire.
È stato stimato che una città di medie dimensioni (circa 50.000 abitanti) potrebbe risparmiare annualmente fino a 150.000 euro sul costo della bolletta energetica, sostituendo o modificando i soli impianti pubblici. Il risparmio a livello nazionale, in Italia, potrebbe arrivare a qualche centinaio di milioni di euro all’anno.
Diminuire i consumi elettrici significa peraltro ridurre le emissioni di anidride carbonica. Torraca, infatti, nel 2008, dopo aver vinto il premio Ecomondo, è stato inserito nel Kyoto Club.
L’inquinamento luminoso, quindi, non è più un problema puramente astronomico, ma interessa anche biologi, medici, ingegneri, economisti. Il loro sforzo è soprattutto quello di ricondurci a vivere in armonia con la natura seguendo il ritmo naturale del giorno e della notte. E di ridarci la visione delle stelle, naturalmente

fonte: rinnovabili.it

Per l'Eurispes gli italiani dicono ancora no alla scelta nucleare

E’ la fotografia della società italiana che emerge dall’annuale “Rapporto Italia 2009” effettuato dall’Istituto di ricerca Eurispes, presentato oggi a Roma nella sua 21esima edizione

“Il sistema Italia non può più attendere oltre e questa consapevolezza è diffusa nell’opinione pubblica, a prescindere dall’orientamento politico degli italiani – spiega alla presentazione del Rapporto il presidente dell’istituto, Gian Maria Fara – Invece si continua ad assistere a una ridda di proposte, slogan, programmi che vengono puntualmente smentiti il giorno dopo”.
Il parere di Fara è che, se il governo non ci tiene a bruciare il consenso che ora può vantare, “dovrà rapidamente produrre le risposte attese, affrontando le grandi questioni sul tappeto”.
Tra tutti i temi trattati noi ci occupiamo del problema del mix energetico per il futuro. Su questo sia Scajola, come Berlusconi (e perfino la Prestigiacomo) hanno sbandierato il nucleare come una necessità insopprimibile per la politica energetica italiana. Posizione dettata anche dalla convinzione che, passata la paura di Chernobyl e dimenticato il “no” dello specifico referendum, ora gli italiani siano cambiati e sarebbero, a loro dire, favorevoli al nuovo nucleare. Il rapporto dell’Eurispes ci dice che le cose stanno in maniera diversa.
Infatti, recita il rapporto, “gli italiani bocciano il ricorso al nucleare come fonte di energia”. Contro sono il 45,7% dei cittadini, (le motivazioni sono differenti) a favore solo il 38,3%.
E’ quasi un 8% di scarto, una percentuale significativa che dovrebbe far riflettere i nostri politici.
Secondo il rapporto, negli italiani invece regna ancora ‘l’ansia’‘ di una catastrofe come quella di Chernobyl. Ma i motivi del no sono essenzialmente due: la paura dei rischi (27,3%) e il fatto di non ritenerlo una soluzione rapida per i problemi dell’energia (18,4%).
I favorevoli, se si va a vedere, non sono poi così favorevoli. Nel senso che si dividono tra chi ritiene il nucleare una buona soluzione (30,1%) e chi dice “sì, ma non a casa mia” (8,2%). E a sostenere questa tesi sono in particolare gli italiani del nord-ovest (49,5%), quelli del sud (47,9%), del centro (47,2%), e del nord-est (45,7%). Dove allora andrebbero installate le centrali nucleari? Nelle isole? In mezzo al mare?
E’ quasi così. Infatti tra quelli più favorevoli spiccano gli abitanti delle isole (50%).
Tenendo invece conto delle convinzioni politiche, il 71,5% di chi si dichiara di sinistra (_anche se ormai “sinistra” è un concetto ormai troppo disomogeneo e molto diversificato per definirlo come categoria n.d.r._) è contro al nucleare, una percentuale che invece scende al 55,6% se parliamo di centrosinistra, e non arriva alla metà al centro circa il 41%. Mentre nel centrodestra il 65,9% è favorevole (e a destra il 55,4%).
Inoltre il rapporto delinea uno scenario non certo in linea con i “desiderata” del governo.
Infatti per realizzare le centrali nucleari vengono stimati, “al netto di problemi e di accettazione sociale’‘, non meno di 10 anni e un budget, per ora non definitivo, di almeno 30 miliardi di euro. Tutto questo non eviterà la dipendenza dal petrolio, ma solo un risparmio valutabile nella misura del 4,5% (_lo stesso che molti sostengono potersi ottenere con le fonti rinnovabili_).
L’Eurispes nel suo Rapporto Italia 2009 ricorda da una parte la volontà “dell’attuale governo” di soddisfare con il nucleare il 25% del fabbisogno energetico del Paese entro il 2020-2030. Dall’altra ricorda che, non raggiungere i target previsti dal protocollo di Kyoto sulle emissioni, ci costerà, secondo i calcoli Eurispes, “un debito giornaliero di 4 milioni di euro, un esborso di 1,5 miliardi di euro”.
Ma, se la produzione nazionale tocca l’85,1% (il 14,9% è nucleare importato dalla Francia), in quanto a potenza installata non servirebbe rivolgersi a nessuno: “La potenza installata è di 89.800 MW a fronte di una domanda di picco di 55.600 MW, per una sovrapotenza di 34.000 MW”. Il punto, fa notare l’Eurispes, “non è la carenza di centrali” ma che “l’utilizzo degli impianti sia inferiore al 50%”. E quindi uno nucleare che produca il 25% del fabbisogno energetico, osserva tra l’altro l’Istituto di ricerca, sarebbe “in contrasto con le direttive Ue” per gli obiettivi sulle fonti rinnovabili.

fonte: rinnovabili.it

Petrolio: Atteso rialzo a 70 dollari dopo tagli Opec

Il prezzo del petrolio a 42 dollari dovrebbe influire sul ribasso delle bollette di energia e gas degli utenti italiani. Non c'è tuttavia da ben sperare per il futuro. Il forte ribasso del prezzo del greggio registrato negli ultimi mesi deve essere considerato un intervento temporaneo dettato da motivi politici, finalizzato a contenere le gravi conseguenze della crisi economico-finanziaria globale. La natura temporanea dell'intervento è stato confermato oggi, con il recente annuncio dell'Opec di voler tagliare la produzione la produzione di greggio di 4 milioni di barili per aumentare il prezzo del petrolio almeno a 70 dollari nei prossimi mesi. L'annuncio è stato fatto in occasione del dibattito sull'energia del World Economic Forum di Davos. Il segretario generale dell'Open, Abdalla Salem El Badri, ha motivato la decisione con la necessità di reperire fondi necessari per gli investimenti. Il sistema economico globale resta improntato per il 70% sulle fonti fossili non rinnovabili. Il passaggio del prezzo del greggi da 150 dollari al di sotto dei 50 dollari deve pertanto considerarsi un evento temporaneo e spingere ulteriormente ad investire nelle fonti di energia alternative e nella diversificazione del mix energetico.

fonte: ecoage.it

SOS AMAZZONIA: GREENPEACE, PASCOLI NE DISTRUGGONO 80%

C'e' una diretta relazione tra espansione dell'allevamento bovino e ''distruzione'' dell' Amazzonia, nello stato del Mato Grosso, ''la regione amazzonica con il piu' alto tasso di deforestazione''. La denuncia e' di Greenpeace che, al World Social Forum di Belem, diffonde una serie di nuove mappe in un rapporto: ''Amazzonia arrosto''. Il 79,5% delle aree recentemente deforestate in Amazzonia e' stato destinato al pascolo: l' allevamento bovino e' ''il principale motore della deforestazione nell'Amazzonia brasiliana''. Dal 1996 al 2006 , rileva Greenpeace, ''ben 10 milioni di ettari sono stati tagliati a raso''.

Oggi il Brasile, e' il principale esportatore di carne e pelle bovina e il governo brasiliano, osserva l'associazione, ''intende, raddoppiare la propria capacita' di esportare questi prodotti entro il 2018, finanziando un ulteriore sviluppo del comparto zootecnico''. Chiara Campione, Responsabile della campagna foreste di Greenpeace, ricorda che ''il Brasile e' il quarto paese emettitore di CO2'' e ''il 75% dei gas serra emessi dipendono dalla deforestazione''. Il prossimo dicembre a Copenaghen, conclude Greenpeace, un qualsiasi accordo per salvare il pianeta dovra' ''includere misure per fermare la deforestazione'', considerato che distruggere le foreste tropicali e' ''responsabile di ben un quinto delle emissioni di gas serra''. Il rapporto di Greenpeace sull'Amazzonia delinea poi le misure che il governo brasiliano deve mettere in atto per l'obiettivo di ''Deforestazione Zero'' entro il 2015.

fonte: ansa.it

Davos, Ki-moon: Dalla crisi si esce con il Green Deal e una leadership mondiale

Mentre a Davos Russia e Cina non risparmiano accuse agli Usa per la responsabilità della crisi economica, e rivendicano il loro ruolo di nocciolo duro del nuovo turbo-capitalismo mondiale grazie alle dolorose trasformazioni post-comuniste da una parte, ed alla mutazione genetica del maoismo dall´altra, al Forum economico mondiale il segretario generale dell´Onu, Ban Ki-moon, lancia un nuovo appello per un "Green New Deal" che, più che a Pechino e a Mosca, sembra iniziato a Washington. Secondo Ban la svolta verde per l´intero pianeta è necessaria , «per uscire dall´attuale crisi economica ed incoraggiare i capi delle imprese a lottare contro i cambiamenti climatici e per completare il Patto mondiale tra le Nazioni unite ed il mondo degli affari lanciato 10 anni fa».

Le parole del segretario dell´Onu rivelano che, a differenza di quel che pensa qualcuno, la consapevolezza dell´insostenibilità di una crescita basata sulla speculazione, l´ingordigia e la dissipazione delle risorse naturali era ben presente all´Onu, ma anche che alle Nazioni Unite è mancato, o meglio è stato negato, il ruolo di governo mondiale che è stato frammentato e delegato ad istituzioni come Fondo monetario, Banca mondiale e G8 che sono stati al servizio della globalizzazione liberista che si è rivelata una pericolosa catastrofe ideologica che oggi sembra non avere padri, ma solo figli illegittimi.

Ban comunque, pure accusato da più parti di tenere un profilo dimesso, sull´ambiente non molla ed anzi rivendica la primogenitura delle idee di fondo: «L´economia verde creerà posti di lavoro e farà della crisi di oggi la crescita di domani. Il nuovo presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, si è recentemente allineato al mio appello per un "Green New Deal". Il mondo degli affari deve ripristinare la fiducia adottando le buone pratiche del Patto mondiale concluso con le Nazioni Unite, secondo il quale le imprese si impegnano a sviluppare pratiche positive nei settori dei diritti dell´uomo, del trattamento dei lavoratori, dell´ambiente e della lotta contro la corruzione. Così si affronterà anche la questione dei cambiamenti climatici che minaccia tutti gli Obiettivi di sviluppo e di progresso sociale, e che costituisce una vera minaccia per l´esistenza del Pianeta».

Ban è andato in casa della “creme” del capitalismo per dire che qualcuno, le imprese, non ha rispettato i patti e che, quindi, altri (ad iniziare dalle amministrazioni Usa da Reagan fino ad oggi) hanno indebolito l´Onu perché questo fosse possibile. L´indebolimento, o meglio il mancato rafforzamento, di un elemento essenziale di quel governo mondiale che oggi tutti invocano, lo stiamo pagando con la crisi una e trina del pianeta: economica, ecologica ed energetico-alimentare.

«Senza fiducia, non c´è prosperità» ha detto Ban, che non ha mancato di sottolineare che «l´ambiente depresso del Forum di Davos quest´anno è molto differente dalle volte precedenti». Una delle vie di uscita dalla depressione già pronte sarebbe il "Global Compact 2.0" la nuova fase del Patto mondiale che mette insieme 6.000 imprese in più di 130 Paesi. «La nostra epoca richiede una nuova leadership, che deve essere mondiale. Perché i problemi che si pongono non possono essere risolti che con la cooperazione» ha detto Ban e poi ha fatto l´esempio di diversi progetti lanciati all´interno del Patto mondiale, in particolare il "Caring for Climate" con il quale le imprese si fanno carico delle loro emissioni di CO2 e delle misure per ridurle e il progetto "CEO Water Mandate" che incoraggia strategie di irrigazione sostenibile, riciclaggio dell´acqua, impianti di desalinizzazione ad energia eolica capaci di fornire acqua potabile a più di un milione di persone.

Il segretario dell´Onu ha ribadito che il global warming presenta grandi rischi che possono diventare ed opportunità: «D´altro canto presenta "gilt-edged opportunity". Se pensiamo al cambiamento climatico, saremo in grado di risolvere molti nostri problemi attuali, compresa la minaccia di recessione globale. Siamo a un bivio. E´ importante che ci rendiamo conto che abbiamo una scelta. Possiamo scegliere un miope unilateralismo e il "business as usual", oppure possiamo scegliere la cooperazione e la partnership a livello mondiale su una scala mai vista prima. Viviamo in una nuova era. Tutte le sue sfide possono essere risolte mediante la cooperazione, e solo attraverso la cooperazione. Oggi, una nuova serie di crisi richiede un rinnovato senso della mission. I nostri tempi richiedono una nuova definizione di leadership: la leadership mondiale. Richiedono una nuova costellazione della cooperazione internazionale: governi, società civile e settore privato, che lavorano insieme per il bene collettivo a livello mondiale. Qualcuno potrebbe dire una tale visione è ingenua. Che si tratta di pii desideri. Eppure abbiamo esempi ispiratori che dimostrano il contrario». Ban ha citato la Rivoluzione Verde che negli anni ´60 ha tolto dalla povertà milioni di persone in Asia, la campagna di vaccinazione mondiale che sradicato il vaiolo nel 1979, i progressi nel lotta ad Aids, malaria, tubercolosi e poliomielite.

«Ma dobbiamo rompere la tirannia del pensare a breve termine a favore di soluzioni a lungo termine – ha sottolineato Ban – Questo richiederà un rinnovato impegno per i principi fondamentali. Un nuovo "Global Compact". Oggi, con la recessione economica e il cambiamento climatico, la posta in gioco per le imprese non è mai stata più alta. Ma per le imprese che guarderanno al futuro i premi saranno altrettanto elevati. La green economy è low-carbon ed energy-efficient. Crea lavoro, investimenti in tecnologie sostenibili. La crisi di oggi diventerà domani una crescita sostenibile».


fonte: greenreport.it

L´homo sapiens sostenibilis

L’uomo del futuro. Solo scrivendo questa frase significa dare per scontato almeno due cose: che l’uomo continuerà ad essere; e che avrà un futuro. Questo perché siamo così attaccati alla vita (la nostra e quella della terra) che quando saremo sul punto di morire, per dirla alla Vecchioni, pianteremo un ulivo, convinti ancora di vederlo fiorire. Dunque l’uomo del futuro, i figli dei figli dei figli…

In tempo di crisi economica-finanziaria-ecologica il pensiero non può non correre verso di loro. Nei confronti dei quali lasceremo che cosa? E soprattutto come si evolverà la nostra specie? Thimoty Garton Ash ieri su Repubblica attaccava così il suo intervento affermando che «L’Uomo di Davos, “il mammifero più evoluto del pianeta”, farebbe bene a chiedere scusa per averci messo nei guai economicamente». Già, ma anche ecologicamente ci ha messo nei guai e anche di questo dovrebbe renderne conto. Nasce da qui l’immagine di quello che dovrà essere su questo pianeta l’evoluzione dell’uomo, se vogliamo che, appunto, abbia un futuro. Un’evoluzione che necessariamente dovrà avere, almeno in alcune sue forme, innanzitutto una velocità maggiore rispetto alle evoluzioni del passato (homo erectus – homo sapiens sapiens). Una questione non solo di “più intelligenza”, ma anche di maggiore capacità di adattamento alle mutate condizioni del pianeta.

Comunicazione e informazione, insomma, perché di questo si parla in quanto è questo che ci ha fatto evolvere come specie. Dunque, che sarà di noi? “Il mammifero più evoluto del pianeta” crediamo ancora che sarà l’uomo, ma non quello di Davos, almeno fino a quando il modello economico al quale farà riferimento sarà quello attuale e non quello incentrato sulla sostenibilità. L’uomo di Davos, ha ragione Ash, dovrebbe andare dietro la lavagna per essersi dimenticato (volutamente o no) che l´economia è sott’ordinata all´ecosistema. E non viceversa. L’economia è l’uso razionale delle risorse scarse, ma se le risorse le si ritengono illimitate, come quelli che pensano che si possa crescere all’infinito, si commette un errore tragico. Tragico perché quando il modello va in crisi – giorni nostri – nel bel mezzo della crisi ecologica, non si salva né capre (economia), né cavoli (ecosistema). E la casa (oikos) va in malora.

Guardando molto, molto avanti, è assai probabile che l’evoluzione prosegua nei prossimi millenni magari attraverso mutazioni quali capacità respiratorie, udito, vista. Chissà, può darsi che in un domani lontanissimo l’uomo sarà in grado di resistere meglio a un ambiente che, a causa dell’inquinamento, sarà assai più ostile. Anche Andy Knoll dell’università di Harvard (Repubblica di oggi parlando del nuovo numero di Le Scienze), alla luce dei cambiamenti climatici, si chiede «fino a che punto la capacità di adattamento permetterà all’uomo di sopravvivere in un ambiente stravolto». Tutto questo sempre che l’uomo non pregiudichi talmente la vita sulla terra da far sì che il problema non si ponga… Oppure niente evoluzioni fisiche-psichiche ma saprà solo difendersi meglio grazie alla sempre più forte interazione con le macchine. E colpisce in questo senso il progetto europeo di robotica che partirà ufficialmente il 2 febbraio con un meeting europeo a Monaco, Viactors (Variable Impedance ACTuation systems embodying advanced interaction behavOuRS), che ha un obiettivo davvero ambizioso: «non produrre automi che semplicemente replichino in toto la struttura fisica umana - spiega Antonio Bicchi, direttore del Centro ‘Enrico Piaggio’ dell´Università di Pisa che è partner del progetto - ma piuttosto quello di capire quali sono le parti di una struttura biologica che consentono all’organismo di svolgere determinate funzioni, per poi sviluppare nuovi componenti per i robot in grado di svolgere la stessa funzione. La rivoluzione è che questi componenti verranno inseriti direttamente nella struttura fisica del robot. Non ci sarà più un programma esterno che, caricato sull’automa come un software, darà istruzioni alla macchina, ma la capacità di svolgere una funzione sarà incorporata direttamente nel ‘fisico’ della macchina, così come avviene nel caso di alcune capacità umane, per esempio motorie».

Una macchina con capacità di svolgere una funzione incorporata direttamente nel fisico è un passo verso qualcosa la cui portata è difficilmente immaginabile. La cosa tra l’altro non genera in noi alcun desiderio luddistico, ma ci fa ulteriormente riflettere sullo sviluppo delle capacità umane che sempre più, invece di essere stimolate come si fa con un muscolo per non farlo atrofizzare, le si bypassano relegando ai pc e alle macchine in genere. Soprattutto le capacità mnemoniche e di calcolo che hanno permesso all’uomo di compiere passi da gigante nell’evoluzione. Invece ci pare che l’eccessiva specializzazione, le semplificazioni derivanti dal facile utilizzo delle ricerche in rete, la comunicazione ridotta all’osso sommersa, paradossalmente, da una quantità di informazioni mai viste nella storia dell’umanità, stiano portando l’uomo ad avere difficoltà a porsi davanti alla complessità della vita. Un’evoluzione quindi al contrario, come se la vita fosse un sistema binario uguale a quello delle macchine: 0,1,0,1. Sì, no. Bianco, nero.

Sono queste, crediamo, le basi per un caos. L’uomo del futuro, dal nostro punto di vista, per esserci in quel futuro ha una sola strada: la sostenibilità. Capirne l’essenza e praticarla. Riportare le dinamiche che regolano l’economia e i rapporti tra le persone ‘sulla terra’. L’economia ecologica dovrà essere un concetto esso stesso di passaggio per tornare ad essere semplicemente economia. La biologia della conservazione dovrà essere parte integrante di tutte le azioni di trasformazione di materia e di energia dell’uomo. Uomo che a sua volta dovrà aiutarsi con le macchine mantenendo il massimo della capacità critica. Insomma, la prossima evoluzione o sarà dall’Homo sapiens sapiens (aeconomicus) all’homo sapiens sostenibilis, o non sarà.

Ci ricorda sempre Repubblica di oggi nel pezzo su Le Scienze che tra i quesiti dell’evoluzione (la domanda se la pone Frans De Waal della Emory University) c’è quello del perché l’uomo ha bisogno di comunicare cose intime, in particolare sofferma la sua analisi sul diventare rossi per l’imbarazzo, caratteristica unica dell’uomo rispetto alle altre forme di vita sulla terra: «mostrare imbarazzo – dice - interferisce con la strategia di manipolare gli altri senza farsi troppi scrupoli. E’ come se gli uomini primitivi fossero sottoposti a una pressione evoluzionistica tesa a premiare l’onestà».

Volutamente non siamo entrati in questioni religiose per avere un approccio laico di fronte all’evoluzione dell’uomo, ma ci pare che, purtroppo, l’homo sapiens sapiens di oggi abbia quasi completamente dimenticato cosa significhi la parola vergogna…

fonte: greenreport.it

Carta di impegni sul clima

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La carta di impegni inviata al governo e agli enti locali dalle associazioni riunite "in marcia per il clima"

fonte: lanuovaecologia.it

venerdì 30 gennaio 2009

Nucleare francese: confermato un secondo reattore EPR

Cinquantotto reattori nucleari non sono abbastanza per Parigi che annuncia: “presto un nuovo impianto di terza generazione”

Nonostante gli ultimi incedenti registrati nelle centrali di Tricastin, Romans sur Isere, e Saint-Alban, la Francia non demorde e complice i crescenti consumi che hanno costretto il paese ad importare, quest’inverno, energia dalla Germania, da l’ok ad un secondo reattore EPR di terza generazione. La conferma arriva direttamente dal premier Nicolas Sarkozy, che in conferenza stampa ha annunciato che la realizzazione spetterà alla compagnia Electricite de France (Edf) ed interesserà la Francia settentrionale e più precisamente Pleny, nord est di Dieppe. Si tratta di un reattore ad acqua pressurizzata, come si evince dallo stesso nome “European Pressurized Reactor” nel quale la refrigerazione del nocciolo e la moderazione dei neutroni sono ottenuti ad acqua “leggera” contenuta nel nocciolo stesso. Sotto il profilo delle scorie e della loro radio tossicità nulla cambia rispetto agli impianti delle generazioni precedenti; la scelta è piuttosto motivata dalla capacità in fase operativa di garantire il doppio dei MW per ogni tonnellata di uranio inserito.

fonte: rinnovabili.it

Davos: l'Opec minaccia altri tagli di produzione del petrolio

Dal meeting di Davos, l’Opec denuncia l’attuale quotazione del petrolio e annuncia nuovi tagli destinati, a loro a avviso, a tener su la quotazione che, per essere di loro soddisfazione, dovrebbe superare quota 50 dollari al barile

La situazione permane stabile verso il ribasso. Si tratta della quotazione del petrolio che ultimamente si è stabilizzata intorno ai 40 dollari al barile, ma su un crinale pericoloso e che da un momento all’altro potrebbe precipitare ben sotto quota 40. E ovviamente tutto ciò non può far piacere all’Opec, per cui sono pochi anche 50 dollari al barile. Abadalla Salem El BadriAd, segretario generale dell’Opec, ha colto l’occasione del meeting sull’energia del “World Economic Forum” a Davos: “Quando ci riuniremo a marzo avremo ancora qualcosa da mettere fuori dal mercato – ha dichiarato riferendosi a futuri ulteriori tagli di produzione – Non sarei felice anche se il petrolio fosse a 50 dollari il barile, perché così non possiamo investire. Se non investiamo ora, avremo problemi tra 2-3 anni quando l’economia tornerà a crescere e allora non riusciremo a soddisfare la domanda”.
“Per garantire gli investimenti – è stata la dichiarazione di Tony Hayward, a.d BP, “il prezzo appropriato è tra 60 e 80 dollari al barile”.
El Badri ha voluto sottolineare l’esigenza degli investimenti, anche per rispondere alla maggiore produzione e che dovrebbero servire allo sviluppo del Paese, soprattutto in vista di quei segnali di ripresa che a suo avviso “potrebbero esserci già a fine anno”.
L’appello di Pierre Gadonneix, presidente della francese Edf, fa ugualemente riferimento agli investimenti. “Due anni fa, sempre a Davos, il tema era diverso. Parlavamo dell’esigenza di maggiore produzione e dei cambiamenti sia nel global warming sia in termini di maggiore domanda – ricorda Gadonneix, dichiarando – Bisogna investire nel petrolio, nel gas, nel nucleare, nelle fonti rinnovabili. Non è presto, non è tardi: dobbiamo investire ora. Perché non sappiamo se sarà tra mesi o tra anni, ma il mercato e la domanda ripartirà di nuovo”.
“Edf è pronta a dare maggiore apporto nelle fonti rinnovabili e nel nucleare da noi e in altri Paesi – ha poi aggiunto – i mercati hanno bisogno di segnali dai governi che hanno un ruolo importante da giocare soprattutto nel lungo termine, riuscendo a dare dei messaggi che possano riequilibrare i prezzi”. Parlando degli approvvigionamenti, Gaddoneix ha affermato che ciò di cui l’Europa ha più bisogno è diversificare le fonti. E a suo avviso, in questo senso il nucleare è una soluzione. “Quello che dobbiamo ottenere – ha detto – è l’approvazione dell’opinione pubblica”.
Per quanto riguarda il problema del gas, il presidente dell’Azerbaijan, Ilham Aliyev afferma come la produzione attuale “sia sufficiente per stabilizzare i prezzi. Ma questo dipende anche da altri fattori, come la domanda – Aliyev ha poi aggiunto – é un problema che non riguarda solo i consumatori, ma tocca anche di più i produttori”. E il progetto Nabucco, un gasdotto che parte proprio dall’Azerbaijan potrebbe essere alternativo alle odierne “vie” di approvvigionamento con tutti i problemi che si sono creati con la crisi Russo-Ucraina. “Anche se ci sono molti problemi, da quelli politici a quelli degli impegni finanziari – ha concluso Alivev – bisogna agire più coraggiosamente e fare maggiori sforzi”.
Infine il segretario generale dell’Opec lamenta ancora le eccessive imposte sui carburanti e fa suo un appello ai governi per il taglio della pressione fiscale sui derivati petroliferi. El Badri ha annunciato poi altri tagli alla produzione per tenere su le quotazioni del barile di petrolio e garantire ai paesi memenbri dell’Opec nuovi investimenti produttivi.
“Le tasse colpiscono duramente i nostri prodotti – ha ribadito El Badri – Il 60% del costo del carburante che mettete nella vostra auto va direttamente nelle tasche dei vostri governanti”.

fonte: rinnovabili.it

Italia: aiuti all'auto, ma solo ai modelli da 130 gr. Co2/km

Gi “Amici della Terra” chiedono che gli incentivi alla rottamazione previsto dalla finanziaria, siano riservato solo ai veicoli più puliti , cioè solo per quelli che erogano meno di 130 grammi di CO2 a km

“Fra i criteri sia chiaramente definita una soglia di emissioni di CO2’”, questa la richiesta degli “Amici della Terra” in un’odierna nota. Secondo i dati europei resi noti ieri dalla Commissione, concernenti la media di emissioni del venduto nell’UE25 (circa 158 g di CO2/km nel 2007), siamo indietro rispetto al traguardo europeo di 130g di CO2/km entro il 2012.
Nel nostro paese la media di gas di scarico da autotrasporto, per il venduto 2007 è ancora di 146 g CO2/km. Meglio del 1995 (- 19%). Dopo il Portogallo (a 143 g) l’Italia è così al secondo posto, nella classifica dei mercati nazionali che richiedono auto più efficienti.
“In base a questi dati – dichiara il presidente Amici della Terra, Rosa Filippini – l’Italia ha le carte in regola affinché il nostro governo rivolga a tutti gli altri Paesi europei un forte richiamo alla coerenza col regolamento europeo, appena approvato dopo anni di discussione, introducendo fra i criteri di incentivazione quello di CO2, con una soglia non superiore a 130 grammi CO2/km”.

fonte: rinnovabili.it

Detrazioni 55%, si riparte

158 i sì, 126 no e due astenuti: così il Senato ha votato la fiducia al governo sul decreto legge anticrisi varato a fine novembre, un decreto da cinque miliardi di euro, che avrebbe cessato la sua efficacia proprio nella giornata di ieri (28 gennaio 2009). Il decreto (DL 185/2008) contiene il tanto discusso articolo 29, che definisce la disciplina in merito agli sconti fiscali sulle spese di riqualificazione energetica degli edifici.
In seguito ai cori di proteste ed all’opposizione delle associazioni dei consumatori, nonché dei costruttori, sono state eliminate sia la norma che introduceva la retroattività del provvedimento, sia il meccanismo del silenzio-rifiuto a seguito della presentazione delle istanze per ottenere il bonus fiscale.
In pratica, per le spese sostenute negli anni 2009 e 2010, chi vorrà ottenere la detrazione dovrà inviare apposita comunicazione all’Agenzia delle Entrate, nei termini e secondo le modalità previsti con provvedimento che la stessa Agenzia delle Entrate emanerà entro 30 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto anticrisi; tale comunicazione, che ha il solo scopo di monitorare l’andamento delle richieste, conterrà la data di inizio lavori, la spesa sostenuta e la cifra da portare in detrazione.
Come in passato si dovrà, inoltre, inviare la documentazione tecnica all’Enea per via telematica, ma questa volta al sito finanziaria2009.acs.enea.it, attualmente in fase di allestimento. “Solo se il nuovo sito non sarà pronto entro il primo aprile 2009”, chiarisce Giampaolo Valentini, coordinatore del gruppo di lavoro sull’efficienza energetica dell’Enea “sarà possibile effettuare la richiesta tramite raccomandata”.
La novità sta nel fatto che il contribuente potrà ottenere lo sgravio esclusivamente rateizzando il bonus in cinque anni, con rate di eguale importo, senza possibilità di scelta; questo per consentire all’Erario di calcolare con esattezza a quanto ammonterà il mancato gettito negli anni successivi. Grosso aspetto positivo è l’eliminazione dei tetti di spesa annuali messi a disposizione dall’Esecutivo.
Nulla cambia, invece, per chi ha eseguito gli interventi di riqualificazione energetica entro il 31 dicembre 2008. Le procedure ed i termini rimangono quelli già consolidati, compresa la possibilità di scegliere il numero di rate in cui detrarre l’importo, da tre a dieci anni; scelta che dovrà essere fatta all’atto della dichiarazione dei redditi e che sarà irrevocabile.

fonte: rinnovabili.it

“Bioalimenta il domani” con Legambiente

Un progetto di educazione alimentare che fa un’istantanea del rapporto tra il biologico e le nuove generazioni e che coinvolge scuole e studenti in un percorso di sensibilizzazione e di informazione sugli strumenti per vivere più sano, più naturale, con maggior rispetto per l’ambiente. Con “Bioalimenta il domani 2009”, Legambiente e Rigoni di Asiago presentano un’indagine realizzata durante l’anno scolastico 2007-2008 (con 2.200 classi partecipanti e più di 1700 schede compilate da famiglie e alunni) dalla quale si evince l’interesse per il Bio e per la mobilità sostenibile, la preoccupazione per l’utilizzo di pesticidi in agricoltura e di imballaggi superflui, la consapevolezza di quanto siano “energivore” la frutta e la verdura fuori stagione Nell’occasione, i due partner hanno tracciato le linee guida della seconda fase del programma didattico per un’alimentazione consapevole e sostenibile.

“Con Bioalimenta il domani - ha dichiarato Rossella Muroni direttore generale di Legambiente - abbiamo voluto coinvolgere le scuole in un progetto di educazione alimentare legato ai problemi della quotidianità, per spiegare le relazioni che legano la salute dei consumatori e dell’ambiente con le pratiche produttive, con l’obiettivo di diffondere la conoscenza dei processi di filiera e l’impatto sul Pianeta. Attraverso l’alimentazione è possibile infatti, ricostruire la propria storia, la propria cultura, le relazioni con il territorio, per offrire ai ragazzi l’opportunità di poter essere protagonisti delle scelte che determineranno anche il loro futuro”.

Ma quanto sono diffusi i prodotti biologici? Dal campione analizzato emergono dati interessanti: il 43% dichiara l’utilizzo saltuario di ingredienti Bio, il 19% risponde di usarli “spesso”, il 9% “molto spesso”. E per capire quanto il consumatore sia consapevole e responsabile davanti allo scaffale, significativo appare che più della metà degli intervistati presti attenzione alla provenienza del prodotto alimentare e che ben l’80% ritenga eccessivo l’utilizzo di imballaggi. Se poi il 79% punta il dito contro lo smodato uso di risorse da parte dei paesi industrializzati come causa di disparità economica, la stragrande maggioranza (83%) ritiene di poter incidere con le proprie scelte sulle politiche dei produttori ed è pronto ad aumentare il consumo di prodotti Bio per contribuire alla salvaguardia dell’ambiente.

Gli ostacoli ad una maggior diffusione dei prodotti biologici? Il prezzo troppo elevato (56%), la difficoltà di reperimento (14%), la scarsa sensibilità dei consumatori (14%).

Il biologico e il suo utilizzo nelle mense scolastiche saranno invece l’asse portante dell’edizione 2009 di “BioAlimenta il domani” con un percorso educativo per gli studenti e un’indagine rivolta agli istituti per capire quali criteri alimentari utilizzano nella scelta dei pasti per gli alunni.

fonte: ermesambiente.it

Emergenza Grand Canyon «Bush ignorò il rischio»

Il dipartimento dell'Interno, che negli Stati Uniti si occupa di tutela ambientale, sotto l'amministrazione Bush ignorò un rapporto riguardante i rischi a cui il Grand Canyon sarebbe andato incontro se fosse stata modificata - come avvenuto - la gestione delle risorse idriche derivanti dal fiume Colorado. Per questo motivo un gruppo ambientalista ha denunciato l'amministrazione. Lo riporta il Washington Post, precisando che il nuovo ministro dell'Interno, Ken Salazar, dovrà affrontare come primo appuntamento del suo mandato proprio l'emergenza Gran Canyon.

La precedente amministrazione decise infatti, circa un anno fa, di modificare il sistema di dighe del fiume, per andare incontro alle esigenze delle società che producono energia elettrica e che utilizzano, appunto, l'acqua del Colorado. Nel procedere con questa decisione, l'amministrazione non tenne però in alcun conto le raccomandazioni e i rapporti presenti al riguardo dai consulenti scientifici. Secondo gli scienziati, venne presentato un rapporto che dimostra in modo scientifico quali siano i rischi ambientali cui si espone l'ecosistema del Grand Canyon quando, come invece disposto poi dal provvedimento ministeriale, se si procede a una drastica modifica della portata d'acqua del fiume.

Le conseguenze più gravi sono che si aumenta l'erosione delle spiagge del fiume, e si mette a rischio la sopravvivenza di specie di pesci protette. In pratica si modificano le condizioni di vita e i contorni di uno dei paesaggi più belli d'America, che non a caso è protetto da legislazioni speciali. Il Washington Post precisa che è già stato presentato ricorso contro il provvedimento dell'amministrazione Bush.

fonte: lanuovaecologia.it

Ferro nel plancton per ridurre la CO2 Non convince il metodo salva-clima

Intrappolare le emissioni di anidride carbonica grazie al plancton, il quale si moltiplica molto più massicciamente se nutrito con il ferro, è una teoria tra le varie per la lotta ai cambiamenti climatici che ora, secondo Nature, ha ricevuto un impulso dall'asserito successo di un esperimento nell'Oceano Meridionale, a est delle coste africane. Secondo la rivista, un team internazionale di ricercatori ha osservato un'esplosione del plancton in una zona marina ricca di ferro: tuttavia, l'assorbimento della CO2 non è stato quantificato. La tecnica, oltretutto, è osteggiata da molti gruppi ambientalisti, perché gettare nutrimento al ferro in mate rischia di modificare l'equilibrio ecologico degli oceani.

La Germania ha pochi giorni fa dato il via libera a un test simile, chiamato Lohafex, al largo dell'Argentina nonostante le preoccupazioni che esso fosse una violazione della convenzione Onu sulla biodiversità. Il plancton, dicono gli scienziati dello studio internazionale, di cui si occupa la stampa inglese, funziona come una spugna per l'anidride carbonica. Quando queste minuscole alghe muoiono, cadono sul fondo dei mari, intrappolando la Co2. Test suggeriscono che il ferro stimola la crescita e la riproduzione del plancton. Nell'esperimento chiamato Crozex, la squadra di ricercatori si è recata alle isole Crozet, 2.200 km a sudest del Sudafrica. Queste acque ogni anno si riempiono di un'esplosione di plancton delle dimensione dell'Irlanda, grazie al ferro contenuto nelle isole vulcaniche dell'arcipelago.

Raccogliendo sedimenti che cadevano dalla superficie al fondo dell'oceano, gli scienziati hanno visto che il contenuto di Co2 era due-tre volte quello del plancton prelevato in zone oceaniche meno ricche di ferro. Anche le autorità argentine sono preoccupate per l'esperimento avviato martedì scorso da un gruppo di esperti tedeschi e indiani, che prevede la 'disseminazione' di circa 20 tonnellate di solfato di ferro disciolto nelle acque davanti alle isole delle Georgia al fine di abbassare il riscaldamento globale. Lo rende noto la stampa locale, precisando che il ministero degli esteri di Buenos Aires ha già chiesto dei chiarimenti all'ambasciata tedesca, la quale - ricorda il quotidiano Clarin - ha reso noto che Berlino "ha tenuto conto delle obiezioni argentine" e che l'esperimento "si sarebbe svolto in acque internazionali, lontane dalle acque argentine".

"Ci potrebbero essere dei danni all'ecosistema argentino", coincidono numerosi esperti locale, che definiscono "controverso" l'esperimento tedesco-indiano. Lo scorso martedì, il rompighiaccio Polarstern, una delle navi oceanografiche più note al mondo, ha iniziato a disseminare il ferro - ricorda la stampa - in un raggio di 300 km quadrati nelle acque antartiche: l'obiettivo del progetto è quello di abbassare il riscaldamento globale a costi relativamente contenuti, verificando le reazioni delle alghe e del plancton ad una profondità di circa 3.800 metri. Il problema indicato da alcune associazioni ambientaliste argentine deriva dal fatto che le conseguenze della concentrazione del ferro nella flora marina non sono note, e che c'é quindi il rischio di eventuali danni nell'ecosistema delle acque.

fonte: lanuovaecologia.it

La Corte dei conti bacchetta la Provincia «Uno sperco quei soldi per la foresta»

La Corte dei conti dell'Emilia-Romagna ipotizza irregolarità contabili della provincia di Modena che nel 2003 acquistò per 20mila euro 100 ettari di foresta tropicale in Costa Rica per compensare le emsiioni di gas serra". Il vice presidente della Provincia Maletti, allora assessore: «Lo rifarei»

Fa discutere l'iniziativa della procura della Corte dei conti dell'Emilia-Romagna che ipotizza irregolarità contabili e procedurali della provincia di Modena che nel 2003 acquistò per 20 mila euro cento ettari di foresta tropicale in Costa Rica nello "spirito del protocollo di Kyoto" come atto concreto "per ridurre i gas serra". "Lo rifarei", rivendica il vice presidente della Provincia Maurizio Maletti, assessore nella giunta che approvò il provvedimento. La sua posizione ha trovato diverse reazioni di sostegno e alcune critiche.

"La decisione appare sconcertante - dice Roberto Della Seta, capogruppo Pd nella commissione Ambiente del Senato - ciò che viene contestato, l'investimento in una foresta in Costa Rica per la riduzione delle emissioni di CO2, è un meccanismo previsto dal pacchetto Ue per combattere i cambiamenti climatici". Anche secondo Ermete Realacci, ministro all'ambiente del Governo Ombra del Pd, l'iniziativa "è quantomeno sconcertante. Compensare le emissioni di CO2 attraverso progetti di riforestazione in paesi in via sviluppo non solo è un'azione prevista dagli accordi internazionali, ma in questo modo si mettono di fatto in discussione i migliaia di progetti di cooperazione allo sviluppo che moltissimi comuni italiani hanno avviato su questo fronte".

"Perplessità" viene invece espressa da Domenico Scilipoti, parlamentare dell'Italia dei Valori: "Per la Procura contabile sarebbero stati spesi un totale di 26.000 euro di cui 20.000 per cento ettari di alberi, 6.000 per finanziare l'apposita visita inaugurale. E' mai possibile che il denaro pubblico venga così investito?". Per gli Ecologisti Democratici "non è in discussione la legittimità del controllo contabile. Speriamo si tratti di un grossolano equivoco". Secondo Legambiente "nella lotta ai mutamenti climatici la cooperazione internazionale è fondamentale. Riforestare il pianeta fa bene al clima".

fonte: lanuovaecologia.it

Qualità dell'aria, pugno duro Ue

Bruxelles ha lanciato una raffica di procedure di infrazione a 16 partner europei. Per l'Italia diffida in merito ai limiti sulle polveri sottili. E un secondo ammonimento sulle emissioni degli impianti industriali. Dei 25 paesi dell'Unione solo 4 sono in linea con le regole sull'aria

Lotta senza quartiere per migliorare la qualità dell'aria in Europa. Bruxelles non ha esitato ieri a lanciare una raffica di procedure di infrazione in campo ambientale a 16 partner europei: solo all'Italia, ha inviato una lettera di diffida per non aver ancora rispettato i limiti in vigore dal 2005 sulla presenza di particelle sottili nell'aria responsabili dello smog. E un secondo ammonimento, dopo il quale c'è solo il deferimento alla Corte Ue, sulle autorizzazioni per controllare le emissioni degli impianti industriali. La guerra all'inquinamento è ormai, per le ripercussioni sulla salute e per il suo impatto socio-economico, un obiettivo trasversale nelle politiche europee.

Le particelle inquinanti trasportate dall'aria - le cosiddette PM10 - sono emesse dagli impianti industriali, dal traffico, dal riscaldamento domestico, e possono provocare asma, problemi cardiovascolari, cancro al polmone e morte prematura. Attualmente il superamento dei valori limite in vigore nell'Ue dal primo gennaio 2005, riguardano 83 milioni di persone e 132 zone istituite al fine di controllare la qualità dell'aria. Su questo fronte, nel mirino di Bruxelles sono finite oltre all'Italia, Germania, Regno Unito, Svezia, Polonia, Portogallo, Spagna, Slovenia, Estonia e Cipro.

Per la Commissione europea quindi nessun ritardo è più accettabile in quanto - ha ricordato il commissario europeo all'Ambiente Stavros Dimas - una nuova direttiva per un più forte impegno a migliorare la qualità dell'aria è già stata approvata dagli Stati membri nell'aprile scorso. L'accordo - che pone obiettivi fino al 2020 - fissa livelli di concentrazione vincolanti per le micro-particelle (PM2,5) considerate tra gli inquinanti più pericolosi per la salute insieme alle particelle più grosse (PM10), già regolamentate.
Dimas ha deciso di intervenire anche su 10 stati membri - tra cui l'Italia - che "non hanno rilasciato o rinnovato le autorizzazioni agli impianti industriali": complessivamente 4.000 siti nell'Ue. Per questo, una prima lettera di diffida è stata inviata a Danimarca e Irlanda (non a Malta come inizialmente indicato dalla Commissione europea), mentre Italia, Belgio, Bulgaria, Grecia, Olanda, Portogallo, Slovenia e Spagna hanno ricevuto un secondo e ultimo richiamo ufficiale. Se non si adeguano in tempi relativamente brevi, rischiano di finire sul banco degli imputati alla Corte di giustizia europea.
"Su 25 Paesi dell'Unione europea solo quattro risultano in linea con le regole Ue sull'aria. Interessante notare che sono: Lettonia, Finlandia, Irlanda e Lussemburgo. Mentre tra i Paesi nei cui confronti la Commissione europea ha avviato procedura di infrazione, l'Italia si trova in compagnia di altri 9, tra cui Germania, Spagna, Regno Unito, addirittura la Svezia. Gli altri 11 Paesi hanno chiesto la deroga, e fra questi la Francia".
È quanto sottolinea, in una nota, la Regione Lombardia. "Nei documenti di Bruxelles - sottolinea ancora la Regione - si parla di Stati e non di Regioni. In ogni caso Regione Lombardia, che notoriamente si trova in un'area, la Pianura Padana, decisamente sfavorita dal punto di vista della dispersione degli inquinanti atmosferici, è stata la prima a dotarsi di una legge organica sull'aria e di piani operativi - con provvedimenti sia strutturali sia di emergenza - apertamente lodati dall'Unione europea per la loro efficacia".

fonte: lanuovaecologia.it

«Per l'auto futuro ibrido»

Secondo Gianni Silvestrini, direttore scientifico di Kyoto Club e Qualenergia, da qui al 2020 si profila una competizione sul piano delle auto ibride elettriche e a benzina, mentre dal 2020 al 2030 la competizione si sposterà su idrogeno e ibride

Quello dell'auto "sembrava un mercato maturo" ma, dopo l'annuncio del presidente degli Stati Uniti, Obama, "si profila sicuramente un'accelerazione della gara fra Unione Europea, Giappone e Usa", ma questa volta in chiave di un'economia rivolta alla riqualificazione anche in senso ambientale. Lo ha affermato il direttore scientifico del Kyoto Club e di Qualenergia, Gianni Silvestrini.

Secondo l'esperto, in particolare, "da qui al 2020 si profila una competizione sul piano delle auto ibride, cioè elettriche e a benzina mentre dal 2020 al 2030 la competizione si sposterà sul mercato delle auto a idrogeno e quelle ibride". In linea generale il trasporto sarà il tema chiave del futuro. E, per quanto riguarda Kyoto, gli Stati Uniti, secondo Silvestrini, agiscono sue due piani: "Uno è nazionale, per rimettersi in piedi, l'altro internazionale.

Gli Usa - ha detto Silvestrini - alla Conferenza Onu sul clima a Copenaghen, il prossimo dicembre, giocheranno pesante per creare le condizioni per arrivare a target quantitativi paese per paese", in modo da trascinare anche Cina, India e Brasile. Un'alleanza Usa-Ue? "L'alleanza - ha riferito l'esperto del Kyoto Club - è nei fatti. L'Ue ha deciso unilateralmente e mette in campo risorse per facilitare i paesi svantaggiati a contenere la crescita, gli Usa hanno annunciato misure su auto ed efficienza energetica".

fonte: lanuovaecologia.it

Lo Zimbabwe ridotto alla fame Metà popolazione nutrito dall'Onu

Lo Zimbabwe è ridotto alla fame. Fame vera. Cibo che non si trova, che costa troppo caro. Oltre al dramma del colera ormai fuori controllo (3100 morti, 57 mila contagiati), ad un governo fantasma che non si riesce a formare da sei mesi, oltre ad un'inflazione che ha raggiunto l'iperbolica cifra di 231 milioni per cento, i 12 milioni di abitanti dell'ex granaio dell'Africa adesso si trovano a fare i conti con problemi di nutrizione quotidiana.

Sette milioni di abitanti, sostiene un allarmato rapporto del Pam, per sopravvivere dipendono da un aiuto alimentare. Hanno bisogno di assistenza, devono ricorrere agli aiuti degli organismi internazionali e delle ong che a fatica distribuiscono cibi primari e medicine di base. Il Pam, spiega il portavoce del Programma alimentare mondiale nell'Africa australe, Richard Lee, aveva inizialmente previsto che cinque milioni di abitanti dovevano essere sostenuti entro giugno di quest'anno. Ma la gravissima crisi economica e alimentare del paese ha fatto rivedere al rialzo questa stima e ad anticipare i tempi.

Già oggi, a fine gennaio, il Pam è costretto a razionare gli aiuti per riuscire a sfamare tutta la popolazione bisognosa. Ogni famiglia riceverà solo 5 chili di cereali al mese, rispetto ai dieci ottenuti fino a dicembre scorso e ai 12 distribuiti nel 2008. Se a questo drammatico dato si somma anche il tasso di disoccupazione che ha raggiunto il 94 per cento della popolazione attiva, non è esagerato parlare di disastro umanitario. Soltanto 480 mila persone, su una popolazione di 12 milioni di abitanti, avrebbero un lavoro pagato. Male e poco, ma pagato. Il resto, praticamente la stragrande maggioranza, resta a zonzo tutto il giorno, spesso tappata in casa perché non è in grado di comprare niente.

Molti hanno rinunciato al lavoro, come i docenti, gli infermieri e i medici, perché il biglietto del bus con cui si spostano ogni mattina costa più di quanto percepiscono ogni mese. Tra i sei e i sette milioni sono fuggiti nei paesi vicini.

Il governo corre di nuovo ai ripari. Ma con soluzioni tampone che servono solo a rinviare un dramma che domani sarà ancora più grave. Il ministro delle Finanze ha autorizzato l'uso del dollaro statunitense come moneta corrente. Nessuno, nemmeno i piccoli commercianti, i venditori ai mercati, accetta più la moneta locale. La continua emissione di biglietti di taglio sempre più grande, fino ai trilioni, per evitare che la gente facesse le piccole spese quotidiane portandosi valige di carta straccia, non è servita a nulla. La decisione, che provocherà un altro balzo del tasso d'inflazione, è stata presa quando il prezzo di una pagnotta è arrivato a tre miliardi di dollari zimbabwesi.

Dopo l'ultimo, lunghissimo vertice mediato dal Sudafrica, è stato raggiunto un accordo per la formazione di un governo. Il presidente Robert Mugabe e il leader dell'opposizione Morgan Tsvangirai hanno accettato l'idea di un compromesso. Grazie alle pressioni dello stesso presidente statunitense Barack Obama, che ha chiamato il presidente sudafricano invitandolo ad accelerare i tempi, è stata accolta la data del 12 febbraio prossimo come termine ultimo per il giuramento dell'esecutivo. Tra molti malumori e il dubbio che, una volta formato un governo, le grandi scelte per risollevare il paese dalla catastrofe saranno al centro di nuove e infinite trattative.

fonte: repubblica.it

Grandi imprese, occupazione in calo Boom di ricorsi alla cassa integrazione

Crolla l'occupazione nelle grandi imprese a novembre 2008. Stando ai dati Istat, l'occupazione ha segnato un calo annuo dell'1% al lordo della cig e del 2,1% al netto della cig. L'Istituto di statistica precisa che il -2,1% è il calo più ampio registrato da novembre 2002. In termini congiunturali l'indice, depurato degli effetti della stagionalità, ha registrato una variazione di -0,2% al lordo della Cig e di -0,6% al netto dei dipendenti in cassa integrazione.
BOOM CIG - Di pari passo con il calo nell'occupazione, si registra nelle grandi imprese a novembre il boom di ricorsi alla cassa integrazione. Il ricorso alla cig è stato pari a 19,1 ore per mille ore lavorate ed è aumentato di 5,8 ore ogni mille ore lavorate rispetto al precedente mese di ottobre e di 11,5 ore per ogni mille ore lavorate rispetto al novembre 2007. Lo comunica l'Istat, precisando che i dati di novembre sono i più alti in assoluto nelle serie storiche dell'Istat, che risalgono al 2000. Il ricorso alla cassa integrazione è stato particolarmente alto nelle grandi imprese dell'industria: le ore di cig utilizzate a novembre sono state pari a 48,7 per mille ore lavorate (+15,5 ore rispetto a ottobre e +29,8 ore ogni mille lavorate rispetto a novembre 2007). Nei servizi le ore di cig utilizzate sono state 2,2 ore ogni mille lavorate (+0,9 in termini congiunturali e +1,5 in termini tendenziali)

fonte: corriere.it

giovedì 29 gennaio 2009

Usa, declina il fiume Colorado Pericoli per il Grand Canyon

RAPPORTI scientifici falsificati per aggirare il parere degli esperti sui rischi ambientali. È solo l'ultimo di uno dei tanti misfatti dell'amministrazione Bush in fatto di tutela ambientale, e a farne le spese è stato questa volta un monumento naturale, il Grand Canyon. Il quotidiano americano Washington Post ha svelato che il ministero dell'Interno ha voluto ignorare, e in alcuni casi modificare, i responsi di ricerche scientifiche sulla corretta gestione delle risorse idriche del fiume Colorado. Così facendo, la fauna e l'ecosistema in generale del Grand Canyon, secondo il gruppo ambientalista Grand Canyon Trust, sono stati fortemente danneggiati.

Una disputa annosa. Le dighe su invasi che afferiscono al Colorado sono al centro di una disputa annosa. Le acque che alimentano il fiume forniscono energia idrica e il loro fluire viene regolamentato a seconda del fabbisogno di energia elettrica della zona. Se però l'apertura o chiusura delle dighe è utile per le centrali idroelettriche, non è detto lo sia altrettanto per l'ecosistema del Grand Canyon. Gli ambientalisti sostengono infatti che una regolazione dei flussi non sia naturale visto che, per sua natura, il Colorado è caratterizzato da periodi di piene e di siccità. Al contrario, le centrali elettriche richiedono un flusso quasi costante e, per risparmiare, vogliono chiudere alcune dighe durante le ore notturne, quando c'è bisogno di meno potenza.

Il piano quinquennale. Lo scorso febbraio il ministero degli Interni, che si occupa anche di gestione dell'ambiente, ha approvato un programma che prevede soltanto una piena all'anno, avvenuta nel marzo 2008, dopo la quale il Colorado avrebbe avuto un flusso regolato fino al 2012. Ogni decisione su come gestire le acque è stata quindi rimandata, sulla base dei risultati di studi costati al governo federale oltre 100 milioni di dollari. Ma questi studi, sostengono le associazioni ambientaliste, dicono chiaramente che il Colorado starebbe molto meglio con più piene occasionali e il governo ha voluto ignorarli. Al loro posto, secondo quanto sarebbe sfuggito alla dirigenza del Grand Canyon National Park, sono stati prodotti studi falsificati o incompleti, emendati delle parti contrarie agli interessi delle grandi aziende che possiedono gli impianti idroelettrici.

Gli animali vittime di Bush. Tra le vittime della politica senza scrupoli dell'amministrazione Bush ci sono dunque ora anche i Gila cypha, pesci d'acqua dolce tipici di alcuni fiumi statunitensi, oltre alle spiagge del Colorado, minacciate dall'erosione a causa della politica di gestione delle dighe. In particolare la popolazione dei pesci è oggetto di una disputa nella disputa perché il governo ha sostenuto, nel varare il piano quinquennale, che la popolazione di Gila cypha non è a rischio, mentre gli ambientalisti sostengono che i pesci dovrebbero essere inseriti negli elenchi delle specie a rischio. La fauna del Grand Canyon è solo l'ultima a essere messa in pericolo dalle scelte dell'amministrazione Bush: i salmoni furono tra le prime, specie già a rischio falcidiata dalle politiche repubblicane per la pesca e la costruzione di dighe. Inoltre, il presidente aveva tagliato i fondi alle ricerche pubbliche sulle specie in via di estinzione, ricerche che, anche quando venivano fatte, sono state spesso ignorate.

La sfida del ministro Salazar. Ken Salazar, il segretario di Stato agli Interni nominato da Barack Obama non ha voluto fare dichiarazioni sul caso specifico del Grand Canyon. Tuttavia i suoi intenti, in accordo con il programma del nuovo presidente, sono di invertire la rotta dell'amministrazione Bush e di mettere almeno sullo stesso piano gli interessi economici e quelli ambientali. "Non ci saranno più le sviste del passato", ha avuto modo di dire il ministro nei giorni scorsi, e gli ambientalisti gli hanno subito lanciato un appello: "Se vuole davvero cambiare, cominci dal suo ministero", sfidandolo a liberarsi degli impiegati e funzionari abituati a tenere in maggiore conto le ragioni degli industriali rispetto a quelle dei rapporti scientifici.

fonte: repubblica.it

Dall’UE oltre 1,5 mld nell’eolico off-shore e nel CCS

Per sostenere il piano di ripresa economica la Commissione europea propone un nuovo investimento per il periodo 2009-2010 in progetti concernenti le infrastrutture dell’energia, a beneficio di tutti gli Stati membri

Infrastrutture energetiche, Internet a banda larga ed Politica agricola: questi i campi in cui si svilupperanno i progetti beneficiari dei 5 miliardi di euro stanziati dall’Unione Europea. La Commissione UE ha, infatti, presentato oggi, nel quadro dell’attuazione del piano di stimolo economico, un pacchetto di misure che include come accennato importanti progetti energetici. Si tratta di una proposta di regolamento che concede un importo complessivo di 3,5 miliardi di euro per gli investimenti nei piani di CCS, ovvero di cattura e stoccaggio del carbonio (1.250 milioni di euro), per i progetti di energia eolica offshore (500 milioni di euro) e per i progetti di interconnessioni del gas e dell’elettricità (1.750 milioni di euro). Per il Presidente della Commissione, José Manuel Barroso il piano di ripresa adottato dall’Unione “è prima di tutto un ‘investimento intelligente’, uno stimolo a breve termine orientato su obiettivi a lungo termine”. “Dobbiamo trarre insegnamento – continua Barroso – dalla recente crisi del gas e investire fortemente nell’energia”. Per tale motivo la Commissione si è impegnata “a collaborare con gli Stati membri, che beneficeranno tutti delle misure proposte, per rivitalizzare l’economia europea mediante investimenti in questi settori fondamentali”.

fonte: rinnovabili.it

L’Italia e altri 74 Paesi dicono sì a Irena

Con la firma dell’atto costitutivo nasce ufficialmente a Bonn la voce globale delle energie alternative. Avrà il compito di rafforzare la collaborazione nelle politiche e nei programmi di approvvigionamento energetico sostenibile

Un’agenzia internazionale creata perché divenga la principale forza trainante nel processo di diffusione e sviluppo delle fonti energetiche rinnovabili su scala mondiale. Con questo intento nasce IRENA, acronimo di International Renewable Energy Agency, che ha dato appuntamento questa settimana a Bonn per la firma dell’atto costitutivo. Settantacinque le Nazioni firmatarie, tra cui ovviamente anche la Germania, culla del progetto. “Diversi Paesi ha dichiarato Sigmar Gabriel, Ministro dell’Ambiente tedesco – hanno riconosciuto l’opportunità che le rinnovabili offrono alla protezione del clima, alla sicurezza energetica ed alla crescita economica. Irena darà alle eco-energie una voce internazionale ed impulso politico”. Sottolineando la necessità di un rapido riorientamento verso la sostenibilità energetica ed un’economia a basso tenore di carbonio, gli Stati partecipanti hanno anche istituito una Commissione preparatoria, che avrà tra gli incarichi quello di garantire un avvio spedito e completo dell’Agenzia. Ad firmare l’atto costitutivo anche l’Italia rappresentata dall’ambasciatore Antonio Puri Purini. “L’adesione dell’Italia all’Irena – si legge in una nota del ministero degli Affari Esteri -, è dettata dalla convinzione che una risposta efficace alla sfida energetico-ambientale passi, da un lato, attraverso la promozione delle fonti rinnovabili e, dall’altro, attraverso la creazione di un nuovo sistema di governance mondiale”.

fonte: lanuovaecologia.it

Nucleare: liberi dalle scorie bruciandole in nuovi reattori

Un nuovo reattore chiamato «Compact Fusion Neutron Source» potrebbe risolvere il problema dello stoccaggio delle scorie nucleari rendendole al 99% inoffensive. Cauto ottimismo da parte dei tecnici italiani secondo i quali il progetto presenterebbe ancora dei punti ancora poco chiari

Proposta interessante e progetto serio, tuttavia molto delicato e complicato. È questo il tono con il quale è stato accolto il nuovo progetto statunitense presentato da un gruppo di fisici dell’Institute for Fusion Studies dell’Università di Austin in Texas. in sostanza, alla base del progetto, la possibilità di realizzare un reattore ibrido a fissione e fusione in grado di bruciare le scorie radioattive, altamente tossiche e di lunga vita, che in tal modo diverrebbero inoffensive.
Il progetto, pubblicato sull’ultimo numero della rivista di tecnologie della fusione nucleare “Fusion Engineering and Design”, e presentato da due degli autori stessi del progetto, Mike Kotschenreuther e Swadesh Mahajan, consiste nella realizzazione di un reattore ibrido a fissione e fusione, ovvero una «Compact Fusion Neutron Source», CFNS, cioè una potente sorgente di neutroni, non più grande di una stanza, costituita da un ‘tokamak’, una ciambella magnetica contenete deuterio a 100 milioni di gradi di temperatura.
L’intera struttura rientrerebbe a valle di in un processo di trattamento delle scorie strutturato in modo tale da aversi prima di tutto il riciclaggio al 75% delle scorie provenienti di reattori nucleari americani ad acqua leggera; dopodiché, le parti non riciclabili costituite da elementi transuranici altamente radio tossici e con vite medie di centinaia di migliaia di anni, finirebbero su un’altra linea di trattamento indirizzata al bombardamento neutronico all’interno dei nuovi reattori attraverso i quali oltre a produrre energia, la quota parte di elementi non riciclabili verrebbero rese inoffensive al 99%. Quanto alla portata dei reattori, ciascuno di essi si sbarazzerebbe delle scorie di 15 reattori convenzionali tanto da portare all’1% della quantità attuale di scorie la porzione da stoccare nei depositi geologici, la cui individuazione e gestione resta un nodo fondamentale al centro della discussione a livello globale. Tale progetto quindi rivoluzionerebbe il modo di vedere il futuro del nucleare per la produzione di energia; superato infatti il problema dello stoccaggio delle scorie, il nucleare rientrerebbe a pieno diritto fra le scelte nel settore energetico senza il peso, dal punto di vista ambientale, degli effetti collaterali fino ad ora associati al suo utilizzo. Dal punto di vista economico invece, la discussione resta accesa ed è proprio questo l’aspetto che porta gli esperti italiani di tecnologie nucleari, fra tutti l’Ing. Giancarlo Aquilanti a capo della task force nucleare di Enel, a manifestare un cauto ottimismo nei confronti del progetto texano. Altro dubbio sollevato dai tecnici del settore nucleare quello dei tempi d’applicazione e di realizzazione della nuova tecnologia.

fonte: rinnovabili.it

Pubblicati i dati ISTAT sull’impatto ambientale

L’attività produttiva è stata individuata come maggior responsabile delle emissioni di gas inquinanti con l’80%, mentre il restante 20% spetta all’attività domestica. Triste primato al settore manifatturiero con il 27% di emissioni inquinanti

L’ISTAT presenta i dati ufficiali relativi all’impatto sull’ambiente generato dalle attività antropiche rispetto alle emissioni di gas serra per il periodo 1990-2006. Il risultato è stato che la responsabilità dell’80% e oltre delle emissioni inquinanti è delle attività produttive, mentre solo il restante 20%, o poco meno, è piena responsabilità delle famiglie. Quanto alla distribuzione di tali meriti, intesi in senso negativo, in testa alla ‘classifica inquinante’ nel settore produttivo il primo posto spetta alle industrie manifatturiere che incidono per il 27%, a seguire, il settore dell’agricoltura e la coltivazione per un totale del 40%, la produzione di energia elettrica, gas e acqua con il 26% complessivo delle emissioni di gas serra e il trasporto. Aldilà delle percentuali, di per sé preoccupanti, ciò che tuttavia allarma maggiormente è che le attività manifatturiere, agricoltura e il settore energetico esercitano una pressione sull’ambiente sproporzionata rispetto alla creazione dei valori economici sia dal punto occupazionale che di valore aggiunto, in quanto la ricchezza prodotta non è in grado di compensare i danni ambientali e quelli sulla salute, in sostanza il danno scaturito è maggiore del beneficio prodotto. Nota al margine positiva relativamente all’attività produttiva è che nello stesso periodo di tempo, parallelamente all’incremento delle emissioni di gas serra, sono diminuite quelle degli inquinanti alla base della formazione dell’ozono troposferico, altamente pericoloso per la salute umana. Quanto alle emissioni di gas serra generate dall’attività familiare, ciò che più influisce sulla percentuale di emissioni di gas serra è l’utilizzo di combustibili per il trasporto privato, per il riscaldamento e per gli usi di cucina, e tutto ciò che compete la vita domestica.

fonte: rinnovabili.it

Crisi dell'auto, il fututo è verde

Il regolamento europeo sul livello medio di emissioni delle auto nuove, l'apertura di Obama agli Stati che vogliono imporre limiti più rigorosi. E la ricerca su elettrico e idrogeno. Le prospettive mondiali del settore automobilistico

Dalla linea lanciata dalla Ue al 2012, fino alla scelta del presidente degli Usa Barack Obama di rivedere la decisione del ministero dell'Ambiente (Epa) sui limiti nelle emissioni delle auto in California e in altri Stati Usa, per il settore automobilistico la prospettiva è quella di diventare nel giro di un decennio decisamente più verde. E in futuro, per riuscire a comprare vetture alimentate da un mix metano-idrogeno, secondo un esperto dell'Enea basteranno cinque anni. Ecco il quadro:

REGOLAMENTO UE SU CO2 AUTO. Fissa il livello medio di emissioni delle auto nuove a 130 g CO2/km a partire dal 2012, livello che dovrà scendere a 95 grammi entro il 2020. Si prevede inoltre e un periodo transitorio di tre anni per il rispetto dei limiti imposti a ciascuna casa automobilistica, sulla base del peso medio delle nuove autovetture (ad es. 122g/km per la Fiat contro i 133g/km per la Volkswagen) e gli obiettivi potranno essere raggiunti attraverso stadi intermedi. E per ogni grammo di CO2 in eccesso rispetto al limite medio consentito sono previste sanzioni economiche.
LA SVOLTA VERDE DEGLI USA. Il presidente Barack Obama ha chiesto all'Enviromental protection agency (ministero dell'Ambiente) di rivedere la propria decisione contraria a limiti nelle emissioni delle auto in California e in altri Stati Usa. L'obiettivo dichiarato è quello di avere entro il 2011 un primo standard obbligatorio per i consumi, per poi arrivare nel 2020 ad avere auto in grado di fare una media di circa 15 km con un litro.
LE NUOVE TECNOLOGIE. Oggi sul mercato sono già disponibili vetture ibride, già utilizzate ad esempio nel parco auto dei taxi di Roma e Milano, oltre a quelle elettriche (che però costano il 50% in più) in genere alimentate da ricarica nel garage di proprietà. Secondo il quadro di Ennio Rossi, ricercatore dell'Enea nel settore della mobilità sostenibile, la tecnologia dell'idrogeno con celle a combustibile non è ancora a punto e la strada oggi è quella di usare vetture tradizionali con motore a scoppio, che con piccole modifiche possono essere alimentate da un mix metano-idrogeno. Potrebbero essere pronte fra cinque, massimo sette anni e l'idrogeno arriverebbe dalla lavorazione del petrolio. La Fiat ha manifestato interesse, visto che punta sul metano, mentre la Bmw ha già realizzato prototipi. L'impiego di idrogeno prodotto da fonti verdi invece, secondo l'esperto sarà verosimile quando verranno abbandonate le fonti fossili

fonte: lanuovaecologia.it

Parchi da primato

Cambiamenti climatici, tutela della natura, qualità della vita, sviluppo sostenibile. A Roma il 30 e 31 gennaio “Parchi a misura di futuro”, il sesto congresso nazionale della Federparchi

Oltre 1.100 aree naturali protette distribuite in tutta la Penisola, con una superficie complessiva di circa tre milioni e mezzo di ettari, pari a più del 12% dell'intero territorio italiano; 1.873 comuni interessati, pari a quasi un quarto del totale dei comuni d'Italia; circa l'8% della superficie tutelata rappresentata da tratti di costa, per un totale che supera i 630 chilometri. Sono questi, in sintesi, i numeri del sistema italiano delle aree naturali protette. Sono i numeri di un successo, maturato in un lasso temporale relativamente breve e reso possibile dalla volontà e dall'impegno di moltissimi italiani.

A questo già esteso sistema di aree protette (Parchi Nazionali e Regionali, Aree Marine Protette, Riserve Statali e Regionali, Oasi gestite da associazioni ambientaliste) si aggiunge la cosiddetta “Rete Natura 2000”, una serie di località - Siti di interesse comunitario (Sic) e Zone di protezione speciale (Zps) - individuate in ottemperanza alle direttive comunitarie “Habitat” e “Uccelli”, nate con lo scopo di tutelare sul territorio europeo la diversità biologica della flora e della fauna selvatiche. Aggiungendo anche i Sic e le Zps individuati in Italia, la superficie protetta sfiora il 21% del territorio nazionale, pari a oltre sei milioni e mezzo di ettari.
Sono ben cinque, infine, le regioni italiane che presentano una quota di territorio protetto pari ad almeno un quinto del proprio territorio. Si tratta dell’Abruzzo, con il 28%, la Campania (26%), la Provincia Autonoma di Bolzano (25%), la Lombardia (22%) e la Basilicata (20%). La Lombardia è anche la regione con il maggior numero di aree protette – ben 186 -. Nella Provincia autonoma di Bolzano ne sono state istituite 176, ma hanno superato quota cento anche Piemonte (112) e Toscana e (111).
L’Italia dei parchi, che rappresenta sempre di più le tradizioni, la conoscenza e la cultura dei nostri territori si ritroverà a Roma, venerdì 30 e sabato 31 gennaio prossimi per il VI Congresso Nazionale della Federparchi, la Federazione dei parchi e delle riserve naturali, in programma alla Casa dell’Architettura – Acquario Romano

fonte: lanuovaecologia.it

Dimas: «Piano clima è anti-crisi»

Il commissario all'Ambiente ha presentato il nuovo pacchetto Ue. Previsti più investimenti per ridurre i gas serra, aiutare i Paesi poveri a sviluppare economie verdi e fermare la deforestazione

Il piano Ue post-Kyoto per salvare la Terra dal surriscaldamento e la crisi economica "sono in sintonia": lo ha detto oggi il commissario europeo all'Ambiente, Stavros Dimas, presentando il nuovo ambizioso pacchetto che prevede più investimenti per tagliare i gas serra, per aiutare i Paesi poveri a sviluppare economie verdi e per fermare la deforestazione.

"La crisi ha ridotto i costi del piano e le stime sono scese rispetto allo scorso anno", ha spiegato Dimas, convinto che "siamo in grado di agire su entrambi i fronti, cioè sul clima e sulla situazione finanziaria, applicando i piani di ripresa che tengono conto delle necessità dell'ambiente".
La Ue intende proporre il piano alle economie industrializzate e a quelle in via di sviluppo e farne la base di discussione per la conferenza Onu di Copenaghen a dicembre prossimo chiamata a definire la strategia del dopo Kyoto, i cui effetti scadono nel 2012. "È necessario un accordo globale stavolta", ha detto Dimas, spiegando di aver ottenuto dal neopresidente Barak Obama assicurazioni sul pieno impegno degli Usa in tal senso.
"È una grande novità rispetto all'era Bush che minacciava il veto su tali questioni", ha detto il commissario. Tra le proposte europee un aumento degli investimenti fino a 175 miliardi di euro all'anno entro il 2020, di cui 30 miliardi destinati ad aiutare i Paesi poveri e 95 miliardi indirizzati alle economie emergenti come Cina, India e Brasile.

fonte: lanuovaecologia.it

Via al piano Ue per il clima «Serve l’appoggio degli Usa»

175 miliardi di euro all'anno entro il 2020, di cui 30 miliardi destinati ad aiutare i Paesi poveri, per evitare che nel 2050 la Terra si scaldi oltre la soglia di guardia dei due gradi. L'Europa definisce il dopo Kyoto e tenta di coinvolgere gli Usa

L'Unione Europea detta l'agenda per il dopo Kyoto e mette fretta agli Stati Uniti e alle economie emergenti con un nuovo e ambizioso piano per combattere il surriscaldamento del pianeta: servono più investimenti per tagliare i gas serra e per aiutare i Paesi poveri a sviluppare economie verdi e a fermare la deforestazione. Il piano che la Commissione presenta oggi parte dall'imperativo degli scienziati di contenere l'aumento della temperatura del pianeta entro i due gradi rispetto all'era pre-industriale. Ed è un chiaro invito all'amministrazione Obama a non perdere tempo. “L'Unione Europea ha bisogno dell'impegno totale degli Stati Uniti, senza il sostegno attivo e totale degli Usa non sarà possibile alcuna soluzione globale”, ha detto il commissario europeo all'Ambiente, Stavros Dimas, in una lettera inviata oggi al presidente americano Barack Obama.

È su di lui che si concentra il pressing Ue, da Dimas alla presidenza Ceca che oggi telefonerà alla Casa Bianca per chiedere impegni precisi al nuovo inquilino in vista della conferenza sul clima di Copenaghen, organizzata dall'Onu per il prossimo dicembre e chiamata a mettere a punto la strategia del dopo Kyoto da mettere in campo dopo il 2012. E a Washington, a parlare del futuro climatico del pianeta, ci sono già gli esperti inviati dal presidente della Commissione, José Manuel Barroso. D'altronde, ha spiegato Dimas, coinvolgere gli Stati Uniti è necessario dal momento che "altri Paesi, come la Cina, non vedono perché agire se le economie più ricche del mondo non prendono impegni fermi".
L'ambiziosa proposta Ue suggerisce un graduale aumento degli investimenti per ridurre le emissioni di gas serra ed evitare che nel 2050 la Terra si scaldi oltre la soglia di guardia dei due gradi: 175 miliardi di euro all'anno entro il 2020, di cui 30 miliardi destinati ad aiutare i Paesi poveri. "Più della metà di questi nuovi investimenti – si legge nel documento della Commissione – cioè circa 95 miliardi, devono essere indirizzati alle economie emergenti come Cina, India e Brasile", per aiutarle ad avviare la loro strategia verde e per bloccare la deforestazione tropicale entro il 2030. I nuovi fondi, secondo il piano della Commissione, potranno venire, ad esempio, da una nuova tassa per ogni tonnellata di CO2 emessa: un balzello "di un euro fino ad arrivare a tre euro nel 2020 metterebbe insieme 20 miliardi di euro nel 2020", spiega la Commissione

fonte: lanuovaecologia.it

Modena, il giudice blocca il "trucco" anti-inquinamento

L'amministrazione provinciale di Modena si è comprata un pezzo di foresta tropicale in Costarica. Un "trucco", secondo la procura della Corte dei Conti, per compensare con i "crediti ecologici" del protocollo di Kyoto "il mantenimento di un livello più elevato di inquinamento in ambito locale".

Le procedure previste dal protocollo sono ancora tutte da decifrare, potrebbero indurre Stati o imprese inquinanti a "nascondere" oltre il dovuto le proprie emissioni sotto il tappeto di progetti e finanziamenti ai paesi più "puliti" del Terzo Mondo, come temono i critici dell'accordo di Kyoto. La Provincia di Modena ogni tanto manda Oltreoceano le proprie guardie ecologiche, che hanno preso pure dei premi, per controllare e custodire la lussureggiante foresta di Dona Karen. A Modena è arrivato in vista ufficiale persino il viceministro costaricano Jorge Rodriguez, ma la Procura contabile di Bologna non ci vede chiaro. Accusa la Provincia di aver speso male i soldi pubblici e chiede di risarcire il danno fatto ai cittadini: l'aria pura del Costarica non arriva ai modenesi. Richiede 26 mila euro: 20 mila serviti per pagare cento ettari di alberi, 6 mila per le spese sostenute nel viaggio inaugurale, con seguito di giornalisti.

È un risvolto contabile di una vicenda che coinvolge i paesi di tutto il mondo, ma anche imprese, associazioni, singoli, nella lotta all'effetto serra. La Provincia di Modena nel 2003 si è inserita in questa battaglia per la salvezza del pianeta, ma da prima della classe che voleva fare una bella figura mondiale, si vede ora rimproverare di non badare alla difesa ambientale locale. Per il pm contabile Paolo Novelli, la procedura seguita è, per cominciare, del tutto sbagliata e amministratori e funzionari hanno collezionato una serie di pasticci. La Provincia non poteva dare come contributo il denaro all'Associacion Ecologica de Paquera Lepanto y Cobano, che in Italia non è riconosciuta. Quel denaro era stato messo in un capitolo di spesa definito "Acquisto di foresta tropicale", poi però è finito in mezzo a "contributi qualificazione aree protette Provincia di Modena". Questo andirivieni nasconderebbe per la Procura il fatto che il contributo non è stato messo a bando, perché rischiava così di non arrivare alle Guardie ecologiche, garanti del "progetto Costarica".

Gli avvocati dei funzionari della Provincia sostengono che "la tutela delle foreste, anche a livello internazionale, assicura la salvaguardia del clima terrestre, con conseguente beneficio di tutti gli abitanti della Terra compresi quelli della Provincia di Modena". Il procuratore replica invece che "la comunità modenese avrebbe pagato quel beneficio mantenendo un livello più elevato di emissioni inquinanti, una minore conservazione del patrimonio ambientale locale". Un danno "specifico" contro "un generico beneficio mondiale", ottenuto con una procedura "nemmeno conforme al protocollo di Kyoto"

fonte: repubblica.it

mercoledì 28 gennaio 2009

Post-Kyoto, Bruxelles rilancia "Investire 175 miliardi l'anno"

Ormai sembra una gara a chi è il più bravo della classe. Se due giorni fa il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato una parte consistente del suo new deal verde, oggi l'Unione Europea rilancia, chiedendo a Washington di accelerare insieme lungo il percorso che porta al rinnovo del Protocollo di Kyoto con obiettivi decisamente più ambiziosi. Ma anche l'Onu intende fare la sua parte. Stando a indiscrezioni riportate dal Financial Times, il segretario generale Ban Ki-Moon intende convocare tra febbraio e marzo un vertice dei 30-40 più importanti leader mondiali per spianare la strada alla stesura di un nuovo trattato.

L'appuntamento decisivo è la conferenza in programma a dicembre a Copenaghen, ma i nodi da sciogliere restano molti. Tra questi, la necessità di coinvolgere i paesi in via di sviluppo, ovvero le economie che hanno contributo meno a creare il problema del riscaldamento globale, ma che ora rischiano di pagare il prezzo più alto per la riconversione dell'industria.

"Un accordo solido internazionale è fondamentale, si tratta di un'occasione storica della quale dobbiamo approfittare, perché l'accordo non solo è necessario ma possibile ed a fine anno sarà cosa fatta", ha auspicato il commissario europeo all'Ambiente Stavros Dimas illustrando la proposta di istituire entro il 2015 un mercato del carbonio che coprirà tutti i paesi dell'Ocse e lo sviluppo di fonti di finanziamento internazionali innovative. "Non si tratta di un'idea campata in aria", ha chiarito Dimas, precisando di voler "creare a questo fine un gruppo di lavoro Ue-Usa".

Il commissario ha anche ribadito che la crisi economica non sarà assolutamente un ostacolo all'adozione di un piano Ue post-Kyoto. "La crisi ha ridotto i costi del piano e le stime sono scese rispetto allo scorso anno", ha spiegato Dimas, convinto che si possa "agire su entrambi i fronti, cioè sul clima e sulla situazione finanziaria, applicando i piani di ripresa che tengono conto delle necessità dell'ambiente".

Nel dettaglio, le proposte europee stimano un aumento degli investimenti fino a 175 miliardi di euro all'anno entro il 2020, di cui 30 miliardi destinati ad aiutare i Paesi poveri e 95 miliardi indirizzati alle economie emergenti come Cina, India e Brasile.

Lo scenario, insomma, è completamente cambiato rispetto a pochi mesi fa, quando Bruxelles portava avanti da sola la battaglia contro i cambiamenti climatici mentre George W. Bush tirava il freno a mano. Gli ambientalisti sono però soddisfatti solo a metà. Greenpeace, ad esempio, accoglie "positivamente la proposta della Commissione Europea per nuove misure di riduzione dei gas serra e per fornire appoggio finanziario necessario ad affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici nei paesi in via di sviluppo", ma "critica la decisione, presa all'ultimo minuto, di rimuovere qualsiasi indicazione specifica per il sostegno economico che l'Europa è pronta a offrire, una decisione che indebolisce la posizione europea all'interno delle negoziazioni internazionali che procederanno per tutto il 2009".

Sulla stessa lunghezza d'onda il Wwf. Le nuove proposte europee, afferma una nota dell'organizzazione, contengono "un po' di retorica che va nella giusta direzione, ma devono prevedere impegni più concreti e un ruolo europeo più importante nell'aiutare le nazioni in via di sviluppo a ridurre le proprie emissioni e adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici già in atto".

Più convinta Legambiente. "La proposta - sostiene l'associazione - ribadisce l'essenza del pacchetto clima approvato a dicembre ed è un segnale incoraggiante per il raggiungimento di un nuovo accordo internazionale a Copenaghen che conferma la volontà dell'Europa di mantenere la leadership mondiale della lotta ai mutamenti climatici. L'impegno a istituire un fondo finanziato dai paesi industrializzati a sostegno di quelli in via di sviluppo nella riduzione delle emissioni e nell'adattamento al cambiamento del clima, dimostra ancor di più la serietà con cui l'Europa intende affrontare la questione climatica".

fonte: repubblica.it

Microalghe marine per assorbire CO2

In seguito al lungo dibattito fra il Ministero dell’Ambiente e quello della Ricerca tedeschi è stata infine approvata la missione tedesca-indiana che prevede l’immissione in zone ristrette delle acque meridionali dell’oceano Atlantico di sei tonnellate di ferro per innescare artificialmente la crescita di microalghe marine che riescano ad assorbire la CO2

Ferro nell’oceano e microalghe affamate di CO2 per combattere l’influenza negativa dei gas serra con il conseguente surriscaldamento globale. Si tratta di un progetto, denominato Lohafex, annunciato dal Governo tedesco che consiste nello spargere ferro nelle acque oceaniche con il ruolo di catalizzatore per la crescita di microalghe in grado di assorbire anidride carbonica. L’oceano quindi acquisterebbe il nuovo ruolo di serbatoio di gas serra che con le sue alghe marine assorbirebbe il biossido di carbonio sia dall’atmosfera che dall’acqua. Data la delicatezza del progetto dal punto di vista ambientale, prima del responso positivo alla missione scientifica da parte di Berlino, si era manifestato il disappunto del Ministero dell’Ambiente che riteneva che il test violasse una moratoria sulla fertilizzazione artificiale degli oceani stabilita in occasione della Conferenza Onu sulla Biodiversità svoltasi a Bonn nello scorso maggio. In tutta risposta, il Ministero della Ricerca con il suo Ministro Annette Schavan, ha portato a sostegno della sua tesi l’esito dello studio su relazioni di esperti secondo i quali non esisterebbe alcun ostacolo scientifico o legale nei confronti dell’esperimento. Inoltre, come sottolinea l’Istituto di Ricerca Popolare Alfred Wegener, in ogni caso la moratoria in causa non riguarda di fatto le ricerche scientifiche su piccola scala. Il battello ‘Polarsten’ dell’Istituto ha pertanto lasciato il porto di Città del Capo in Sudafrica lo scorso 7 gennaio con un a bordo 48 scienziati rappresentanti la missione tedesca-indiana; obiettivo, prima di tutto individuare le zone idonee all’esperimento nell’area meridionale dell’oceano Atlantico a ridosso delle coste sud-americane, in seguito, riversare sei tonnellate di ferro nelle stesse acque per un totale di 300 chilometri quadrati al fine di favorirvi la crescita del fitoplancton. La missione terminerà il 17 marzo a Punta Arenas, in Cile

fonte: rinnovabili.it
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Passatempo Preistorico

Moonstone Madness

Pronti a partire, pronti per distruggere tutto? Bene, allora fate un salto indietro nell'era preistorica e immergetevi in questa nuova avventura dal gusto tribale. A bordo del vostro cinghiale dovrete raccogliere le gemme preziose necessarie per passare alle missioni successive, saltando gli ostacoli se non volete perdere il vostro bottino e distruggendo i totem a testate per conquistare altre gemme utili. Inoltre, una magica piuma vi catapulterà verso il cielo dove punti e gemme preziose sono presenti in gran quantità, per cui approfittatene! cercate di completare la missione entro il tempo limite, utilizzando le FRECCE direzionali per muovervi, abbassarvi e saltare, e la SPACEBAR per prendere a testate i totem.

Change.org|Start Petition

Blog Action Day 2009

24 October 2009 INTERNATIONAL DAY OF CLIMATE ACTION

Parco Sempione - Ecopass 2008