martedì 16 febbraio 2010

Basterà un nuovo referendum a sconfiggere il ritorno all'atomo dell'Italia?

L'ipotesi di indire un referendum contro il nucleare è oggetto di discussione tra gli oppositori di questa scelta del governo di riportare il nostro paese a produrre energia attraverso l'atomo. L'ipotesi referendaria è già realtà per l'Italia dei valori , che ha votato al recente congresso la scelta di andare avanti per questa strada, nonostante gli appelli a ripensarci che soprattutto da parte delle associazioni ambientaliste impegnate nella battaglia al nucleare erano giunti alla segreteria del partito guidato da Di Pietro.

«Il referendum purtroppo in Italia è uno strumento che ha perduto smalto» aveva dichiarato il direttore di Greenpeace Giuseppe Onufrio. Sempre secondo Onufrio «spesso ( i referendum ndr) hanno generato delusioni anche quando sono stati vinti. Il referendum può servire soltanto ad avviare un dibattito pubblico, sul ritorno al nucleare, che in Italia non c'è ancora stato».

«Chiediamo ai promotori del quesito referendario di fermare, al momento, la loro iniziativa e di condividere con le altre forze una strategia comune di contrasto alle assurde politiche nucleari, nonché di avvio di reali politiche di contrasto al problema dei cambiamenti climatici» aveva scritto il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza, in un articolo pubblicato da Il Manifesto.

Un appello lanciato anche da i Verdi, che assieme a Sinistra ecologia e libertà avevano lanciato l'ipotesi di un referendum assieme a Italia dei Valori ma sono adesso preoccupati che possa diventare uno strumento di lotta politica, anziché una leva per far emergere la volontà popolare contraria all'atomo.

«Voglio rivolgere un appello ad Antonio Di Pietro affinché non usi il referendum sul nucleare come strumento di lotta politica: bisogna essere uniti in un grande movimento per dire no all'atomo» aveva infatti affermato il presidente dei Verdi, Angelo Bonelli, presentando a Roma un dossier su quelle che definiscono le bugie del Governo relative ai costi del nucleare in Italia.

Ed è lo stesso Cogliati Dezza che a nome di tutto il direttivo nazionale di Legambiente, alla notizia della decisione ribadita dal congresso dell' Italia dei valori di proseguire sulla propria strada che ha affermato: «capiamo perfettamente l'intenzione di Di Pietro, neofita dell'antinucleare, di stare in piazza per raccogliere le firme contro l'ipotesi di nuovi impianti, capiamo meno l'irresponsabilità a lanciare, in assoluta chiusura autoreferenziale, un referendum senza porsi il problema di vincerlo allargando le alleanze e facendolo nei tempi adatti».

Quindi il referendum va avanti, ma si porrà il problema di quali saranno le forze che faranno parte del comitato promotore, perché la domanda che si pone (al di là di quale sarà il quesito referendario) - ovvero se il referendum sia da ritenersi ancora lo strumento utile per portare avanti la lotta contro l'atomo - è già stata surclassata dalla decisione di Di Pietro che rischia di trascinare dietro una scelta non opportuna l'intero movimento antinucleare. Se, come accade ormai da diversi referendum a questa parte, non si riuscirà ad ottenere nemmeno il quorum il movimento potrebbe infatti risultarne fortemente indebolito nella sua capacità di confronto su temi invece assai realistici (quali i costi, il problema delle scorie ecc) che rappresentano il nocciolo del problema.

«Il referendum proposto dall'Italia dei valori - scrive Di Pietro sul suo blog - è l'unica strada per fermare il nucleare di Berlusconi. Solo se tutti i cittadini ci aiuteranno a promuovere la raccolta firme e a fare una corretta informazione sui rischi di questa scelta energetica scellerata avremo la concreta possibilità di farcela. Ogni Regione in mano al Pdl e alla Lega renderà esecutivo il decreto del Governo ostacolando il referendum: questa e' una certezza. Ogni Regione sottratta alla maggioranza di Governo sarà un passo verso la riaffermazione del referendum dell'87 che vietava l'impianto di centrali nucleari in Italia. Non ha senso dire che il nucleare non entra in una regione se poi ce lo ritroviamo nella regione confinante, l'obiettivo quindi deve essere raggiunto regione per regione, nessuna esclusa».

Ma diversa è l'opinione da parte degli ambientalisti che stanno dentro il Pd: a partire Roberto Della Seta e Francesco Ferrante che accusano il leader dell'Idv Antonio Di Pietro di aver anteposto, con la proposta di un referendum sul nucleare, interessi di partito «alla possibilità oggi più che realistica di sconfiggere Berlusconi e Scajola sul terreno della politica».

Perché, spiegano i due parlamentari democratici: «da una parte c'è il ricorso a uno strumento ormai del tutto spuntato che da quindici anni fallisce il raggiungimento del quorum a prescindere dal tema in discussione, dall'altra c'e' invece la possibilità assai concreta di sconfiggere il nucleare di Scajola e Berlusconi grazie al no di gran parte delle Regioni e alla crescente contrarietà degli italiani».

Sulla stessa linea anche Ermete Realacci, responsabile green economy del Pd: «Per l'Italia il nucleare è una strada sbagliata. Ma lo strumento referendario, senza una modifica della legge in vigore è un'arma spuntata. E' da 15 anni e 24 referendum che a causa dell'attuale legge, non si riesce a raggiungere il quorum dei votanti e spesso il fallimento del referendum è servito ad avvalorare proprio il quesito che si voleva abrogare. Forse, brandire l'arma del referendum può essere utile a qualche singola forza politica per aumentare di qualche decimale la propria percentuale, ma usarlo per dire no al nucleare può trasformarsi in un clamoroso autogol».

Anche per Realacci quindi, «la via principale per contrastare il nucleare sbagliato e costoso di Berlusconi, rimane quella del confronto politico di merito. Dalla decisione di espropriare i territori e le regioni sulla scelta dei siti, al rischio dell'aumento dei costi dell'energia che ricadrebbero proprio sulle tasche degli italiani, fino al negare ai cittadini la possibilità di fare del nucleare un punto di valutazione dei candidati in lizza. Dal resto è proprio per evitare un confronto onesto che il Governo sta occultando fino a dopo le elezioni l'elenco dei siti dove costruirà le centrali e per lo stesso motivo quasi tutti i candidati alle regionali di centro destra stanno prendendo le distanze dall'atomo. E' questo l'imbroglio da smascherare per fermare una scelta dannosa, antieconomica e sbagliata come il vecchio nucleare che Berlusconi vuole imporre agli italiani».

Resta il fatto che ormai la decisione di promuovere il referendum abrogativo della legge sviluppo è già in campo e potrebbe collegarsi ad una analoga iniziativa per quanto riguarda il tema dell'acqua. «Se l'iniziativa referendaria contro il nucleare si collegasse a quella ormai decisa per l'acqua -- il cui esito corre rischi analoghi - in nome di una forte presa dei temi della vita, della sopravvivenza, della giustizia climatica e sociale, è fondamentale chiedere con forza che diventi veramente un'iniziativa unitaria, tale che possa essere condivisa da tutte le componenti dello schieramento contro il nucleare auspicato da Cogliati Dezza» scrivono oggi su Aprile, Mario Agostinelli e Alfiero Grandi. Ed aggiungono che «potremmo così accompagnare al no sul nucleare un sì ad una proposta di legge di iniziativa popolare fondata sulle energie rinnovabili e cercare di unificare il fronte dei beni comuni - acqua, energia, alimentazione - in una narrazione coerente e desiderabile».

fonte: greenreport.it

Temi che dovrebbero essere pane quotidiano della politica su cui chiamare a discutere i cittadini attraverso il sistema dell'informazione, anziché con un referendum. Se il nostro fosse un paese normale.

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