martedì 6 aprile 2010

Non exit strategy

Ma quanto tempo occorre ancora per capire che questo modello di sviluppo è arrivato al capolinea? La domanda non è retorica, alla luce di quanto scrive oggi il Sole24Ore sul rialzo delle materie prime e di quello che quotidianamente registriamo dalle notizie economiche mondiali. Un rialzo che, viene detto, sarebbe causato dal «nuovo "cartello" del ferro siglato dai big minerari mondiali con i grandi consumatori, soprattutto le acciaierie asiatiche, che supera il vecchio sistema degli accordi annuali sulla determinazione del prezzo, aprendo alla speculazione sulle fluttuazioni».

«La richiesta di rincari da parte dei nostri fornitori - spiega Guidalberto Guidi, presidente di Anie, l'associazione di Confindustria che raccoglie le imprese elettroniche ed elettrotecniche - è ormai quotidiana e annulla quasi completamente il vantaggio monetario sul dollaro accendendo una potenziale rincorsa prezzi/tassi che non possiamo certo permetterci».

Il baco del contagio - si legge sempre sul Sole - «è certamente la siderurgia, con ricadute immediate sulla meccanica e sull'automotive. Ma anche chi utilizza come materia prima il rottame (gran parte dell'industria italiana), è investita indirettamente dal rimbalzo, influenzando il prezzo dei prodotti finiti».

«Abbiamo visto un forte rincaro del minerale ferroso destinato alle acciaierie e anche delle lattine di acciaio o alluminio da riciclare e fondere - spiega Rosolino Redaelli, produttore di imballaggi di metallo e presidente dell'Anfima, l'associazione di categoria - ed è prevedibile che a valle rincarerà anche la banda stagnata, cioè la latta per produrre barattoli, scatolette e bombolette. C'è preoccupazione soprattutto per gli effetti che potranno esserci sul confezionamento di pelati e conserve, visto che si avvicina il periodo del raccolto del pomodoro».

E anche la Federalimentare guidata da Giandomenico Auricchio teme questo contagio, più che il rimbalzo delle materie prime alimentari: «Il problema è l'acciaio, ingrediente fondamentale nel nostro made in Italy», ammette Auricchio. «I nostri processi di lavorazione - aggiunge - rispondono a normative molto restrittive proprio a tutela della sicurezza dei consumatori. Dunque se non ci sarà un impatto diretto, certamente i rincari peseranno lungo la filiera».

Preoccupato per l'infiammata dei prezzi è anche Paolo Culicchi, presidente di Assocarta: «Le materie prime fibrose (le cellulose) e le carte da macero nel primo trimestre 2009 erano scese a prezzi bassissimi», ragiona Culicchi sempre sul Sole. «Cinquecentosessanta dollari a tonnellata per la fibra lunga e 460 per quella corta». I produttori sudamericani, tanta era la crisi, avevano addirittura fermato gli stabilimenti. Oggi lo scenario è diverso: la ripresa sta investendo il Far East trascinandosi dietro la pressione sui prezzi. «Nell'ultimo trimestre - prosegue il presidente di Assocarta - c'è stato un aumento di 30 dollari/tonnellata. Siamo ormai a 880 per la fibra lunga e 780 per quella corta». Come uscirne? «Auspichiamo almeno una detassazione sull'incremento di fatturato».

L'economia mondiale, quindi, è ancora in balia degli speculatori e in pasto al mercato senza alcun governo capace almeno di metter mano alla cosa. La ripresa, in Italia soprattutto, ma anche altrove sarà all'insegna del jobless recovery ovvero qualche zerovirgola in più nella crescita ma senza alcun posto di lavoro al seguito. Tutto questo a livello ambientale, stando agli ultimi dati sulle emissioni ad esempio, sta portando benefici con tagli mai visti addirittura l'Italia ha ridotto del 16,2% le emissioni di C02 e l'Europa in media l'11%. Socialmente però è un disastro e qualcuno dovrebbe spiegarlo ai profeti della decrescita sic et simpliciter.

Tra l'altro le commodites a prezzi bassi avevano drasticamente ridotto l'utilizzo delle materie seconde (quelle derivate dal riciclo), ma l'inverso, ovvero la ripresa di quest'ultime figlia del rialzo delle materie prime, lo si capisce da quanto scrive il Sole, non funziona. La green economy, dunque, è al palo insieme alla old economy (almeno in occidente).

Le tigri europee poi, ovvero quelle che dovevano essere l'esempio per gli altri Paesi - Irlanda, Islanda, Portogallo, Spagna, i Paesi Baltici - sono sull'orlo del default stile Grecia e l'Italia (che ha un debito pubblico simile o peggiore di quello greco) paradosso dei paradossi, resiste (pur traballando molto) grazie al fatto che sono fallite - causa mancanza di soldi - tutte le iniziative che il governo ha lanciato per affrontare la crisi.

Di tutto questo, però, pare che anche la politica non se ne voglia accorgere e pure chi, giustamente, allude alla necessità di una nuova "narrazione" (Nichi Vendola nel caso) per un futuro di governo migliore e di sinistra dopo aver l'essersi domandato: «Quale racconto diverso e alternativo ha saputo costruire il centrosinistra nei due anni che ci separano dallo sfondamento del centrodestra nelle elezioni politiche? Quali antidoti e anticorpi ha messo in campo per contrastare quei fenomeni profondi e incisivi, sociali e culturali oltre che politici, che sono il berlusconismo e lo spostamento a destra dell'intera società italiana?», non affronta il tema di un nuovo modello di sviluppo relegando il tutto a una frase che lascia perplessi: «A una platea che esplode in applausi scroscianti quando si parla di raccolta differenziata bisogna chiedere non di applaudire ma di praticare effettivamente quella raccolta differenziata, di agire subito per dar seguito nei fatti a quello che proclamiamo e che applaudiamo. Per sperimentare concretamente, qui ed ora, nella quotidianità, un altro modo di vivere».

Se bastasse questo, infatti, in alcune realtà anche italiane i problemi li avrebbero già risolti da un pezzo, ma la realtà (oltre alla narrazione) è un'altra cosa: se non si ricicla e non si crea mercato per il riciclato, la raccolta differenziata è (quasi) inutile.

Il problema dell'Italia è anche, come si è visto in Francia, che da noi chi governa non paga, c'è come una specie di stordimento che impedisce una reale percezione della crisi e nessuno sembra vedere la macelleria sociale in atto. Forse in Francia (e altrove) la sinistra rialza la testa perché riesce a reinterpretare il disagio di ceti sociali che invece da noi, come gli insegnanti, sembrano ormai crogiolarsi in solitudine e in attesa dell'ennesima mazzata. A volte anche lo scudo serve in battaglia, ma comunque le battaglie bisognerebbe combatterle.

fonte: greenreport.it

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