giovedì 26 marzo 2009

L’Africa ha sete, ma i pozzi costati milioni di dollari sono abbandonati

Secondo un rapporto dell’International Institute for Environment and Development (Iied), centinaia di milioni di dollari sono andati sprecati in progetti destinati all’approvvigionamento idrico di zone rurali in Africa, un fallimento che ora minaccia diversi milioni di persone tra le più vulnerabili del pianeta. Il rapporto evidenzia che «decine di migliaia di pozzi e pompe nelle zone rurali sono andati in rovina, privando così di alimentazione idrica le comunità impoverite».

Questo disastro si spiega con il fatto che donatori, governi, Organizzazioni non governative, dopo aver realizzato le infrastrutture non si sono poste il problema né della loro manutenzione, né di formare personale locale capace di intervenire in caso di guasti o difficoltà. Il rapporto non si limita alla denuncia di questo umanitarismo a tempo, ma fa una lista di 30 punti essenziali per migliorare il sistema di alimentazione idrica nelle zone rurali africane, compresa la tecnologia e la capacità locale di riparare e gestire i pozzi.

L’autore del rapporto, Jamie Skinner, spiega che «La comunità dell’acqua si è spesso concentrata sulla costruzione di infrastrutture, piuttosto che sul loro mantenimento. Questo fatto obbliga le donne ed i bambini a portare l’acqua lungo grandi distanze, il che ha un serio impatto sulla loro salute e sulla loro educazione. Non è sufficiente scavare un buco nella terra. L´acqua ha bisogno di progetti di sostegno a lungo termine, esige la manutenzione e il coinvolgimento delle comunità locali. Senza questo, è come buttare via i soldi».

Ogni anno in Africa si costruiscono decine di nuovi pozzi, forniti sia di pompe a motore che a mano, una gran parte di quelli realizzati negli anni passati sono ormai abbandonati ed in rovina. Secondo il rapporto, dei 52 pozzi realizzati dalla Caritas dagli anni ’80 nella regione di Kaolack, in Senegal, ne funzionano ancora 33. La Global Water Initiative, un progetto che coinvolge diverse Ong, ha scoperto che nel nord del Ghana il 58% dei punti “artificiali” di distribuzione di acqua realizzati deve essere ripristinato; nel Niger occidentale, su 43 pozzi 13 sono abbandonati, 18 funzionano più o meno tre giorni all’anno, 12 una decina di giorni.

Skinner sottolinea che «Nell’Africa rurale, circa 50.000 punti di approvvigionamento sono stati mal utilizzati, il che rappresenta uno spreco tra i 215 e i 360 milioni di dollari. Sembra semplice e ovvio, ma va detto: c’è poco senso a perforare pozzi, se non c’è un sistema per mantenerli. Ogni giorno che un pozzo non fornisce acqua potabile, le persone sono obbligate a bere da stagni e fiumi sporchi, esponendosi alle malattie dell’acqua».

Secondo il rapporto donatori, governi e Ong «devono rendersi conto che il finanziamento di infrastrutture è solo una parte della soluzione. Sono importanti anche migliori investimenti nella conoscenza tecnologica, nelle capacità di gestione e governo da parte delle comunità locali che le faccia diventare parte delle scelte e della manutenzione di tecnologie appropriate, capendo quanto sono disposte o in grado di pagare per il loro mantenimento, piuttosto che questo venga imposto loro da parte di estranei».

fonte: greenreport.it

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