venerdì 22 gennaio 2010

I rischi della modica quantità di radiazioni

Sarebbe un segnale importante che anche in Italia la stampa iniziasse a dare corrette informazioni sui rischi delle radiazioni per le popolazioni vicine alle centrali nucleari, visto che finora nessuna autorità ha fornito lumi sulla questione. Aprire un dibattito pubblico anche su questo aspetto del nucleare sarebbe oggi quanto mai necessario visto che alcune aree del paese si troveranno presto ad essere indicate come possibili sedi di reattori atomici senza che la cittadinanza sia a conoscenza dei rischi per la salute. Ma ne siamo certi, a quel tempo avrà invece già ricevuto dal Governo numerose informazioni sui probabili “risarcimenti” economici.

In un’intervista su Qualenergia.it, Gianni Mattioli ci disse che secondo diversi studi scientifici il danno sanitario da radiazioni è un “danno senza soglia”. Ci spiegò che dosi anche piccole di radioattività innescano spesso processi di tumori, leucemie o effetti nelle generazioni successive, tanto che la definizione di “dose massima ammissibile” per i lavoratori e per le popolazioni, fornita dalla Commissione internazionale per la radioprotezione, invece di essere “quella particolare dose al di sotto della quale non esiste rischio”, è curiosamente “quella dose cui sono associati effetti somatici, tumori e leucemie, che si considerano accettabili a fronte dei benefici economici associati a siffatte attività o radiazioni”. Un approccio niente affatto rassicurante.

Oggi esistono prove significative che l’esposizione di residenti a infrastrutture nucleari può causare gravi danni alla salute anche per rilasci normali di radiazioni a livelli molto bassi. Lo ha attestato un recente studio del governo tedesco che ha riscontrato un aumento del 220% dei casi di leucemia e del 160% per quelli di cancro tra i bambini fino ai 5 anni di età che vivono entro i 5 km da un reattore nucleare. Un risultato che ha riacceso il dibattito in Germania, ma ancora poco conosciuto all’estero, per non parlare dell’Italia.

Lo studio KiKK (in tedesco è l’acronimo di cancro infantile in prossimità di centrali nucleari) merita attenzione per diverse ragioni. La prima perché è statisticamente rilevante: vengono infatti esaminati tutti i tipi di cancro pressi tutti i 16 siti nucleari tedeschi nell’arco di tempo che va dal 1980 al 2003, su una popolazione molto ampia che comprende anche i bambini sotto i 5 anni di età.
La seconda è la sua autorevolezza: è stato commissionato nel 2003 dall’Ufficio governativo tedesco per la radioprotezione dopo una formale richiesta da parte di gruppi di cittadini; è stato poi realizzato da un gruppo epidemiologico dell’Università di Mainz, che non può certo essere accusato di posizioni anti-nucleariste.
Terzo motivo è la sua validazione da parte dell’ufficio del governo tedesco che lo ha commissionato e che ha ufficialmente accettato la tesi che, in sintesi, i bambini residenti nei pressi di una centrale nucleare sviluppano il cancro e la leucemia più frequentemente di coloro che vivono più lontano dall’impianto.

Nello specifico lo studio conferma che “in Germania esisteva, al tempo della ricerca, una correlazione (vedi tabella) tra la distanza dell’abitazione rispetto alla più vicina centrale nucleare e il rischio di sviluppare il cancro (in particolare leucemia) prima del 5° anno di vita”. Questo studio non è in grado di definire i fattori di rischio biologico che potrebbero spiegare tale relazione. L’esposizione a radiazioni ionizzanti non è stata infatti misurata, ma i risultati sarebbero in linea con altri studi realizzati in precedenza. Nessuna conclusione viene quindi elaborata se non quanto statisticamente riportato.

Ma quale potrebbe essere la spiegazione della più alta incidenza di cancro e leucemie infantili presso le centrali nucleari? Un’ipotesi la espone Enviromnental Health, la rivista scientifica che ha ripreso lo studio tedesco: sebbene le emissioni radioattive normalmente provenienti dalle centrali nucleari siano basse, queste possono essere assorbite più facilmente dalla madre e incorporate dall’embrione. Non è da escludere infatti che i tessuti dei feti e dei neonati abbiano una sensibilità alle radiazioni superiore a quella finora stimata.
In realtà i dati in possesso delle autorità mondiali in materia non sono sufficienti a fornire stime di rischio per bassi livelli di radiazioni o per lunghe esposizioni o per i più deboli e comuni tipi di radiazione, ma solo per elevati livelli di esposizione (gli studi si basano infatti sugli effetti del dopo Nagasaki e Hiroshima, e più recentemente per Chernobyl). Tuttavia stanno diventando molte le ricerche che confermerebbero un rischio per la salute in casi di prossimità con una centrale o con rifiuti radioattivi.

Un recente articolo di The Guardian fa presente, inoltre, che stanno emergendo anche altri tipi di effetti delle radiazioni, poco conosciute dall’opinione pubblica, ma oggetto di un attento esame da parte della comunità mondiale dei biologici. Questi nuovi effetti possono causare mutazioni anche in cellule non colpite direttamente dalle radiazioni (distanti nello spazio o addirittura non ancora generate), sollevando così inquietanti quesiti riguardo alla definizione di un livello di sicurezza accettabile per le radiazioni.

E’ arrivato il momento che anche in Italia venga fatta chiarezza. Questo è un tema che non va lasciato ai soli tromboni dell’informazione mediatica, magari prezzolati da qualche gruppo industriale, ma si deve a lasciare spazio, almeno una volta in questo paese, a chi la ricerca la fa sul campo tutti i giorni, e che sia in grado di mostrare dati e rilevazioni veritiere, accurate e statisticamente significative.
Fino ad allora perché non applicare il principio di precauzione, evitando di far partire questa avventura che oggi può dirsi senza vie di uscita?

fonte: qualenergia.it

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