martedì 17 marzo 2009

Il giallo dei piatti di plastica l'esperto chiarisce il mistero

Tante domande, tanti dubbi. Dopo il tema della sostenibilità dei consumi affrontato il mese scorso (vedi le risposte 1 - 2 - 3 - 4), anche il risparmio energetico all'interno delle mura domestiche e la corretta gestione dei rifiuti ha scatenato una valanga di quesiti da parte dei nostri lettori. Persino un gesto banale e quotidiano come gettare qualcosa nella pattumiera nasconde in realtà aspetti e implicazioni che ci rimangono spesso oscure. In molti hanno chiesto delucidazioni in particolare sul perché piatti, posate e bicchieri di plastica sono quasi sempre esclusi dalla raccolta differenziata. Ecco le risposte dell'esperto del Wwf Massimiliano Varriale. Potete comunque continuare a spedire ancora i vostri quesiti su risparmio energetico in casa e gestione dei rifiuti spedendoli via posta elettronica all'indirizzo v.gualerzi@repubblica.it

Come mai in alcune città le stoviglie di plastica possono essere riciclate mentre in altre questi prodotti vengono destinati alla raccolta indifferenziata.
Ugo Rubinelli


La normativa europea e italiana prevede l'obbligatorietà del riciclaggio per i soli imballaggi (intesi come prodotti destinati a contenere e proteggere specifiche merci) per i quali i produttori (e gli utilizzatori) sono, infatti, chiamati a pagare il contributo ambientale Conai (Consorzio Nazionale Imballaggi) che, tra l'altro, serve a sostenere le pratiche di riciclaggio. Per piatti e bicchieri di plastica il contributo Conai non è richiesto e la stessa normativa non li considera imballaggi, alla luce di ciò solitamente i Comuni non provvedono a riciclare detti materiali. Questo non significa che tutte le municipalità si comportino nello stesso modo, ma non è neanche detto che poi piatti e bicchieri di plastica, conferiti nelle campane dalla raccolta muliltimateriale, siano effettivamente recuperati come materie seconde: è infatti assai più facile che finiscano in un impianto per la produzione di CDR (combustibile da rifiuti) che verrà poi bruciato in qualche inceneritore.

Sicuramente la cosa migliore da fare, per ridurre l'impatto ambientale, è evitare il più possibile l'utilizzo di prodotti "usa e getta", soprattutto se in materiali plastici che sono derivati dal petrolio, che necessitano di grandi quantità di energia per essere realizzati e, solitamente, hanno cicli produttivi estremamente inquinanti. Peraltro impiegare materie plastiche per realizzare prodotti "usa e getta", equivale a trasformarne il loro principale pregio (la grande capacità di resistere nel tempo) in un grave difetto: la non biodegradabilità! Le plastiche dovrebbero quindi essere usate per realizzare manufatti e materiali destinati a durare.

Se proprio si è costretti a ricorrere all'impiego di stoviglie usa e getta si potranno orientare le nostre scelte su prodotti a più basso impatto, come le bioplastiche quali, ad esempio, il Materbi o il Pla, ottenuti a partire da materie prime vegetali. Questi prodotti essendo biodegradabili tramite compostaggio possono, una volta usati, essere smaltiti insieme ai rifiuti organici. Anche nel caso delle bioplastiche, pur essendo caratterizzate da un impatto ambientale complessivamente inferiore, rispetto a quelle derivate dal petrolio, vale la regola generale di farne il minor consumo possibile: l'usa e getta, a prescindere dal tipo di materiale, non è solitamente una buona pratica dal punto di vista ambientale in quanto rappresenta sempre uno spreco di materia ed energia.

Oltre a questioni normative (vedi "decreto Ronchi"), non vedo altri motivi per cui sia vietato inserire i bicchieri di plastica (o similari) all'interno dell riciclo della plastica. Molte volte sono perfino composti di plastica più pura che altri contenitori es: vasetti di youghurt. Inoltre, è così importante la pulizia di contenitori di plastica al fine del loro riciclo?
Alessandro


Sono molte le persone che si pongono queste domande a dimostrazione che il tema è piuttosto sentito. Proviamo quindi a fare chiarezza in un argomento reso complesso dall'inquadramento normativo... Effettivamente i bicchieri (così come i piatti e le posate) di plastica non possono essere comunemente riciclati perché la normativa non li include tra gli imballaggi (intesi come prodotti destinati a contenere e proteggere specifiche merci). Non è quindi un problema di composizione polimerica: se andiamo, infatti, a vedere quali plastiche sono impiegate per realizzare i bicchieri, ci rendiamo conto che si tratta delle stesse impiegate per produrre molti di quegli imballaggi, così detti riciclabili.

La vigente normativa prevede una "responsabilità condivisa" tra i produttori d'imballaggi (siano essi di plastica, carta, cartone, vetro, alluminio, altri metalli) e le pubbliche amministrazioni. Queste ultime hanno il compito di raccogliere (tramite società pubblico-private ed ex municipalizzate) gli imballaggi presso le utenze domestiche (ma anche uffici e piccoli esercizi commerciali), mentre i produttori d'imballaggi, avvalendosi di specifici consorzi di filiera nazionali (per le materie plastiche il consorzio è il Corepla), s'impegnano a ritirarli dai grandi esercizi commerciali e dalle aziende.

I consorzi versano un corrispettivo economico ai Comuni per coprire i costi aggiuntivi della raccolta differenziata. Tutte queste operazioni dovrebbero avere lo scopo di avviare gli imballaggi al riciclo e quindi, prioritariamente, al recupero di materia. In considerazione di quanto appena detto è pertanto chiaro come il limite nelle possibilità di riciclaggio di piatti e bicchieri non è tanto di natura tecnica, ma normativa. Se un problema tecnico esiste nel recupero delle materie plastiche in generale, questo è insito nell'eccessiva eterogeneità dei polimeri impiegati per produrre i diversi contenitori e imballaggi, ma questa è un'altra storia...

Per quanto riguarda la necessità di pulire i contenitori di plastica "al fine del loro riciclo", solitamente può considerarsi sufficiente un brevissimo risciacquo. In realtà la cosa è un poco più complessa e delicata, giacché sarebbe importante sapere cosa era contenuto nel contenitore: ad esempio nel caso di contenitori con sostanze tossiche (disinfettanti, diserbanti, topicidi, ecc.) contrassegnati dalla sigla "T", o quelli con alcune sostanze infiammabili (trielina e altri smacchiatori, antitarlo, solventi, ecc.) indicati con la sigla "F", il risciacquo o lavaggio non va assolutamente fatto (per ovvi motivi...) e questi stessi contenitori non dovrebbero essere smaltiti insieme agli altri imballaggi plastici.

Molte campagne sul risparmio energetico consigliano di staccare i dispositivi domestici dalla spina per risparmiare energia. Vorrei conoscere la sua opinione sul consumo dei diversi elettrodomestici in standby, e sul fatto che si suggerisca di risparmiare briciole di energia a fronte di sprechi esagerati che sembrano essere ignorati da tutti.
Enrico Malaguti


Esistono, in effetti, molte opzioni per risparmiare energia e/o usarla in modo più efficiente ed efficace. Sicuramente il non eccedere col riscaldamento invernale o il raffrescamento (condizionamento) estivo, anche scegliendo indumenti più idonei alla stagione, non solo risponde (o dovrebbe rispondere...) a regole di buon senso, ma permetterebbe di ridurre sensibilmente i consumi delle nostre abitazioni. Peraltro quello che forse molti non sanno è che le temperature invernali nei locali, siano essi residenziali o uffici, non dovrebbero superare i 18-20°C: è ben noto invece come spesso tanto in abitazioni private, ma ancora di più in edifici pubblici/"collettivi" (uffici, scuole, ospedali, ecc.), si possano registrare temperature anche superiori ai 24-25°C, assolutamente dannose anche alla salute.

Altrettanto dannose sono le temperature troppo basse cui spesso s'impostano i condizionatori nel periodo estivo: regolare ad esempio il condizionatore a 20°C non risponde a nessuna logica di buon senso, anzi provoca un incremento vertiginoso dei consumi energetici e ci espone al rischio di una serie di patologie di varia natura. Buona regola, anche per il condizionamento estivo (qualora realmente necessario) è di non eccedere, regolando le temperature a non meno di 26°C, considerando come anche 27-28°C potrebbero essere tranquillamente sufficienti, quando le temperature esterne superano il 32-33°C. Peraltro, la sensazione di confort (inteso come benessere fisico e psichico) non è garantita tanto da un abbassamento artificiale delle temperature ma, piuttosto, da una migliore deumidificazione e da più adeguate condizioni di ventilazione.

Detto tutto ciò arriviamo alla necessità e utilità di spegnere gli standby, vale a dire le "lucette rosse" degli elettrodomestici e dei diversi dispositivi elettronici. Contrariamente a quanto si pensi, gli stand-by pesano molto sui consumi complessivi, non a caso la stessa Ue si è molto occupata della questione varando, il dicembre scorso, un regolamento che mira a imporre standard decisamente più severi per i consumi in standby degli apparecchi: dal 2011 gli apparecchi venduti in Europa, in modalità standby non potranno assorbire più di 1 W, e 2 W se tale modalità risulta necessaria a illuminare un display che fornisce informazioni. Nel 2014 tali limiti dovrebbero essere ulteriormente ridotto della metà.

Il perché di tanto interesse da parte dell'Unione Europea si può riassumere forse nel seguente dato numerico: in Europa, nel solo 2005, gli stand-by di elettrodomestici e altre apparecchiature elettroniche, hanno comportato il consumo di circa 47 TWh (47 miliardi di kWh), pari all'energia elettrica generata in un anno da 7 centrali da 1000 MW, provocando così l'emissione in atmosfera di alcune decine di milioni di tonnellate di CO2, il gas che oggi maggiormente contribuisce ad incrementare l'effetto serra, più quella di altre sostanza inquinanti e dannose per la salute e l'ambiente.

Sempre per restare a livello europeo, il consumo medio in ogni abitazioni, causato dagli standby, si attestava (nel 2005) sui 244 kWh l'anno, pari a oltre il 9% dei consumi elettrici medi europei del settore residenziale. Nello stesso anno in Europa gli standby hanno pesato complessivamente (includendo quindi anche gli altri settori) sui consumi elettrici per circa il 20%. Quello che, infatti, solitamente sfugge, è l'effetto cumulativo dei singoli apparecchi che, ad esempio nelle nostre abitazioni, restano in stand-by e il numero totale di ore in cui questi permangono in tale modalità. Facendo qualche semplice moltiplicazione emergono numeri spesso sorprendenti. Per maggiori informazioni sui dati di consumo dei differenti elettrodomestici, nelle varie modalità di funzionamento, si suggerisce di visitare il sito di Topten, uno strumento che ha proprio lo scopo di fornire al grande pubblico indicazioni e informazioni su come risparmiare energia e orientare le proprie scelte verso i prodotti più efficienti presenti sul mercato.

Esiste un modo per evitare di sprecare tutta l'acqua fredda, quando aprendo il rubinetto di acqua calda, si deve fare scorrere sino a quando non esce alla temperatura voluta?

Bruno Ghisu

Il problema è che alla caldaia viene chiesto di riscaldare un'acqua che parte dalle basse temperature di acquedotto (generalmente inferiori ai 15°C) fino al raggiungimento della temperatura richiesta (qualunque essa sia) e si è solitamente costretti a far scorrere acqua, di fatto sprecandola e consumando anche energia. Probabilmente una delle migliori soluzioni per eliminare questo inconveniente è ricorrere all'uso dei pannelli (o collettori) solari termici che, sfruttando l'energia del sole, sono in grado di riscaldare l'acqua prima dell'ingresso in caldaia con evidenti benefici ambientali ed economici (sia in termini di bolletta energetica che idrica). E' evidente come la caldaia debba utilizzare molta meno energia per riscaldare l'acqua se questa è già stata presicaldata dal sole.

Occorre peraltro rammentare come i pannelli solari termici rappresentino una tecnologia matura, affidabile ed economicamente vantaggiosa. Per una famiglia di 3 persone sono necessari circa 2-3 metri quadrati (a seconda della latitudine e quindi delle condizioni di irraggiamento) di pannelli che, con una spesa intorno ai 2.000-3.000 euro, consentono di coprire circa il 65-70% del fabbisogno annuo di acqua calda sanitaria riducendo della stessa misura le spese per il riscaldamento di acqua sanitaria.

Questo significa che, se i collettori solari vanno a integrare uno scalda acqua elettrico, il tempo di ritorno sull'investimento è di circa 3-4 anni, se si va ad integrare un impianto a gas il tempo di ammortamento arriva a circa 7-8 anni. Nella realtà, questi tempi si riducono a meno della metà grazie alle detrazioni d'imposta del 55%, previste dalle ultime leggi finanziarie. Ovviamente per istallare i collettori solari è necessario avere una superficie ben soleggiata (ossia priva di ombreggiamento), meglio se sul tetto, ma non sono da escludere altre localizzazioni adiacenti all'abitazione, qualora il tetto non fosse praticabile.

fonte: repubblica.it

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