mercoledì 9 settembre 2009

Gli indiani non si arrendono e producono biodiesel dalle alghe

Insieme all’Università di Stanford nello Stato del Colorado, gli Ute meridionali, una delle più ricche tribù di indiani americani, ha deciso di cofinanziare un impianto pilota, battezzato “Coyote Gulch”, per ricavare combustibile da alghe fotosintetiche, tagliando così le emissioni di gas-serra. Per ora si è iniziato con tre bacini d’acqua, dislocati nella loro riserva, in cui sono coltivate le alghe.
Rispettosi delle loro tradizioni, gli Ute avevano fin’ora evitato di ricavare biodiesel da alimenti come il mais, la colza o la soia per non sottrarli alla catena alimentare umana.
Ora invece per questo tipo di coltura hanno partecipato all’investimento di oltre un milione di dollari in apparecchiature e per un terzo del capitale di 20 milioni di dollari della Solix Biofuels.
‘‘L’alga è una fonte ideale per produrre biocarburante – spiegano alla Solix – perchè può essere coltivata in climi diversi, usa poca acqua e non toglie terreni all’agricoltura”.
Infatti per crescere ha bisogno solo di terra, CO2 e acqua. La riserva degli Ute è situata su uno dei più ricchi campi di gas naturale. Le emissioni di CO2 prodotte dall’industria vengono ‘‘riciclate’‘ per nutrire le alghe. L’eccesso di calore viene impiegato per alzare la temperatura degli invasi di coltura sia d’inverno che di notte. I “fotobioreattori” presenti sull’altipiano, dove per gran parte dell’anno c‘è il sole, accelerano la crescita delle alghe e diminuiscono i costi. Le alghe sono coltivate in contenitori di plastica in modo che, secondo gli esperti, le colture possano produrre tutti gli anni sino a 30.000 litri di carburante per ogni ettaro, contro i 220 delle coltivazioni di soia e i soli 75 di una di mais. Ma affinché questo carburante possa essere commerciabile e competitivo dovrà costare 1 o al massimo 2 dollari. Oggi invece sei grammi d’olio di alga costano ancora troppo, tra i 10 e i 40 dollari.

fonte: rinnovabili.it

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