martedì 19 maggio 2009

G8 business summit: 21 giorni per capire che la montagna aveva partorito il topolino

Ci sono voluti 21 giorni perché la dichiarazione congiunta emersa dal G8 business summit che il 24 aprile scorso ha riunito in Sardegna le confindustrie dei principali paesi , venisse ufficialmente diffusa. Il risultato è stato quello di nascondere il documento ai media italiani, che dopo l’infornata delle veline rilanciate nei giorni del summit concomitanti con il G8 sull’ambiente di Siracusa, quando evidentemente il verde ‘tirava’, sono stati tenuti all’oscuro della dichiarazione finale, che pure in teoria avrebbe grandi ambizioni, visto che «il presente documento illustra – si legge nelle prime righe - il risultato delle nostre decisioni ed osservazioni da sottoporre ai Capi di Stato in vista dell’imminente vertice del G8 che si terrà a luglio 2009 sotto la Presidenza italiana».

Prima di entrare nel merito del documento evidenziamo anche un’ulteriore particolare: la dichiarazione in lingua inglese era disponibile sul sito dell’evento fin dal 24 aprile stesso, mentre quella in italiano è stata ‘partotita’ dopo 21 giorni ma non è neppure stata pubblicata sul sito e a noi è stata inviata solo perché sollecitata: problemi nel mettere d’accordo le varie anime di Confindustria sulla traduzione alla lettera o semplice indolenza per un evento che in realtà aveva solo lo scopo di dare un po’ di fumo (verde) negli occhi?

Il sospetto di greenwashing viene in effetti anche dalla lettura del testo dove si annunciano tre temi chiave: la risposta alla crisi finanziaria ed economica; la libertà di commercio ed investimenti; la necessità di affrontare la sfida posta dai cambiamenti climatici. La questione climatica come nella più consueta tradizione viene relegata in una nicchia a sé, senza mai essere incrociata con tutte le altre questioni, che pure trattano di economia, flussi di materia e di energia, dove dunque l’economia ecologica dovrebbe essere assolutamente trasversale, se non addirittura il prisma attraverso cui leggere gli eventi e indirizzare le azioni. Nella dichiarazione finale dei leader del G8 delle imprese inoltre, termini legati all’area semantica della parola ‘sostenibilità’ si contano sulle dita di una mano e sono sempre messi a braccetto con la ‘crescita’, mentre di sviluppo sostenibile non v’è proprio traccia.

Anzi, tra le prime azioni suggerite per rispondere alla crisi economica e finanziaria ci sono quelle «volte a evitare o mitigare, l’impatto di una più ampia stretta creditizia», come dire che la locomotiva va rimessa sullo stesso binario del credito facile che l’ha fatta deragliare a partire dagli Stati Uniti.

Il sistema creditizio italiano per fortuna non può essere minimamente paragonato ai paradossi statunitensi, ma in ogni caso si tratta di un settore che - i dati sono stati diffusi proprio in questi giorni dalla Banca d’Italia - sembra in realtà subire relativamente i contraccolpi della crisi, con settori strategici che addirittura vedono nei primi 3 mesi dell’anno aumentare i fidi concessi: edilizia in primis con un miliardo di euro in più concesso rispetto ai primi 3 mesi del 2008, poi in misura minore agricoltura e meccanica. Segno che i cordoni della borsa le banche li allentano per chi e per cosa (la rendita preferita al reddito come sempre?) gli pare.

Riguardo al terzo ed ultimo punto, quello dedicato alla lotta al cambiamento climatico che dovrebbe indicare la rotta per Copenhagen, dopo aver riconosciuto che «Il problema del cambiamento climatico rappresenta una delle sfide principali del 21° secolo» e annacquato la sua importanza con l’aggiunta della frase «insieme alla necessità di soddisfare i bisogni energetici, di sviluppo e di crescita economica», i sistemi confindustriali del G8 ammettono che «soltanto un impegno globale basato su una cooperazione di lungo termine potrà risolvere con efficacia questo problema» e che «Il mondo industriale accetta la sua parte di responsabilità ed ha già realizzato grandi cambiamenti tra cui l’introduzione di nuovi processi, nuovi prodotti e servizi volti a ridurre le emissioni di gas serra, continuando ad affrontare la questione del cambiamento climatico». Tuttavia, l’onere della riduzione delle emissioni «deve essere ripartito tra tutti i responsabili delle emissioni stesse: le imprese dei Paesi del G8 fanno appello a tutti gli operatori economici dei settori non industriali, tra cui quello dei trasporti, delle residenziale, dell’agricoltura e del settore pubblico affinché contribuiscano alla riduzione delle emissioni».

A livello internazionale poi gli sforzi devono essere fatti da tutti, perché «il carbon trading potrà essere efficace a condizione che sia adottato da tutte le principali economie del mondo. Fino a che questo obiettivo non sarà raggiunto, ciascun mercato nazionale o regionale dovrà svilupparsi in modo da non penalizzare gli altri», mentre sul fronte energetico non bisogna chiudere la porta a nessuna possibilità, ergo va bene tutto: «occorre promuovere tutte le possibili fonti energetiche al fine di garantire un approvvigionamento equilibrato e non-discriminatorio, che comprenda le fonti tradizionali, rinnovabili e nucleari».

Infine qualche perplessità la lascia anche un paragrafo apparentemente innocuo come quello dedicato ai diritti di proprietà intellettuale. «La diffusione di tecnologie pulite è indispensabile per affrontare i cambiamenti climatici», si dice, ma premesso questo si ritiene che visto che «l’industria ha bisogno di politiche sicure per gli investimenti finalizzati a sviluppare e commercializzare tali tecnologie, la tutela dei diritti di proprietà intellettuale deve essere garantita in tutto il mondo, al fine di migliorare gli incentivi economici e massimizzare le iniziative volte a diffondere dette tecnologie». Quindi secondo le imprese nel momento in cui venisse scoperta una tecnologia che contribuisca all’ambiente o alla qualità della vita essa dovrebbe essere comunque pagata, probabilmente a caro prezzo, per poter essere utilizzata anche da altri Paesi, che magari non possono permettersela ma che utilizzandola potrebbero salvare un patrimonio naturale che è di tutti.

Qualcosa non quadra, ma visto che il paragrafo successivo sembra ammiccare l’opposto («Si auspica che l’accordo di Doha possa prevedere una maggior libertà nel commercio di beni e servizi che favoriscono l’ambiente») viene il dubbio che forse la mancata pubblicazione della dichiarazione volesse davvero nascondere un vuoto di idee e di contenuti che in questa dichiarazione appare abbastanza evidente.

fonte: greenreport.it

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