lunedì 18 maggio 2009

Global warming, alla ricerca delle soglie critiche

Il numero della prestigiosa rivista scientifica “Nature” del 30 aprile scorso dedica ampio spazio alla questione climatica, dedicandole la copertina con il titolo “The Coming Climate Crunch”, e numerosi ampi interventi con appositi articoli negli spazi delle notizie e dei commenti. Due importanti articoli scientifici sono poi dedicati agli scenari futuri legati all’accumulo dell’anidride carbonica nella composizione chimica dell’atmosfera, ai suoi effetti e all’urgenza della necessità di un intervento concreto di riduzione delle emissioni di gas climalteranti, realizzati da famosi specialisti climatologi di importanti istituzioni scientifiche, come il Potsdam Institute for Climate Impact Research, il Met Office Hadley Centre e l’Oxford University.

Sappiamo ormai bene che gli effetti di un cambiamento climatico oggi, con un pianeta abitato da 6,8 miliardi di esseri umani (destinati a superare i 9 miliardi entro il 2050), con oltre l’80% delle terre emerse modificate dall’intervento umano ed oltre il 40% dei mari e degli oceani sottoposti ad un impatto antropico definito “alto” o “molto alto”, possono essere veramente disastrosi per l’intera umanità e per gli equilibri dinamici di tutti gli ecosistemi planetari.

Da qui l’estrema urgenza di un significativo intervento mirato a ridurre, in un piano scadenzato nel tempo, le emissioni dei gas che modificando la composizione chimica dell’atmosfera incrementano l’effetto serra naturale. Sappiamo bene che il 2009 è l’Anno del Clima. A dicembre a Copenaghen, nella 15° conferenza delle Parti della Convenzione Quadro sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite, dovrebbe essere approvato il nuovo Trattato internazionale che sostituisce il protocollo di Kyoto ormai in scadenza temporale.

Ovviamente la situazione è complessa. Abbiamo sino ad ora fatto molto poco per avviare una vera e propria economia decarbonizzata che quindi, gradualmente ma con discreta rapidità, non faccia più uso dei combustibili fossili ma, purtroppo, questa inazione pesa sugli effetti dell’accelerazione del fenomeno che ormai viene costantemente documentato dalle ricerche di tutti i climatologi del mondo.

La domanda che sempre più la scienza si pone è quella relativa alla comprensione ed all’individuazione delle soglie di concentrazione in parti per milione di volume di anidride carbonica nell’atmosfera, oltre le quali si ritiene che il sistema climatico possa sorpassare quelle soglie critiche (o Tipping Points, punti critici) andando completamente fuori controllo e gli effetti a cascata da esse prodotte possano, a loro volta, scaturire effetti devastanti per gli abitanti del nostro Pianeta. Nell’anno 2007 secondo l’ultimo Global Carbon Budget reso noto dal Global Carbon Project (vedasi http://www.globalcarbonproject.org), il più autorevole programma mondiale di ricerche sul ciclo del carbonio, la concentrazione di anidride carbonica nella composizione chimica dell’atmosfera ha raggiunto le 383 parti per milioni di volume (ppmv).

Si tratta di un dato che è il 37% superiore alla concentrazione esistente all’inizio della Rivoluzione Industriale (di 280 ppm) ed è la più alta degli ultimi 800.000 anni, come documentato dalla grande partnership internazionale delle ricerche sui “carotaggi” dei ghiacci del pianeta e, sulla base di numerose altre ricerche sin qui svolte è, con ogni probabilità, la più alta degli ultimi 20 milioni di anni. Gli scenari per il futuro dimostrano, se ovviamente non si interviene per cambiare rotta, che potremo raggiungere livelli molto alti di concentrazione, sorpassando persino le 1.000 ppmv entro il secolo.

Le emissioni annue di carbonio dovute all’utilizzo dei combustibili fossili erano nel 1990 di 6,2 miliardi di tonnellate e nel 2007 di 8,5 miliardi di tonnellate e continuano ad aumentare. Il grande climatologo Jim Hansen, direttore del Goddard Institute for Space Studies della NASA ha pubblicato nel 2008, insieme a numerosi altri noti climatologi un lavoro sulla rivista “Open Atmospheric Science Journal”, in cui documenta, dati alla mano, la necessità di mantenere la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera a 350 ppmv, e attorno a questa proposta che, concretamente, si tradurrebbe in una riduzione delle nostre emissioni di gas serra dell’80% entro il 2020 (uno scenario ritenuto impossibile da molti protagonisti del dibattito climatico, soprattutto rispetto alle ricadute sulle politiche energetiche), si è avviato un movimento internazionale anche con un apposito sito internet (http://www.350.org ).

Per continuare la sensibilizzazione ai grandi problemi dovuti agli effetti dei cambiamenti climatici è stato utilizzato anche il recentissimo congresso mondiale degli Oceani (http://www.woc2009.org) dove il WWF ha reso noto un importante rapporto dal titolo “The Coral Triangle and climate change. Ecosystems, people and societies at risk” (vedasi http://www.panda.org/coraltriangle) che si è avvalso di oltre 300 analisi scientifiche già pubblicate, includendo il lavoro di più di 20 esperti nei campi della biologia, economia e scienza della pesca. L’analisi mostra chiaramente come le barriere coralline potrebbero sparire dal cosiddetto Triangolo dei Coralli entro la fine del secolo a causa dei cambiamenti climatici, vale a dire rapido aumento della temperatura degli oceani, del livello dell’acqua e della sua acidità, siccità e burrasche.

Il Triangolo dei Coralli, che si estende tra le coste, le barriere coralline e i mari di sei paesi indonesiani, Filippine, Malesia, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone e Timor Leste, pur costituendo appena l’1 % della superficie del nostro Pianeta comprende il 30% delle barriere coralline mondiali. In quest’area sono racchiuse il 76% delle specie dei coralli presenti in tutto il mondo e ospita oltre il 35% delle specie di pesci presenti nelle barriere coralline compreso il tonno che ha un’indiscutibile rilevanza economica. Ma è soprattutto un territorio che, grazie ai numerosi ‘servizi naturali che offre alle comunità umane, dà da vivere a più di 100 milioni di persone.

Una perdita di così vaste proporzioni potrebbe essere evitata se da subito si intraprendesse un’azione globale sul riscaldamento del pianeta, con un’attenzione maggiore all’eccesso di pesca e alla prevenzione dell’inquinamento.

fonte: greenreport.it

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