mercoledì 7 novembre 2007

«Ecco perché il nucleare non conviene»

Scorie radioattive, sicurezza degli impianti, ma soprattutto costi altissimi: ecco perché a vent'anni dal referendum l'atomo non è la scelta giusta. Tutti i problemi irrisolti in un dossier di Legambiente/I RISCHI - I reattori in Europa - Scarica il dossier
Volete il nucleare? A questa richiesta, formulata in tre quesiti, 8 italiani su 10 nel 1987 risposero no. Tra due giorni, giovedì 8 novembre, si celebra il 20° anniversario di una scelta radicale per il nostro paese: quella fatta con il voto del referendum popolare che ha bandito la produzione di energia nucleare e reso l’Italia la prima tra



le nazioni industrializzate a uscire dall’atomo. Una strada che solo recentemente hanno seguito in Europa anche la Germania e la Spagna. Pensare di tornare indietro sarebbe folle. Se l’Italia oggi volesse allinearsi alla produzione elettrica media Ue da nucleare (30%), dovrebbe costruire 8 reattori come quello che sta realizzando la Finlandia (il più grande al mondo), oppure 8 come gli ultimi completati in Francia tra il ‘96 e il ‘99, oppure 12 di quelli più grandi in costruzione in Cina o 13 di quelli di tipologia russa.

Sebbene l’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica) abbia censito nel mondo, a ottobre 2007, ben 439 centrali in attività per una potenza installata di 371.647 MW, il nucleare è oggi una fonte di energia in declino e, dopo la tragedia di Cernobyl del 1986, vede la maggioranza dell’opinione pubblica europea nettamente contraria. E lo è nonostante la ripresa di programmi nucleari in alcuni paesi, nonostante la nuova ondata di consenso da parte del mondo politico alle prese con l’impennata dei prezzi del petrolio e, più recentemente, anche con la crisi del gas russo, nonostante l’atteggiamento possibilista di chi la considera un’opzione “pulita” per favorire la riduzione di gas serra e combattere i cambiamenti climatici.

Infatti secondo l’Aiea, il contributo dell’atomo al fabbisogno mondiale di energia elettrica scenderà dal 15% al 13% entro il 2030. E a spiegare questo trend negativo ci sono i soliti vecchi problemi legati a questa fonte energetica. In primo luogo quelli legati alla sicurezza delle centrali, alla gestione delle scorie e allo smantellamento degli impianti in disuso, nonché alla loro protezione da eventuali attacchi terroristici e alla proliferazione di armi a testata nucleare. A cui si deve aggiungere la sempre minore disponibilità di riserve di uranio e i costi veri necessari per fornire 1 kWh di energia elettronucleare.

Legambiente li ha analizzati uno per uno in un dossier dal titolo “I problemi irrisolti del nucleare a vent’anni dal referendum”, presentato questa mattina a Roma. «Quella dei costi è la vera questione: produrre energia nucleare è antieconomico – ha detto Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente – Un aspetto su cui si continua a fare falsa propaganda, soprattutto in Italia, spacciando l’atomo come una tra le fonti meno care.

Infatti negli Stati Uniti, dove i produttori sono tutti privati, non si inaugura un impianto dalla fine degli anni ‘70 e oggi, in Europa, solo la Finlandia sta costruendo un nuovo reattore, tra mille intoppi e pesanti ritardi dovuti a problemi costruttivi e all’aumento dei costi. Insomma chi ne parla come di una fonte competitiva sotto il profilo economico mente sapendo di mentire: il costo di un kWh di elettricità da nucleare deve necessariamente comprendere anche la chiusura del ciclo del combustibile, lo smaltimento delle scorie e lo smantellamento delle centrali per essere considerato reale e competere sul mercato».

fonte: lanuovaecologia.it

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