L'incontro, organizzato dall'associazione Greenaccord, tratterà anche altri temi caldi come il rapporto tra economia e ambiente e le contraddizioni dello sviluppo, presentando una serie di esperienze concrete di politiche e pratiche aziendali virtuose. Ma i riflettori sono puntati soprattutto sull'intervento di Walden Bello, sociologo filippino vincitore nel 2003 del Premio Nobel Alternativo e Direttore Esecutivo del "Focus on the Global South" a Bangkok. In questa intervista gli abbiamo chiesto di anticiparci il suo punto di vista sulla situazione cinese.
Lei viaggia abbastanza spesso in Cina ed è in continuo contatto con docenti universitari e animatori della società civile. Dopo le parole pronunciate da Hu Jintao al 17° congresso del Partito comunista cinese, pensa che le preoccupazioni ambientali di Pechino siano arrivate a un punto di svolta, o che siamo ancora al livello di mera propaganda?
"Purtroppo siamo largamente a un livello propagandistico, anche se sembra che alla leadership cinese sia finalmente chiaro che la crisi ambientale è molto seria. La maggior parte dei loro sforzi per contrastarla sono però lenti e inadeguati".
Quale dovrebbe essere a suo avviso la prima e decisiva azione che la Cina dovrebbe intraprendere sul fronte ambientale?
"La Cina deve decidere di aderire a obiettivi vincolanti nella riduzione delle emissioni di gas serra nell'ambito di un nuovo Protocollo di Kyoto. La prima conseguenza di questa scelta sarebbe la graduale uscita dalla produzione di energia dal carbone. Ai negoziati di Bali, il prossimo dicembre, tutti guarderanno alla Cina per capire se Pechino si unirà al resto del mondo o se seguirà Bush nella sua alleanza tra nazioni che hanno rinnegato Kyoto".
Pensa che la Cina sia pronta ad accettare limiti vincolanti alle sue emissioni di anidride carbonica?
"Il mondo deve esercitare la maggiore pressione possibile sulla Cina, così come su India, Australia e Stati Uniti, per convincere questi paesi ad accettare limiti vincolanti alle emissioni. Bisogna iniziare a pensare anche a campagne di boicottaggio verso i beni e i servizi prodotti dai paesi che rifiutano Kyoto. La Cina accetterà limiti vincolanti alle emissioni solo quando le proteste interne e le pressioni internazionali faranno diventare il prezzo del rifiuto più caro dei vantaggi".
Se ma ci sarà una vera svolta nella politica ambientale di Pechino, pensa che arriverà "dal basso", sulla scorta delle pressioni popolari o "dall'alto", per volontà di leader illuminati?
"Sarà assolutamente una conseguenza della pressione popolare, sia dall'interno che dall'estero, ma il ruolo di leader di governo e di partito illuminati non va sottostimato".
Pensa che l'inquinamento rappresenterà un problema serio durante le prossime Olimpiadi e che assisteremo a qualche dimostrazione clamorosa?
"Sì, i gruppi di pressione cinesi e stranieri faranno del degrado ambientale un tema forte durante le Olimpiadi e avranno probabilmente successo, a meno che la Cina in questi mesi non faccia passi concreti per dimostrare al mondo che nella lotta all'inquinamento fa sul serio".
In conclusione, lei è più ottimista o pessimista sul futuro ambientale della Cina?
"Sono realistico: come con George W. Bush, il governo cinese andrà trascinato verso l'adozione di una seria politica ambientale tra urla e calci. Sarà il combinato della pressione popolare e internazionale a fare la differenza. Detto questo, mi faccia aggiungere che oggi il problema maggiore sul fronte del riscaldamento globale è rappresentato dagli Stati Uniti, un paese dissoluto dal punto di vista del consumo delle risorse e della produzione di rifiuti. Il consumo di risorse del cittadino cinese medio e la sua produzione di rifiuti è decisamente inferiore a quella di un consumatore statunitense. Il governo degli Stati Uniti non ha assolutamente nessuna scusa per sottrarsi a un accordo che fissi limiti obbligatori alle emissioni di gas serra. La Cina ha invece una scusa, quella che il suo sviluppo sostiene il benessere di una popolazione di oltre un miliardo di persone, ma è una scusa che non regge più. Il problema al momento non è lo sviluppo contrapposto all'ambiente, ma l'adozione di una crescita più lenta e di uno sviluppo che sia sostenibile dal punto di vista ambientale".
fonte: repubblica.it




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