Carne, pollo o pesce almeno ogni due giorni. Sembra scontato ma è un pasto che non tutti si possono permettere. In Italia sono oltre 3 milioni e mezzo le persone che non hanno abbastanza soldi per un’alimentazione adeguata, il 5,3% delle famiglie (1 milione e 265 mila nuclei). Un dato purtroppo in crescita (e dopo la scure della crisi il 2009 non promette nulla di buono). E non consola sapere che siamo in buona compagnia perché, anche se in misura leggermente inferiore, anche nel resto d’Europa non se la passano meglio. È quanto emerge dalla ricerca realizzata dalla Fondazione per la Sussidiarietà (curatori: il pro rettore dell’università Cattolica Luigi Campiglio e Giancarlo Rovati, ordinario di Sociologia in Cattolica) dal titolo «La povertà alimentare in Italia».
«Intendiamoci, questo non vuol dire soffrire la fame — spiega Campiglio —. Ma la scarsa qualità dell’alimentazione, soprattutto per i più giovani, tra i 5 e i 10 anni, ha effetti negativi sulle abilità cognitive e anche sul carattere». È vero, non siamo in Africa. Ma è il paradosso dei Paesi avanzati, dove da un lato vengono buttate montagne di cibo e dall’altro non si soddisfano i principi base di un’alimentazione sana.
La novità dell’indagine (308 pagine di tavole e confronti), sottolineano gli organizzatori, è che per la prima volta in Italia viene calcolata «la soglia di povertà alimentare» (al di sotto della quale non si riesce a provvedere a una dieta equilibrata) e che i dati sono il frutto non di fredde statistiche ma di un’indagine sul campo, attraverso la Rete della Fondazione Banco alimentare (Rba, 8 mila enti sparsi sul territorio che aiutano direttamente ogni giorno 1,5 milioni di indigenti). Tornando alla soglia di povertà alimentare: una famiglia di due persone viene considerata povera se ha una spesa in cibo e bevande (in media) inferiore a 222,29 euro al mese che oscilla, a seconda delle differenze tra regione e regione, dai 195 euro in Sicilia ai 255 in Trentino Alto Adige. E mentre una famiglia «benestante» spende 525 euro al mese, un nucleo «alimentarmente povero » ne spende in media 155 (poco più di 5 euro al giorno). Il problema riguarda tutta la popolazione ma è più concentrato nel Sud soprattutto in Basilicata (9,1%), Calabria (8,2%) e nelle isole (Sicilia 9,2% e Sardegna 10,8%). Colpisce in modo più drammatico bambini e giovani, gli anziani e le persone sole. Niente a che vedere con l’immaginario del single affermato che fa la spola tra un happy hour e l’altro.
La fotografia scattata dal rapporto parla di una fascia di età (dai 35 ai 39 anni) in grande difficoltà: sono i separati che non possono permettersi, dopo aver pagato l’affitto, anche un pasto «come si deve». Non se la passano bene gli anziani, ancora una volta soprattutto al Sud e nelle isole. E naturalmente le famiglie più numerose (l’incidenza di povertà alimentare schizza al 10,4% per i nuclei con cinque componenti e più).
A livello individuale più «fragili» sono le persone senza alcun titolo di studio. «Una buona alimentazione è un investimento: per i giovani perché contribuisce alla crescita di una persona forte e sana, e per gli anziani perché non peggiora la qualità del loro vivere e l’indipendenza e non li porta di conseguenza a gravare sulla famiglia dei figli».
Con la crisi a cambiare sono anche i comportamenti di consumo. «Il 10% delle famiglie con reddito più basso — dice Campiglio — pensano prima a pagare l’affitto e poi a fare la spesa. Viene a trasformarsi la linea di povertà, oggi definita come il costo minimo del vivere civile. Con la crisi il bilancio familiare viene tenuto a bada passando dall’alta alla media, per finire alla bassa qualità della borsa della spesa».
Problema che si aggraverà con l’incremento della disoccupazione nel nostro Paese che secondo il Fondo monetario internazionale raggiungerà il 9,1% nel 2009 per salire al 10,5% nel 2010.
Se questo è il «quadro oggettivo» come suggerisce la ricerca dell’istituto fondato da Giorgio Vittadini nel 2002, come far fronte a quella che tecnicamente viene definita la «deprivazione materiale»? La parola chiave del rapporto è il «bisogno». E la risposta quindi è «stare su chi ha bisogno». «Il bisogno — spiega Campiglio — è un tratto privato, molto personale. Che a volte emerge e a volte no. Chiede di essere individuato e conosciuto. A volte viene nascosto per pudore».
L’indagine, che nell’intenzione dei curatori non dovrebbe rimanere uno spot ma diventare propedeutica alla costituzione di un «Osservatorio permanente sulla povertà alimentare in Italia», è un primo monitoraggio, capillare e diretto, della realtà del Paese. Poi però servono le risposte. «Il Banco alimentare è un esempio — dice il pro rettore della Cattolica — un’innovazione sociale, un ente mondiale che funziona bene. Negli Stati Uniti è stato introdotto prima il Food Stamp, uno dei più grandi programmi di spesa federale, ma non bastava. Così è stato affiancato dalle Food Banks, che sanno individuare, senza incappare nei limiti della burocrazia, le aree di bisogno».
Non solo una fotografia, quindi. «Il rapporto vuole essere uno strumento di lettura e di suggerimento — dice Marco Lucchini, direttore della Rete del Banco alimentare —. E un aspetto fondamentale che emerge dall’indagine per affrontare l’indigenza, per esempio, è il ’fattore tempo’. Più rapido è il soccorso meglio si evita che una situazione di rischio di povertà temporanea, causata per esempio dalla perdita del lavoro, si aggravi e diventi di più difficile soluzione ».
Con rischi non solo di natura economica ma psicologica. La persona, abbandonata a se stessa, potrebbe continuare a indebitarsi fino a perdere la fiducia e la capacità di reagire. E qui arriva (quando arriva) l’intervento benefico delle associazioni di volontariato. Come quello degli ottomila enti che fanno parte della Rba e che distribuiscono pasti gratuiti ai bisognosi. Non certo una soluzione totalizzante, ma un supporto che consente allo sfortunato di poter attendere tempi migliori. «Abbiamo perso tante persone a causa di interventi troppo lenti — dice Lucchini —. Il grafico del ’fattore tempo’ sarebbe da studiare attentamente per poi cogliere le indicazioni utili a tutti gli interessati». Perché secondo Lucchini la responsabilità di «azioni virtuose» è sulle spalle di tutti, dal mondo del no profit a quello delle imprese, dal governo ai cittadini. E a ognuno secondo il proprio ruolo. «Lo Stato deve normare e fare politica e il no profit fare volontariato, nel modo più tempestivo e capillare possibile. Ma se si invertono i compiti, non funziona. Il problema è che in Italia ognuno vuol fare tutto perché non si fida dell’altro». La parola d’ordine che suggerisce Lucchini è quindi «alleanza». Sono i tempi a richiederlo. Le associazioni sparse sul territorio che fanno parte della Rba nell’ultimo anno sono state prese d’assalto da persone in difficoltà (perché hanno perso il lavoro o sono in cassa integrazione, oppure non riescono più a pagare le rate del mutuo). L’importante è non abbandonarle e non lasciarle cadere in un dramma ben più grave.
fonte: corriere.it




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