sabato 3 ottobre 2009

La nuova povertà è alimentare

Carne, pollo o pesce almeno ogni due giorni. Sembra scon­tato ma è un pasto che non tutti si possono permettere. In Italia sono oltre 3 milioni e mezzo le perso­ne che non hanno abbastanza soldi per un’alimentazione adeguata, il 5,3% delle famiglie (1 milione e 265 mila nuclei). Un dato purtroppo in crescita (e dopo la scure della crisi il 2009 non promette nulla di buono). E non consola sapere che siamo in buona compagnia perché, anche se in misura leggermente inferiore, an­che nel resto d’Europa non se la pas­sano meglio. È quanto emerge dalla ricerca realizzata dalla Fondazione per la Sussidiarietà (curatori: il pro rettore dell’università Cattolica Lui­gi Campiglio e Giancarlo Rovati, or­dinario di Sociologia in Cattolica) dal titolo «La povertà alimentare in Italia».

«Intendiamoci, questo non vuol dire soffrire la fame — spiega Campi­glio —. Ma la scarsa qualità dell’ali­mentazione, soprattutto per i più giovani, tra i 5 e i 10 anni, ha effetti negativi sulle abilità cognitive e an­che sul carattere». È vero, non siamo in Africa. Ma è il paradosso dei Paesi avanzati, dove da un lato vengono buttate montagne di cibo e dall’altro non si soddisfano i principi base di un’alimentazione sana.

La novità dell’indagine (308 pagi­ne di tavole e confronti), sottolinea­no gli organizzatori, è che per la pri­ma volta in Italia viene calcolata «la soglia di povertà alimentare» (al di sotto della quale non si riesce a prov­vedere a una dieta equilibrata) e che i dati sono il frutto non di fredde sta­tistiche ma di un’indagine sul cam­po, attraverso la Rete della Fondazio­ne Banco alimentare (Rba, 8 mila en­ti sparsi sul territorio che aiutano di­rettamente ogni giorno 1,5 milioni di indigenti). Tornando alla soglia di povertà alimentare: una famiglia di due persone viene considerata pove­ra se ha una spesa in cibo e bevande (in media) inferiore a 222,29 euro al mese che oscilla, a seconda delle dif­ferenze tra regione e regione, dai 195 euro in Sicilia ai 255 in Trentino Alto Adige. E mentre una famiglia «benestante» spende 525 euro al me­se, un nucleo «alimentarmente pove­ro » ne spende in media 155 (poco più di 5 euro al giorno). Il problema riguarda tutta la popolazione ma è più concentrato nel Sud soprattutto in Basilicata (9,1%), Calabria (8,2%) e nelle isole (Sicilia 9,2% e Sardegna 10,8%). Colpisce in modo più dram­matico bambini e giovani, gli anzia­ni e le persone sole. Niente a che ve­dere con l’immaginario del single af­fermato che fa la spola tra un happy hour e l’altro.

La fotografia scattata dal rapporto parla di una fascia di età (dai 35 ai 39 anni) in grande difficoltà: sono i separati che non possono permetter­si, dopo aver pagato l’affitto, anche un pasto «come si deve». Non se la passano bene gli anziani, ancora una volta soprattutto al Sud e nelle isole. E naturalmente le famiglie più nu­merose (l’incidenza di povertà ali­mentare schizza al 10,4% per i nuclei con cinque componenti e più).

A livello individuale più «fragili» sono le persone senza alcun titolo di studio. «Una buona alimentazione è un investimento: per i giovani per­ché contribuisce alla crescita di una persona forte e sana, e per gli anzia­ni perché non peggiora la qualità del loro vivere e l’indipendenza e non li porta di conseguenza a gravare sulla famiglia dei figli».

Con la crisi a cambiare sono an­che i comportamenti di consumo. «Il 10% delle famiglie con reddito più basso — dice Campiglio — pen­sano prima a pagare l’affitto e poi a fare la spesa. Viene a trasformarsi la linea di povertà, oggi definita come il costo minimo del vivere civile. Con la crisi il bilancio familiare vie­ne tenuto a bada passando dall’alta alla media, per finire alla bassa quali­tà della borsa della spesa».

Problema che si aggraverà con l’incremento della disoccupazione nel nostro Paese che secondo il Fon­do monetario internazionale rag­giungerà il 9,1% nel 2009 per salire al 10,5% nel 2010.

Se questo è il «quadro oggettivo» come suggerisce la ricerca dell’istitu­to fondato da Giorgio Vittadini nel 2002, come far fronte a quella che tecnicamente viene definita la «de­privazione materiale»? La parola chiave del rapporto è il «bisogno». E la risposta quindi è «stare su chi ha bisogno». «Il bisogno — spiega Cam­piglio — è un tratto privato, molto personale. Che a volte emerge e a volte no. Chiede di essere individua­to e conosciuto. A volte viene nasco­sto per pudore».

L’indagine, che nell’intenzione dei curatori non dovrebbe rimanere uno spot ma diventare propedeutica alla costituzione di un «Osservato­rio permanente sulla povertà alimen­tare in Italia», è un primo monitorag­gio, capillare e diretto, della realtà del Paese. Poi però servono le rispo­ste. «Il Banco alimentare è un esem­pio — dice il pro rettore della Cattoli­ca — un’innovazione sociale, un en­te mondiale che funziona bene. Ne­gli Stati Uniti è stato introdotto pri­ma il Food Stamp, uno dei più gran­di programmi di spesa federale, ma non bastava. Così è stato affiancato dalle Food Banks, che sanno indivi­duare, senza incappare nei limiti del­la burocrazia, le aree di bisogno».

Non solo una fotografia, quindi. «Il rapporto vuole essere uno stru­mento di lettura e di suggerimento — dice Marco Lucchini, direttore della Rete del Banco alimentare —. E un aspetto fondamentale che emer­ge dall’indagine per affrontare l’indi­genza, per esempio, è il ’fattore tem­po’. Più rapido è il soccorso meglio si evita che una situazione di rischio di povertà temporanea, causata per esempio dalla perdita del lavoro, si aggravi e diventi di più difficile solu­zione ».

Con rischi non solo di natura eco­nomica ma psicologica. La persona, abbandonata a se stessa, potrebbe continuare a indebitarsi fino a perde­re la fiducia e la capacità di reagire. E qui arriva (quando arriva) l’inter­vento benefico delle associazioni di volontariato. Come quello degli otto­mila enti che fanno parte della Rba e che distribuiscono pasti gratuiti ai bisognosi. Non certo una soluzione totalizzante, ma un supporto che consente allo sfortunato di poter at­tendere tempi migliori. «Abbiamo perso tante persone a causa di inter­venti troppo lenti — dice Lucchini —. Il grafico del ’fattore tempo’ sa­rebbe da studiare attentamente per poi cogliere le indicazioni utili a tut­ti gli interessati». Perché secondo Lucchini la responsabilità di «azioni virtuose» è sulle spalle di tutti, dal mondo del no profit a quello delle imprese, dal governo ai cittadini. E a ognuno secondo il proprio ruolo. «Lo Stato deve normare e fare politi­ca e il no profit fare volontariato, nel modo più tempestivo e capillare pos­sibile. Ma se si invertono i compiti, non funziona. Il problema è che in Italia ognuno vuol fare tutto perché non si fida dell’altro». La parola d’or­dine che suggerisce Lucchini è quin­di «alleanza». Sono i tempi a richie­derlo. Le associazioni sparse sul ter­ritorio che fanno parte della Rba nel­l’ultimo anno sono state prese d’as­salto da persone in difficoltà (per­ché hanno perso il lavoro o sono in cassa integrazione, oppure non rie­scono più a pagare le rate del mu­tuo). L’importante è non abbando­narle e non lasciarle cadere in un dramma ben più grave.

fonte: corriere.it

Nessun commento:

Google

Passatempo Preistorico

Moonstone Madness

Pronti a partire, pronti per distruggere tutto? Bene, allora fate un salto indietro nell'era preistorica e immergetevi in questa nuova avventura dal gusto tribale. A bordo del vostro cinghiale dovrete raccogliere le gemme preziose necessarie per passare alle missioni successive, saltando gli ostacoli se non volete perdere il vostro bottino e distruggendo i totem a testate per conquistare altre gemme utili. Inoltre, una magica piuma vi catapulterà verso il cielo dove punti e gemme preziose sono presenti in gran quantità, per cui approfittatene! cercate di completare la missione entro il tempo limite, utilizzando le FRECCE direzionali per muovervi, abbassarvi e saltare, e la SPACEBAR per prendere a testate i totem.

Change.org|Start Petition

Blog Action Day 2009

24 October 2009 INTERNATIONAL DAY OF CLIMATE ACTION

Parco Sempione - Ecopass 2008

Powered By Blogger