mercoledì 9 dicembre 2009

"Alzare le tasse a chi inquina" Così l'ambiente batte la crisi

VOLETE la ripresa? Lottate per l'ambiente. Un buon risultato al vertice di Copenhagen non solo fa bene alla salute del pianeta, ma conviene: l'economia ne guadagnerebbe a lungo termine, ma anche subito, sostiene il Fondo monetario internazionale. L'idea che la recessione in corso debba frenare gli interventi contro l'effetto serra è, insomma, sbagliata: al contrario, azioni efficaci per ridurre le emissioni possono accelerare la ripresa e favorire il contenimento dei deficit pubblici, gonfiati dalla crisi. E' la tesi centrale di uno studio, "Climate Policy and the Recovery", appena pubblicato dai ricercatori della massima istituzione finanziaria mondiale, che esamina, in particolare, gli effetti di un mercato delle emissioni, sul modello di quanto già realizzato in Europa, e l'impatto degli investimenti "verdi" sulla ripresa.

Secondo il rapporto redatto, per il governo inglese, da Nicholas Stern, bloccare a 2 gradi l'aumento di temperatura costerebbe l'1 per cento del Pil mondiale l'anno. In realtà, questo 1 per cento è la media fra una proiezione ottimistica di -2 per cento (cioè l'economia mondiale, grazie ad un uso più efficiente dell'energia, ci guadagnerebbe) ed una pessimistica del 5 per cento. In ogni caso, non sembra una cifra esagerata rispetto alle possibili conseguenze dell'effetto serra: gli ambientalisti americani del National Resources Defence Council hanno calcolato in 270 miliardi di dollari l'anno i danni che l'effetto serra, fra uragani e siccità, può creare ai soli Stati Uniti entro il 2025. Al 2050, il conto raddoppia e sfiora il 2 per cento del Pil Usa. Del resto, non è un impegno fuori della portata dei governi: solo nell'ultimo anno, il 5 per cento del Pil mondiale è stato destinato a salvare le banche.

La recessione degli ultimi due anni, tuttavia, ha modificato la percezione del problema. Sul piano dell'urgenza, anzitutto. La crisi dell'economia, di fatto, ha ridotto le emissioni che, quest'anno, dovrebbero scendere del 2,5 per cento, rispetto al 2008. E sul piano della volontà di aziende e famiglie di pagare un prezzo per le emissioni. In realtà, osserva lo studio dell'Fmi, il punto chiave - cioè la necessità di far pagare agli inquinatori l'intero costo delle loro emissioni - non ha niente a che vedere con il rallentamento dell'economia. E, anzi, continuano gli analisti del Fondo, gli ultimi sviluppi suggeriscono "obiettivi di abbattimento delle emissioni più, anziché meno, ambiziosi". Poiché, concretamente, i costi industriali di riduzione delle emissioni sono diminuiti, in questi anni, come dimostra la discesa dei prezzi dei diritti alle emissioni sul mercato europeo, la licenza di emettere CO2 dovrebbe, infatti, costare di più. Gli studiosi del Fondo riconoscono tuttavia che, davanti ad una ripresa "lenta e fragile", un aumento dei prezzi delle emissioni deve essere graduale, per evitare "pressioni indesiderate sui costi di produzione e sui redditi delle famiglie". Ma non bisogna dare troppo spazio a queste preoccupazioni: le distorsioni sul mercato del lavoro non si curano aumentando le distorsioni a favore degli inquinatori. "Il rischio, oggi, è semmai quello della troppa cautela", osservano gli autori del rapporto, invitando a non dare spazio alla retorica sulla perdita di competitività che sarebbe legata alla politica del clima, dato che il rischio riguarda solo "un pugno di aziende ad alta intensità di energia ed esposte al commercio internazionale", come le acciaierie.

Un mercato internazionale delle emissioni darebbe certezze alle aziende, stimolando gli investimenti in energia pulita. E questi investimenti creano occupazione, come testimonia la Germania, dove i posti di lavoro "verdi" sono ormai 280 mila. E non è vero, dice l'Fmi, che le finanze pubbliche, disastrate dai salvataggi degli ultimi mesi, debbano temere nuovi impegni. Al contrario, "far pagare in modo più efficiente le emissioni può aiutare a restaurare le finanze pubbliche". Gli analisti del Fondo calcolano che, anche nel quadro di una proposta relativamente blanda di mercato delle emissioni, come quella in discussione negli Stati Uniti, mettere all'asta i diritti ad emettere Co2 potrebbe portare nelle casse pubbliche 870 miliardi di dollari, fra il 2011 e il 2019, una cifra pari al 15 per cento del deficit pubblico complessivo di quel periodo. Far pagare le emissioni di anidride carbonica, insomma, sarebbe una boccata d'ossigeno per i governi.

fonte: repubblica.it

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