venerdì 11 dicembre 2009

Nucleare, è toto-centrali. Ma nessuno le vuole

Dove si faranno le centrali del “rinascimento nucleare” voluto dal governo Berlusconi? Il tema è scottante e in questi giorni se ne è tornato a parlare. Martedì infatti i Verdi hanno diffuso una lista dei siti che Enel avrebbe individuato. Trino Vercellese in Piemonte, Caorso in Emilia Romagna, Borgo Sabotino e Montalto di Castro in Lazio, Garigliano in Campania, Palma in Sicilia, Oristano in Sardegna e Monfalcone in Friuli. Nomi - ci spiegano dalla segreteria dei Verdi - ai quali si è arrivati da informazioni riservate e dai sopralluoghi Enel. E che sia l’ex monopolista che il ministero hanno prontamente smentito.

Ecco che parte dunque il “toto-centrali”. Quelle della lista di martedì sono località verosimili? “I nomi sono i soliti noti” spiega a Qualenergia.it l’ingegnere nucleare Alex Sorokin. Anche se qualcuno suscita alcune perplessità: “problemi di scarsità d’acqua per un reattore da 1.600 MW come l’EPR potrebbero esserci a Garigliano e forse anche a Trino. Caorso sarebbe vulnerabile alle alluvioni (con conseguenze potenzialmente disastrose), mentre per la Sardegna ci sarebbe da mettere in conto la probabile necessità di adeguare le infrastrutture per trasmettere l’elettricità in surplus al continente”.

Disponibilità d’acqua, assenza di rischio idrogeologico e localizzazione in zone scarsamente abitate sono infatti gli ingredienti fondamentali che un sito deve avere per poter ospitare una centrale nucleare. Ma giocano un ruolo importante anche la presenza di infrastrutture e le questioni politiche (si veda Qualenergia.it “Bidoni di governo” inchiesta di Sergio Ferraris che scava a fondo sull’argomento). A livello ufficiale i criteri per la localizzazione dovrebbero essere stabiliti solo questa primavera dalla costituenda Agenzia per la sicurezza nucleare.

“Per ora abbiamo fatto solo delle ipotesi sulle quali non ha senso parlare – dichiara a Qualenergia.it Francesco De Falco, a.d. di Sviluppo Nucleare Italia, la società nata dalla joint venture Enel – Edf - attendiamo indicazioni sia a livello politico che tecnico, con l’emanazione dei criteri”. L’iter legislativo secondo il Ministero dovrebbe concludersi entro il 2013, De Falco conta di poter avere la prima centrale attiva al 2020. “Un tempo realistico tecnicamente – commenta Sorokin – su cui nutro forti dubbi per gli aspetto politici ed amministrativi.”

E il versante politico-amministrativo pare essere proprio quello più spinoso. Entro il 15 febbraio in teoria si dovrebbero avere i quattro provvedimenti del governo necessari per poter costruire le nuove centrali: una delibera del Cipe che dirà quali tecnologie si potranno impiegare, un decreto che dica dove si farà il deposito delle scorie, un decreto per decidere le compensazioni economiche per gli enti locali che accoglieranno gli impianti. E soprattutto, il decreto sulle localizzazioni, che stabilirà una mappa con le zone non adatte in base alla quale i privati presenteranno le loro proposte all’Agenzia per la sicurezza nucleare, che avrà l’ultima parola. Ma già ora sembra che i provvedimenti slitteranno oltre il 15 febbraio: “ci saranno entro primavera” ci spiegano dal Ministero.

Che si voglia aspettare dopo le elezioni regionali per molti è più che un sospetto. Una delle ipotesi circolate ieri sulla stampa era che la prima centrale si potesse fare in Polesine, nel Veneto. Il governatore Galan (che si ricandiderà) aveva dato tempo addietro la sua disponibilità (contraddetta dal voto del Consiglio regionale) affinché la Regione ospitasse uno degli impianti. Ieri però ha fatto un parziale marcia indietro, chiarendo che nella sua regione non ci sarebbero al momento siti disponibili.

Proprio l’opposizione delle Regioni, d’altra parte, è uno degli ostacoli maggiori sulla strada italiana verso l’atomo: lo scorso 4 dicembre la Puglia ha varato una legge che impedisce l’identificazione dei siti senza il consenso regionale ("il territorio è precluso all’installazione di im­pianti di produzione di ener­gia elettrica nucleare, di fabbri­cazione del combustibile nucle­are, di stoccaggio del combusti­bile irraggiato e dei rifiuti ra­dioattivi, nonché di depositi di materiali e rifiuti radioattivi"). L'Assessore all’Ambiente del Lazio, Filiberto Zaratti, invece ha annunciato un’opposizione “con ogni mezzo” alle centrali a Latina e a Montalto di Castro. Anche per tre Regioni governate dal centrodestra, come Sicilia, Sardegna e Veneto, l’accettazione del nucleare sarebbe niente affatto scontata (Qualenergia.it “Un dissenso atomico”).

Infine, contro la Legge 99/2009, con cui il Governo vuole by-passare le competenze delle Regioni sulla scelta dei siti nucleari (Qualenergia "Scelta dei siti nucleari e sospetta incostituzionalità"), 10 Regioni (Lazio, Calabria, Toscana, Liguria, Umbria, Emilia Romagna, Piemonte, Marche, Puglia e Basilicata) hanno fatto ricorso alla Consulta: la legge sarebbe in contrasto con il Titolo V della Costituzione sui poteri concorrenti delle Regioni in materia di Governo del territorio e sul rispetto del principio di leale collaborazione.

Su questa questione al Ministero ci rispondono che il ricorso delle Regioni “non tiene conto che l’energia elettrica di produzione nucleare serve a garantire un servizio fondamentale per i cittadini e, dunque, il potere sostitutivo dello Stato è non solo legittimo, ma necessario”. Ma la battaglia legale non è affatto scontata. Sulle difficoltà politiche e l'opposizione che verosimilmente intralcerà i piani dell'azienda invece Enel, si appella al "senso civico" e ci spiega che “comunque il referendum dell’87 non diceva proprio 'no' al nucleare”.

Meglio allora ricordare quello che si è stabilito con i tre quesiti di allora. Con il primo gli italiani hanno deciso di abrogare una norma sulla localizzazione degli impianti in tutto simile alla 99/2009: il 13° comma dell'articolo unico legge 8/1983, che dava al Cipe facoltà di stabilire dove fare le centrali nel caso in cui gli enti locali non decidano entro tempi stabiliti.
Con il secondo si sono abrogati i commi da 1 a 12 della stessa legge 8/1983, cioè quelli che prevedevano le misure di compensazione per i comuni che ospitino gli impianti, come quelle che si vogliono introdurre con i decreti attesi per la primavera.
Con il terzo, infine, si abrogava la norma che consentiva all’Enel di partecipare ad accordi internazionali per la costruzione e la gestione di centrali nucleari all'estero. Ma il referendum appare evidentemente troppo lontano nel tempo e forse è questo il motivo per cui i Verdi nel week-end del 19-20 dicembre hanno deciso di scendere nelle piazze italiane per quelle che hanno chiamato le “primarie dell’energia”. Chi vorrà potrà ribadire il “no” al nucleare di cui in molti si sono dimenticati.

fonte: qualenergia.it

1 commento:

mottarello76 ha detto...

Proprio su questo argomento, invito a leggere una riflessione che ho trovato molto interessante
http://www.enerblog.it/oddio-le-centrali-nucleari-dovranno-essere-fatte-da-qualche-parte.html

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