giovedì 10 dicembre 2009

Sulla bozza danese inciampa il dialogo

Il cammino verso l’accordo sul clima è iniziato da due giorni e già il dialogo è inciampato nella spaccatura tra paesi ricchi e resto del mondo. La notizia di ieri è la diffusione integrale della bozza di accordo danese e la reazione quasi indignata dei paesi in via di sviluppo ai contenuti del documento-piattaforma fatto circolare negli ambienti diplomatici e pubblicato dal Guardian.

La bozza danese, elaborata assieme ad altri paesi tra cui Usa e Regno Unito, vorrebbe porsi come cornice per il futuro accordo, da adattare e adottare da parte di tutti i paesi entro la prossima settimana, quando a Copenhagen arriverà la maggior parte dei Capi di Stato e si prenderanno le vere decisioni. Secondo alcuni si tratta di un tentativo dei paesi ricchi di decidere autonomamente i tratti fondamentali dell’accordo, relegando in secondo piano il dibattito in sede Onu.
Tra i punti fondamentali il documento fissa il 2020 come l’anno in cui le emissioni globali devono iniziare a scendere (sottolinenado che “nei paesi sviluppati messi assieme il picco è già stato raggiunto”); conferma i 2°C come soglia da non superare e suggerisce una riduzione delle emissioni globali del 50% rispetto al 1990 entro il 2050. I paesi ricchi – si specifica - dovranno tagliare dell’80% entro quella data, mentre l’impegno al 2020 resta non quantificato.

Un punto quest’ultimo che va ad aggiungersi ai molti aspetti della bozza indigesti ai paesi in via di sviluppo: dai limiti proposti per le emissioni pro capite, che permetterebbero ai paesi ricchi quasi un raddoppio al 2050, all’indebolimento del ruolo delle Nazioni Unite nella gestione del fondo per il clima. Ma l’aspetto fondamentale per cui la piattaforma danese non piace è che presuppone una rottura definitiva con il protocollo di Kyoto e con i suoi principi, primo tra tutti quello che sancisce che i paesi ricchi debbano agire per ridurre le emissioni, senza stabilire obblighi per quelli in via di sviluppo.

La bozza infatti obbligherebbe anche i Pvs a impegni di riduzione, cui sarebbero subordinati gli aiuti economici. Aiuti il cui controllo - altro punto di frizione - andrebbe in prevalenza alla Banca Mondiale anziché all’Onu. Anche la creazione di una nuova categoria di paesi quelli “maggiormente vulnerabili” prevista dal testo, secondo gli esponenti del gruppo dei 77, sarebbe un tentativo di dividere il fronte dei paesi poveri per permettere a quelli ricchi di piegare a loro favore i negoziati.

Insomma, per ora il negoziato è davanti a un muro che si spera si riuscirà a scavalcare o aggirare. Il presidente delle Nazioni Unite, Ban Ki Moon, ieri esprimeva il suo ottimismo. Una buona notizia è che sembra ci siano discrete speranze di accordo per il “quick start financing”, i fondi da stanziare subito, cioè dal 2010 al 2012, per aiutare nell’adattamento le nazioni più colpite: si parla di un importo di 10 miliardi di dollari l’anno. Ieri la Cina invece tornava a chiedere a gran voce obiettivi di riduzione della CO2 più coraggiosi da parte di Usa e Europa, mentre il primo ministro inglese Gordon Brown spinge perché l’Ue innalzi il proprio impegno, senza attendere un accordo globale, da -20% rispetto al 1990 a -30%, per stimolare anche gli altri ad agire.

Intanto nei giorni scorsi usciva un report Unep che si presta a varie letture. Una di queste permetterebbe un moderato ottimismo. Considerando anche gli impegni annunciati dai paesi emergenti - è la bottom line dello studio - le riduzione di gas serra al 2020 potrebbe non essere così distanti come si credeva da quello che servirebbe: per restare sotto ai 2°C nel 2020 non si potrebbero emettere più di 44 miliardi di tonnellate di CO2, gli obiettivi annunciati finora, se messi in pratica, consentirebbero di raggiungere quota 46. Siamo ad un passo dall'accordo?

fonte: qualenergia.it

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