mercoledì 13 maggio 2009

Bioreattori off-shore come isole di carburanti

Non è una novità che la produzione di biocombustibili sia strettamente interconnessa la spinosa questione dell’utilizzo del suolo: la competizione con le colture alimentari, la sottrazione di spazio utile e le richieste idriche dei processi di sintesi sono i punti deboli di una tecnologia che continua a suscitare polemiche. Un’opzione ad alta sostenibilità, in tal senso, è rappresentata dalle alghe, al cui vantaggio di assicurare una produzione energetica per ettaro più elevata rispetto a qualsiasi altra fonte bioenergetica si somma la capacità di riutilizzare metalli pesanti e residui di idrocarburi. Coltivabili in stagni e vasche all’aria aperta o in bireattori installati in serre riscaldate hanno ridotte necessità nutritive e possono utilizzare nel processo anche le emissioni di CO2 frutto di altri cicli industriali.
Le possibilità aperte da questa tecnologia hanno allettato anche la Nasa, che applicando la stessa visione necessaria per i viaggi nello spazio, ovvero un’attenta pianificazione e gestione di risorse limitate, ha dato vita al progetto “Sustainable Energy for Spaceship Earth”.
In parole povere, gli scienziati dell’Ames Research Center hanno messo a punto un processo per la sintesi di biofuel più efficiente e con meno risorse. “Il motivo per cui le alghe sono così interessanti è dovuto all’elevata capacità produttiva di alcune specie”, ha affermato Jonathan Trent, a capo del team di ricerca al centro Nasa di Moffett Field, California, “In realtà, la maggior parte dell’olio che riusciamo ad estrarre dal terreno oggi proviene da alghe che vivevano milioni di anni fa. Per questo costituiscono ancora la migliore fonte conosciuta”.
Semplicemente confrontandola con le altre materie prime impiegate ci si accorge come, a fronte di una produzione annuale di circa 50 litri di olio per ettaro dalla soia, di 160 l dalla colza e di quasi 600 l dalla palma, con alcuni tipi di alghe si potrebbe arrivare a produrre fino a 2000 litri di olio. Il problema di fondo con cui il settore si deve ancora scontrare è la difficoltà di realizzare un processo economico che lo renda competitivo con le altre fonti di carburante. Il progetto Nasa mira a prendere di petto il problema relegando il processo in mare ed affidando alla natura stessa lo svolgimento di alcune fasi. “L’ispirazione che avevo era di utilizzare dei sacchetti costituiti da membrana per farvi crescere offshore le alghe”, continua Trent.

Un concetto semplice ed elegante secondo il suo ideatore che prevede dunque il riempimento di buste di plastica in membrana semi permeabile con acque reflue e liquami, ottimo terreno di crescita per questi organismi. Questa sorta di isole artificiali riceverebbero direttamente la luce del sole e attraverso l’osmosi assorbirebbe la CO2 atmosferica rilasciando ossigeno e acqua dolce; alla capacità termica del mare il compito di controllare la temperatura mentre le onde manterrebbero il sistema in movimento e dunque attivo. Inoltre i sacchetti dopo due anni di utilizzo verrebbero riciclati. Si tratta, a detta degli scienziati, di una strategia “win-win”: vincente da un lato per la produzione di biocombustibile e dall’altro per la capacità del sistema di fare da filtro alle acque sporche. Un progetto entusiasmante dettato da una necessità come ricorda lo stesso Trent: “Dobbiamo ricordare che non siamo i passeggeri sulla navicella spaziale della Terra, siamo l’equipaggio”.

fonte: rinnovabili.it

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