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lunedì 30 novembre 2009
Spintronica, sinonimo di risparmio energetico?
Quello compiuto dagli scienziati è un importante passo avanti per due motivi: primo, il silicio è il materiale prevalente nella moderna produzione di elettronica, e in secondo luogo, fino ad oggi i ricercatori sono stati in grado solo di dimostrare il controllo di spin di elettroni a bassa temperature, non pratico per l’uso quotidiano.
Se la nuova tecnologia decollasse significherebbe un risparmio energetico enorme, perché l’inversione dello ‘spin elettronico’ richiederebbe meno energia rispetto alla normale carica.
Per raggiungere lo scambio di informazioni, il gruppo di ricerca ha inserito uno strato di ossido di alluminio spesso solo un nanometro tra il materiale magnetico e i semiconduttori. Le informazioni vengono poi cedute, applicando una corrente elettrica attraverso l’interfaccia di ossido che determina una magnetizzazione nei semiconduttori. Il gruppo di ricerca, che è guidato dal dottor Ron Jansen dal MESA+, Istituto di Nanotecnologia presso l’Università di Twente in collaborazione con la Fondazione per la Ricerca Fondamentale sulla Materia (UFM), entrambe nei Paesi Bassi.
fonte: rinnovabili.it
Dubai, la torre di babele dell’iperconsumo
Ancora una volta (e fino all'ultimo) il nostro governo e gran parte dei nostri media hanno peccato di provincialismo, hanno scambiato le perline per la sostanza, il luccichio per oro puro. Che Dubai e gli altri 6 emirati fratelli stessero sprofondando nella sabbia di una crescita insensata che riassumeva in sé tutte le esagerazioni dell'ipercapitalismo era cosa nota, gli articoli sulla stampa internazionale si sono sprecati, ma qualcuno pensava che pur essendo crollato il palazzo dell'economia finanziaria di rapina, potesse rimanere intatta la sua vetrina sulle rive del Golfo.
Non è così e non era già così da un pezzo (come ha scritto più volte anche questo giornale) e ben prima x che scoppiasse la bolla immobiliare che sta terrorizzando le borse mondiali e che sta svelando la fragilità di una "ripresa" che deve ancora fare i conti con le mine di cui il neoconservatorismo economico ha infestato il pianeta e la sua economia, pronte ad esplodere ad ogni minimo cambio di pressione.
Gli Emirati della cuccagna erano già in crisi da un bel pezzo, nessuno voleva e poteva più comprare le case sulle isole artificiali, gli alberghi si svuotavano per la crisi (ma anche per la cacca in mare), il mondo scopriva sempre di più che quel benessere si basava su un 90% di popolazione immigrata, senza nessun diritto politico e civile, ridotta praticamente in schiavitù che costruiva per gli emiri e per i turisti dello shopping planetario un mondo artificiale, una finzione da ricchi, un tentativo maldestro quanto arrogante di addomesticare l'ambiente con i petrodollari, magari investendoli anche in futuristiche città "verdi" e in progetti di energie rinnovabili. Il greenwashing della disperazione: solo qualche giorno fa il governo indonesiano ha chiesto ai suoi immigrati negli emirati arabi di ritornare a casa per sottrarsi ad uno sfruttamento che diventava ogni giorno più inumano con il progredire di una crisi che segna la fine del sogno filo-occidentale dei monarchi arabi.
Un greenwashing della dittatura, al quale purtroppo ha partecipato anche il nostro Paese facendo passare come moderati Paesi (Arabia Saudita in testa) dove la democrazia e i diritti umani sono un sogno e dove la condizione della donna è ben peggiore di quella del tanto criticato Iran e si avvicina più a quella delle donne afghane che un tempo dicevamo di voler liberare dal burka talebano, che gli è rimasto addosso anche con l'intervento Nato.
Le borse tremano, perdono, piangono, per quel che succede al già ammirato esperimento ambientale-finanziario nel deserto costiero degli Emirati, i pasciuti regnanti rimarranno comunque straricchi e assicurano le banche occidentali rimpinzate dei loro petrodollari, le multinazionali piene di loro azioni, gli investitori traditi dal crollo del sogno immobiliare e delusi dall'incubo dell'artificializzazione dell'ambiente e della costruzione di una società fittizia, che nasconde gli schiavi ed i prezzi ambientali, ingannati dall'assicurazione che sarebbe durata in eterno la società dello scialo e dello spreco di risorse esibito come modello da raggiungere in comodi voli di Fly Emirates, come ci ricordano le maglie di notissime squadre di calcio.
Il super grattacielo da 818 metri del Dubai World rischia di diventare la torre di Babele di una globalizzazione che aveva portato il mondo a parlare lo stesso linguaggio economico, ad usare gli stessi strumenti di rapina, a proporre un unico modello, le isole artificiali rischiano di diventare le polverose arche di Noè di un'ingordigia interrotta in un Paese piccolo e già miserabile che non sembra essere riuscito a gestire una ricchezza improvvisa, un tesoro energetico che comunque finirà, che non è riuscito a non soccombere alla maledizione del petrolio.
La guerra persa dagli Emirati e da Dubai non è quella guerreggiata di Saddam Hussein, è la sconfitta della più luccicante avanguardia di uno scatolone di sabbia che la globalizzazione e l'iperconsumismo avevano trasformato in un supermarket di lusso, è la sconfitta dell'idea che dollari e volontà, artifici economici e spregiudicatezza politica, potessero realizzare un mondo nuovo ed esclusivo basato su una colossale esclusione, sullo sfruttamento di una manodopera schiavizzata che doveva far nascere dalla sabbia un Paese nuovo anche nel suo ambiente, dove si reintroduce l'orice nel deserto e si nascondono centinaia di migliaia di poveri disperati che costruiscono mega-chiese e moschee, grattacieli girevoli, isole che potrebbero diventare la nuova piccola Atlantide della peggiore globalizzazione.
fonte: greenreport.it
«No alla vendita dei beni confiscati»
«Un’Italia che riflette, che è consapevole dei risultati raggiunti grazie alla legge sull’utilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie e che chiede di ritirare l’emendamento alla legge finanziaria approvato il 13 novembre al Senato, che prevede la vendita dei beni immobili di cui non sia possibile effettuare la destinazione entro 90 giorni». Così Davide Pati, responsabile del settore Beni confiscati di Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, descrive la mobilitazione di sabato scorso. La prima settimana di iniziative, blitz, concerti, raccolte di firme organizzate da Libera, Legambiente, Arci, Usip e Uds contro l’emendamento che sarà votato alla Camera il prossimo 9 dicembre, si è conclusa con un sabato ricco di eventi in tutta Italia.
fonte: lanuovaecologia.it
Ritirato l’emendamento contro le rinnovabili
L’emendamento in questione, che sarebbe stato presentato alla Camera nei prossimi giorni, prevedeva sia una forte riduzione dei coefficienti di incentivazione alle fonti rinnovabili non programmabili, a causa delle difficoltà di dotare gli impianti di una capacità di accumulo dell’energia, sia una drastica riduzione del valore del prezzo di riferimento del certificato verde, insostenibile per un’equa remunerazione degli impianti. Inoltre veniva attribuito a Terna l’insindacabile potere di stabilire la massima quantità di produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile non programmabile che può essere connessa ed erogata regione per regione.
Se la proposta di modifica al testo della Legge Finanziaria 2010 fosse stata accolta, il settore delle rinnovabili avrebbe subito un duro colpo, in quanto l’Italia avrebbe dovuto sostenere elevate penalità finanziarie per il mancato raggiungimento degli obiettivi vincolanti al 2020 (17% dei consumi finali di energia coperti da fonti rinnovabili) definiti in sede europea nel pacchetto Energia-Clima. Forti critiche erano venute anche da Assoelettrica che accusa l’emendamento di mettere vincoli ingiustificati ad un settore che invece, come afferma il suo vicepresidente Massimo Orlandi, ha bisogno di ingenti investimenti e grandi capacità di previsione; vincoli che avrebbero portato al mancato rispetto degli obiettivi e quindi a sanzioni economiche di notevole peso”.
Il quotidiano Milano Finanza inoltre riporta la notizia (o la non notizia) che il Ministro per la Semplificazione, Roberto Calderoli, che pure nei mesi scorsi si era fortemente impegnato sui temi energetici (a partire dalla riforma della Borsa Elettrica), ha smentito di essere l'autore dell'emendamento arrivato sul tavolo degli operatori di settore.
Contrario al provvedimento anche il sottosegretario con delega all'energia del Ministero per lo Sviluppo Economico, Stefano Saglia, che aveva affermato nei giorni scorsi che, alla luce degli impegni internazionali dell'Italia sarebbe stato un errore decapitare le fonti rinnovabili. Saglia ha però rivelato che il suo dicastero, d'accordo con quello dell'Ambiente, ha comunque allo studio un decreto delegato per ridurre gli incentivi alle rinnovabili, gradualmente e compatibilmente con il loro sviluppo.
Neanche il Ministero del Tesoro ha assunto la paternità dell’iniziativa legislativa, oggi decaduta. Sarebbe interessante chiarire allora chi abbia redatto questi emendamenti.
Probabilmente, un forte scossone l’ha dato Confindustria, nella persona del vicepresidente Gian Marco Moratti, anche a capo della società Saras. Immaginiamo che la sua critica sia stata rivolta soprattutto sull’azzeramento dei contributi Cip6 per le fonti assimilate, l’aspetto che meno interessa al mondo delle rinnovabili, ma che anzi poteva essere un’occasione per spazzare via la vergogna di un incentivo che si dice a favore delle rinnovabili, ma che per oltre il 60% è andato a produzioni energetiche sporche e derivate da fonti fossili. Riferendosi al Cip6, Moratti ha spiegato che "riesce difficile comprendere per quale ragione non si intendano seguire le linee previste dalla legge 99/09, intervenendo piuttosto con un nuovo provvedimento a distanza di soli due mesi".
A livello istituzionale è il caso di segnalare inoltre che il 25 novembre la Camera ha approvato una mozione sui cambiamenti climatici e sulle necessarie politiche da attuare, che è assolutamente in antitesi con gli emendamenti governativi che sono stati ritirati e, se vogliamo, anche con la sconcertante mozione negazionista del Senato di marzo presentata dalla maggioranza. Nella mozione del 25 novembre si chiede invece un notevole impegno e un ruolo di primo del nostro paese al vertice di Copenhagen e una decisa spinta per gli incentivi alle rinnovabili e all’efficienza energetica.
fonte: qualenergia.it
Rubbia: "L'errore nucleare Il futuro è nel sole"
La vena di amarezza che ha nella voce Carlo Rubbia quando parla dell'Italia non è casuale. Gli studi di fisica al Cern di Ginevra e gli incarichi di consulenza in campo energetico in Spagna, Germania, presso Nazioni unite e Comunità europea lo hanno allontanato dal nostro paese. Ma in questi giorni il premio Nobel è a Roma, dove ha tenuto un'affollatissima conferenza su materia ed energia oscura nella mostra "Astri e Particelle", allestita al Palazzo delle Esposizioni da Infn, Inaf e Asi.
Un'esibizione scientifica che in un mese ha già raccolto 34mila visitatori. Accanto all'energia oscura che domina nell'universo, c'è l'energia che è sempre più carente sul nostro pianeta. Il governo italiano ha deciso di imboccare di nuovo la strada del nucleare.
Cosa ne pensa?
"Si sa dove costruire gli impianti? Come smaltire le scorie? Si è consapevoli del fatto che per realizzare una centrale occorrono almeno dieci anni? Ci si rende conto che quattro o otto centrali sono come una rondine in primavera e non risolvono il problema, perché la Francia per esempio va avanti con più di cinquanta impianti? E che gli stessi francesi stanno rivedendo i loro programmi sulla tecnologia delle centrali Epr, tanto che si preferisce ristrutturare i reattori vecchi piuttosto che costruirne di nuovi? Se non c'è risposta a queste domande, diventa difficile anche solo discutere del nucleare italiano".
Lei è il padre degli impianti a energia solare termodinamica. A Priolo, vicino Siracusa, c'è la prima centrale in via di realizzazione. Questa non è una buona notizia?
"Sì, ma non dimentichiamo che quella tecnologia, sviluppata quando ero alla guida dell'Enea, a Priolo sarà in grado di produrre 4 megawatt di energia, mentre la Spagna ha già in via di realizzazione impianti per 14mila megawatt e si è dimostrata capace di avviare una grossa centrale solare nell'arco di 18 mesi. Tutto questo mentre noi passiamo il tempo a ipotizzare reattori nucleari che avranno bisogno di un decennio di lavori. Dei passi avanti nel solare li sta muovendo anche l'amministrazione americana, insieme alle nazioni latino-americane, asiatiche, a Israele e molti paesi arabi. L'unico dubbio ormai non è se l'energia solare si svilupperà, ma se a vincere la gara saranno cinesi o statunitensi".
Anche per il solare non mancano i problemi. Basta che arrivi una nuvola...
"Non con il solare termodinamico, che è capace di accumulare l'energia raccolta durante le ore di sole. La soluzione di sali fusi utilizzata al posto della semplice acqua riesce infatti a raggiungere i 600 gradi e il calore viene rilasciato durante le ore di buio o di nuvole. In fondo, il successo dell'idroelettrico come unica vera fonte rinnovabile è dovuto al fatto che una diga ci permette di ammassare l'energia e regolarne il suo rilascio. Anche gli impianti solari termodinamici - a differenza di pale eoliche e pannelli fotovoltaici - sono in grado di risolvere il problema dell'accumulo".
La costruzione di grandi centrali solari nel deserto ha un futuro?
"Certo, i tedeschi hanno già iniziato a investire grandi capitali nel progetto Desertec. La difficoltà è che per muovere le turbine è necessaria molta acqua. Perfino le centrali nucleari in Europa durante l'estate hanno problemi. E nei paesi desertici reperire acqua a sufficienza è davvero un problema. Ecco perché in Spagna stiamo sviluppando nuovi impianti solari che funzionano come i motori a reazione degli aerei: riscaldando aria compressa. I jet sono ormai macchine affidabili e semplici da costruire. Così diventeranno anche le centrali solari del futuro, se ci sarà la volontà politica di farlo".
fonte: repubblica.it
Bozza, entro il 2050 emissioni giù del 50%
Nella bozza si afferma tra l'altro che è necessario mantenere l'aumento medio globale di temperature entro e non oltre i 2 gradi Celsius.
Del clima e dell'appuntamento di Copenaghen si è discusso anche durante il vertice Ue-Cina in corso a Nanchino. Il primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt, presidente di turno dell'Unione Europea, ha riaffermato che "bisogna fare di più per lottare contro il riscaldamento climatico" e arrivare a non superare un rialzo della temperatura di oltre 2 gradi Celsius. A suo avviso, è indispensabile che la Cina assuma un "ruolo di leader nella lotta al riscaldamento globale, assumendosi le sue responsabilità".
Durante il summit, il presidente della Commissione Europea, Jose Manuel Barroso, ha sollecitato tutti i partecipanti alla conferenza di Copenaghen, a puntare a un "accordo ambizioso e operativo" per combattere i cambiamenti climatici.
fonte: repubblica.it
Maltempo: allagamenti in Liguria Acqua alta a Venezia
ACQUA ALTA - Poco dopo le 8,30 c'è stata la punta massima di marea a Venezia che ha toccato i 130 centimetri sul medio mare, con il conseguente ritorno del fenomeno dell'acqua alta che ha interessato circa il 40% del suolo cittadino.
ALBERI CADUTI A ROMA - Per il forte vento molti alberi e rami sono caduti la scorsa notte a Roma impegnando i vigili del fuoco. In mattinata due alberi ad alto fusto sono crollati rallentando il traffico sulla via Salaria e in via Appia Pignatelli.
PREVISIONI - Al Nord: molto nuvoloso o coperto con precipitazioni sparse che risulteranno diffuse e localmente intense sulla Liguria, Piemonte, Lombardia e Triveneto; le precipitazioni assumeranno carattere nevoso sui rilievi alpini e prealpini centro-orientali a quote superiori ai 1.300 metri; nel corso della giornata nuvolosità e fenomeni si attenueranno inizialmente sulla Val d'Aosta, Piemonte e Liguria con parziali schiarite in successiva estensione anche al settore occidentale dell'Emilia Romagna ed alla Lombardia. Al Centro e Sardegna: molto nuvoloso o coperto sulla Toscana con precipitazioni sparse, localmente intense anche a carattere temporalesco; molto nuvoloso sulle restanti regioni con precipitazioni inizialmente sporadiche e occasionali sull'Umbria, Lazio e Sardegna in successiva intensificazione con fenomeni che assumeranno localmente anche carattere temporalesco dal pomeriggio. Al Sud e Sicilia: molto nuvoloso per nubi in prevalenza medio-alte stratiformi in generale intensificazione dal pomeriggio sui settori tirrenici e sulla Sicilia con precipitazioni in arrivo dalla sera con fenomeni localmente anche a carattere temporalesco sulla Campania. Temperature: in diminuzione sulle regioni nord-occidentali e successivamente sulla Sardegna e regioni centrali tirreniche; stazionarie sulle rimanenti regioni centro-settentrionali, in aumento al sud.
fonte: corriere.it
venerdì 27 novembre 2009
Saluggia, il trickling down dell'eredità nucleare italiana non si ferma
A Saluggia sono infatti presenti l'impianto Eurex-SO.G.I.N. all'interno del Centro ricerche dell'Enea, il Complesso Sorin e il Deposito Avogadro. Eurex-SO.G.I.N. è un impianto per il ritrattamento di elementi di combustibile irraggiato ad alto arricchimento in Uranio 235 (U-235) di tipo M.T.R. (Material Testing Reactor).
L'impianto attualmente non è più in esercizio ma nel corso della sua attività ha prodotto un grosso quantitativo di rifiuti radioattivi sia solidi che liquidi attualmente stoccati all'interno dell'area. Ed è a Saluggia che verrà costruito un impianto di solidificazione dei rifiuti radiaottivi liquidi (processo Cemex) e un deposito temporaneo di manufatti di III categoria dell'impianto Eurex.
Il deposito temporaneo (D3) dovrà essere costruito accanto all'impianto di solidificazione; nei progetti di Sogin avrà un volume di 8 mila metri cubi (lungo 35 metri, largo 17, alto 13) e dovrebbe ospitare le scorie ad alta attività (1120 fusti da 440 litri ciascuno) fino a quando non sarà stato realizzato il deposito nazionale.
Nel complesso Sorin si producono preparati farmaceutici che contengono radioisotopi a breve tempo di dimezzamento destinati alla diagnostica in campo medico, ridotte a partire dal 2004. Nell'insediamento è anche presente un'area destinata a deposito temporaneo di rifiuti radioattivi solidi di II categoria.
Mentre il Deposito Avogadro è un deposito per elementi di combustibile nucleare irraggiato, stoccati nella piscina riadattata allo scopo, del reattore di ricerca Avogadro-RS1 la cui attività è cessata nel 1971.
«In esso si legge sul sito dell'Arpa Piemonte - sono attualmente contenuti 164 elementi di combustibile nucleare irraggiato dei quali 101 provenienti dalla centrale nucleare di Trino (VC) e 63 dalla centrale nucleare del Garigliano, situata nel Comune di Sessa Aurunca in provincia di Caserta», combustibile che dovrà essere trasferito all'estero a partire dal prossimo anno.
Recentemente l'Arpa Piemonte ha rilevato la presenza di terreno contaminato da radioattività (vedi greenreport del 24 novembre) per la perdita di uno degli impianti presenti sul sito, la condotta del deposito Avogadro e per analizzare la situazione e il da farsi si è riunita in seduta aperta al pubblico, la commissione comunale Ambiente e nucleare.
In questa seduta è stato ribadito che sulla base delle valutazioni tecniche dell'Ispra e della relazione dell'Arpa Piemonte, l'inquinamento è risultato circoscritto e non presenta alcun rischio per la popolazione. Ma è stato anche rilevato che essa non è assolutamente trascurabile dal punto di vista della tutela dell'ambiente.
Si è inoltre confermato che il terreno maggiormente contaminato dallo scarico dovrà essere considerato esso stesso un rifiuto radioattivo, che dovrà essere raccolto e conservato in un idoneo deposito nucleare.
Nella riunione è stato poi stabilito che Sorin effettuerà una più estesa campagna di monitoraggio, su indicazione dello stesso Ispra lungo l'intero percorso della condotta per lo scarico autorizzato degli effluenti radioattivi verso la Dora.
Il condotto di scarico del deposito Avogadro è infatti di proprietà di Sorin, e serve a portare nel vicino fiume Dora Baltea gli scarichi radioattivi effettuati durante il normale funzionamento del deposito. Nel suo normale funzionamento, il deposito Avogadro è autorizzato a scaricare ogni anno sostanze radioattive equivalenti a 37 miliardi di Becquerel di Cesio 137 e nell'ultimo anno di attività (2005) sono stati scaricati nel fiume, attraverso il condotto, ben 14 miliardi di Bq. Da allora non sarebbe stato scaricato più nulla di radioattivo e quindi la contaminazione riscontrata dalle analisi dell'Arpa risalirebbe a parecchi anni fa.
Lo stesso condotto pare serva anche a scaricare nel fiume gli scarichi civili del complesso Sorin - Avogadro.
In merito alla gestione del condotto di scarico, Gian Piero Godio, responsabile energia di Legambiente Piemonte e membro della Commissione ambiente di Saluggia, ha espresso «parecchie perplessità» e ha proposto che l'amministrazione comunale «assuma tutte le necessarie iniziative al fine di verificare le responsabilità legate a: autorizzazione, progettazione, realizzazione, manutenzione e controllo». Godio ha anche chiesto una verifica in merito alla legittimità del doppio utilizzo (per scarichi civili e nucleari) della condotta.
«Resta poi da chiedersi - ha aggiunto Godio- quale sarà il deposito nucleare in cui si dovrà conservare il terreno il terreno dell'area maggiormente contaminata dallo scarico che dovrà essere considerato a tutti gli effetti un rifiuto radioattivo».
In conclusione del dibattito, il sindaco di Saluggia, Marco Pasteris ha ricordato che, entro la fine dell'anno, l'assessore regionale convocherà il semestrale tavolo di trasparenza e che in quell'occasione sarà comunicato un nuovo aggiornamento della situazione che sarà costantemente monitorata.
fonte: greenreport.it
Copenhagen, scenari negoziali e climatici
Professor Castellari, cosa dobbiamo aspettarci da Copenhagen?
Da come si sta evolvendo la situazione ci potrebbe essere probabilmente una dichiarazione di impegno politico, un accordo di massima sui punti generali, ma non si raggiungerà la fase attuativa di questo accordo. Il consenso su possibili impegni giuridicamente vincolanti di riduzione delle emissioni probabilmente si avranno solo nel corso del 2010. Quello che si può sperare per l’incontro di dicembre è che vengano adottate una serie di “COP (Conference of the Parties) decisions” che contengano chiaramente i dettagli tecnici di un possibile accordo attuativo.
Quali sono i punti critici dei negoziati?
A Barcellona (l’ultima sessione di negoziati prima del vertice, ndr) si è progredito, ma il testo negoziale in discussione in uno dei due tavoli, quello riguardante le possibili azioni da intraprendere da parte dei Paesi membri UNFCCC nel prossimo futuro, è ancora molto lungo. Si sono ridotte le divergenze sull’adattamento, sulla cooperazione tecnologica, sulla riduzione delle emissioni da deforestazione e cambio d’uso del suolo dei paesi in via di sviluppo, come pure sui meccanismi di finanziamento. Ma non si è arrivati ad un accordo neanche di massima sull’entità di questo finanziamento né su quanto i paesi sviluppati debbano ridurre le emissioni, questioni che saranno rimandate a Copenhagen e forse al prossimo anno. Un passo molto importante che potrebbe essere fatto già nella capitale danese è invece quello di stabilire l’entità dei finanziamenti più urgenti per i paesi poveri più a rischio, come le piccole isole e i paesi africani, il cosiddetto “fast start finance”, soldi che queste nazioni chiedono fino al 2012 al fine di attuare le più importanti misure di adattamento.
E gli impegni annunciati di riduzione annunciati finora dai paesi ricchi, sono adeguati?
L’obiettivo europeo è abbastanza in linea con quanto chiede il quarto rapporto IPCC per stare sotto i 2°C: cioè che, nell’ambito di un accordo globale attuativo, i paesi sviluppati taglino le proprie emissioni del 30% rispetto al 1990 entro il 2020 e del 50% al 2050, e quelli in via di sviluppo riducano le emissioni del 15-30% rispetto allo scenario business as usual. La frizione con i paesi emergenti è dovuta al fatto che questi chiedono oltre al sostegno economico per ridurre le emissioni obiettivi molto più ambizionsi per i paesi sviluppati: meno 40-45% al 2020 e meno 80-90% al 2050 rispetto al 1990.
Quanto agli altri due attori fondamentali per il post Kyoto, cioè Usa e Cina, come si stanno ponendo nell’ambito dei negoziati?
Quella degli Stati Uniti di Obama è sicuramente tutta un’altra posizione rispetto a quella della precedente amministrazione, il che fa essere ottimisti. La nuova presidenza ha sempre manifestato un grande interesse a che si arrivi all’accordo, ma probabilmente non un accordo attuativo a Copenhagen. Anche in Cina si è evidentemente mosso qualcosa: la comunità scientifica cinese ha mostrato chiaramente gli impatti del cambiamento climatico che sono già in atto nel paese e questo ha fatto assumere un ruolo più attivo a Pechino nella lotta contro il riscaldamento globale. Anche se molti sono delusi dal fatto che non si raggiungerà probabilmente un accordo attuativo già a dicembre la situazione non è così negativa: già il fatto che giganti come Cina, India e Stati Uniti abbiano cambiato posizione - oltre a stare investendo molto nella green economy - fa vedere la bottiglia mezza piena.
Nel farattempo però la scienza ci dice che il tempo stringe. Cosa hanno aggiunto al dibattito le ultime evidenze scientifiche?
La discussione e negoziazione di questi ultimi due anni nell’ambito della Convenzione Quadro dell’ONU per i Cambiamenti Climatici (UNFCCC) ha fatto ampio uso dell’informazione scientifica fornita dal quarto rapporto di valutazione dello stato dei cambiamenti climatici dell’IPCC, il Fourth Assessment Report (AR4) pubblicato nel 2007. L’IPCC pubblicherà nei prossimi anni altri rapporti, ma il quinto rapporto di valutazione sarà disponibile solo nel 2013 e 2014. Nel frattempo sono comunque stati pubblicati nuovi articoli scientifici, non ancora valutati ufficialmente dall’IPCC. Quello di positivo che emerge è la riduzione delle emissioni di gas serra dovute al settore energetico a causa della crisi mondiale della finanza e dell’economia: nel 2009 ci sarà probabilmente il primo calo dal 1981. Però dopo che la crisi sarà superata e se non si interverrà con nuove politiche energetiche le emissioni antropogeniche di gas serra riprenderanno a crescere.
Il calo degli ultimi anni pone un’occasione ideale affinché i paesi sviluppati trasformino il loro settore energetico. L’ultimo rapporto World Energy Outlook 2009 dell’Iea (International Energy Agency) mostra due scenari energetici globali. Uno “scenario di riferimento” che rappresenta un business as usual in cui la domanda di energia potrà crescere del 40% da qui al 2030, soprattutto ad opera dei paesi in via di sviluppo: quasi ¾ della crescita delle emissioni verrà da paesi come Cina, India e quelli del medio oriente. Stando a questo scenario si potrebbe raggiungere la concentrazione atmosferica di 1000 parti per milione di CO2 equivalente: una prospettiva decisamente “pesante” per il clima. L’alternativa dipinta dal World Energy Outlook 2009 è un altro scenario, lo “scenario 450” che implica un cambiamento nel sistema energetico mondiale che permetta di stare di stabilizzare la concentrazione atmosferica di CO2 equivalente a 450 ppm. Attualmente siamo già a 385 ppm solo di CO2, contando anche gli altri gas serra siamo già oltre i 400 ppm di CO2 equivalente, per cui il margine di manovra è piuttosto ristretto e come prevede lo scenario Iea è essenziale coinvolgere anche i paesi emergenti.
Parte della comunità scientifica ritiene che 450 ppm siano già troppe ...
La conferenza climatica svoltasi a Copenhagen in marzo ha fatto il punto della ricerca scientifica climatica dall’ultimo rapporto dell’IPCC dando sicuramente maggiori motivazioni alla politica per agire in fretta. Molti ora, come il climatologo James Hansen, ritengono che per evitare gli effetti peggiori del global warming sia necessario arrivare alla stabilizzazione della concentrazione di CO2 a 350 ppm (grosso modo a circa 400 ppm di CO2 equivalente: contando che siamo a 385 significa che dobbiamo ridurre la concentrazione e non solo fermare l’aumento).
Qual è la sua opinione personale come climatologo in merito?
È impossibile averne una definita perché si parla di scenari climatici, quindi proiezioni probabilistiche. Parlando di impatti, tenendo conto dei risultati delle proiezioni, è molto probabile che se si limita l’aumento della temperatura media globale superficiale a 2°C rispetto ai livelli preindustriali (da adesso non dovrebbe aumentare di più di circa 1,5°C) si dovrebbereo evitare impatti drammatici e quasi irreversibili e si potrebbero ridurre i costi di adattamento a livelli accettabili. Ma quale sia la concentrazione di gas serra cui si debba mirare per avere questo risultato è difficile da dire. Sicuramente più stabilizziamo la concentrazione a un livello più basso maggiori sono le possibilità di ridurre l’aumento della temperatura media globale.
fonte: qualenergia.it
DISCARICHE: CAPACITA' RESIDUA SOLO DI DUE ANNI
fonte: ambiente.it
Auto nuove? Solo il 4% è ecologico
Gli italiani sembrano non aver colto l’occasione offerta dal governo che da mesi sta mettendo a disposizione una serie di incentivi volti alla sostituzione delle vetture inquinanti con nuove ad alimentazione ‘green’.
Una delle principali cause del lento adattarsi alle politiche ambientali dei cittadini italiani sembra essere la scarsa rete di rifornimento per vetture alimentate a gpl o metano. L’indagine rileva, infatti, che il maggior numero di auto inquinanti è registrato proprio nelle regioni che non hanno una rete sufficiente numero di distributori di eco-carburanti tra cui svettano la Sardegna con nessun distributore di metano, il Friuli Venezia Giulia (1% di vetture non inquinanti in circolazione) e la Calabria (2%).
I dati sono più confortanti se si analizza la situazione di alcune regioni: in Emilia Romagna il 7% del parco circolante è rappresentato da vetture ad alimentazione ecosostenibile, nelle marche la percentuale è del 6,5% mentre in Piemonte e Veneto del 5%.
La distinzione sembra avere dei forti distinguo anche a seconda del sesso del conducente: dai dati emerge che le donne guidano prevalentemente veicoli a benzina (59,5% sul totale delle automobiliste) mentre gli uomini preferiscono il diesel con percentuali del 54%.
fonte: rinnovabili.it
Rinnovabili: FieraMilano Rho dà spazio alle eco-energie
Durante il convegno “Energia geotermica: fonte rinnovabile dalle enormi potenzialità” un quadro dettagliato ed interessante è stato fornito dal presidente dell’Ugi (Unione Geotermica Italiana) che ha sottolineato con soddisfazione lo sviluppo delle tecniche per lo sfruttamento del calore del sottosuolo fornendo dati particolareggiati sull’andamento italiano del settore: dal 1913 ad oggi è stata raggiunta la quota 5,5 miliardi di chilowattora, prodotti grazie al lavoro di 27 centrali concentrate in Toscana, nella zona tra Larderello e il Monte Amiata. “Se ipotizziamo uno scenario probabile improntato sullo sviluppo di nuove tecnologie, su un quadro economico spinto dalla necessità di ridurre i consumi e di tutelare l’ambiente e sulla crescita del costo dell’energia da fonti tradizionali, possiamo immaginare – ha sottolineato il presidente – una crescita della produzione fino a 10 miliardi di chilowattora entro il 2020”, aggiungendo che un’ulteriore sviluppo potrebbe arrivare dalla diffusione di sistemi geotermici a bassa temperatura, che attraverso sistemi a pompa di calore possono riscaldare le abitazioni in inverno e rinfrescarle in estate.
Il settore del biogas, incentrato sulla produzione derivata dallo sfruttamento dei liquami e delle deiezioni animali ma anche dai rifiuti è stato affrontato in un ulteriore convegno “Biogas, formidabile opportunità per l’agricoltura, l’energia e l’ambiente” al quale ha preso parte Walter Righini, presidente di Fiper (Federazione italiana produttori di energia da fonti rinnovabili) sottolineando che nella sola Lombardia esistono 50 impianti funzionanti per la produzione di biogas “Si tratta di impianti – sottolinea Righini – con taglia fino a un MW di potenza, dal costo ognuno di circa 3-4 milioni di euro, che possono diventare un vero e proprio investimento se si pensa che per i chilowattora prodotti è riconosciuto un corrispettivo di 28 centesimi di euro. Ma il vero problema nella diffusione di questi impianti è l’incertezza normativa, per cui qui in Italia facciamo ogni volta due passi avanti e uno indietro”.
E nel corso di Enersolar + non si poteva che parlare di fotovoltaico che in Italia ha da poco superato il traguardo di 700 MW installati su tutto il territorio, ma lo si è fatto dando spazio anche ad un aspetto spinoso; durante il convegno “La connessione degli impianti alla rete” si è affrontato infatti il problema dei ritardi negli allacciamenti, causa di seri danni economici ai privati e alle aziende che decidono di installare impianti per produrre elettricità sfruttando il sole. Attualmente la connessione alla rete è regolamentata da una normativa che, in caso di inadempienza, prevede una pena pecuniaria per ogni giorno di ritardo: “Si tratta di una presa in giro – ha detto Gianni Chianetta, presidente di Assosolare e chairman del convegno – perché la penale andrebbe calcolata in proporzione ai danni subiti dagli utenti per la mancata produzione e non sulla base di una tariffa irrisoria. Solo con questo criterio di proporzionalità rispetto al danno arrecato si può ipotizzare che il sistema delle connessioni alla rete venga ripensato in maniera più congrua. Anche di questo tema – ha aggiunto Chianetta – stiamo dibattendo in questi giorni con il Governo, oltre che sulla revisione delle tariffe incentivanti e sulle linee guida per l’installazione dei sistemi fotovoltaici.
L’idroelettrico, settore in notevole sviluppo, è stata una delle prime fonti rinnovabili ad essere sfruttate in Italia e al quale è stato dedicato un convegno all’interno della manifestazione in svolgimento: “Mini & Micro, il futuro verde dell’idroelettrico”, durante il quale è intervenuto in mattinata Francesco Tornatore, dell’Autorità di bacino del Po che ha voluto illustrare il successo ottenuto grazie alle numerose istallazioni presenti nel bacino del fiume: 890 impianti con una taglia media di oltre 500 kW
“Per piccole centrali di questo tipo – ha detto Tornatore – c’è ancora margine di sviluppo soprattutto lungo Po, Oglio, Adda, Ticino e Dora Baltea, i corsi d’acqua principali. Mentre il microidroelettrico può trovare spazio su corsi minori, soprattutto dove esistano già opere di captazione o traverse esistente, in modo da sfruttare i salti d’acqua che garantiscono la produzione di energia senza modificare ulteriormente l’ambiente? L’idroelettrico – ha ricordato Tornatore – è una buona opportunità, ma deve garantire il cosiddetto Deflusso Minimo Vitale, che garantisce la sopravvivenza degli ecosistemi fluviali. Lo sviluppo di nuovi impianti deve quindi tenere conto di questi parametri vitali minimi”
fonte: rinnovabili.it
Colletta alimentare in 7.600 supermercati
TRE MILIONI IN DIFFICOLTÀ - L'iniziativa è nata nel 1997: allora furono raccolte 1.600 tonnellate di alimenti, per arrivare dopo 12 edizioni - nel 2008 - a quota 8.976 tonnellate, per un valore economico di oltre 27 milioni di euro. Secondo un'indagine della Fondazione per la Sussidiarietà sono più di 3 milioni in Italia le persone che faticano ad acquistare cibo sufficiente. Dunque in oltre 7.600 supermercati più di 100mila volontari inviteranno le persone a donare alimenti non deperibili - preferibilmente olio, omogeneizzati e alimenti per l'infanzia, tonno e carne in scatola, pelati e legumi - che saranno distribuiti a circa 1,3 milioni di indigenti attraverso gli 8mila enti convenzionati con la Rete Banco Alimentare. L'appuntamento di quest'anno è fissato in concomitanza con la Colletta che si svolge nei paesi europei membri della Federazione dei Banchi Alimentari ed è organizzato grazie alla collaborazione con la Cdo Opere Sociali, l'Associazione Nazionale Alpini, la Società San Vincenzo De Paoli e altre associazioni.
fonte: corriere.it
Clima, l'ultimatum dell'Africa
«Non posso più fidarmi di mio padre» dice Gada Tukala, che ha poco più di vent’anni, alleva vacche da quando non andava all’asilo e decide per tutti da quando il clima non è più lo stesso. «I vecchi vorrebbero aspettare dieci giorni di pioggia prima di seminare il sorgo, io so che dopo quattro scrosci è meglio affrettarsi sperando che duri». Gada è un giunco nero in un cielo bianco di luce, vive in un villaggio che di moderno ha solo le ciabatte di plastica ai piedi, si accontenta di nulla e ha una sola paura: «Sai perché non piove più? Una volta si stava tutti insieme sotto il grande albero, si ammazzava la bestia più grassa, e si pregava tutta la notte per una buona semina. Oggi con le nuove religioni la natura ha smesso di volerci bene». Gada non lo sa ma il suo paese è cristiano da 1.700 anni. E musulmano da quasi altrettanti: «Dio è arrabbiato con me e la mia famiglia» ci dice Zein Leba, contadina sessantenne che ha un ettaro di terra, sette figli, e quando prega si rivolge alla Mecca. «Dipende tutto da lui, speriamo che passi». L’Etiopia di chiese e moschee, di campi di mais, sorgo e fagioli è rassegnata da sempre a una siccità ogni dieci anni, ma da qualche tempo rimane a secco quasi un anno su due. «Colpa del cielo» dice il tam tam degli altipiani. Eppure quando interverrà al vertice sul clima che si apre il prossimo 7 dicembre a Copenhagen, il primo ministro Meles Zenawi non invocherà né Allah né gli dei della pioggia. Dirà che il riscaldamento globale sta rovinando il suo paese. E chiederà all’Occidente una montagna di soldi per insegnare a Gada e a Leba a fare a meno dell’acqua.
Reportage dall'EtiopiaReportage dall'Etiopia ![]() |
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L’Unione africana ha scelto l’Etiopia per trattare a nome di tutti al summit che dovrebbe salvare il pianeta, ma molto probabilmente rimanderà il bel gesto a data da destinarsi. Peccato, perché la posta è alta e i numeri fin troppo eloquenti: se nel 2006 l’Italia ha immesso in atmosfera 474 milioni di tonnellate di anidride carbonica, l’Etiopia con un terzo degli abitanti in più si è fermata a poco più di un centesimo: sei milioni di tonnellate. Se il colosso cinese è responsabile del 21 per cento delle emissioni globali, e gli Stati Uniti seguono a ruota con il 20,2, l’Africa intera rincorre lo sviluppo producendo non più del 3,7 per cento dei danni. Il disequilibrio è enorme, ma diventa insostenibile se si pensa che l’impatto è inversamente proporzionale alle cause: in Italia (almeno per ora) il cambiamento climatico mette a repentaglio il week end, in Etiopia fa sparire la materia prima che tiene in vita l’80 per cento della popolazione. «Non è che piova meno» dice a Io donna Gabru Jember, ricercatore dell’Agenzia nazionale di meteorologia di Addis Abeba. «È che le precipitazioni sono diventate imprevedibili: da sempre in Etiopia abbiamo una stagione umida da marzo ad aprile, e una più lunga da inizio giugno a fine settembre. Ora il ritmo è saltato e può smettere di piovere a una settimana dalla semina, o magari riprendere quando già ci si preparava al raccolto». A quel punto cresce un po’ d’erba, il paesaggio si fa incantevole, ma il sorgo si alza mesto senza semi. È lo spettro della siccità verde che si aggiunge ai malanni tradizionali e, solo in Etiopia, nei prossimi mesi metterà a rischio la sopravvivenza di oltre sei milioni di contadini.
E sì che alle spalle il paese degli altipiani ha anni di crescita a due cifre. Con i suoi tre milioni di abitanti, Addis Abeba ha preso a mimare le mosse della danza globale e a sostituire la terra battuta con grandi torri commerciali ad alto fatturato e nessun’altra pretesa. Ma l’Etiopia dei villaggi continua ad arrancare tra la sete e la fame: qui tutto viene e va con il raccolto, e ci si può ritrovare sul lastrico solo perché la pioggia cade nel momento sbagliato. «Otto anni fa avevo cento vacche e cento pecore» fantastica la quarantenne Momena Ali sotto il sole malato del distretto pastorale dell’Erer. «Allora l’erba era tanto alta che non vedevi le bestie. Poi la pioggia è sparita e l’erba è scesa prima a un braccio, poi a un palmo, poi a un dito di verde: io non ho più nulla, ma Allah saprà cosa fare dei miei dieci figli». Acqua, pascoli, sole e rovina. Nella regione agricola dell’Oromia 32 distretti su 387 da gennaio avranno bisogno dei sacchi di farina del governo: tra questi il Fadis, che ci accoglie con una distesa di cereali senza frutto, di bambini con i quaderni sottobraccio, e di uomini che ricordano un tempo in cui tutto sembrava più pieno e più semplice. «Eravamo ricchi» ci dicono nel villaggio di Koje. «I campi che oggi danno cinque quintali di sorgo fino a dieci anni fa ne producevano anche trenta». Mesfin Oly, giovane consulente agricolo dell’amministrazione regionale, fa notare che gli invasi dell’acqua piovana ancora nel 2002 davano da bere per sei mesi all’anno, mentre oggi arrivano a malapena a coprire due mesi di sete. Non che qualcuno si lamenti: qui tutti sembrano abituati a sopravvivere se si può, e a sopportare le angherie del cielo con la stessa pazienza con cui tollerano le mosche sul labbro per decine di snervanti minuti. Ma nessuno si fa illusioni: «Tra poco comincerà la carestia». Per fronteggiarla il piano d’emergenza di Addis Abeba garantirà 15 chili di farina al mese a 32mila dei 140mila abitanti del distretto. Rispetto alla grande carestia del 1984, nessuno dovrebbe morire per fame. Ma nelle capanne di fango in cui si mescolano vagiti di bimbi e muggiti di vacca, si fa fatica a pensare che per i villaggi il peggio sia ancora di là da venire.
Sprofondiamo sempre più nell’Africa che cambia senza volere. A dieci chilometri dalla città di Harar, che rimane magicamente sospesa tra memorie coloniali e identità musulmana, il lago Haramaya è semplicemente sparito: «Dove si andava in barca ora brucano le capre» dice Million Gebrenes, ricercatore universitario che studia l’impatto del global warming sull’economia rurale. «È successo tutto in pochissimi anni, perché i contadini hanno abusato dell’acqua, la deforestazione ha aumentato il sedimento e il riscaldamento ha seccato le sorgenti». Qui come altrove, la vita si fa dura appena si scende dai duemila metri dei grandi altipiani. Nel centro del paese, a cento chilometri dalla capitale, è il lago Abjata a ritrarsi di quasi un chilometro all’anno. «Ci sono rimasti solo i fenicotteri» sospira il pastore Tene Babsa, che ha sessant’anni e due gambe sottili come il bastone che usa per evocare i ricordi lontani. Racconta di quando invece delle distese di sale c’era uno specchio d’acqua pescoso, e al posto della terra smagrita si stendevano chilometri di pascoli da venti mucche a famiglia: «Ora ne ho quattro che danno un litro di latte al giorno, dieci anni fa ne avevo decine e riempivo i secchi anche senza mungerle». L’avvocato Dessalegn Mesfin, che ha guidato il team dei negoziatori africani verso il summit di Copenhagen, dice che per fronteggiare quest’emergenza «le priorità sono due: un accordo sulla riduzione dei gas serra, e un piano di finanziamenti per aiutare i paesi più colpiti ad adattarsi alle nuove condizioni climatiche». Con il programma Meret, le Nazioni Unite hanno dimostrato che bastano investimenti modesti per arrivare a una gestione del terreno che resista alle bizze del nuovo millennio. Nel bacino di Dabe, a pochi chilometri dalla città di Nazreth, 202mila euro sono stati sufficienti per piantare una foresta, alimentare le sorgenti e mettere in sicurezza trecento famiglie di contadini. Pochi o tanti, oltre che di emissioni è quindi questione di soldi. Il primo ministro Meles Zenawi lo sa, e va a Copenhagen per battere cassa presso i grandi produttori e i grandi inquinatori del Nord del mondo. Si parte da una richiesta di 45 miliardi di euro all’anno. L’Africa intera fa sapere che saranno difficilmente trattabili.
fonte: corriere.it
Cecchini in elicottero contro i dromedari
DANNI ALLE ABITAZIONI - I problemi causati dai dromedari , che non sono originari dell'Australia ma che vi sono stati importati a metà del 1.800, sono parecchi. In cerca di acqua, gli animali sventrano cisterne e cercano perfino di scardinare le condotte di raccolta della condensa degli impianti di climatizzazione delle case. Gli animali che muoiono restano spesso a decomporsi all'aria aperta e in alcuni casi questo ha comportato l'inquinaento di pozze e falde acquifere. Gli animali a volte si spingono anche oltre, cercando di aprire anche le porte delle abitazioni. La gente ha paura e tende a non uscire. E non mancano i casi di persone che si sono dette pronte a emigrare altrove. Insomma, proprio come avveniva con gli abitanti di Hamelin assediati dai topi della celebre fiaba dei fratelli Grimm. Solo che per risolvere il problema in questo caso non si è pensato ad un pifferaio e alle melodie del suo flauto magico, ma a cacciatori professionisti e ai loro fucili di precisione.
«SOLUZIONE OBBLIGATA» - Le autorità dicono di non avere alternative. «E' una situazione molto critica - ha commentato il ministro Rob Knight, raggiunto dall'Ap a Alice Springs, città a 500 km da Docker River -. Quanto accade è davvero inusuale ed è necessaria un'azione urgente. Non ci possiamo permettere il lusso di aspettare altro tempo». L'uso degli elicotteri viene giustificato con la necessità di coprire un'area di circa 15 chilometri di raggio all'esterno della città. L'operazione dovrebbe scattare la prossima settimana. Una volta uccisi, le loro carcasse saranno trasportate nel deserto. Il governo locale ha stanziato 45 mila dollari per contribuire alle spese di sistemazione dei danni causati dai cammelli agli edifici e alle infrastrutture.
EMERGENZA ACQUA - Non è la prima volta che in Australia si affronta la questione dei dromedari erranti. Ma in questo caso, a causa di un'estate particolarmente torrida che ha prosciugato molte pozze e costretto molti animali ad avvicinarsi alle città, il problema inizia ad essere particolarmente sentito dalla popolazione. Secondo alcune stime sarebbero almeno un milione i cammelli di vario genere attualmente presenti sul territorio australiano, dove furono importati per consentire le esplorazioni di un continente tanto vasto e caratterizzato, in molte zone, da un clima particolarmente arido e da un ambiente poco ospitale.
LA PROTESTA ANIMALISTA - Immediata la reazione dei gruppi animalisti. Animals Australia ha definito «barbaro» l'intervento programmato dal governo locale e sottolinea che non si è neppure pensato a soluzioni alternative come l'allestimento di barriere di protezione per fermare l'avanzata dei cammelli. «E' assurdo pensare alle armi come unica soluzione - ha detto il direttore dell'associazione, Glenys Oogjes -. Oltretutto sparando dagli elicotteri si rischia di causare molte sofferenze agli animali che dovessero restare solo feriti».
fonte: corriere.it
giovedì 26 novembre 2009
Riduzione della CO2: il gioco al ‘rialzo’ di Usa e Cina
E dopo Obama anche il premier cinese Wen Jiabao ha confermato la sua partecipazione al Vertice Onu forte di un rilancio sugli obiettivi nazionali. Il portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Qin Gang, annunciando la partecipazione del governo al summit ha anche riportato il nuovo impegno a ridurre l’intensità delle emissioni di carbone del 40-45% entro il 2020. Si tratta anche in questo caso di un obiettivo che parte dal 2005, meno impegnativo dunque di quello assunto dai paesi che hanno firmato il protocollo di Kyoto e che nei loro nuovi target continuano a riferirsi all’1990, in particolar modo ben distante dall’ambizione di cui si è fatta leader l’Unione Europea. Ma per un clima incerto come quello che si respirava fra negoziatori solo qualche giorno fa è pur sempre da considerasi un passo avanti.
fonte: rinnovabili.it
Sperimentazioni di housing sostenibile in Olanda
L’idea di sostenibilità ambientale, applicata alla progettazione dell’housing, si delinea in un‘interessante e alternativa accezione nell’esperienza del gruppo olandese BEAR Architecten, recentemente entrato a far parte nella più ampia compagine multidisciplinare denominata KOW Architecture.
Il gruppo BEAR, infatti, cerca di sviluppare una concezione innovativa dell’abitazione contemporanea, attraverso la ricerca sperimentale delle possibili forme di integrazione dell’innovazione tecnologica. Una sfida, questa, che si concentra sulle modalità di attuazione e di diffusione della cultura dell’innovazione nella pratica quotidiana del progetto e nella costruzione progressiva di scenari che, per piccoli passi, promuovono e concretizzano nuovi modelli per l’abitare.
In questa prospettiva, il lavoro dei BEAR è da interpretare come un’indagine continua sulle nuove relazioni che intercorrono tra gli elementi materiali del processo costruttivo e le componenti immateriali e potremmo dire fluide dell’ambiente costruito. Il progetto della residenza, secondo questa chiave di lettura, è riconducibile a un percorso che supera la concezione tradizionale dell’abitazione come un rifugio, circoscritto e separato dalle forze della natura, per assumere, al contrario, il ruolo di luogo in cui rintracciare nuove relazioni tra spazio, involucri architettonici e flussi di energia, sia nella dimensione dell’edificio che in quella più ampia dell’insediamento.
Lo spazio perimetrale della residenza, nelle loro proposte, si configura, a volte, come una vera e propria membrana che tende a relazionare le spazialità abitative interne con le dinamiche esterne del sito, mediante il controllo di flussi di materia, informazioni ed energia. Altre volte, il tema della chiusura dello spazio residenziale è sviluppato come un sistema fluido di mediazione e di delimitazione degli ambiti spaziali abitativi, senza anteporre barriere fisiche, ma configurando superfici o volumi che si prestano ad accogliere usi e modificazioni successive nel tempo, non necessariamente previste dal progetto.
Nelle sperimentazioni del gruppo BEAR tutto ruota intorno all’idea della costruzione di involucri abitativi nei quali il fattore energetico è visto in un’accezione ampliata, non esclusivamente legata a una dimensione termodinamica.
È in quest’ottica che la loro concezione bioclimatica del costruire si affianca alla ricerca progettuale, per trasformare in spazio i flussi di energia che attraversano edifici, giardini e quartieri. La loro stessa idea di architettura che reagisce alle sollecitazioni del contesto, sotto l’aspetto energetico e termico, tende a reinterpretare il tema dell’involucro residenziale come spazio di mediazione; uno spazio in cui l’innovazione, nell’uso dei materiali e delle soluzioni costruttive, diventa occasione per manifestare un campo di possibilità di adattamento, di evoluzione e di potenziamento delle prestazioni dell’edificio, senza mai comprometterne gli aspetti fondativi e costruttivi elementari. Invertendo le logiche contemporanee dell’innovazione e dello sviluppo tecnologico “a tutti i costi”, possiamo sostenere che il lavoro dei BEAR mira a focalizzare un cuore della costruzione, nel senso più tradizionale del termine, ma sul quale si stratificano, in modo reversibile, membrane di interfaccia che modellano lo spazio.
L’architettura dei BEAR, in tal modo, conserva sempre le sue qualità di architettura passiva, in grado di assecondare le variazioni esigenziali, climatiche e tecnologiche senza mai diventare schiava della tecnologia.
È possibile ricostruire, sinteticamente, questo percorso progettuale facendo riferimento ad alcune esperienze significative del loro lavoro. In esse si evidenzia un atteggiamento che lascia trasparire tre aspetti della pratica progettuale destinati – con molta probabilità – ad assumere, nei prossimi anni, una centralità sempre maggiore nei processi di costruzione delle residenze.
Il primo di questi aspetti è riconducibile alla ricerca di livelli differenti e progressivi di compromesso progettuale sul tema della residenza che abbiano la forza di generare le condizioni ottimali per l’integrazione dei nuovi componenti tecnologici nel paesaggio antropizzato. È il caso dei progetti elaborati per le Case solari di Langedijk (2000) o per le Residenze “Zero Energy” a Etten-Leur (2002). In questi esempi, atti progettuali minimi e ragionevoli, ponderati rispetto alle richieste dell’utenza, sembrano agire esclusivamente su pochi ed essenziali elementi costruttivi. Lo spazio dell’involucro si modella attraverso lievi contaminazioni linguistiche che denunciano la presenza dell’innovazione (tecnologie solari termiche e fotovoltaiche e serre solari, coperture inerbite) e del cambiamento delle logiche funzionali della casa, ma senza inutili e gratuite enfasi formali.
Il secondo aspetto emergente dalle esperienze dei BEAR è il lavoro compiuto sulla costruzione e sulla ri-costruzione delle relazioni tra le forme d’uso dell’edificio residenziale e i suoi spazi interni ed esterni. Nelle abitazioni a schiera, realizzate a Zoetermeer (2000), gli spazi di connessione ottenuti con serre, atri e ampie volumetrie trasparenti, riconducono i flussi ambientali e le dinamicità dell’edificio a una dimensione spaziale molteplice nella quale, in un certo senso, è possibile percepire la fluidità dei campi energetici. L’accettabilità dell’innovazione tecnologica nella dimensione della casa ricopre un ruolo centrale in questo intervento, perché il progetto mira a dimostrare agli utenti, ma anche a chi percepisce l’edificio dall’esterno, come le nuove tecnologie per la sostenibilità della residenza assumano enfasi nel rendere abitabile l’involucro edilizio, quindi fruibile ciò che tradizionalmente è stato sempre concepito come elemento opaco e pieno.
Il progetto tende a configurare lo spazio dell’involucro nella sua essenza di cavità reattiva, vissuta e in continua evoluzione rispetto ai fattori ambientali.
Il terzo aspetto è da rintracciare nella ricerca progettuale condotta sulle forme ibride di configurazione degli involucri residenziali. Nelle “Noise Barrier Houses” di Dordrecht (1996) o negli interventi nel quartiere Niewland ad Amerfoort (1999) e “De Groene Kreek” a Zoetermeer (2006) lo spazio abitativo arriva a coincidere con l’involucro stesso, negando la distinzione tradizionale tra interno ed esterno, tra dentro e fuori.
Il limite dell’involucro residenziale, attraverso l’impiego di tecnologie deboli, riconduce l’essenza attiva e passiva dell’edificio in un unico organismo integrato e si ibrida con forme del paesaggio altamente tecnologiche ma anche estranee all’architettura come dune, dighe, infrastrutture viarie.
Lo spazio-involucro della casa risulta quasi assorbito dal sito e dalla natura, oppure muta nelle sue geometrie e forme al variare degli usi. Si interpone come spazio attivo dell’architettura e si compenetra con le volumetrie degli edifici e del paesaggio. L’involucro sembra rievocare, a tratti, l’archetipo delle architetture ipogee, ma l’utente è completamente immerso nel suo spazio, ne è come avvolto.
I componenti del gruppo BEAR amano spesso precisare nelle descrizioni dei loro lavori, lo spirito del learning by doing che diviene un aspetto centrale per definire una progressiva integrazione del nuovo nella modellazione del paesaggio costruito. Ma sarebbe a questo punto più logico parlare di un atteggiamento propositivo tecnologicamente consapevole che rintraccia nel progetto le occasioni per scrivere un testo aperto sulle pratiche dell’innovazione dell’abitare.
In questa direzione, il gruppo BEAR indica un possibile approccio intermedio ai problemi della sostenibilità della residenza, mostrandoci una visione umanizzata dell’innovazione e una dimensione progettuale libera dai miraggi tecnologici.
fonte: rinnovabili.it
Clima, anche la Cina al vertice Pechino: pronti a ridurre le emissioni
LA PRIMA VOLTA - E' la prima volta che il gigante asiatico mette nero su bianco una proposta per contribuire al calo delle emissioni di gas responsabili dell'effetto serra. «Si tratta di un'azione volontaria presa dal governo cinese sulla base delle sue condizioni nazionali ed è un contributo importante allo sforzo globale nell'affrontare il cambiamento climatico», riferisce l'agenzia ufficiale, citando un comunicato del Consiglio di stato, l'organo esecutivo. In tal modo, alla vigilia di Copenaghen, la Cina, il Paese più inquinante del mondo, ha di fatto raddoppiato lo sforzo di riduzione delle emissioni inquinanti: tra il 2006 e il 2010, Pechino si era infatti impegnato a ridurre l'intensità energetica del 20 per cento.
L'IMPEGNO DI OBAMA - Giovedì intanto, oltre a confermare la sua presenza , il presidente Usa ha fatto un annuncio importante: «Taglio del CO2 del 42% entro 2030». E a Copenaghen presenterà il suo piano: riduzione delle emissioni di gas nocivi del 17% entro il 2020 e del 42% entro il 2030, rispetto al 2005. Secondo fonti della Casa Bianca, gli Usa puntano ad arrivare all'83% in meno di emissioni entro il 2050. Le proposte che il presidente intende portare a Copenaghen il 9 dicembre, ricalcano in sostanza quelle del Camera dei Rappresentanti, che l'estate scorsa aveva approvato un progetto di legge in proposito. Il Senato, che difficilmente si occuperà di clima prima della primavera essendo impegnato con la riforma della sanità, punta dal canto suo a una riduzione del 20% entro il 2020, ma la legge incontra durissime opposizioni e rischia di non passare.
BERLUSCONICI SARA' - Al vertice sarà presente anche Berlusconi. «Ritengo che il presidente del Consiglio sarà presente a Copenaghen - ha detto il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo -. La presenza dei capi di Stato è prevista per il 16 dicembre, questo significa che il negoziato si deve concludere prima di quella data». La ministra si dice «molto fiduciosa perché ci potrà essere un risultato importante anche con un accordo in due tempi». L'Italia, osserva Prestigiacomo, «farà il suo ruolo ma non accetterà un protocollo di Kyoto 2, con alcuni Paesi vincolati legalmente e altri soltanto politicamente».
AL GORE PLAUDE - All'indomani dell'annuncio che gli Usa metteranno sul tavolo dei negoziati una proposta concreta sul taglio delle emissioni di CO2, Al Gore plaude a Obama sostenendo che ha fatto «un passo importante». «Coloro che temevano che gli Stati Uniti avessero abdicato alla loro responsabilità mondiale dovrebbero riporre speranza in queste azioni e lavorare perchè da Copenaghen arrivino un forte accordo operativo e le linee guida perchè si possa completare il prossimo anno un trattato esaustivo». La dichiarazione di Gore, Premio Nobel 2007 per il suo sforzo contro i cambiamenti climatici e vicepresidente Usa tra il 2003 e il 2001, è stata diffuso da un comunicato della Casa Bianca contenente l'apprezzamento a Obama espresso da una serie di congressisti, imprenditori e gruppi ambientalisti.
fonte: corriere.it
I rifiuti urbani nell'Unione Europa: produzione e riduzione
La Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (European Week for Waste Reduction – EWWR) nasce all’interno del Programma LIFE+ della Commissione Europea con l’obiettivo primario di sensibilizzare le istituzioni, gli stakeholder e tutti i consumatori circa le strategie e le politiche di prevenzione dei rifiuti messe in atto dall’Unione Europea, che gli Stati membri devono perseguire, anche alla luce delle recenti disposizioni normative (direttiva quadro sui rifiuti, 2008/98/CE).
La produzione europea di rifiuti urbani nell'Unione Europea
Nel 2007, ogni europeo dell'Unione a 27, ha prodotto in media 522 kg di rifiuti all'anno (dati Eurostat). Dal 1996 (485 kg/anno) la cifra è cresciuta fino al 2000 quando si è attesta ai livelli attuali. Vi sono comunque ampie differenze all'interno dei Paesi dell'Unione. Nel 2007, il Paese che ha prodotto più rifiuti in Europa è stata la Norvegia (con 824 kg/anno per abitante), mentre la Repubblica Ceca (con 294 kg all'anno) è stato il Paese che ha prodotto meno rifiuti urbani. Diversa è comunque la produzione di rifiuti a seconda dei Paesi. Tra il 1996 e il 2007 a Malta, la produzione di rifiuti è aumentata del 58% (l'aumento più grande in Europa) mentre in Slovenia, la produzione di rifiuti è scesa del 25% (il calo più netto in Europa). Per quanto riguarda le tipologie di rifiuti nell'Unione Europea, le percentuali sono così divise: 39% rifiuti organici, 28% carta e cartone, 8% vetro, 7% plastica, 5% metalli, 1%tessile, 12% altre tipologie di rifiuti.
Le adesioni alla Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti
Nel 2008 l'edizione pilota della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti si era svolta dal 22 al 30 novembre con eventi e azioni in Francia, Belgio, Portogallo, Spagna,
Gran Bretagna e Italia. Quella di quest'anno è la prima vera edizione ufficiale alla Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti (21-29 novembre 2009) e le adesioni sono in tutto 2639. Le azioni convalidate sono così suddivise:
Andorra: 9
Belgio: 86
Estonia: 7
Francia: 1274
Finlandia: 5
Gran Bretagna: 149
Irlanda: 21
Italia: 420
Portogallo: 185
Spagna: 192
Svezia: 274
Altri Stati: 17
Francia
Nel 2007, la Francia ha prodotto 541 kg di rifiuti urbani all'anno per abitante, con un incremento dell'11% rispetto al 1996. La Francia però può essere considerata la pioniera della Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti. Dal 2006, nel paese d'oltrealpe, viene organizzata la "Settimana francese della riduzione dei rifiuti”. Nel 2008 in Francia sono state più di 430 le azioni di riduzione a livello nazionale e 64 le operazioni di riduzione coordinate da ADEME (Agenzia ministeriale per la gestione dell’ambiente e dell’energia). Quest'anno sono 1274 le azioni francesi di riduzione. La maggior parte delle adesioni provengono da amministrazioni pubbliche e aziende, che da sole, coprono tre quarti del totale delle adesioni ufficiali: il 42% sono infatti azioni di enti pubblici, seguono poi le industrie e le aziende (33%), associazioni e ONG (19%), e scuole (6%). Tutti i dettagli sulle azioni francesi sul sito www.reduisonsnosdechets.fr
Il sito europeo della Settimana: www.ewwr.eu
Passatempo Preistorico
Moonstone Madness

