venerdì 27 novembre 2009

Copenhagen, scenari negoziali e climatici

Mancano 10 giorni a Copenhagen e nelle ultime 48 ore sono arrivate buone notizie: anche Obama, seppure solo per un giorno, sarà nella capitale danese, e arriverà con degli impegni di riduzione delle emissioni da parte degli Usa (Qualenergia.it “La proposta provvisoria di Obama" ). Proposte che ieri ha finalmente quantificato: un taglio del 17% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2020 (cioè -3% rispetto al 1990) cui seguirebbero obiettivi più ambiziosi a medio e lungo termine: -30% al 2025, -42% al 2030, fino ad arrivare ad una riduzione dell’83% (sempre rispetto ai livelli del 2005) entro il 2050. Oggi, quasi di rimbalzo, anche la Cina ha scoperto le sue carte: a Copenhagen andrà il premier Wen Jibao e sul tavolo metterà l’impegno vincolante del gigante asiatico di ridurre la propria intensità energetica (non le emissioni in senso assoluto. ma l'ammontare di CO2 per unità di prodotto interno lordo) del 40-45% entro il 2020 rispetto ai livelli del 2005. Anche se le aspettative più alte per il vertice sono già state accantonate, l’incontro si conferma di portata storica. Ma cosa dobbiamo aspettarci in pratica dalla "Conferenza delle parti numero 15" (COP 15)? Ne abbiamo parlato con Sergio Castellari, climatologo e Focal Point Nazionale dell’IPCC, una degli esperti in Italia più addentro ai negoziati internazionali in corso sul clima.

Professor Castellari, cosa dobbiamo aspettarci da Copenhagen?
Da come si sta evolvendo la situazione ci potrebbe essere probabilmente una dichiarazione di impegno politico, un accordo di massima sui punti generali, ma non si raggiungerà la fase attuativa di questo accordo. Il consenso su possibili impegni giuridicamente vincolanti di riduzione delle emissioni probabilmente si avranno solo nel corso del 2010. Quello che si può sperare per l’incontro di dicembre è che vengano adottate una serie di “COP (Conference of the Parties) decisions” che contengano chiaramente i dettagli tecnici di un possibile accordo attuativo.

Quali sono i punti critici dei negoziati?
A Barcellona (l’ultima sessione di negoziati prima del vertice, ndr) si è progredito, ma il testo negoziale in discussione in uno dei due tavoli, quello riguardante le possibili azioni da intraprendere da parte dei Paesi membri UNFCCC nel prossimo futuro, è ancora molto lungo. Si sono ridotte le divergenze sull’adattamento, sulla cooperazione tecnologica, sulla riduzione delle emissioni da deforestazione e cambio d’uso del suolo dei paesi in via di sviluppo, come pure sui meccanismi di finanziamento. Ma non si è arrivati ad un accordo neanche di massima sull’entità di questo finanziamento né su quanto i paesi sviluppati debbano ridurre le emissioni, questioni che saranno rimandate a Copenhagen e forse al prossimo anno. Un passo molto importante che potrebbe essere fatto già nella capitale danese è invece quello di stabilire l’entità dei finanziamenti più urgenti per i paesi poveri più a rischio, come le piccole isole e i paesi africani, il cosiddetto “fast start finance”, soldi che queste nazioni chiedono fino al 2012 al fine di attuare le più importanti misure di adattamento.

E gli impegni annunciati di riduzione annunciati finora dai paesi ricchi, sono adeguati?
L’obiettivo europeo è abbastanza in linea con quanto chiede il quarto rapporto IPCC per stare sotto i 2°C: cioè che, nell’ambito di un accordo globale attuativo, i paesi sviluppati taglino le proprie emissioni del 30% rispetto al 1990 entro il 2020 e del 50% al 2050, e quelli in via di sviluppo riducano le emissioni del 15-30% rispetto allo scenario business as usual. La frizione con i paesi emergenti è dovuta al fatto che questi chiedono oltre al sostegno economico per ridurre le emissioni obiettivi molto più ambizionsi per i paesi sviluppati: meno 40-45% al 2020 e meno 80-90% al 2050 rispetto al 1990.

Quanto agli altri due attori fondamentali per il post Kyoto, cioè Usa e Cina, come si stanno ponendo nell’ambito dei negoziati?
Quella degli Stati Uniti di Obama è sicuramente tutta un’altra posizione rispetto a quella della precedente amministrazione, il che fa essere ottimisti. La nuova presidenza ha sempre manifestato un grande interesse a che si arrivi all’accordo, ma probabilmente non un accordo attuativo a Copenhagen. Anche in Cina si è evidentemente mosso qualcosa: la comunità scientifica cinese ha mostrato chiaramente gli impatti del cambiamento climatico che sono già in atto nel paese e questo ha fatto assumere un ruolo più attivo a Pechino nella lotta contro il riscaldamento globale. Anche se molti sono delusi dal fatto che non si raggiungerà probabilmente un accordo attuativo già a dicembre la situazione non è così negativa: già il fatto che giganti come Cina, India e Stati Uniti abbiano cambiato posizione - oltre a stare investendo molto nella green economy - fa vedere la bottiglia mezza piena.

Nel farattempo però la scienza ci dice che il tempo stringe. Cosa hanno aggiunto al dibattito le ultime evidenze scientifiche?
La discussione e negoziazione di questi ultimi due anni nell’ambito della Convenzione Quadro dell’ONU per i Cambiamenti Climatici (UNFCCC) ha fatto ampio uso dell’informazione scientifica fornita dal quarto rapporto di valutazione dello stato dei cambiamenti climatici dell’IPCC, il Fourth Assessment Report (AR4) pubblicato nel 2007. L’IPCC pubblicherà nei prossimi anni altri rapporti, ma il quinto rapporto di valutazione sarà disponibile solo nel 2013 e 2014. Nel frattempo sono comunque stati pubblicati nuovi articoli scientifici, non ancora valutati ufficialmente dall’IPCC. Quello di positivo che emerge è la riduzione delle emissioni di gas serra dovute al settore energetico a causa della crisi mondiale della finanza e dell’economia: nel 2009 ci sarà probabilmente il primo calo dal 1981. Però dopo che la crisi sarà superata e se non si interverrà con nuove politiche energetiche le emissioni antropogeniche di gas serra riprenderanno a crescere.

Quali scenari si intravedono?
Il calo degli ultimi anni pone un’occasione ideale affinché i paesi sviluppati trasformino il loro settore energetico. L’ultimo rapporto World Energy Outlook 2009 dell’Iea (International Energy Agency) mostra due scenari energetici globali. Uno “scenario di riferimento” che rappresenta un business as usual in cui la domanda di energia potrà crescere del 40% da qui al 2030, soprattutto ad opera dei paesi in via di sviluppo: quasi ¾ della crescita delle emissioni verrà da paesi come Cina, India e quelli del medio oriente. Stando a questo scenario si potrebbe raggiungere la concentrazione atmosferica di 1000 parti per milione di CO2 equivalente: una prospettiva decisamente “pesante” per il clima. L’alternativa dipinta dal World Energy Outlook 2009 è un altro scenario, lo “scenario 450” che implica un cambiamento nel sistema energetico mondiale che permetta di stare di stabilizzare la concentrazione atmosferica di CO2 equivalente a 450 ppm. Attualmente siamo già a 385 ppm solo di CO2, contando anche gli altri gas serra siamo già oltre i 400 ppm di CO2 equivalente, per cui il margine di manovra è piuttosto ristretto e come prevede lo scenario Iea è essenziale coinvolgere anche i paesi emergenti.

Parte della comunità scientifica ritiene che 450 ppm siano già troppe ...
La conferenza climatica svoltasi a Copenhagen in marzo ha fatto il punto della ricerca scientifica climatica dall’ultimo rapporto dell’IPCC dando sicuramente maggiori motivazioni alla politica per agire in fretta. Molti ora, come il climatologo James Hansen, ritengono che per evitare gli effetti peggiori del global warming sia necessario arrivare alla stabilizzazione della concentrazione di CO2 a 350 ppm (grosso modo a circa 400 ppm di CO2 equivalente: contando che siamo a 385 significa che dobbiamo ridurre la concentrazione e non solo fermare l’aumento).

Qual è la sua opinione personale come climatologo in merito?
È impossibile averne una definita perché si parla di scenari climatici, quindi proiezioni probabilistiche. Parlando di impatti, tenendo conto dei risultati delle proiezioni, è molto probabile che se si limita l’aumento della temperatura media globale superficiale a 2°C rispetto ai livelli preindustriali (da adesso non dovrebbe aumentare di più di circa 1,5°C) si dovrebbereo evitare impatti drammatici e quasi irreversibili e si potrebbero ridurre i costi di adattamento a livelli accettabili. Ma quale sia la concentrazione di gas serra cui si debba mirare per avere questo risultato è difficile da dire. Sicuramente più stabilizziamo la concentrazione a un livello più basso maggiori sono le possibilità di ridurre l’aumento della temperatura media globale.


fonte: qualenergia.it

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