mercoledì 25 novembre 2009

Obama: "Tagli alle emissioni del 17% entro dieci anni"

Obama apre su Copenaghen e rilancia. Smentendo le voci circolate tra i suoi collaboratori, il presidente americano ha reso ufficiale la sua presenza alla conferenza sul clima che si aprirà il 7 dicembre nella capitale danese: arriverà il 9 dicembre prima di proseguire per Oslo dove ritirerà il Nobel per la pace.

La Casa Bianca non giungerà a Copenaghen a mani vuote. La proposta statunitense è un taglio delle emissioni serra, rispetto ai livelli del 2005, del 17 per cento entro il 2020, del 30 per cento entro il 2025 e del 42 per cento entro il 2030. In pratica un'anticipazione della possibile versione finale della legge statunitense che sta percorrendo l'iter parlamentare.

I numeri parrebbero riallineare perfettamente gli Stati Uniti alla posizione europea, facendo dimenticare il summit in cui Washington e Pechino sembravano aver cancellato dall'agenda politica la conferenza di Copenaghen. Ma in realtà uno scarto resta. Obama (che non arriverà a Copenaghen assieme agli altri capi di Stato, attesi la settimana successiva) propone tagli che fanno riferimento, come anno base, al 2005, mentre la negoziazione internazionale basata sul protocollo di Kyoto prende come punto di riferimento il 1990. E visto che, nei 15 anni in questione, le emissioni sono cresciute sensibilmente, la differenza è consistente: il 17 per cento calcolato sul 2005 equivale al 4 per cento calcolato sul 1990; il 30 per cento equivale al 18 per cento; il 42 per cento equivale al 32 per cento.

L'Unione europea invece propone un taglio del 20 per cento al 2020 (rispetto al 1990) ed è disposta a portarlo al 30 per cento se si troverà un consenso internazionale ampio per una politica di forte impegno verso l'efficienza energetica e le rinnovabili. E anche il Giappone propone il 25 per cento al 2020. Quindi la differenza numerica resta, ma il significato politico della mossa di Obama è netto: un riconoscimento della conferenza di Copenaghen, e dunque delle Nazioni Unite, come elemento centrale di una trattativa che può andare in porto solo se si registrerà un vasto consenso a livello globale.

"Il punto fondamentale è firmare un accordo vincolante, poi ci sarà tempo per correggere i numeri", commenta Gianni Silvestrini, direttore del Kyoto Club, il cartello delle imprese impegnate in campo ambientale. "E' già successo con il protocollo di Montreal sui cfc, i gas che bucano l'ozono. Una prima intesa è stata rapidamente superata da un accordo più stringente".

fonte: repubblica.it

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