giovedì 5 novembre 2009

Pensare (poco) globalmente, agire (peggio) localmente

Poco più di un mese a Copenhagen. Poco più di un mese dall'evento più importante sui cambiamenti climatici dai tempi di Kyoto. Dal 7 dicembre o si fa l'accordo o si muore si sentiva dire qualche tempo fa, mentre ora - almeno i più - sarebbero già contenti se non fosse un completo fallimento.

La road map to Copenhagen, pur se fittissima di appuntamenti, si è rivelata un continuo rimando ancorché scandito da perentorie (non sempre peraltro) e roboanti dichiarazioni. Ma di numeri e sanzioni cogenti manco a parlarne. E pensare che il solo avvicendamento tra George W. Bush e Barack Obama alla Casa Bianca sembrava poter spalancare le porte verso un accordo finalmente mondiale sul global warming, tanto che per un eccesso di ottimismo la capitale danese sembrava lo scenario da fiaba degno di ospitare il sicuro successo storico.

Di male in peggio, invece, in tanti si stanno sfilando persino dall'accordo di Kyoto e se non fosse per le associazioni ambientaliste - dai blitz spettacolari di Greenpeace, alle iniziative più politiche di Legambiente e Wwf - sembra che al mondo occidentale in particolare di Copenhagen e del clima non gliene cali granché.

Dove sono le folle oceaniche che dovrebbero riempire le strade per chiedere ai governi di concludere un accordo degno di questo nome sul climate change? In quali altre faccende affaccendati stanno i partiti, i movimenti, i cittadini?

Se le lotte operaie di questo tristissimo 2009 ci hanno insegnato qualcosa, quel qualcosa è che morti e sepolti i "luoghi d'ascolto" non resta molto altro che la spettacolare protesta per creare quel conflitto necessario a far crescere la nostra società. Se non c'era ‘l'assalto al cielo' di tante tute blu esplicitato quasi didascalicamente dal salire sui tetti delle fabbriche per rivendicare il proprio posto di lavoro, il 2009, l'anno della crisi, starebbe passando alla storia solo o quasi per le tristi vicende di piccoli uomini che hanno scambiato l'altissima opinione che hanno di sé come per la vox populi.

A dire il vero si è mosso qualcosa oltreoceano... non c'è niente di più rivoluzionario di quanto stia portando avanti Barack Obama negli Stati Uniti, infatti, dove sta provando, non da socialista ma da democratico, a dare agli americani un nuovo paradigma economico - che potrebbe avere la forza di trascinare dietro a sé una bella fetta dell'occidente - e un nuovo modello di assistenza sanitaria.

Dovrebbe essere guardato e sostenuto almeno nelle sue battaglie più importanti - clima-energia-sanità- pur sapendo che comunque il risultato pieno non lo ottiene nessuno. Se non nelle dittature e a che prezzo. Ma sapendo pure che ci sono i buoni compromessi che si raggiungono con il sudore (e con l'aiuto) del conflitto. A livello globale, come a livello locale-territoriale.

Invece lo sguardo è corto e il respiro, delle analisi e delle discussioni, asfittico. Specialmente nell'agire localmente, che doveva venire dopo il pensare globalmente. Pensare globalmente che oggi significa prendere atto dei problemi del pianeta e intuire le potenzialità di un messaggio a stelle e strisce, che non è più l'inno dell'extra large, bensì quasi un appello alla sobrietà e all'approccio complessivo e che potrebbe essere la chiave per affrontare i problemi globali.

Sobrietà che oggi è (dovrebbe essere) sinonimo di sostenibilità. Che a livello locale-territoriale avrebbe dovuto declinarsi attraverso una massa critica capace di creare politiche adeguate ai vari livelli di governo e conflitto laddove queste fossero vacanti. Ma non sembra più tempo di sagge politiche pianificatorie né di rivoluzioni e meno che mai di rivoluzionari, così i giorni verso Copenhagen marciano spediti e non resta che affidarsi alla buona sorte o a qualche coup de teatre... di cui proprio Obama - che oggi festeggia un anno dalla sua elezione - potrebbe essere capace.

Chiudiamo con una piccola riflessione/provocazione: sui nostri quotidiani è un proliferare di giudizi e voti su questo primo anno alla Casa Bianca del presidente di origini afroamericano e non sono molti gli applausi. Chissà poi cosa verrà detto domani visto che i repubblicani hanno vinto in Virginia e New Jersy... Tutto, comunque, si discute (non è un reato ci mancherebbe) del suo operato, tranne però di quello che sta facendo per la sostenibilità (nel bene e nel male) e questo è già preoccupante. Inoltre qualcuno dovrebbe avere il coraggio di fare il pagellone anche agli altri leader mondiali per avere almeno un termine di paragone... perché allora sì che i quattro dovrebbero fioccare e i sei di Obama sembrerebbero strepitosi.

Ma su Obama, si dirà, le aspettative erano alte, ed è vero, per questo è giusto dargli ancora credito, Roma non è stata costruita in un giorno... e a un mese da Copenhagen comunque si è ancora in tempo per (almeno) cominciare a cambiare rotta.

fonte: greenreport.it

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