mercoledì 4 novembre 2009

Barcellona/1 - La seconda giornata e le opinioni in campo

Secondo giorno di lavori al summit di Barcellona. Non ci sono dichiarazioni ufficiali e le voci sono molto caute, vista l’atmosfera di sfiducia che si respira nella città spagnola in vista della Conferenza di Copenhagen. La giornata di oggi è ufficialmente dedicata al problema dell’acqua, un bene sempre più prezioso per l’umanità, anch’esso dipendente dalle evoluzioni climatiche che sono in parte già in atto, ma che potrebbero essere irreversibili se, come è ormai noto, la temperatura globale della Terra dovesse superare i due gradi.
Qui di seguito riportiamo quelle che a tutt’oggi sono le posizioni di Paesi, istituzioni e associazioni per rendere più chiaro il quadro complessivo, per la verità assai articolato e molto contrastato.

La posizione dei Paesi in via di sviluppo

Parlando a nome del G 77 (un’organizzazione intergovernativa delle Nazioni Unite, formata da 131 paesi del mondo, principalmente in via di sviluppo) e della Cina, il capo della delegazione sudanese ha dichiarato l’avversione per i paesi sviluppati che vorrebbero metter fine al “Protocollo di Kyoto”. Inoltre ha contestato la loro violazione del principio di “responsabilità comuni ma diverse”, cosa che, per l’esponente del G77, metteranno in pericolo i risultati della Conferenza di Copenaghen.

Le richieste del Wwf

L’associazione ambientalista ha elaborato, in occasione della conferenza di Barcellona, un decalogo che dovrebbe servire da ispirazione e guida per chi partecipa ai lavori dell’assemblea e soprattutto di rappresenta la parte economicamente e tecnologicamente più forte. Ecco i dieci punti cme li ha esposti il Wwf.

  • Creazione di una struttura legalmente vincolante in cui il protocollo di Kyoto venga legato a un nuovo Protocollo di Copenhagen
  • Mantenimento dell’aumento delle temperature ben al di sotto della pericolosa soglia dei 2°C, e declino delle emissioni globali a partire dal 2017
  • Impegno da parte dei Paesi industrializzati a ridurre le emissioni del 40% entro il 2020 rispetto ai livelli dei 1990
  • Impegno da parte dei paesi in via di sviluppo a una deviazione delle emissioni rispetto alla tendenza attuale (business-as-usual) di almeno il -30% entro il 2020.
  • Riduzione delle emissioni derivate dalla distruzione delle foreste nei paesi tropicali di almeno tre quarti (75%) entro il 2020
  • Accordo su un piano d’azione immediato per l’adattamento, in particolare per i Paesi e gli ecosistemi più vulnerabili, che includa speciali fondi di assicurazione
  • Finanza pubblica per 160 miliardi di dollari all’anno erogati ai Paesi in via di sviluppo per adattamento e mitigazione, in particolare a quelli in condizioni di maggiore necessità
  • Un meccanismo per rafforzare il trasferimento di tecnologie e la cooperazione e fornire incentivi alla ricerca, lo sviluppo e la diffusione di tecnologie a basso consumo di carbonio
  • Un nuovo assetto istituzionale sotto l’egida della UNFCCC, che disponga il coordinamento, il supporto e l’implementazione dei fondi, in modo trasparente e democratico
  • In ambiti specifici quali il mercato del carbonio, le foreste e il consumo del territorio devono essere stabilite procedure chiare, basate sul Protocollo di Kyoto

Le posizioni in campo

Usa – Il rappresentante americano, Jonathan Pershing si appella, esortando i convenuti. “Dobbiamo ora portare i negoziati a procedere in un ambito operativo”. Ma un eventuale accordo a Copenhagen molto difficilmente potrà avere una forma giuridica e lo stesso Pershing ha già dichiarato le difficoltà di Washington, visto che esiste un vincolo di tipo nazionale (_la precedenza all’approvazione di una legislazione Usa nel settore n.d.r._). “Nell’accordo internazionale si riflettono i nostri sforzi – ha concluso Pershing – per ridurre le emissioni delle emissioni di gas a effetto serra”.

Unione Europea – Per ora soltanto il Giappone ha proposto, con il nuovo premier progressista, una riduzione del 25%, uno sforzo maggiore di quello dell’Ue che presenta un pacchetto “20-20-20”, ma invece potrebbe raggiungere l’impegno di un taglio del 30% (a patto che anche gli altri accettino questa percentuale di riduzione). Intanto oggi a Washington il presidente della Commissione Ue Barroso, prima del Vertice Ue-Usa con Obama, ha dichiarato ancora una volta che i paesi in via di sviluppo, che chiedono a quelli ricchi di finanziare il loro impegno per la riduzione dell’effetto serra, devono stabilire standard precisi, facendo cifre precise.

Russia – Queste le intenzioni: “Mosca sosterrà l’idea di una documento politicamente vincolante, ma a due condizioni – ha chiarito il primo ministro Vladimir Putin – che tutti i paesi disposti a firmare l’accordo considerino il potenziale forestale russo come pozzi di CO2”. Questo ovviamente nell’intento di ottenere una minor riduzione nel taglio della CO2.

Cina – Il vice direttore dell’Ufficio di ricerche energetiche della Commissione statale per lo sviluppo e la riforma cinese, Li Junfeng, assicura che la Cina si impegnerà entro il 2010 a raggiungere la quota del 10% dell’energia rinnovabile nei consumi energetici, da fonti idroelettriche, eoliche e solari.
Ma anche se il premier cinese Wen Jiabao in una conversazione con Barroso, ha affermato che a Copenhagen si dovranno certo stabilire criteri comuni per la lotta al global warming, ma ‘‘la chiave per il successo è il principio di responsabilità comuni, ma differenziate”.
Posizione questa comune a tutti i paesi in via di sviluppo che ritengono che ognuno debba pagare in proporzione a quanto ha contribuito all’emergenza che stiamo affrontando. E i paesi più ricchi e industrializzati sono in cima a questa classifica.

fonte: rinnovabili.it

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