giovedì 25 settembre 2008

Gas serra, l'Italia frena l'Europa

Il governo Berlusconi scatena l'offensiva contro il pacchetto climatico dell'Unione europea chiamato a contrastare il riscaldamento planetario e ad assicurare al Vecchio Continente la leadership mondiale nella tecnologia pulita. Per il Belpaese costa troppo alle industrie italiane, ha spiegato ieri a Bruxelles il ministro per le Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, chiedendo l'appoggio degli europarlamentari italiani.

L'iniziativa - che culminerà in un intervento del Cavaliere al vertice Ue del 15 ottobre - è stata però bocciata dall'opposizione e dalle associazioni ambientaliste: "La vera priorità - hanno ripetuto in coro - è quella di ammodernare l'industria nazionale rendendola competitiva". Intanto il tempo stringe, visto che la Francia, presidente di turno dell'Unione, vuole chiudere il dossier entro dicembre in modo da arrivare con una strategia comune al 2009, anno in cui partirà il negoziato globale sulla nuova versione di Kyoto.

Oggetto del contendere è la strategia nata nella primavera del 2007 su decisione dei premier Ue (e attualmente in via di finalizzazione) che prevede l'abbattimento a livello continentale del 20% delle emissioni di CO2 entro il 2020, l'aumento medio del 20% delle energie pulite e un uguale miglioramento dell'efficienza energetica. Per Ronchi l'Italia non mette in discussione questi obiettivi, ma chiede una modifica delle modalità per il loro raggiungimento.

Gli investimenti richiesti, ha osservato, mineranno la competitività delle nostre aziende sul mercato globale (i paesi emergenti non pagano i costi ambientali) e faranno aumentare i prezzi al consumatore. Innanzitutto il governo vuole cancellare la promessa europea di portare il taglio di gas serra al 30% in caso di accordo globale sul nuovo Kyoto. Roma mette poi in discussione l'analisi d'impatto di Bruxelles, sostenendo che per l'Italia il prezzo annuo per la realizzazione della strategia è di 20 miliardi di euro.

"Secondo i nuovi studi - ha indicato Ronchi - c'è un aggravio degli oneri a carico delle aziende e delle finanze pubbliche italiane", ancor più pressante se si considera "il rallentamento delle economie occidentali, l'aumento dei prezzi di cibo ed energia e la crisi finanziaria". Nel mirino anche il sistema secondo cui ogni azienda dovrà pagare per inquinare: l'Italia chiede l'esclusione delle piccole imprese dalle quote di CO2 e l'estensione dei permessi gratuiti per quelle più grandi, di fare sconti sulla produzione di energia elettrica e di premiare chi ha già investito in tecnologia pulita.

Oltretutto Roma intende legare il dossier sul clima a quello sulla riduzione delle emissioni inquinanti delle auto, entrambi al vaglio dell'Europarlamento: in sostanza cercherà una compensazione in favore dell'industria automobilistica italiana per gli sforzi pretesi dagli altri settori (o viceversa).

Una partita difficile visto che il tempo stringe e che dopo gli emendamenti di Strasburgo i pacchetti torneranno al tavolo dei governi, chiamati a decidere a maggioranza. Insomma, l'Italia non disporrà del diritto di veto ed eventuali modifiche potranno essere apportate solo in caso di alleanze con altre capitali. E di possibili sodali, al momento, non se ne vedono molti.

fonte: repubblica.it

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